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Frontespizio di Giuseppe Maria Capodieci, Tavole memorabili della storia di Siracusa avanti Cristo (1821)
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Tavole memorabili della storia di Siracusa avanti Cristo

di Giuseppe Maria Capodieci · Messina, Giuseppe Fiumara · 1821
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Giuseppe Maria Capodieci, Tavole memorabili della storia di Siracusa avanti Cristo (1821)

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# Tavole delle cose più memorabili della storia di Siracusa avanti Gesù Cristo (Capodieci, milleottocentoventuno) - versione audio

## Sinossi

Otto anni dopo aver dato alle stampe i due tomi degli Antichi monumenti di Siracusa, pubblicati da Pulejo nel milleottocentotredici, Giuseppe Maria Capodieci si trova in una situazione paradossale: i viaggiatori stranieri che si presentano a casa sua per visitare il medagliere e il piccolo museo gli chiedono un libro più maneggevole, qualcosa di portatile da tenere in valigia durante il Grand Tour. Capodieci risponde con queste Tavole: novantanove pagine, tredici quadri sintetici, una cronologia continua che parte dal duemilaventotto avanti Cristo, anno in cui Elisa pronipote di Noè sbarca a Ortigia, e arriva all'ottocentosettantotto dopo Cristo, quando i Saraceni espugnano la città.

Il volumetto, stampato a Messina da Giuseppe Fiumara, recita sul frontespizio: «della nascita di Gesù Cristo, il duemilacinquecentonovantasette; dell'Olimpiade, il primo della seicentocinquantatreesima Olimpiade». È un libro-indice. Ogni tavola assolve a una funzione: censire i luoghi di Ortigia, di Acradina, di Tica, di Napoli, degli Epipoli e del territorio circostante; elencare i re e i tiranni; ricordare gli uomini illustri per sangue, per lettere, per armi; descrivere quanto si conserva nel patrio museo eretto nel milleottocentoundici. La struttura più innovativa è la settima tavola, dove la storia siracusana viene posta con ordine cronologico: una colonna di anni a sinistra, una di fatti a destra, dal regno di Pollio re, che introduce il vino Pollio, fino all'arrivo di Cesare Ottaviano Augusto nel ventuno avanti Cristo.

Capodieci non si sottrae alla polemica. Già in apertura attacca quel certo Aldino Titanio, nome de plume di un suo detrattore, che aveva pubblicato un libello anonimo contro gli Antichi monumenti, e si lascia andare a un'invettiva con citazione di Diodoro Siculo in latino e di Clemente Alessandrino. Ma il libro è soprattutto utile, e ancora oggi serve da bussola: lette in sequenza, le sue tavole disegnano una linea del tempo della Siracusa antica che nessun altro autore aveva tentato in forma così compatta.

## Uno. La Siracusa mitica: Ortigia, Elisa pronipote di Noè, duemilaventotto avanti Cristo

L'apertura della settima tavola non lascia spazio alla cautela. Capodieci scrive così: «Anno duemilaventotto. Elisa, pronipote di Noè, si parte dall'Etolia, e da Ortigia, isola dell'Arcipelago, e si stabilisce con gli Etoli nell'isola, che la chiamano Ortigia, dal nome della loro patria: si governano con la dinastia paterna. Indi fu detta Siracusa dalla palude Siraca». L'autore adotta la cronologia biblica, comune nella storiografia ecclesiastica del primo Ottocento, e fa risalire la fondazione di Ortigia a duemilaventotto anni prima di Cristo, quattro generazioni dopo il diluvio.

Gli Etoli, secondo questa ricostruzione, generano quattro popoli: «Ciclopi, Lestrigoni, Feaci, e Lotofagi». Sono nomi omerici, eppure Capodieci li tratta come dati di archivio storico, alla pari delle dinastie storiche. I Feaci, per il loro mestiere della navigazione, si fissano a Ortigia. Subentrano i Sicani, che, dice il testo, «vivono in comune, ed hanno lo stato di repubblica»: la prima repubblica siciliana, secondo l'autore, precede di un millennio quella di Atene.

Ortigia, ricorda l'autore nella prima tavola, «era sul principio penisola e poi ridotta ad isola». Terminava nello spazio compreso fra il porto maggiore e il porto minore, là dove apriva l'ultima porta delle mura, detta di San Michele. Sull'isola si ergevano il Tempio di Diana nella Resalibera, il Tempio di Minerva, oggi cattedrale, di architettura dorica, con tre colonne ancora visibili presso la porta, e il Tempio di Giunone all'estremità del castello Maniaci, nel luogo chiamato la vignazza, «in cui osservasi la statua ignuda del re Gelone con una iscrizione». La fonte Aretusa, decantata da tutta l'antichità, stendeva il proprio specchio in quello spazio dove l'autore vede le botteghe di concia dei cuoi e il muro reticolare «in molta stima presso i greci, e i romani»; le acque, prima dolci, divennero semidolci dopo un terremoto.

Il mito di Alfeo e Aretusa apre la prima tavola in chiave eziologica. Capodieci scrive: «Alfeo la favola lo chiama cacciator d'Elide, il quale avendo inseguito lungamente Aretusa, ninfa, seguace di Diana, fu cambiato da questa in fiume, e Aretusa in fonte». Le due acque, l'una dell'Elide del Peloponneso, l'altra di Ortigia, si congiungono nel porto maggiore. Capodieci registra anche il fenomeno della Zillica, occhio d'acqua dolce che sorge in mezzo al mare poco distante dal bastione della fontana: lo distingue dal vero Alfeo, contro la tradizione popolare che li confondeva.

## Due. Sicani, Siculi e la divisione del millettrecentosettanta avanti Cristo

L'anno millettrecentosettanta avanti Cristo segna lo spartiacque etnico. Capodieci scrive: «Siculi cacciano i Sicani, si eleggono la dinastia regia, e danno il nome alla Sicilia: alcuni sono principi di una sola città». L'autore fissa qui la prima divisione dell'isola: «Sicilia si divide in due porzioni; una vien chiamata Sicania, e l'altra Sicula, questa appartiene a Siracusa». La frontiera fra le due Sicilie attraversa il centro dell'isola; la fascia orientale resta sotto l'orbita siracusana, quella occidentale ai Sicani. La distinzione si manterrà fino alle guerre puniche.

L'undicesima tavola, dedicata a quanto conteneasi nella regione di Siracusa a quell'altezza cronologica, fornisce una mappa toponomastica di prima generazione. Il fiume Aci, detto anche Simeto «dalla ninfa Simetide» e «volgarmente la Giarretta», deve il proprio nome al pastore Aci oppresso dal Ciclope Polifemo sotto una rupe staccata dall'Etna. Agatirno trae il nome da uno dei figli di Eolo, re d'una parte della Sicilia. Compaiono le città mitiche, gli scogli dei Ciclopi davanti a Trezza, oggi noti come i Faraglioni, il lago Pergusa dove Plutone rapì Proserpina, il tempio di Venere Ericina sul monte oggi detto San Giuliano, fondato dal figlio Erice o, secondo altre tradizioni, da Enea. Le isole Eolie portano il nome di Eolo, signore di una parte della Sicilia; il lago dei Palici presso Paligonia, oggi Nefta, deriva dagli dèi Palici, due gemelli partoriti dalla terra perché Giove li aveva nascosti per timore di Giunone gelosa.

Pollio re, scrive Capodieci, «introduce il vino Pollio, ch'è lo stesso del Biblino; abbiamo di lui le medaglie». È l'unico sovrano siculo nominato per esteso prima dell'arrivo dei Greci: la sua esistenza è documentata, dice l'autore, dalle monete conservate nel proprio medagliere. Nel settecentosettantasei avanti Cristo, dato esterno all'isola ma decisivo per ogni cronologia mediterranea, «principiano i giuochi olimpici, i quali regolano la storia greca». Da qui in avanti Capodieci dispone gli anni secondo la doppia datazione: avanti Gesù Cristo da una parte, riferimento olimpico dall'altra. La cronologia sicula precede di sei secoli quella ellenica.

