| Nascita | Spaccaforno (oggi Ispica), 18 ottobre 1825 |
|---|---|
| Morte | Monte Croce di Custoza, 24 giugno 1866 (40 anni) |
| Sepoltura | Presumibilmente Ossario di Custoza (colle del Belvedere, Sommacampagna); corpo non singolarmente identificato |
| Padre | Conte Enrico Statella e Naselli (1792-1853), maresciallo di campo borbonico |
| Madre | Marianna Musso |
| Coniuge | Contessa Ottavia Trabucco di Castagnetto (sposata 1852) |
| Figlia | Enrichetta Statella e Trabucco, sposata nel 1875 con Antonino Paternò Castello marchese di San Giuliano, futuro Ministro degli Esteri d’Italia |
| Casata | Statella, antica nobiltà di origine fiamminga radicata in Sicilia dal 1326, marchesi di Spaccaforno dal 1598, principi di Cassaro dal 1757 |
| Zio paterno | Antonio Statella e Naselli, XII principe di Cassaro (1785-1864), Primo Ministro del Regno delle Due Sicilie (16 marzo – 25 giugno 1860) |
| Grado | Tenente Colonnello del 2° Reggimento «Granatieri di Sardegna», comandante del III Battaglione |
| Battaglie | Cavanella d’Adige (1848), Mestre (1848), Difesa di Venezia (1848-1849), Porta San Pancrazio – Roma (1849), Milazzo (1860), Messina (1860), Volturno (1860), Custoza (1866) |
| Onorificenze | Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria (30 giugno 1867); Medaglia d’Argento al Valor Militare (1849); Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia (12 giugno 1861); Cavaliere dei SS. Maurizio e Lazzaro; Aiutante di campo onorario di Vittorio Emanuele II |
Vincenzo Statella (Spaccaforno, oggi Ispica, 18 ottobre 1825 – Monte Croce di Custoza, 24 giugno 1866) fu un patriota e ufficiale italiano del Risorgimento, Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria. Volontario diciannovenne nei moti del 1848, lanciere nello squadrone di Angelo Masina nella difesa di Venezia, ferito a Porta San Pancrazio nella difesa della Repubblica Romana del 1849, divenne nel 1860 maggiore delle Guide a Cavallo di Giuseppe Garibaldi e si distinse il 20 luglio 1860 nella Battaglia di Milazzo, dove insieme al capitano Giuseppe Missori salvò Garibaldi dall’assalto della cavalleria borbonica. Aiutante di campo del Generale, fu poi inquadrato nell’Esercito Regio Italiano. Tenente colonnello del 2° Reggimento «Granatieri di Sardegna» nella Terza Guerra d’Indipendenza, cadde alla testa del proprio battaglione sul Monte Croce di Custoza il 24 giugno 1866 al grido di «Avanti, fratelli, avanti!». La motivazione della massima onorificenza italiana al valore militare gli fu conferita alla memoria il 30 giugno 1867. La sua vicenda, segnata dal contrasto fra le scelte unitarie del giovane e la rigida fede borbonica della famiglia (il padre maresciallo di campo, lo zio Antonio principe di Cassaro Primo Ministro di Francesco II di Borbone proprio durante la Spedizione dei Mille), è una delle pagine più note del Risorgimento siciliano.
La casata Statella e l’epopea borbonica
I Statella, di origine fiamminga (in alcune tradizioni indicati come francesi), erano giunti in Sicilia con Accursio Statella nel 1326. Il figlio Enrico ne pose le basi feudali fra Randazzo e Francavilla, sull’Etna. Nel 1493 Francesco II Statella, gran siniscalco del Regno di Sicilia, sposò Isabella Caruso e Moncada, erede dello Stato di Spaccaforno: da quel momento il borgo divenne sede principale della famiglia. Il 19 luglio 1598 il discendente Francesco Statella e Caruso ottenne il titolo di marchese di Spaccaforno, ed esattamente un secolo e mezzo dopo, nel 1757, la casata acquisì la dignità principesca con il titolo di principe di Cassaro. All’apice del Settecento la famiglia contava tre principati, un marchesato e diciotto baronie. Il castello e il borgo antico di Spaccaforno crollarono nel terremoto del 1693; ne resta il Palazzo Marchionale ricostruito fra il XIV e il XVII secolo. A Palermo la famiglia ebbe il Palazzo Statella di Sabuci, ridisegnato in barocco da Giacomo Amato e poi divenuto, alla fine dell’Ottocento, Palazzo Valguarnera di Niscemi.
