![]() La facciata del Palazzo Mezio-Blanco su Via Vittorio Veneto. Foto di Alessandro Calabrò, 2026. | |
| Dati identificativi | |
| Tipo | Palazzo nobiliare |
|---|---|
| Indirizzo | Via Vittorio Veneto 47 (Mastrarua) |
| Quartiere | Spirduta / Mastrarua |
| Stato | Abitato, buona conservazione |
| Dati architettonici | |
| Stile | Barocco (impianto), Liberty (facciata) |
| Piani | Tre ordini |
| Architetto originale | Giovanni Vermexio (attr.) |
| Datazione | XVII sec. (impianto); XVIII sec. (ricostruzione); XIX-XX sec. (aggiornamento Liberty) |
| Famiglie proprietarie | |
| I proprietari | Navanteri (XVII sec.) |
| II proprietari | Mezio (nobili di Solarino) |
| III proprietari | Blanco (baroni di Furmica, XIX sec.) |
| Araldica | |
| Stemma Blanco | 9 stelle d’oro in campo azzurro |
| Motto | Malo mori quam fedari |
| Simbolo facciata | Grifone (mensolone balcone centrale) |
| Catalogazione | |
| UNESCO | Siti UNESCO Sicilia Sud Est |
| Elenco Nobiliare 1922 | Navanteri (marchesi di Belfronte) |
Il Palazzo Mezio-Blanco è una dimora nobiliare situata al civico 47 di Via Vittorio Veneto (l’antica Mastrarua) a Ortigia, Siracusa. Edificato nel XVII secolo dalla famiglia Navanteri con probabile progetto dell’architetto Giovanni Vermexio, fu gravemente danneggiato dal terremoto del 1693 e ricostruito nella prima metà del Settecento. Passò alla famiglia Mezio, nobili di Solarino, e nel XIX secolo a Paolo Blanco, baroni di Furmica, che ne aggiornarono la facciata in stile Liberty. Il prospetto a tre ordini conserva un mensolone a grifone (emblema araldico dei Blanco) sotto il balcone centrale, un’edicola votiva di Sant’Antonio da Padova in nicchia a conchiglia e una merlatura decorativa al coronamento. Il palazzo è legato alla memoria dello scrittore Elio Vittorini e del critico d’arte Alfredo Mezio, che vi trascorsero la giovinezza.
La via: la Mastrarua
Via Vittorio Veneto, già Mastrarua (dal dialetto “via maestra”), è l’asse principale del settore orientale di Ortigia. Si sviluppa parallelamente al lungomare di Levante, dal quartiere commerciale verso il Belvedere San Giacomo, incrociando Via Nizza. Fu una delle prime strade dell’isola a essere pavimentata, nel 1795. Prima delle ridenominazioni post-unitarie, era la principale via di ingresso a Ortigia e la vetrina istituzionale dell’aristocrazia siracusana: lungo il suo tracciato si susseguono Palazzo Vitale (civici 12-14-16, attribuito all’architetto Andrea Vermexio), Palazzo Impellizzeri, Palazzo Russo, Casa Mezio, Palazzo Interlandi e Palazzo Monteforte.
Tra il 1999 e il 2001, lavori di rinnovamento fognario hanno portato alla scoperta di strutture greche nel tratto tra Piazza Cesare Battisti e Forte San Giovannello: neorsoikoi (ricoveri navali), muri paralleli in calcarenite giallastra e calcare bianco, lunghi tra 16 e 28 metri e distanziati circa 5 metri l’uno dall’altro. La datazione va dalla fine del VI al V secolo a.C. Tracce di pece sui pavimenti e frammenti di legno confermano la funzione di darsena per il ricovero e la riparazione di imbarcazioni, abbandonate in epoca ellenistica.
Storia della proprietà
I Navanteri
I primi proprietari documentati del palazzo sono i Navanteri, famiglia che nel corso del XVII secolo fece edificare la dimora su una fabbrica preesistente. Il progetto è attribuito a Giovanni Vermexio, figlio dell’architetto Andrea Vermexio, attivo nella stessa via con Palazzo Vitale. Giovanni Vermexio era celebre per la capacità di fondere il tardo manierismo iberico con il nascente barocco siciliano, con uso di possenti membrature, cantonali a bugnato e dettagli scultorei dal forte chiaroscuro.