## Tre. Settecentocinquantotto avanti Cristo: Archia di Corinto fonda Siracusa

Anno settecentocinquantotto. Capodieci scrive: «Archia, eroe di Corinto, caccia i Siculi, istituisce un governo misto tra ottimati e popolari, accresce di abitanti Siracusa, fabbrica la città di Acradina, ed alza il teatro». In tre righe l'autore concentra la fondazione greca: cacciata dei nativi, costituzione mista, espansione urbana oltre Ortigia, costruzione di Acradina, edificazione del teatro «forse nei tempi di Archia Corinto», come ribadisce nella quarta tavola descrivendo il monumento sui Mulini di Galermi. La cronologia di Capodieci, fissata al settecentocinquantotto avanti Cristo, precede di qualche anno la data canonica di Tucidide, settecentotrentaquattro avanti Cristo; l'autore preferisce qui la tradizione locale e quella eusebiana.

Sotto Archia e i suoi successori, Siracusa si fa centro coloniale a propria volta. Nel settecentotredici «Enna edificata dai Siracusani (oggi Castrogiovanni). Acri fondata dai Siracusani (oggi Palazzolo). I discendenti dei figli di Eolo, principe siculo, sono detronizzati da una colonia di Dorici». Nel seicentosessantaquattro nasce Casmena, identificata con Scicli o Calvisiana; nel cinquecentonovantanove Camerina presso Santa Croce, che nel quattrocentonovantanove i Siracusani stessi distruggeranno per ribellione coloniale. È un movimento di colonizzazione interna: la metropoli dorica replica se stessa nelle terre dell'entroterra, occupa snodi strategici, esporta istituzioni e dinastia paterna.

Acradina, leggiamo nella seconda tavola, «fabbricata dopo Ortigia nel secolo ottavo, prima di Gesù Cristo da Archia Corinto», occupa il pianoro che da levante e tramontana si affaccia sul mare, da mezzogiorno sul porto piccolo, da ponente confina con Tica e Napoli. Si estende per tre miglia, dalla piaggia del porto piccolo fino a Scala greca. Sotto i successori di Archia il «governo misto cambiato viene in perfetta aristocrazia»: la fase democratica voluta dal fondatore non sopravvive alla sua morte. Il teatro che oggi vediamo sui Mulini di Galermi, ricostruito nei suoi caratteri attuali da Gerone secondo, conserverebbe dunque una matrice di età arcaica: ai tempi di Archia, ipotizza Capodieci, era già scavato nella roccia, sia pure in forme rudimentali. Quattro greche iscrizioni, incise nell'unica precinzione, ricordano Filistide, Nereide, Giove Olimpico ed Ercole Benefico.

## Quattro. Il secolo dei Dinomenidi: Gelone, Imera quattrocentottanta, Gerone primo e Pindaro

Nel quattrocentottantacinque avanti Cristo «Gelone, re benemerito, da Gela passa in Siracusa, sposa Demarata, figlia di Terone, tiranno di Girgenti; coniò le sue medaglie». Inizia la dinastia dei Dinomenidi, cinque tiranni che fanno di Siracusa la più potente città del Mediterraneo occidentale. Gelone, nello stesso anno, «s'impadronisce di Megara, e trasporta gli abitanti in Siracusa»; tre anni dopo distrugge per la seconda volta Camerina; nel quattrocentottanta «destrude Megara». La politica del trasporto degli abitanti è uno strumento sistematico: la metropoli aspira al monopolio demografico, e svuota gli insediamenti vicini.

Il quattrocentottanta avanti Cristo è l'anno della grande prova. Gelone «con cinquantamila fanti, e cinquemila cavalli marcia in difesa degl'imeresi, e riporta una segnalata vittoria contra Amilcare, generale dei Cartaginesi». Capodieci la chiama «la memorabile vittoria» di Imera: nello stesso giorno, racconta la tradizione, in cui i Greci d'Europa vincono Serse a Salamina. Gelone obbliga i Cartaginesi sconfitti a costruire due templi in Siracusa, e con le spoglie nemiche abbellisce altri edifici sacri. Le liste dei cittadini siracusani, fitti alle armi, non erano conservate nel tempio di Giove Olimpico, precisa la sesta tavola, ma in quello della dea Cerere: distinzione utile a comprendere la geografia sacra della città in armi.

Gelone muore nel quattrocentosettantotto. Gli succede il fratello Gerone primo, che «caccia gli abitanti da Catania, vi stabilisce una colonia, e la chiama Etna». Nel quattrocentosettantasei invia in Elide i propri carri di bronzo e «vien pubblicato tra i vincitori dei giuochi olimpici». È il regno celebrato da Pindaro nelle Olimpiche e da Bacchilide negli Epinici. Gerone primo dà soccorso ai Tirreni, mantiene l'orto Mitone sotto le mura di Napoli, il quale, al dir di Ateneo, vasto e di fabbriche era ammirabile, e muore nel quattrocentosessantasei. Lascia il figlio Dinomene padrone di Catania. Il terzo fratello, Trasibolo, regna dieci anni di dispotismo prima di essere sbalzato dal trono; non conia monete, segno secondo Capodieci della sua inferiorità rispetto ai predecessori. Nel quattrocentosessantacinque il governo democratico riprende il sopravvento e si alza una statua colossale a Giove liberatore per la libertà ottenuta. Inizia un trentennio di vita repubblicana, tre generazioni di assemblee popolari prima dell'avvento di Dionisio.

## Cinque. Petalismo, Ducezio e la guerra del Peloponneso (quattrocentocinquantaquattro - quattrocentotredici avanti Cristo)

Nel quattrocentocinquantaquattro avanti Cristo i Siracusani adottano la Legge del Petalismo a somiglianza dell'Ostracismo ateniese: l'esilio temporaneo del cittadino sospetto di aspirare al potere, deciso non con cocci di vasi, come ad Atene, ma con foglie d'ulivo. Nello stesso anno si fabbrica Napoli, quarta città di Siracusa, e Tindaride tenta di salire al trono e vien privato di vita. Napoli, ricorda la quarta tavola, fu così denominata perché l'ultima ad essere edificata: si stende da tramontana verso Tica, da levante verso Acradina, e include l'anfiteatro e il grande teatro che gli Ateniesi vedranno durante l'assedio.

Tre anni dopo la fondazione di Napoli, nel quattrocentocinquantuno, «Ducezio, principe dei Siculi, viene vinto dai Siracusani». Ducezio, l'ultimo capo siculo che tenta di unificare il proprio popolo contro la pressione coloniale greca, si rifugia nell'Altare della Concordia all'uscita di Ortigia, la seconda tavola precisa l'anno quattrocentocinquanta, e ottiene salva la vita: il Senato siracusano lo manda esiliato a Corinto. Nel quattrocentoquarantasei gli Agrigentini sono sconfitti a loro volta. Nel quattrocentotredici Lentini è costituita municipio siracusano.

Lo stesso quattrocentotredici segna l'evento più celebre. «Siracusani riportano una segnalata vittoria contro gli Ateniesi». È la fine dell'avventura attica iniziata col disastro della spedizione di Nicia, con la flotta intrappolata nel porto maggiore. Nell'anno seguente, il quattrocentoundici, «Siracusani spediscono in Asia de' soccorsi ai Lacedemoni»: hanno appena trionfato sulla più grande potenza del Mediterraneo greco e si permettono di intervenire contro di essa anche oltremare. Sempre nel quattrocentoundici Diocle, eloquente cittadino e rinomato legislatore, promulga le leggi che porteranno il suo nome e si governarono altre città. Una delle sue norme, sotto pena della vita, vieta di entrare armati in piazza o in consiglio; un giorno Diocle stesso, accorso a un tumulto con la spada al fianco e accortosi di aver violato la propria legge, «con la stessa sua spada si uccise; onde gli venne alzato un tempio, come a un Dio».

## Sei. Dionisio il Vecchio (quattrocentocinque - trecentosessantasette avanti Cristo): tiranno e architetto delle mura

Anno quattrocentocinque avanti Cristo. Capodieci registra: «Dionisio maggiore re, e tiranno conia le sue medaglie». Inizia il regno più lungo e più segnante della storia siracusana antica. Dionisio primo, figlio del modesto Ermocrate, ex notaio, poeta, letterato, medico, musico, occupa il trono per trentotto anni e trasforma la città in una macchina militare.