Capo del ramo principesco al tempo di Vincenzo era lo zio paterno Antonio Statella e Naselli (Ispica, 31 luglio 1785 – Torre del Greco, 11 dicembre 1864), XII principe di Cassaro, diplomatico borbonico di prima grandezza: rappresentante a Torino (1815-1818), Parigi (1818-1820), Madrid (1820-1827) e Vienna (1827), ciambellano reale dal 1823, ministro degli Esteri del Regno delle Due Sicilie fra il 1830 e il 1840 sotto Ferdinando II e poi richiamato all’incarico da Francesco II nel 1859. Fra il 16 marzo e il 25 giugno 1860, mentre Garibaldi sbarcava a Marsala e risaliva la Sicilia, Antonio Statella di Cassaro fu Presidente del Consiglio dei Ministri del Regno delle Due Sicilie, subentrato a Filangieri. Insignito dell’Ordine di San Gennaro nel 1824 e poi del Toson d’Oro, sposò nel 1802 Stefania Moncada dei principi di Paternò.
Il padre di Vincenzo, Enrico Statella e Naselli, conte (1792-1853), fu maresciallo di campo dell’esercito borbonico, generale anche durante i moti del 1848; il fratello di Enrico, Giuseppe Statella, conte (1797-1862), fu luogotenente generale e seguì Francesco II nella ritirata di Gaeta del 1860-61. Tutti i parenti adulti maschi di Vincenzo erano dunque alti ufficiali e dignitari fedelissimi della casa di Borbone delle Due Sicilie. Lo stemma degli Statella è oggi adottato dalla città di Ispica come proprio emblema civico; la casata si estinse negli anni Settanta del Novecento. Nella Basilica di Santa Maria Maggiore di Ispica si conservano la tomba dei tre figli premorti del principe Francesco Maria, le quattro tele della Passione donate dal principe Francesco Saverio e lo stemma quadripartito Statella-Grifeo-Beccadelli-Gaetani.
Origini, famiglia, formazione
Vincenzo Statella nacque a Spaccaforno il 18 ottobre 1825, in un’ala del Palazzo Marchionale di famiglia. Crebbe in un ambiente di rigida fede borbonica, sotto un padre maresciallo del re, ma sin dai primi anni Quaranta dell’Ottocento aderì agli ideali unitari e liberali del Risorgimento, contro la volontà paterna. Gli aneddoti sui tentativi di Enrico Statella di dissuadere il figlio sono raccolti dallo storico ispicese Melchiorre Trigilia nella monografia Vincenzo Statella eroe del Risorgimento. Vincenzo manteneva una caratteristica cicatrice prominente sul naso, che ne accentuava il volto e contribuiva al suo aspetto fiero registrato dai cronisti coevi delle campagne garibaldine.