I Navanteri costruirono il proprio potere attraverso l’accumulazione fondiaria. Il 19 marzo 1776, Vincenzo Navanteri acquistò la metà del feudo di Melilli da Vincenzo Denti, e il 20 dicembre 1802 fu investito del feudo di Mandra di Donna. Le terre di Melilli si trovavano a pochi chilometri a nord di Solarino, nell’area dell’antica baronia di Bibino Magno, un tempo feudo degli Alagona di Palazzolo. Vi fecero erigere una vasta masseria strutturata con due corpi bassi attorno a corti squadrate per ricoveri e depositi, e una residenza baronale isolata a due livelli con veranda, giardino recintato e alte palme.
Vincenzo Navanteri ricoprì la carica di giurato nobile di Siracusa nei bienni 1782-83, 1785-86 e 1788-89. Antonino fu giurato nobile nel 1791-92. Calcedonio, patrizio della città, fu insignito del titolo di marchese di Belfronte con Regio Dispaccio del 12 luglio 1817. Francesco, ultimo della stirpe a detenere un titolo feudale, fu investito della signoria di Mandra di Donna il 15 aprile 1808. La famiglia risulta iscritta nell’Elenco Ufficiale Nobiliare Italiano del 1922, con i titoli di marchese di Belfronte e signore di Mandra di Donna, trasmissibili per legge salica.
Il terremoto del 1693 e la ricostruzione
Il terremoto del Val di Noto dell’11 gennaio 1693 danneggiò gravemente il palazzo. La ricostruzione, avviata nella prima metà del XVIII secolo, aggiornò il linguaggio architettonico della facciata secondo il gusto barocco della riedificazione iblea, pur conservando l’impianto planimetrico e volumetrico della fase vermexiana.
I Mezio di Solarino
In epoca successiva il palazzo passò alla famiglia Mezio, nobili originari di Solarino. I Mezio non compaiono nei grandi repertori nobiliari siciliani, segno di una nobiltà locale legata alla piccola proprietà terriera e alle professioni liberali. Il membro più noto della famiglia è Alfredo Mezio (1908-1978), giornalista e critico d’arte, di cui si tratta nella sezione dedicata.
I Blanco, baroni di Furmica
Nel XIX secolo il palazzo fu acquistato da Paolo Blanco. I Blanco erano una casata di antico lignaggio, di origine catalana, discendente dalla signoria di Montblanc e da Perpignano. La nobiltà fu riconosciuta con diploma del 2 febbraio 1656. Possedettero il feudo di Furmica (o Formica) in territorio di Noto, con titolo di barone: Giovanni Antonio Blanco ne fu investito il 19 dicembre 1742, Antonino il 3 marzo 1761.
Lo stemma della famiglia presenta nove stelle d’oro in campo azzurro, con il motto Malo mori quam fedari (meglio morire che essere disonorati). La residenza principale dei Blanco era in Via Maestranza 55. Diversi membri ricoprirono la carica di giurato nobile tra il 1700 e il 1794: Francesco (1700-01, 1704-05, 1724-25), Giovanni (1712-13), Antonino (1742-43, 1751-52), Pasquale giurato nobile (1750-51), Paolo (1786-87, 1794-95).
La genealogia principale documenta Giovanni Antonio Blanco (1679-1760), primo barone di Furmica, residente in Via Maestranza 55, sposato in prime nozze con Anna Alagona e in seconde con Antonia Rossi. Il figlio Antonio Mariano (1716-1778), secondo barone, sposò Giuseppina Greci e poi Anna Piraino. L’ultima discendente documentata è la baronessa Vincenzina Anna Carmela Blanco, sposata con Giuseppe Barone il 13 gennaio 1957.

Il doppio cognome “Mezio-Blanco” nasce dalla successione di proprietari: i Blanco acquistarono il palazzo nell’Ottocento, i Mezio vi si insediarono tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Oltre al palazzo alla Mastrarua, i Blanco possedevano immobili in Via del Castello Maniace 56 (la Domus Magna edificata da Andrea Vermexio nel 1625) e altri spazi nobiliari nell’area di Cala Rossa.
Architettura
Il prospetto attuale del palazzo su Via Vittorio Veneto è il risultato di una stratificazione secolare: l’impianto seicentesco vermexiano, la ricostruzione barocca settecentesca e l’aggiornamento Liberty tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. La facciata si articola su tre ordini orizzontali separati da cornici, con intonaco giallo ocra e membrature in pietra calcarea bianca degli Iblei.