Anno quattrocentoquattro: «Grotta, detta l'orecchio di Dionisio, fatta da lui cavare per carcere». La latomia del Paradiso si scava negli anni del suo governo, conclude Capodieci nella quarta tavola: «Fu lavorata negli anni trentotto, in cui governò Dionisio maggiore, o sia dal quattrocentocinque sino al trecentosessantasette prima di Gesù Cristo, e non mai nel tempo di Archimede, come crede il volgo, perché allora non era nato».

Anno quattrocentodue: «Muraglie degli Epipoli, le fa Dionisio alzare in trenta giorni». La quinta tavola precisa: trenta stadi di mura, sessantamila lavoratori, seimila paia di buoi, vent'anni più giovane è la stima accidentale. Sui muri restano i merli buttati a terra dalle macchine d'assedio successive. Dionisio fa anche edificare Adrano, oggi Adernò; nel trecentonovantanove «mette in ordine centoquarantamila fornimenti da guerra, trecento galee, e altre centocinquanta antiche»; edifica Lissa nell'Adriatico, devasta Locri. Nel trecentonovantasei i Cartaginesi sono vinti per la seconda volta; per fuggire la sua tirannide alcuni Siracusani fondano Ancona. Nel trecentottantasette invia in Grecia carri, padiglioni e «una comitiva di eccellenti declamatori» per disputare i giochi: dimostrazione di potenza culturale oltre che bellica.

Sotto Dionisio prendono forma anche le grandi opere idrauliche: gli acquedotti incavati nella viva pietra, opera de' Geloni, dei Dionisii, e de' Geroni; la torre detta di Dionisio al centro della latomia del Paradiso; il palazzo all'ingresso di Ortigia che Timoleonte farà più tardi gettare a terra; il primo palazzo accanto al porto piccolo, oggi noto come Pentopilo, edificio con cinque porte. Dionisio muore nel trecentosessantasette e gli succede «Dionisio secondo, figlio di Doride la Locrese».

## Sette. Platone a Siracusa: le tre visite (trecentottantotto, trecentosessantasette, trecentosessantuno avanti Cristo)

Tre date scandiscono il rapporto fra Platone e la corte di Siracusa. Capodieci registra: «Anno trecentottantatre. Platone viene la prima volta in Siracusa, perché chiamato da Dionisio: indi se ne ritorna». Nella settima tavola l'autore colloca il primo viaggio al trecentottantatre avanti Cristo; la cronologia comunemente accettata oggi lo anticipa al trecentottantotto, ma il dato è coerente col quadro narrativo dell'autore. Dionisio, racconta la tradizione antica, prima accoglie il filosofo ad Atene poi lo vende come schiavo per il suo eccesso di franchezza.

Il secondo viaggio segue immediatamente la morte di Dionisio padre. Anno trecentosessantasette: «Muore Dionisio padre, e succede al trono Dionisio secondo, figlio di Doride la Locrese, prima moglie di Dionisio. Platone si porta la seconda volta in Siracusa, perché chiamato da Dione, e poi ritorna in Atene». Dione, il cognato del nuovo tiranno e discepolo di Platone, cerca di trasformare la corte siracusana in un laboratorio della filosofia politica. L'ottava tavola descrive Archedemo, «storico, e filosofo pitagorico: quando Platone venne in Siracusa, fu da lui incontrato con una galea, mandata da Dionisio secondo, e dimorò qualche tempo in sua casa». Lo stesso Dione, registra Capodieci nell'ottava tavola, era «discepolo di Platone fu filosofo pitagorico, poeta tragico, e gran generale».

Sei anni dopo Platone tenta un'ultima volta. Anno trecentosessantuno: «Platone si porta la terza volta in Siracusa, cerca a richiesta dei Siracusani di realizzare il politico sistema; poscia riceve dei dispiaceri da Dionisio, e si restituisce in Atene». La frase «cerca a richiesta dei Siracusani di realizzare il politico sistema» riassume in dieci parole l'ambizione platonica del filosofo-re. Il fallimento è cocente: Dionisio secondo non si fa governare, Platone torna ad Atene. Sei anni più tardi, nel trecentocinquantacinque, Callippo tiranno «tenta di farsi signore di Siracusa, onde uccide Dione, non ostante il giuramento fatto nel tempio di Cerere di non offenderlo. Dopo mesi dieci di governo, viene ucciso». La scuola platonica, in pochi anni, perde i propri protagonisti siciliani. Cicerone, nelle Tusculanae, dirà di Dione: padre della patria, e Capodieci riprende la formula registrando come venne «compianto come padre della patria». Sotto le tre visite di Platone Siracusa fu probabilmente la città più vicina al sogno platonico della filosofia al potere; pochi anni di filosofia tradita restano la lezione duratura dell'esperimento.

## Otto. Timoleonte e la nuova fondazione (trecentoquarantacinque - trecentotrentasette avanti Cristo)

Anno trecentoquarantacinque avanti Cristo: «Timoleone, estirpatore della tirannide, viene in Siracusa, ed istituisce la democrazia, che durò anni venti». L'epiteto di Capodieci, «estirpatore della tirannide», è esatto: il corinzio Timoleonte, chiamato dai Siracusani in soccorso contro Dionisio secondo tornato dall'esilio e contro i tiranni locali Iceta primo e Mamerco, in pochi anni rovescia tutti.

Nel trecentoquarantaquattro «Dionisio, ed Iceta vengon discacciati da Timoleone, il quale fa buttare a terra il palazzo, e le statue de' tiranni tolta quella di Gelone». Risparmiata la sola effigie del re vittorioso a Imera: criterio politico esplicito, che salva la dinastia dei Dinomenidi dall'iconoclasma anti-tirannica. Il palazzo di Dionisio primo sull'istmo viene fatto buttare a terra da Timoleonte; indi riedificato da Gerone secondo. Lo spazio liberato diventa piazza, oggi detta montedoro, e i quattro canali. Lo stesso anno «Dionisio minore, dopo anni dieci, ritorna in Siracusa» e si rifugia in Ortigia: due tirannicidi pendenti, e Timoleonte li liquida entrambi.

Cefalo riforma le leggi di Diocle, e lascia senza cambiarle quelle che riguardano i contratti e l'eredità. La revisione legislativa procede in continuità col legislatore del quattrocentoundici avanti Cristo, un secolo prima: si correggono le norme penali e amministrative, ma la materia civilistica resta inalterata. Anche Mamerco, tiranno di Catania, si porta in Siracusa e disperato si arrende a Timoleone; poscia perde la vita nel teatro. Nel trecentoquarantatre Timoleonte istituisce gli Arconti sotto nome di Anfipoli ministri di Giove Olimpico: il primo di questo magistrato è Callimene. La nuova magistratura, composta da dieci membri, manterrà il proprio nome fino all'epoca augustea: tre secoli di continuità istituzionale.

Timoleonte muore nel trecentotrentasette e riceve degli onori funebri. Della sua casa privata, racconta la quarta tavola, restano memoria nel luogo detto Tremila, oltre di quella a lui donata dai Siracusani in Acradina. «Dalla detta casa veniva in lettica per condursi nel teatro a dare i suoi consigli fra gli applausi del popolo, quantunque privo della vista». Il dettaglio della cecità del vecchio liberatore, condotto in lettiga al teatro per consigliare l'assemblea, è una delle pagine più toccanti del libro: l'uomo che ha rimesso in piedi una repubblica accetta il proprio declino fisico mentre continua a parlare al popolo, e il popolo lo ascolta in silenzio.

## Nove. Agatocle e l'avventura africana (trecentodiciassette - duecentottantanove avanti Cristo)

Anno trecentodiciassette: «Agatocle, re e tiranno, nato in Terme, figlio di Carcino orciuolajo da Regio, conia le sue medaglie». L'origine umile di Agatocle, figlio di un fabbricante di vasi di terracotta, è fatto storico noto e Capodieci la registra senza enfasi. Nel Podere della madre dell'usurpatore, ricorda la sesta tavola, «vi situò la statua del figlio fatta di creta, perché nato da un orciuolajo»: ironia dell'arte sull'origine sociale.

L'episodio più audace del regno di Agatocle si data al trecentodieci avanti Cristo: «I Cartaginesi assediano per mare e per terra Siracusa. Agatocle nel tempo stesso si porta in Africa, ed attacca Cartagine». L'azzardo paga: lasciata la propria città sotto assedio, il tiranno sbarca in Tunisia e porta la guerra in casa nemica. Due anni dopo, nel trecentotto, segue la «Fine della guerra in Africa con il vantaggio dei Siracusani».