Nel 1852 sposò la contessa Ottavia Trabucco di Castagnetto, figlia di Cesare Giambattista Trabucco, conte di Castagnetto (Torino, 1° giugno 1802 – Moncalieri, 25 ottobre 1888), magistrato e dal 1835 segretario privato di Carlo Alberto di Savoia, senatore del Regno di Sardegna dal 3 aprile 1848, sovrintendente generale del patrimonio privato reale e confidente del sovrano nelle trattative con i patrioti lombardi del 1847-1848. Il matrimonio collegò definitivamente Statella all’élite del Risorgimento sabaudo. Dalla loro unione nacque la figlia Enrichetta Statella e Trabucco (morta il 9 novembre 1897), che il 23 ottobre 1875 sposò a Torino il marchese Antonino Paternò Castello di San Giuliano (Catania, 10 dicembre 1852 – Roma, 16 ottobre 1914), futuro deputato, sindaco di Catania, ambasciatore a Londra e Parigi e tre volte Ministro degli Esteri d’Italia (1905-1906 e 1910-1914, sino alla morte alla vigilia dell’intervento italiano nella Grande Guerra). Dall’unione nacquero tre figli: Caterina detta «Carina», Benedetto Orazio Paternò Castello (Catania 1877 – 1912), che ereditò il titolo di IX marchese di San Giuliano premorendo al padre, e Maria del Rosario, sposata nel 1904 al barone Pennisi di Floristella. La vedova Ottavia Trabucco mantenne fino agli anni Ottanta a Siracusa, in Ortigia, un noto salotto di patrioti e reduci risorgimentali; si dedicò a opere di carità e di assistenza ai vecchi compagni d’arme del marito, e visse fino a tarda età. Con la morte del nipote Benedetto Orazio nel 1912 e la successiva estinzione, negli anni Settanta del Novecento, anche del ramo principesco di Cassaro, il sangue Statella confluì interamente nelle casate Paternò Castello di San Giuliano e Pennisi di Floristella.
La Prima Guerra d’Indipendenza (1848)
Allo scoppio della Prima Guerra d’Indipendenza, nell’aprile 1848, Statella partì come capitano comandante la 3ª Compagnia dei Volontari Napoletani, conosciuti anche come Corpo dei Volontari di Sicilia. Quando il re Ferdinando II richiamò il contingente borbonico dalla campagna anti-austriaca, Vincenzo rifiutò di obbedire e raggiunse l’Italia settentrionale. Fu aggregato al celebre squadrone di cavalleria dei «Lancieri della Morte» di Angelo Masina (Bologna, 24 novembre 1815 – Roma, 3 giugno 1849), il manipolo di una quarantina di cavalieri organizzato a proprie spese al castello di Bevilacqua, poi confluito nel corpo di Livio Zambeccari come «cavalleria dell’Alto Reno» e antesignano della futura cavalleria garibaldina.
Combatté il 7 luglio 1848 a Cavanella d’Adige, forte della Repubblica di San Marco; partecipò ai combattimenti di Mestre e alla difesa di Venezia contro l’assedio austriaco. Ottenne un encomio per essersi sempre comportato «da coraggioso soldato ed eccellente cittadino».
La Repubblica Romana e la difesa di Porta San Pancrazio (1849)
Risalita la penisola dopo la caduta di Venezia, Vincenzo si unì a Giuseppe Garibaldi nella difesa della Repubblica Romana contro il corpo di spedizione francese del generale Charles Oudinot. Il 30 aprile 1849, primo grande scontro dell’assedio, combatté nella difesa di Porta San Pancrazio sul Gianicolo. Una palla di moschetto francese gli lacerò il piede sinistro, lasciandogli una zoppia permanente che lo accompagnerà fino alla morte. Per il comportamento tenuto a Roma gli furono conferite la Medaglia d’Argento al Valor Militare e la promozione a capitano; Garibaldi in persona ne richiese il trasferimento al proprio Stato Maggiore. Sulla lapide del 1893 al Convento di San Domenico la difesa di Roma è ricordata con la formula polemicamente anticlericale «ferito nel 1849 a Roma da straniere falangi repubblicane rivendicanti la tiara».
Esilio, matrimonio e cospirazione (1849-1860)
Caduta la Repubblica Romana, Statella conobbe un decennio di esilio descritto dalle fonti come segnato dalla povertà. Il matrimonio del 1852 con Ottavia Trabucco di Castagnetto lo radicò all’ambiente sabaudo, mentre i suoi rapporti col Comitato Liberale di Siracusa ne fecero il principale interlocutore aretuseo delle istanze risorgimentali. Fra il 1859 e i primi mesi del 1860 inviò a Torino, tramite la fregata sarda Governolo, messaggi di adesione al re Vittorio Emanuele II; reclutò volontari e organizzò la rete clandestina dell’isola.