Piano terra
L’ordine inferiore presenta tre portali arcuati. Il portale centrale, ingresso monumentale all’androne, è decorato in pietra bianca locale e inquadrato da pilastrini che sorreggono il balcone del piano nobile. Il portale laterale sinistro, più piccolo, è sormontato da un rosone a raggiera (oculo decorativo). Il terzo portale si apre sulla destra della facciata.
Piano nobile
Il secondo ordine è dominato dal balcone centrale di massima rappresentanza, sorretto da un possente mensolone monolitico scolpito a forma di grifone. Il grifone, creatura mitologica con corpo di leone e testa d’aquila, è l’emblema araldico della famiglia Blanco: nella sintassi dell’araldica indica la custodia dei tesori familiari, la ferocia in battaglia e l’acutezza intellettuale. I balconi laterali poggiano su mensoloni più semplici. Le aperture sono ad arco a tutto sesto, sormontate da travoni merlati che creano giochi di ombre sulla facciata.
Secondo piano
Il terzo ordine ripete la cadenza ritmica di tre balconi con mensoloni semplici, ma con aperture rettangolari (anziché arcuate) coronate dai medesimi travoni merlati. La scelta di finestre rettangolari alleggerisce visivamente la spinta ascensionale della facciata.
Coronamento
L’intero palazzo è concluso da una merlatura decorativa continua che percorre la sommità della facciata, conferendo un aspetto castellano ingentilito dalle proporzioni Liberty.
Interni
Gli ambienti interni conservano la destinazione abitativa originaria. Sono impreziositi da stucchi, volte decorate e apparati ornamentali in stile Liberty, coerenti con l’intervento di modernizzazione voluto dai Blanco tra Otto e Novecento.

L’edicola di Sant’Antonio da Padova
A coronamento del portale d’ingresso centrale è collocata un’edicola votiva del XVIII secolo dedicata a Sant’Antonio da Padova. La nicchia, con volta a conchiglia che genera effetti chiaroscurali, misura 70 × 100 cm ed è raccordata al portale da volute e decorazioni barocche che creano un’unità compositiva tra l’accesso al palazzo e l’edicola soprastante.
All’interno è collocata una statua in pietra calcarea raffigurante Sant’Antonio in un umile saio religioso, con il Bambino Gesù in braccio, un libro e un giglio nella mano destra. L’aureola del santo è decorata da una corona di cherubini. La documentazione fotografica dell’edicola è opera di Roberto Capozio.
Le edicole votive incastonate nelle facciate dei palazzi nobiliari di Ortigia svolgevano una doppia funzione: protezione spirituale della dimora (in particolare contro i terremoti) e illuminazione notturna della strada, in un’epoca antecedente all’illuminazione pubblica. Le lanterne accese davanti all’edicola erano spesso l’unica luce nei vicoli, un servizio offerto dalla famiglia aristocratica al vicinato.
Alfredo Mezio e il legame con Elio Vittorini
Il palazzo è legato alla memoria di Alfredo Mezio (Solarino, 11 marzo 1908 – Roma, 8 maggio 1978), giornalista, critico d’arte e caricaturista, discendente della famiglia Mezio proprietaria dell’edificio.
Figlio del dottor Luigi Mezio e di Concetta Fisicaro, Alfredo rimase orfano di padre nel 1914 a sei anni. La madre si risposò, figura descritta dalle fonti biografiche come una “matrigna d’affetti”. Il fratello minore Olindo, affetto da grave cerebropatia, morì nel 1928 a diciassette anni in un manicomio di Palermo. Affidato a uno zio sacerdote che gli inviava un assegno mensile, il giovane Mezio si trasferì a Ortigia per gli studi, vivendo in modeste pensioni (piazza Duomo 16). Abbandonò la frequenza regolare del Liceo Classico “Gargallo”, ma divorava saggi, classici e riviste nelle librerie di Siracusa e Catania.
Proprio sui gradini dell’Istituto Tecnico di Via Roma, Mezio strinse amicizia con Elio Vittorini (Siracusa, 23 luglio 1908), nato nella stessa via, figlio di un ferroviere. I due, entrambi insofferenti al provincialismo aretuseo e di formazione autodidatta (Vittorini la definiva “a lume d’impulso”), divennero inseparabili. Con Giovanni Calendoli e l’anarchico Alfonso Failla fondarono un circolo giovanile che leggeva Vico, Hume, Guicciardini, Tocqueville, Kant, Hegel, Gide, Proust, Alain-Fournier, Cocteau e Radiguet attraverso le pagine della Nouvelle Revue Française.