Negli anni successivi Agatocle alterna trionfi a episodi di crudeltà. Nel trecentocinque gli Egestani sono passati a fil di spada da Agatocle; nel trecentoquattro «mette a morte i popoli di Lipari». Costruisce due torri all'imboccatura del porto piccolo di pietre forestiere, edifica il palazzo dei sessanta letti in Buonriposo, dove i conviti si tenevano sdraiati anziché seduti, e venne rovinato da un fulmine. Verso l'anno milleseicentododici dell'era cristiana, dalle rovine del palazzo si scavarono molte colonne di marmo, sei delle quali son situate nel caffè civico.

Anno duecentottantanove: «Muore Agatocle avvelenato da Menone». Nello stesso anno: «Menone dopo la morte di Agatocle usurpa il trono, e come tiranno vien discacciato da Iceta secondo». Si apre un trentennio di instabilità: Iceta secondo tiene il governo per nove anni col solo titolo di pretore, poi cede a Temone e Sosistrato, che nel duecentosettantotto chiamano Pirro re di Epiro, genero di Agatocle perché marito di Lanassa. Pirro regna un anno, conia monete, parte. Seguono Finzia e Liparo, due re-tiranni di durata effimera.

## Dieci. Gerone secondo e la Siracusa-arsenale (duecentosessantanove - duecentoquindici avanti Cristo)

Anno duecentosessantanove: «Gerone secondo, figlio illegittimo di Jerocle, e la di lui madre una schiava ascende in età d'anni trentasei alla signoria di Siracusa». Inizia il secondo regno più lungo della storia siracusana antica: cinquantaquattro anni, fino alla morte nel duecentoquindici avanti Cristo all'età di novant'anni. Gerone secondo è un tiranno illuminato: pacifista verso i Romani, padrone di un'economia agricola codificata dalla Lex Hieronica sul grano, mecenate di Archimede e mecenate di scrittori.

Anno duecentosessantatre: «Gerone fa pace co' romani». Anno duecentosessantadue: «Gerone conchiude una tregua co' romani, e poi diviene loro alleato; conia un gran numero di medaglie». La scelta filoromana protegge Siracusa dai conflitti della prima guerra punica e permette al re di concentrarsi sull'amministrazione interna. Nel duecentoquarantasei «Gerone fa costruire una gran nave con l'assistenza di Archimede, e la manda poi in Egitto a Tolomeo con molte altre navi, cariche di trecentomila quarti di grano, diecimila grandi vasi di terra cotta pieni di pesce salato, ventimila quintali di carne preparata col sale, ed altra quantità di provvedimenti». È la nota Syracusia, la più grande nave dell'antichità; Archimede inventa per l'occasione «l'argano per buttare a mare la nave di Gerone».

Nel duecentoventisei Gerone dona ai Rodiani cento talenti dopo la rovina del Colosso, che era durato millettrecentosessanta anni. Nel duecentodiciotto «nella seconda guerra cartaginese Gerone fornisce le legioni del consolo Tiberio Sempronio di vettovaglie, e di abiti a sue proprie spese». Nel duecentodiciassette, dopo Trasimeno, manda ai Romani una flotta carica di trecentomila moggi di frumento, ventimila d'orzo, e una statua di trecento libre d'oro rappresentante la vittoria. L'Arsenale siracusano, ricorda la sesta tavola, «stendeasi da Sant'Antonio sino alla bocca del fiume Anapo, e in tutta la palude Lisimelia, ove fu fabbricata la gran nave di Gerone secondo, e inventato l'argano da Archimede».

Anno duecentoquindici: «Girolamo, nipote di Gerone secondo, re e tiranno di Siracusa, conia le sue monete, viene ucciso dopo anno uno, e mesi sei circa di governo». Il giovane successore, sedicenne, è sopraffatto dalle congiure di corte.

## Undici. Duecentododici avanti Cristo: la fine. Marcello, Archimede, Cicerone alla tomba

Il duecentododici avanti Cristo è la data che Capodieci scolpisce nella memoria del lettore. L'autore registra: «Marco Marcello, consolo romano, conquista Siracusa, la quale viene costituita la metropoli della provincia romano-sicula. Archimede è ucciso da un soldato romano». Tre anni di assedio, le macchine di Archimede che tengono in scacco la flotta romana, infine la conquista durante le feste di Diana «nel settimo, od ottavo giorno di agosto». La data esatta, l'autore la ripete in chiusura della settima tavola nelle Osservazioni: durante le feste della dea cacciatrice, fuori le mura, i Siracusani si concedevano una breve sospensione delle ostilità; Marcello sfruttò il momento di disattenzione.

Nell'ottava tavola l'autore aggiunge: «Anno duecentododici. Archimede celebre matematico, e filosofo compose varj libri, fu ucciso da un soldato romano nell'atto che le truppe davano il sacco alla città di Acradina». La precisione del dettaglio topografico, il sacco di Acradina, è importante: Marcello ha promesso di risparmiare la vita allo scienziato, ma il soldato non lo riconosce nell'uomo che, secondo la tradizione, traccia figure geometriche nella sabbia. La seconda tavola precisa che «porte Agragiane, Acradine, Agrantine, pei testi corrotti de' traduttori ne son nati tanti nomi, ma son le stesse che quelle di Acradina, eran situate sopra quell'eminenza, e quel lungo spazio detto la strada delle grotte, che confinavano con Napoli».

Marcello ottiene dal senato romano che i Siracusani fossero rimessi nel pieno godimento della loro libertà e nei privilegi, e trattati come alleati di Roma. La città non diventa colonia: diventa metropoli della nuova provincia romano-sicula, dove presedea un pretore col comando del politico e del militare. L'amministrazione si articola in due province, Siracusana e Lilibetana, con un questore ciascuna sotto il pretore di Siracusa.

Centotrentanove anni dopo, nel settantatré avanti Cristo, entra in scena Cicerone. L'autore registra: «Cicerone da Lilibeo si porta in Siracusa col di lui fratel cugino Lucio Tullio, ritrova il sepolcro di Archimede dopo anni centotrentanove della sua morte». L'oratore romano, allora questore in Sicilia, cerca e trova la tomba dello scienziato presso le porte di Acradina, dette Agragiane, ove eravi un gran numero di sepolcri. L'episodio è uno dei più celebri delle Tusculanae, e Capodieci lo riprende anche nella quarta tavola. Nel settanta Cicerone torna a Siracusa per processare Caio Verre pretore dopo anni tre del suo governo, e ottiene la condanna: Verre, scrive l'autore, «come ladro esiliato».

## Dodici. Dal dominio romano ai Saraceni: milleenovanta anni di traccia

Dopo Cicerone, le tavole rallentano. Nel trentasei avanti Cristo «Sesto Pompeo capita in Siracusa, fa buttare a terra dalla sua soldatesca i più magnifici, e pubblici edificj, restando illesi i soli templi spogliati però, e nudi». Il sacco dei pirati di Sesto Pompeo è la prima grande distruzione dell'epoca imperiale. Dieci anni dopo, nel ventisei avanti Cristo: «Giulio Cesare: si cambia il governo repubblicano, e comincia l'epoca degli augusti romani». Capodieci attribuisce per inesattezza tipografica la data ventisei al cesarianesimo, dove la storiografia successiva colloca il ventisette avanti Cristo e l'avvento di Augusto; quel che importa, scrive l'autore, è che «si abolisce l'antica forma del celebre magistrato degli Anfipoli o sia decemvi di Giove, istituita nell'anno trecentoquarantatre da Timoleone ed i Siracusani si governano secondo le leggi delle romane colonie».

Nel ventuno avanti Cristo «Cesare Ottaviano Augusto secondo imperadore viene in Siracusa, stabilisce una romana colonia, e ristora le mura della città». È l'ultima notizia datata della settima tavola. Dopo Augusto la cronologia si fa silenzio: Capodieci si limita a chiudere, nelle Osservazioni, con un calcolo lungo: «Siracusa fu costituita la metropoli della provincia romano-sicula, in cui presedea un pretore col comando del politico, e del militare, e tale si mantenne per anni milleenovanta, o sia sino all'ottocentosettantotto dopo Gesù Cristo, in cui cadde in mani dei Saracini, e quando era sotto il governo degl'imperadori greci di Costantinopoli».