La Spedizione dei Mille e il salvataggio di Garibaldi a Milazzo (1860)
Dopo lo sbarco di Marsala dell’11 maggio 1860 Statella raggiunse i garibaldini a Palermo in qualità di delegato del Comitato di Siracusa. Garibaldi lo nominò maggiore delle Guide a Cavallo, l’unità di cavalleria leggera al comando del capitano Giuseppe Missori, erede diretto dei Lancieri della Morte di Masina del 1849.
Il 20 luglio 1860, nella Battaglia di Milazzo, ebbe luogo l’episodio che gli valse il rango di leggenda risorgimentale. Lo scontro contrapponeva circa seimila garibaldini fra le divisioni Medici e Cosenz e la brigata toscana Malenchini ai tremilaquattrocento borbonici del colonnello Beneventano del Bosco trincerati nel forte aragonese. Durante una carica improvvisa della cavalleria dei Cacciatori a Cavallo borbonici, una palla colpì la staffa del cavallo di Garibaldi, costringendo il Generale a smontare e a difendersi a piedi sciabolando, accerchiato dai cavalieri nemici. Missori, alla sua destra, scaricò il revolver abbattendo gli aggressori più ravvicinati; Statella, alla sinistra, con la sciabola in pugno gli fece scudo e abbatté insieme a Missori il capitano borbonico Giuliani, il principale aggressore, mentre tentava un secondo fendente contro Garibaldi. La scena, una delle più rappresentate dalla pittura risorgimentale tardo-ottocentesca (celebre il dipinto di Sebastiano De Albertis), fu testimoniata dallo scrittore francese Alexandre Dumas padre, presente al campo col proprio yacht Emma ancorato nel porto di Milazzo, dalla giornalista britannica Jessie White Mario, dal corrispondente inglese del «Times» Charles Stuart Forbes e dai futuri memorialisti dei Mille Giuseppe Cesare Abba (che la riportò nelle Noterelle del 1880 in sette redazioni successive) e Giuseppe Bandi, le cui memorie postume I Mille furono pubblicate a Firenze nel 1903 dalle edizioni Salani. La pagina è ricordata, fra gli storici novecenteschi, anche da George Macaulay Trevelyan in Garibaldi and the Thousand (Londra, 1909) e da Denis Mack Smith. Il bilancio della battaglia fu di settecento-ottocento garibaldini fra morti e feriti e cinquantuno morti, ottanta feriti e venticinque prigionieri borbonici. La piazzaforte fu evacuata il 21 luglio e la guarnigione imbarcata per Napoli il 25 luglio.
Per il salvataggio del Generale, Statella fu nominato aiutante di campo personale di Garibaldi e comandante della piazza di Milazzo. Entrò poi a Messina con la colonna garibaldina; combatté il 1 e 2 ottobre 1860 nella battaglia del Volturno, fra le azioni più aspre della giornata, ed era a Teano il 26 ottobre 1860, all’incontro storico fra Garibaldi e Vittorio Emanuele II. Nell’autunno 1860 fu promosso tenente colonnello.
L’Esercito Regio e i Granatieri di Sardegna (1861-1866)
Confluito nell’Esercito Regio Italiano dopo l’Unità, il 12 giugno 1861 Statella fu nominato Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia, la più alta onorificenza militare del Regno, e successivamente Cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro nonché Aiutante di campo onorario di Vittorio Emanuele II. Mantenuto il grado di tenente colonnello, fu assegnato al comando del III Battaglione del 2° Reggimento «Granatieri di Sardegna», di stanza a Firenze nell’ottobre 1865 sotto il colonnello Federico Manassero, conte di Costigliole (Mondovì, 30 agosto 1818 – Roma, 9 maggio 1877), futuro Medaglia d’Oro al Valor Militare, già combattente a Santa Lucia nel 1848 e gravemente ferito a Palestro nel 1859. Il motto reggimentale, «A me le Guardie!», riprendeva il grido del Duca di Savoia a Goito nel 1848.