Vittorini trasfigurò Alfredo Mezio nel personaggio di Tarquinio Masseo nel romanzo Il garofano rosso (scritto tra il 1933 e il 1934, pubblicato a puntate su Solaria, censurato dal regime), e poi in Giochi di ragazzi. Tarquinio Masseo possiede interamente i tratti di Mezio: l’estrazione da nobiltà decaduta, l’intelligenza tagliente, l’incapacità di sottostare alle regole accademiche, il carisma esercitato sui coetanei. La topografia del romanzo ricalca i luoghi della loro giovinezza: Via Maestranza, il Liceo Gargallo, l’Istituto Tecnico di Via Roma, Piazza Duomo, la Biblioteca Alagoniana.

Il 30 aprile 1932, a ventiquattro anni, Mezio lasciò Siracusa per Roma. Collaborò come caricaturista e critico con Il Tevere, Quadrivio, Il Selvaggio di Mino Maccari e con Solaria. Dal febbraio 1949 divenne una delle firme di punta de Il Mondo di Mario Pannunzio, dove curò la rubrica di critica d’arte “Gallerie” per oltre 350 articoli. Pubblicò la monografia Tesori d’arte a Roma (Grimaldi, 1957). Dopo la chiusura de Il Mondo nel marzo 1966, passò alla RAI, dove intervistò Giuseppe Ungaretti e Dino Buzzati. Nel 1954 aveva curato le anticipazioni dell’ultimo romanzo di Vittorini, Le città del mondo.
Nel 1974 collaborò alla sceneggiatura del film Il garofano rosso di Luigi Faccini, girato in parte tra Siracusa e Noto, rivivendo sul set la genesi del suo alter ego letterario. Morì l’8 maggio 1978 a Roma per le conseguenze di un incidente stradale avvenuto a piazza Ungheria, nel quartiere Parioli. Nel 1983 Solarino organizzò un convegno in sua memoria con Renato Guttuso, Leonardo Sciascia e Antonello Trombadori. Nel 1995 uscì l’opera postuma Scritti d’arte (Ediprint, Siracusa), a cura di Corrado Sofia, con patrocinio del Comune di Solarino. Nel 1997 il comune gli intitolò una via e la Biblioteca Comunale.
Accessibilità
Accessibilità motoria
Il palazzo è visibile dall’esterno lungo Via Vittorio Veneto, raggiungibile su strada lastricata senza gradini. L’edificio è ad uso abitativo privato e non è accessibile al pubblico.
Accessibilità visiva
La targa identificativa “Palazzo Mezio – Blanco / Secolo XVIII” è leggibile dall’esterno. L’edicola di Sant’Antonio e il mensolone a grifone sono visibili dalla strada ma collocati in alto sulla facciata. Non sono presenti pannelli descrittivi o supporti tattili.
Accessibilità uditiva
Nessuna barriera specifica per la fruizione esterna.
Accessibilità cognitiva
La targa fornisce il nome e il secolo del palazzo. Non è presente segnaletica che spieghi la storia delle famiglie proprietarie, il significato del grifone o il legame con Vittorini e Mezio.
Fonti
- Randazzo, Antonio. «Palazzo Mezio Blanco». Archivio documentale e fotografico. Consulta online.
- Randazzo, Antonio. «Palazzo Navanteri». Consulta online.
- Randazzo, Antonio. «Famiglia Blanco». Consulta online.
- Randazzo, Antonio. «Alfredo Mezio». Consulta online.
- Randazzo, Antonio. «Edicola di Sant’Antonio da Padova». Consulta online.
- «Palazzo Mezio Blanco». Siti UNESCO Sicilia Sud Est. Consulta online.
- Vittorini, Elio. Il garofano rosso. 1933-34 (a puntate su Solaria).
- Mezio, Alfredo. Scritti d’arte. Ediprint, Siracusa, 1995. A cura di Corrado Sofia.
- Mezio, Alfredo. Tesori d’arte a Roma. Grimaldi, 1957.
- «Alfredo Mezio». Wikipedia. Consulta online.
Scheda aggiunta da Alessandro Calabrò il 2 aprile 2026.