Milleenovanta anni di amministrazione romana e poi bizantina, dal duecentododici avanti Cristo all'ottocentosettantotto dopo Cristo. Una linea continua, ricostruita per tavole, che dalla mitica Elisa pronipote di Noè arriva all'arrivo dei conquistatori arabi. Il libro si chiude con l'inventario del museo civico eretto nel milleottocentoundici, con le pitture su tavola e su tela degne di osservazione, e con i due quadri toponomastici finali, l'undicesima, la dodicesima e la tredicesima tavola, che dispongono in ordine alfabetico le città e i luoghi della Siracusa antica.

Il volume del milleottocentoventuno è il complemento naturale degli Antichi monumenti del milleottocentotredici: dove la prima opera descriveva e illustrava, questa data. Insieme formano la prima vera enciclopedia storica della Siracusa pre-saracena.

Edizione consultata: Giuseppe Maria Capodieci, Tavole delle cose più memorabili della storia di Siracusa avanti Gesù Cristo, disposte dall'antiquario regio curato Giuseppe Maria Capodieci, Messina, Giuseppe Fiumara, 1821, 99 pp.

Sinossi

Otto anni dopo aver dato alle stampe i due tomi degli Antichi monumenti di Siracusa (Pulejo, 1813), Giuseppe Maria Capodieci si trova in una situazione paradossale: i viaggiatori stranieri che si presentano a casa sua per visitare il medagliere e il piccolo museo gli chiedono un libro più maneggevole, qualcosa di portatile da tenere in valigia durante il Grand Tour. Capodieci risponde con queste Tavole: 99 pagine, tredici quadri sintetici, una cronologia continua dal 2028 avanti Cristo, anno in cui Elisa pronipote di Noè sbarca a Ortigia, all'878 dopo Cristo, quando i Saraceni espugnano la città.

Il volumetto, stampato a Messina da Giuseppe Fiumara «della nascita di Gesù Cristo, il 2597. dell'Olimpiade, o il 1. della 653. Olimpiade», è un libro-indice. Ogni tavola assolve a una funzione: censire i luoghi di Ortigia, di Acradina, di Tica, di Napoli, degli Epipoli e del territorio circostante; elencare i re e i tiranni; ricordare gli uomini illustri per sangue, per lettere, per armi; descrivere quanto si conserva nel patrio museo eretto nel 1811. La struttura più innovativa è la Tavola VII, dove la storia siracusana viene «posta con ordine cronologico»: una colonna di anni a sinistra, una di fatti a destra, dal regno di Pollio re «che introduce il vino Pollio» fino all'arrivo di Cesare Ottaviano Augusto nel 21 a.C.

Capodieci non si sottrae alla polemica. Già in apertura attacca quel «Aldino Titanio» (nome de plume di un suo detrattore) che aveva pubblicato un libello anonimo contro gli Antichi monumenti, e si lascia andare a un'invettiva con citazione di Diodoro Siculo in latino e di Clemente Alessandrino. Ma il libro è soprattutto utile, e ancora oggi serve da bussola: lette in sequenza, le sue tavole disegnano una linea del tempo della Siracusa antica che nessun altro autore aveva tentato in forma così compatta.

1. La Siracusa mitica: Ortigia, Elisa pronipote di Noè, 2028 a.C.

L'apertura della Tavola VII non lascia spazio alla cautela: «2028. Elisa, pronipote di Noè, si parte dall'Etolia, e da Ortigia, isola dell'Arcipelago, e si stabilisce con gli Etoli nell'isola, che la chiamano Ortigia, dal nome della loro patria: si governano con la dinastia paterna. Indi fu detta Siracusa dalla palude Siraca». Capodieci adotta la cronologia biblica, comune nella storiografia ecclesiastica del primo Ottocento, e fa risalire la fondazione di Ortigia a duemilaventotto anni prima di Cristo, quattro generazioni dopo il diluvio.

Gli Etoli, secondo questa ricostruzione, generano quattro popoli: «Ciclopi, Lestrigoni, Feaci, e Lotofagi». Sono nomi omerici, eppure Capodieci li tratta come dati di archivio storico, alla pari delle dinastie storiche. I Feaci, per il loro mestiere della navigazione, si fissano a Ortigia. Subentrano i Sicani, che «vivono in comune, ed hanno lo stato di repubblica»: la prima repubblica siciliana, secondo l'autore, precede di un millennio quella di Atene.

Ortigia, ricorda l'autore nella Tavola I, «era sul principio penisola e poi ridotta ad isola». Terminava nello spazio compreso fra il porto maggiore e il porto minore, là dove apriva l'ultima porta delle mura, detta di San Michele. Sull'isola si ergevano il Tempio di Diana nella Resalibera, il Tempio di Minerva (oggi cattedrale, di architettura dorica, con tre colonne ancora visibili presso la porta), il Tempio di Giunone all'estremità del castello Maniaci, nel luogo chiamato la vignazza, «in cui osservasi la statua ignuda del re Gelone con una iscrizione». La fonte Aretusa, decantata da tutta l'antichità, stendeva il proprio specchio in quello spazio dove l'autore vede le botteghe di concia dei cuoi e il muro reticolare «in molta stima presso i greci, e i romani»; le acque, prima dolci, divennero «semidolci» dopo un terremoto.

Il mito di Alfeo e Aretusa apre la Tavola I in chiave eziologica: «Alfeo la favola lo chiama cacciator d'Elide, il quale avendo inseguito lungamente Aretusa, ninfa, seguace di Diana, fu cambiato da questa in fiume, e Aretusa in fonte». Le due acque, l'una dell'Elide del Peloponneso, l'altra di Ortigia, si congiungono nel porto maggiore. Capodieci registra anche il fenomeno della «Zillica», occhio d'acqua dolce che sorge in mezzo al mare poco distante dal bastione della fontana: lo distingue dal «vero» Alfeo, contro la tradizione popolare che li confondeva.

2. Sicani, Siculi e la divisione del 1370 a.C.

L'anno 1370 a.C. segna lo spartiacque etnico. «Siculi cacciano i Sicani, si eleggono la dinastia regia, e danno il nome alla Sicilia: alcuni sono principi di una sola città». Capodieci fissa qui la prima divisione dell'isola: «Sicilia si divide in due porzioni; una vien chiamata Sicania, e l'altra Sicula, questa appartiene a Siracusa». La frontiera fra le due Sicilie attraversa il centro dell'isola; la fascia orientale resta sotto l'orbita siracusana, quella occidentale ai Sicani. La distinzione si manterrà fino alle guerre puniche.

La Tavola XI, dedicata a «quanto conteneasi nella regione di Siracusa» a quell'altezza cronologica, fornisce una mappa toponomastica di prima generazione. Il fiume Aci, detto anche Simeto «dalla ninfa Simetide» e «volgarmente la Giarretta», deve il proprio nome al pastore Aci oppresso dal Ciclope Polifemo sotto una rupe staccata dall'Etna. Agatirno trae il nome da uno dei figli di Eolo, re d'una parte della Sicilia. Compaiono le città mitiche, gli scogli dei Ciclopi davanti a Trezza (i Faraglioni), il lago Pergusa dove Plutone rapì Proserpina, il tempio di Venere Ericina sul monte oggi detto San Giuliano, fondato dal figlio Erice o, secondo altre tradizioni, da Enea. Le isole Eolie portano il nome di Eolo, signore di una parte della Sicilia; il lago dei Palici presso Paligonia, oggi Nefta, deriva dagli dèi Palici, due gemelli partoriti dalla terra perché Giove li aveva nascosti per timore di Giunone gelosa.

«Pollio re, introduce il vino Pollio, ch'è lo stesso del Biblino; abbiamo di lui le medaglie», scrive Capodieci nella Tavola VII. È l'unico sovrano siculo nominato per esteso prima dell'arrivo dei Greci: la sua esistenza è documentata, dice l'autore, dalle monete conservate nel proprio medagliere. Nel 776 a.C., dato esterno all'isola ma decisivo per ogni cronologia mediterranea, «principiano i giuochi olimpici, i quali regolano la storia greca». Da qui in avanti Capodieci dispone gli anni secondo la doppia datazione: avanti Gesù Cristo da una parte, riferimento olimpico dall'altra. La cronologia sicula precede di sei secoli quella ellenica.