La Battaglia di Custoza e la morte (24 giugno 1866)
Allo scoppio della Terza Guerra d’Indipendenza Italiana, dopo l’alleanza italo-prussiana dell’8 aprile 1866, il 24 giugno 1866 le forze italiane (circa cinquantamila uomini effettivi sui centoventimila totali) al comando del generale Alfonso La Marmora si scontrarono presso Custoza, in provincia di Verona, con i settantamila austriaci dell’Arciduca Alberto. Statella era inquadrato nel III Corpo d’armata del tenente generale Enrico Morozzo Della Rocca, 1ª Divisione del generale Giuseppe Brignone, Brigata «Granatieri di Sardegna» al comando del maggior generale Bartolomeo Gozzani di Treville (Treville, 1804 – Torino, 23 maggio 1881), futuro senatore del Regno (nominato 16 novembre 1876) e protagonista del primo, sfortunato urto delle alture del Monte Torre e del Monte della Croce. La brigata Granatieri, schierata sulle alture col fronte rivolto a nord-ovest, fu la prima unità italiana a raggiungere la cresta nelle prime ore del mattino e a impegnare la fanteria e l’artiglieria austriaca della V brigata Bauer.
Statella, alla testa del III Battaglione del 2° Granatieri, condusse la difesa di Monte Croce respingendo quattro assalti delle fanterie austriache. Durante uno dei contrattacchi il suo cavallo gli fu ucciso sotto; continuò a piedi, claudicante per la vecchia ferita romana, ad arringare i soldati con il grido entrato nella memoria reggimentale: «Avanti, fratelli, avanti!». Nell’ultimo assalto fu colpito a morte da un proiettile al petto e cadde sul terreno della battaglia all’età di quarant’anni; la lapide del 1893 ricorda che cadde «tra mille trafitture di imperiali ulani». Il colonnello Manassero, ferito a sua volta, condusse il reggimento alla ritirata verso Goito. Anche il generale Gozzani di Treville fu ferito a Monte Croce, mentre il generale Brignone perse il figlio Edoardo, capitano nel medesimo reggimento, e dovette cedere il comando della divisione. Le perdite italiane della giornata furono di settecentoquattordici morti, duemilacinquecentosettantasei feriti e quattromilacentouno prigionieri o dispersi; quelle austriache di millecentosettanta morti, tremilanovecentoottantaquattro feriti, duemilaottocentodue prigionieri. La sconfitta tattica fu compensata dalla vittoria prussiana di Sadowa del 3 luglio 1866 e dalla cessione del Veneto al Regno d’Italia con il trattato di Vienna dell’ottobre seguente.
L’Ossario di Custoza
Il corpo di Statella non fu identificato singolarmente fra i caduti della giornata. Si ritiene tumulato nell’Ossario di Custoza, eretto sulla sommità del colle del Belvedere di Sommacampagna per volere di Don Gaetano Pivatelli, parroco di Custoza, che dal 1867 raccolse personalmente fra i campi i resti dei caduti italiani e austriaci delle due battaglie del 1848 e del 1866. La prima pietra fu posata il 28 settembre 1873; il concorso pubblico nazionale del 1877 ricevette ottantadue progetti e fu vinto dall’architetto veneziano Giacomo Franco, allievo di Pietro Selvatico Estense. Il monumento, a pianta ottagonale e cuspide piramidale alta trentotto metri rivestita in marmo grigio della Lessinia, fu inaugurato il 24 giugno 1879, tredicesimo anniversario della battaglia, alla presenza del re Umberto I, del generale Cialdini e dei reduci dei Granatieri. La cripta sotterranea, accessibile da una scala in pietra dell’altezza di cinque metri, conserva in armadi a vetri i crani e le ossa di milleottocentonovantaquattro caduti di entrambi gli eserciti, esposti secondo il criterio espresso dallo stesso Pivatelli del «pari fratellanza dei morti». Una lapide marmorea all’ingresso, posta nel 1900 dal 2° Reggimento Granatieri di Sardegna, reca incisi i nomi degli ufficiali caduti nella giornata; il primo della colonna di sinistra è quello del «L.T. Colonnello Statella Vincenzo», seguito dal capitano Edoardo Brignone e dal tenente Antonio Vialardi di Sandigliano. La struttura è oggi Monumento Nazionale italiano, gestita dal Commissariato Generale Onoranze Caduti in Guerra del Ministero della Difesa.