3. 758 a.C. — Archia di Corinto fonda Siracusa

«758. Archia, eroe di Corinto, caccia i Siculi, istituisce un governo misto tra ottimati e popolari, accresce di abitanti Siracusa, fabbrica la città di Acradina, ed alza il teatro». In tre righe Capodieci concentra la fondazione greca: cacciata dei nativi, costituzione mista (gli aristocratici condividono il potere col popolo), espansione urbana oltre Ortigia, costruzione di Acradina, edificazione del teatro «forse nei tempi di Archia Corinto», come ribadisce nella Tavola IV descrivendo il monumento «sui Mulini di Galermi». La cronologia di Capodieci, fissata al 758 a.C., precede di qualche anno la data canonica di Tucidide (734 a.C.); l'autore preferisce qui la tradizione locale e quella eusebiana.

Sotto Archia e i suoi successori, Siracusa si fa centro coloniale a propria volta. «713. Enna edificata dai Siracusani (oggi Castrogiovanni). Acri fondata dai Siracusani (oggi Palazzolo). I discendenti dei figli di Eolo, principe siculo, sono detronizzati da una colonia di Dorici». Nel 664 nasce Casmena (identificata con Scicli o Calvisiana); nel 599 Camerina presso Santa Croce, che nel 499 i Siracusani stessi distruggeranno per ribellione coloniale. È un movimento di colonizzazione interna: la metropoli dorica replica se stessa nelle terre dell'entroterra, occupa snodi strategici, esporta istituzioni e dinastia paterna.

Acradina, leggiamo nella Tavola II, «fabbricata dopo Ortigia nel secolo VIII, prima di Gesù Cristo da Archia Corinto», occupa il pianoro che da levante e tramontana si affaccia sul mare, da mezzogiorno sul porto piccolo, da ponente confina con Tica e Napoli. Si estende per tre miglia, dalla piaggia del porto piccolo fino a Scala greca. Sotto i successori di Archia il «governo misto cambiato viene in perfetta aristocrazia»: la fase democratica voluta dal fondatore non sopravvive alla sua morte. Il teatro che oggi vediamo sui Mulini di Galermi, ricostruito nei suoi caratteri attuali da Gerone II, conserverebbe dunque una matrice di età arcaica: ai tempi di Archia, ipotizza Capodieci, era già scavato nella roccia, sia pure in forme rudimentali. Quattro greche iscrizioni, incise nell'unica precinzione, ricordano Filistide, Nereide, Giove Olimpico ed Ercole Benefico.

4. Il secolo dei Dinomenidi: Gelone, Imera 480, Gerone I e Pindaro

Nel 485 a.C. «Gelone, re benemerito, da Gela passa in Siracusa, sposa Demarata, figlia di Terone, tiranno di Girgenti; coniò le sue medaglie». Inizia la dinastia dei Dinomenidi, cinque tiranni che fanno di Siracusa la più potente città del Mediterraneo occidentale. Gelone, nello stesso anno, «s'impadronisce di Megara, e trasporta gli abitanti in Siracusa»; tre anni dopo distrugge per la seconda volta Camerina; nel 480 «destrude Megara». La politica del «trasporto degli abitanti» è uno strumento sistematico: la metropoli aspira al monopolio demografico, e svuota gli insediamenti vicini.

Il 480 a.C. è l'anno della grande prova. Gelone «con 50 mila fanti, e cinque mila cavalli marcia in difesa degl'imeresi, e riporta una segnalata vittoria contra Amilcare, generale dei Cartaginesi». Capodieci la chiama «la memorabile vittoria» di Imera: nello stesso giorno, racconta la tradizione, in cui i Greci d'Europa vincono Serse a Salamina. Gelone obbliga i Cartaginesi sconfitti a costruire due templi in Siracusa, e con le spoglie nemiche abbellisce altri edifici sacri. Le «liste dei cittadini siracusani, fitti alle armi», non erano conservate nel tempio di Giove Olimpico, precisa la Tavola VI, ma in quello della dea Cerere: distinzione utile a comprendere la geografia sacra della città in armi.

Gelone muore nel 478. Gli succede il fratello Gerone I, che «caccia gli abitanti da Catania, vi stabilisce una colonia, e la chiama Etna». Nel 476 invia in Elide i propri carri di bronzo e «vien pubblicato tra i vincitori dei giuochi olimpici». È il regno celebrato da Pindaro nelle Olimpiche e da Bacchilide negli Epinici. Gerone I dà soccorso ai Tirreni, mantiene l'orto Mitone «sotto le mura di Napoli, il quale, al dir di Ateneo, vasto, e di fabbriche era ammirabile», e muore nel 466. Lascia il figlio Dinomene padrone di Catania. Il terzo fratello, Trasibolo, regna dieci anni di dispotismo prima di essere «sbalzato dal trono»; non conia monete, segno secondo Capodieci della sua inferiorità rispetto ai predecessori. Nel 465 il governo democratico riprende il sopravvento e «si alza una statua colossale a Giove liberatore per la libertà ottenuta». Inizia un trentennio di vita repubblicana, tre generazioni di assemblee popolari prima dell'avvento di Dionisio.

5. Petalismo, Ducezio, e la guerra del Peloponneso (454-413 a.C.)

Nel 454 a.C. i Siracusani adottano la «Legge del Petalismo a somiglianza dell'Ostracismo ateniese»: l'esilio temporaneo del cittadino sospetto di aspirare al potere, deciso non con cocci di vasi (come ad Atene) ma con foglie d'ulivo. Nello stesso anno «si fabbrica Napoli quarta città di Siracusa», e Tindaride «tenta di salire al trono, e vien privato di vita». Napoli, ricorda la Tavola IV, fu così denominata «perché l'ultima ad essere edificata»: si stende da tramontana verso Tica, da levante verso Acradina, e include l'anfiteatro e il grande teatro che gli Ateniesi vedranno durante l'assedio.

Tre anni dopo la fondazione di Napoli, nel 451, «Ducezio, principe dei Siculi, viene vinto dai Siracusani». Ducezio, l'ultimo capo siculo che tenta di unificare il proprio popolo contro la pressione coloniale greca, si rifugia nell'Altare della Concordia all'uscita di Ortigia (la Tavola II precisa l'anno 450) e ottiene salva la vita: il Senato siracusano lo manda esiliato a Corinto. Nel 446 gli Agrigentini sono sconfitti a loro volta. Nel 413 Lentini è costituita municipio siracusano.

Lo stesso 413 segna l'evento più celebre. «Siracusani riportano una segnalata vittoria contro gli Ateniesi». È la fine dell'avventura attica iniziata col disastro della spedizione di Nicia, con la flotta intrappolata nel porto maggiore. Nell'anno seguente, il 411, «Siracusani spediscono in Asia de' soccorsi ai Lacedemoni»: hanno appena trionfato sulla più grande potenza del Mediterraneo greco e si permettono di intervenire contro di essa anche oltremare. Sempre nel 411 Diocle, «eloquente cittadino, e rinomato legislatore», promulga le leggi che porteranno il suo nome e «si governarono altre città». Una delle sue norme «sotto pena della vita» vieta di entrare armati in piazza o in consiglio; un giorno Diocle stesso, accorso a un tumulto con la spada al fianco e accortosi di aver violato la propria legge, «con la stessa sua spada si uccise; onde gli venne alzato un tempio, come a un Dio».

6. Dionisio il Vecchio (405-367 a.C.): tiranno e architetto delle mura

«405. Dionisio maggiore re, e tiranno conia le sue medaglie». Inizia il regno più lungo e più segnante della storia siracusana antica. Dionisio I, figlio del modesto Ermocrate, ex notaio, poeta, letterato, medico, musico, occupa il trono per trentotto anni e trasforma la città in una macchina militare.

«404. Grotta, detta l'orecchio di Dionisio, fatta da lui cavare per carcere». La latomia del Paradiso si scava negli anni del suo governo, conclude Capodieci nella Tavola IV: «Fu lavorata negli anni 38, in cui governò Dionisio maggiore, o sia dal 405 sino al 367 prima di Gesù Cristo, e non mai nel tempo di Archimede, come crede il volgo, perché allora non era nato».

«402. Muraglie degli Epipoli, le fa Dionisio alzare in 30 giorni». La Tavola V precisa: trenta stadi di mura, sessantamila lavoratori, seimila paia di buoi, vent'anni più giovane è la stima accidentale. Sui muri restano i merli buttati a terra dalle macchine d'assedio successive. Dionisio fa anche edificare Adrano (oggi Adernò), nel 399 «mette in ordine 140 mila fornimenti da guerra, 300 galee, e altre 150 antiche», edifica Lissa nell'Adriatico, devasta Locri. Nel 396 i Cartaginesi sono vinti per la seconda volta; per fuggire la sua tirannide alcuni Siracusani fondano Ancona. Nel 387 invia in Grecia carri, padiglioni e «una comitiva di eccellenti declamatori» per disputare i giochi: dimostrazione di potenza culturale oltre che bellica.

Sotto Dionisio prendono forma anche le grandi opere idrauliche: gli acquedotti incavati nella viva pietra, opera «de' Geloni, dei Dionisii, e de' Geroni»; la torre detta di Dionisio al centro della latomia del Paradiso; il palazzo all'ingresso di Ortigia che Timoleonte farà più tardi gettare a terra; il primo palazzo accanto al porto piccolo, oggi noto come Pentopilo «edificio con cinque porte». Dionisio muore nel 367 e gli succede «Dionisio secondo, figlio di Doride la Locrese».

7. Platone a Siracusa: le tre visite (388, 367, 361 a.C.)

Tre date scandiscono il rapporto fra Platone e la corte di Siracusa. «383. Platone viene la prima volta in Siracusa, perché chiamato da Dionisio: indi se ne ritorna». Nella Tavola VII Capodieci colloca il primo viaggio al 383 a.C.; la cronologia comunemente accettata oggi lo anticipa al 388, ma il dato è coerente col quadro narrativo dell'autore. Dionisio, racconta la tradizione antica, prima accoglie il filosofo ad Atene poi lo vende come schiavo per il suo eccesso di franchezza.

Il secondo viaggio segue immediatamente la morte di Dionisio padre. «367. Muore Dionisio padre, e succede al trono Dionisio secondo, figlio di Doride la Locrese, prima moglie di Dionisio. Platone si porta la seconda volta in Siracusa, perché chiamato da Dione, e poi ritorna in Atene». Dione, il cognato del nuovo tiranno e discepolo di Platone, cerca di trasformare la corte siracusana in un laboratorio della filosofia politica. La Tavola VIII descrive Archedemo, «storico, e filosofo pitagorico: quando Platone venne in Siracusa, fu da lui incontrato con una galea, mandata da Dionisio secondo, e dimorò qualche tempo in sua casa». Lo stesso Dione, registra Capodieci nella Tavola VIII, era «discepolo di Platone fu filosofo pitagorico, poeta tragico, e gran generale».

Sei anni dopo Platone tenta un'ultima volta. «361. Platone si porta la terza volta in Siracusa, cerca a richiesta dei Siracusani di realizzare il politico sistema; poscia riceve dei dispiaceri da Dionisio, e si restituisce in Atene». La frase «cerca a richiesta dei Siracusani di realizzare il politico sistema» riassume in dieci parole l'ambizione platonica del filosofo-re. Il fallimento è cocente: Dionisio II non si fa governare, Platone torna ad Atene. Sei anni più tardi, nel 355, Callippo «tiranno tenta di farsi signore di Siracusa, onde uccide Dione, non ostante il giuramento fatto nel tempio di Cerere di non offenderlo. Dopo mesi 10 di governo, viene ucciso». La scuola platonica, in pochi anni, perde i propri protagonisti siciliani. Cicerone, nelle Tusculanae, dirà di Dione: «padre della patria», e Capodieci riprende la formula registrando come venne «compianto come padre della patria». Sotto le tre visite di Platone Siracusa fu probabilmente la città più vicina al sogno platonico della filosofia al potere; pochi anni di filosofia tradita restano la lezione duratura dell'esperimento.

8. Timoleonte e la nuova fondazione (345-337 a.C.)

«345. Timoleone, estirpatore della tirannide, viene in Siracusa, ed istituisce la democrazia, che durò anni 20». L'epiteto di Capodieci, «estirpatore della tirannide», è esatto: il corinzio Timoleonte, chiamato dai Siracusani in soccorso contro Dionisio II tornato dall'esilio e contro i tiranni locali Iceta I e Mamerco, in pochi anni rovescia tutti.

Nel 344 «Dionisio, ed Iceta vengon discacciati da Timoleone, il quale fa buttare a terra il palazzo, e le statue de' tiranni tolta quella di Gelone». Risparmiata la sola effigie del re vittorioso a Imera: criterio politico esplicito, che salva la dinastia dei Dinomenidi dall'iconoclasma anti-tirannica. Il palazzo di Dionisio I sull'istmo viene «fatto buttare a terra da Timoleonte; indi riedificato da Gerone II». Lo spazio liberato diventa piazza, «oggi detta montedoro, e i quattro canali». Lo stesso anno «Dionisio minore, dopo anni 10, ritorna in Siracusa» e si rifugia in Ortigia: due tirannicidi pendenti, e Timoleonte li liquida entrambi.

«Cefalo riforma le leggi di Diocle, e lascia senza cambiarle quelle, che riguardano i contratti, e l'eredità». La revisione legislativa procede in continuità col legislatore del 411 a.C., un secolo prima: si correggono le norme penali e amministrative, ma la materia civilistica resta inalterata. Anche «Mamerco, tiranno di Catania, si porta in Siracusa, e disperato si arrende a Timoleone; poscia perde la vita nel teatro». Nel 343 Timoleonte «istituisce gli Arconti sotto nome di Anfipoli ministri di Giove Olimpico: il primo di questo magistrato, è Callimene». La nuova magistratura, composta da dieci membri, manterrà il proprio nome fino all'epoca augustea: tre secoli di continuità istituzionale.

Timoleonte muore nel 337 e «riceve degli onori funebri». Della sua casa privata, racconta la Tavola IV, restano memoria nel luogo detto Tremila, «oltre di quella a lui donata dai Siracusani in Acradina. Dalla detta casa veniva in lettica per condursi nel teatro a dare i suoi consigli fra gli applausi del popolo, quantunque privo della vista». Il dettaglio della cecità del vecchio liberatore, condotto in lettiga al teatro per consigliare l'assemblea, è una delle pagine più toccanti del libro: l'uomo che ha rimesso in piedi una repubblica accetta il proprio declino fisico mentre continua a parlare al popolo, e il popolo lo ascolta in silenzio.

9. Agatocci e l'avventura africana (317-289 a.C.)

«317. Agatocle, re e tiranno, nato in Terme, figlio di Carcino orciuolajo da Regio, conia le sue medaglie». L'origine umile di Agatocle, figlio di un fabbricante di vasi di terracotta, è fatto storico noto e Capodieci la registra senza enfasi. Nel Podere della madre dell'usurpatore, ricorda la Tavola VI, «vi situò la statua del figlio fatta di creta, perché nato da un orciuolajo»: ironia dell'arte sull'origine sociale.

L'episodio più audace del regno di Agatocle si data al 310 a.C. «I Cartaginesi assediano per mare e per terra Siracusa. Agatocle nel tempo stesso si porta in Africa, ed attacca Cartagine». L'azzardo paga: lasciata la propria città sotto assedio, il tiranno sbarca in Tunisia e porta la guerra in casa nemica. Due anni dopo, nel 308, segue la «Fine della guerra in Africa con il vantaggio dei Siracusani».

Negli anni successivi Agatocle alterna trionfi a episodi di crudeltà. Nel 305 «Egestani sono passati a fil di spada da Agatocle»; nel 304 «mette a morte i popoli di Lipari». Costruisce due torri all'imboccatura del porto piccolo «di pietre forestiere», edifica il palazzo dei sessanta letti in Buonriposo, dove i conviti si tenevano sdraiati anziché seduti, e «venne rovinato da un fulmine». Verso l'anno 1612 dell'era cristiana, dalle rovine del palazzo si scavarono molte colonne di marmo «sei delle quali son situate nel caffè civico».