La Medaglia d’Oro al Valor Militare
La massima onorificenza italiana al valore militare gli fu conferita alla memoria con decreto del 30 giugno 1867. La motivazione ufficiale recita:
«Per il coraggio e sangue freddo dimostrati durante tutto il combattimento. Uccisogli il cavallo, continuò a piedi nel comando del battaglione, finché colpito da palla nell’ultimo attacco, rimase estinto sul campo». – Monte Croce di Custoza, 24 giugno 1866.
Memoria a Siracusa
A Siracusa Vincenzo Statella è ricordato in due luoghi del centro storico. In Ortigia, in piazza San Giuseppe numero 6, la storica Caserma «Vincenzo Statella», edificio duecentesco oggi sede della Stazione dei Carabinieri di Ortigia, conserva sulla facciata una lapide commemorativa e, all’interno, un busto in marmo con due lance d’epoca donati nel 1998 dalla Sezione di Siracusa dell’Associazione Nazionale Arma di Cavalleria, fondata nel 1958 e intitolata «Col. Vincenzo Statella MOVM». Sulla facciata della Chiesa e Convento di San Domenico, sempre in Ortigia, il 12 gennaio 1893 fu apposta dai «commilitoni superstiti delle patrie battaglie» una lapide commemorativa in cui se ne ricordano la formazione, le ferite romane, il salvataggio di Garibaldi a Milazzo, la morte a Custoza e l’inquadramento nel 2° Granatieri.
Vie cittadine intitolate a Statella si trovano a Siracusa nella borgata Santa Lucia, a Roma nel quartiere Portuense del Municipio XI, a Palermo e a Ispica. A Sommacampagna, sull’altura di Monte Croce, un obelisco di pietra grigia eretto nel 1900 dal 2° Reggimento Granatieri di Sardegna porta come primo nome fra gli ufficiali caduti quello del «L.T. Colonnello Statella Vincenzo». La principale ricostruzione storiografica della vicenda è il volume di Melchiorre Trigilia Vincenzo Statella eroe del Risorgimento (Ispica 1825 – Custoza 1866), pubblicato in prima edizione nel 2014 da Trigilia Cultura e ristampato nel 2020.
Fonti
- Melchiorre Trigilia, Vincenzo Statella eroe del Risorgimento (Ispica 1825 – Custoza 1866), Trigilia Cultura, 2014; ristampa 2020 (ISBN 9798622477393).
- Quirinale, motivazione Medaglia d’Oro al Valor Militare, decreto 30 giugno 1867.
- Giuseppe Garibaldi, Memorie.
- Augusto Elia, Ricordi di un garibaldino dal 1847-48 al 1900: gutenberg.org.
- Jessie White Mario, Della vita di Giuseppe Garibaldi.
- Alexandre Dumas, I Garibaldini.
- Giuseppe Cesare Abba, Da Quarto al Volturno. Noterelle di uno dei Mille, 1880.
- Giuseppe Bandi, I Mille. Da Genova a Capua, 1903.
- Voce Statella e Naselli, Antonio, principe di Cassaro, in Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani.
- Voce Castagnetto, Cesare Giambattista Trabucco conte di, in Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani.
- Voce Missori, Giuseppe, in Treccani.
- Wikipedia: Vincenzo Statella; Statella (famiglia); Battaglia di Milazzo (1860); Battaglia di Custoza (1866); 2° Reggimento Granatieri di Sardegna; Federico Manassero; Ossario di Custoza; Angelo Masina.
- Wikidata: Q137607094.
- Sito Esercito Italiano, 20 giugno 1866: la Battaglia di Custoza.
- Combattenti Liberazione, scheda Federico Manassero di Costigliole.
Voci correlate
- Alessandro Statella, parente
- Corrado Avolio, garibaldino contemporaneo presente anch’egli alla Battaglia di Milazzo
- Patrioti del Risorgimento siracusano