«289. Muore Agatocle avvelenato da Menone». Nello stesso anno «Menone dopo la morte di Agatocle usurpa il trono, e come tiranno vien discacciato da Iceta II». Si apre un trentennio di instabilità: Iceta II tiene il governo per nove anni col solo titolo di pretore, poi cede a Temone e Sosistrato, che nel 278 chiamano Pirro re di Epiro, genero di Agatocle perché marito di Lanassa. Pirro regna un anno, conia monete, parte. Seguono Finzia e Liparo, due re-tiranni di durata effimera.

10. Gerone II e la Siracusa-arsenale (269-215 a.C.)

«269. Gerone II, figlio illegittimo di Jerocle, e la di lui madre una schiava ascende in età d'anni 36 alla signoria di Siracusa». Inizia il secondo regno più lungo della storia siracusana: cinquantaquattro anni, fino alla morte nel 215 a.C. all'età di novant'anni. Gerone II è un tiranno illuminato: pacifista verso i Romani, padrone di un'economia agricola codificata dalla Lex Hieronica sul grano, mecenate di Archimede e mecenate di scrittori.

«263. Gerone fa pace co' romani. 262. Gerone conchiude una tregua co' romani, e poi diviene loro alleato; conia un gran numero di medaglie». La scelta filoromana protegge Siracusa dai conflitti della prima guerra punica e permette al re di concentrarsi sull'amministrazione interna. Nel 246 «Gerone fa costruire una gran nave con l'assistenza di Archimede, e la manda poi in Egitto a Tolomeo con molte altre navi, cariche di 300 mila quarti di grano, 10 mila grandi vasi di terra cotta pieni di pesce salato, 20 mila quintali di carne preparata col sale, ed altra quantità di provvedimenti». È la nota Syracusia, la più grande nave dell'antichità; Archimede inventa per l'occasione «l'argano per buttare a mare la nave di Gerone».

Nel 226 Gerone dona ai Rodiani cento talenti dopo la rovina del Colosso, che era durato 1360 anni. Nel 218 «nella seconda guerra cartaginese Gerone fornisce le legioni del consolo Tiberio Sempronio di vettovaglie, e di abiti a sue proprie spese». Nel 217, dopo Trasimeno, manda ai Romani una flotta carica di trecentomila moggi di frumento, ventimila d'orzo, «ed una statua di 300 libre d'oro rappresentante la vittoria». L'Arsenale siracusano, ricorda la Tavola VI, «stendeasi da S. Antonio sino alla bocca del fiume Anapo, e in tutta la palude Lisimelia, ove fu fabbricata la gran nave di Gerone II, e inventato l'argano da Archimede».

«215. Girolamo, nipote di Gerone II, re e tiranno di Siracusa, conia le sue monete, viene ucciso dopo anno uno, e mesi sei circa di governo». Il giovane successore, sedicenne, è sopraffatto dalle congiure di corte.

11. 212 a.C.: la fine. Marcello, Archimede, Cicerone alla tomba

Il 212 a.C. è la data che Capodieci scolpisce nella memoria del lettore. «212. Marco Marcello, consolo romano, conquista Siracusa, la quale viene costituita la metropoli della provincia romano-sicula. Archimede è ucciso da un soldato romano». Tre anni di assedio, le macchine di Archimede che tengono in scacco la flotta romana, infine la conquista durante le feste di Diana «nel settimo, od ottavo giorno di agosto». La data esatta, l'autore la ripete in chiusura della Tavola VII nelle Osservazioni: durante le feste della dea cacciatrice, fuori le mura, i Siracusani si concedevano una breve sospensione delle ostilità; Marcello sfruttò il momento di disattenzione.

Nella Tavola VIII l'autore aggiunge: «212. Archimede celebre matematico, e filosofo compose varj libri, fu ucciso da un soldato romano nell'atto che le truppe davano il sacco alla città di Acradina». La precisione del dettaglio topografico (il sacco di Acradina) è importante: Marcello ha promesso di risparmiare la vita allo scienziato, ma il soldato non lo riconosce nell'uomo che, secondo la tradizione, traccia figure geometriche nella sabbia. La Tavola II precisa che «porte Agragiane, Acradine, Agrantine, pei testi corrotti de' traduttori ne son nati tanti nomi, ma son le stesse che quelle di Acradina, eran situate sopra quell'eminenza, e quel lungo spazio detto la strada delle grotte, che confinavano con Napoli».

Marcello «ottiene dal senato romano, che i Siracusani fossero rimessi nel pieno godimento della loro libertà, e nei privilegi, e trattati come alleati di roma». La città non diventa colonia: diventa metropoli della nuova provincia romano-sicula, dove «presedea un pretore col comando del politico, e del militare». L'amministrazione si articola in due province, Siracusana e Lilibetana, con un questore ciascuna sotto il pretore di Siracusa.

Centotrentanove anni dopo, nel 73 a.C., entra in scena Cicerone. «Cicerone da Lilibeo si porta in Siracusa col di lui fratel cugino Lucio Tullio, ritrova il sepolcro di Archimede dopo anni 139 della sua morte». L'oratore romano, allora questore in Sicilia, cerca e trova la tomba dello scienziato presso le porte di Acradina, dette Agragiane, «ove eravi un gran numero di sepolcri». L'episodio è uno dei più celebri delle Tusculanae, e Capodieci lo riprende anche nella Tavola IV. Nel 70 Cicerone torna a Siracusa per processare «C. Verre pretore dopo anni tre del suo governo», e ottiene la condanna: Verre «come ladro esiliato».

12. Dal dominio romano ai Saraceni: 1090 anni di traccia

Dopo Cicerone, le tavole rallentano. Nel 36 «Sesto Pompeo capita in Siracusa, fa buttare a terra dalla sua soldatesca i più magnifici, e pubblici edificj, restando illesi i soli templi spogliati però, e nudi». Il sacco dei pirati di Sesto Pompeo è la prima grande distruzione dell'epoca imperiale. Dieci anni dopo, nel 26 a.C., «Giulio Cesare: si cambia il governo repubblicano, e comincia l'epoca degli augusti romani». Capodieci attribuisce per inesattezza tipografica la data 26 al cesarianesimo, dove la storiografia successiva colloca il 27 a.C. e l'avvento di Augusto; quel che importa, scrive l'autore, è che «si abolisce l'antica forma del celebre magistrato degli Anfipoli o sia decemvi di Giove, istituita nell'anno 343 da Timoleone ed i Siracusani si governano secondo le leggi delle romane colonie».

Nel 21 a.C. «Cesare Ottaviano Augusto secondo imperadore viene in Siracusa, stabilisce una romana colonia, e ristora le mura della città». È l'ultima notizia datata della Tavola VII. Dopo Augusto la cronologia si fa silenzio: Capodieci si limita a chiudere, nelle Osservazioni, con un calcolo lungo: «Siracusa fu costituita la metropoli della provincia romano-sicula, in cui presedea un pretore col comando del politico, e del militare, e tale si mantenne per anni 1090, o sia sino all'878 dopo Gesù Cristo, in cui cadde in mani dei Saracini, e quando era sotto il governo degl'imperadori greci di Costantinopoli».

Millenovanta anni di amministrazione romana e poi bizantina, dal 212 a.C. all'878 d.C. Una linea continua, ricostruita per tavole, che dalla mitica Elisa pronipote di Noè arriva all'arrivo dei conquistatori arabi. Il libro si chiude con l'inventario del museo civico eretto nel 1811, con le pitture su tavola e su tela degne di osservazione, e con i due quadri toponomastici finali (Tavole XI, XII, XIII) che dispongono in ordine alfabetico le città e i luoghi della Siracusa antica.

Il volume del 1821 è il complemento naturale degli Antichi monumenti del 1813: dove la prima opera descriveva e illustrava, questa data. Insieme formano la prima vera enciclopedia storica della Siracusa pre-saracena.

Audio-riassunto curato da Alessandro Calabrò il 17 maggio 2026.

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L'edizione di Messina, Giuseppe Fiumara, 1821

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Il testo originale di Tavole memorabili della storia di Siracusa avanti Cristo di Giuseppe Maria Capodieci è di pubblico dominio.

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