Tucidide, Delle guerre del Peloponneso, libri VI-VII (trad. Manzi, 1832)
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Aretusapedia Libri. Tucidide, Delle guerre del Peloponneso, libri sesto e settimo, traduzione di Pietro Manzi, Milano, Molina, milleottocentotrentadue. Quindici minuti di ascolto. Buon ascolto.
Sinossi. Atene, primavera quattrocentoquindici avanti Cristo. L'assemblea vota la spedizione di Sicilia con centotrentaquattro triremi e cinquemilacento opliti. Diciotto mesi dopo, all'Assinaro presso Noto, l'acqua si fa rossa di sangue e di limo. Settemila ateniesi sono ammassati nelle Latomie di Siracusa a morire di sole e di sete. Nicia e Demostene sono sgozzati di nascosto. Tucidide chiude il libro settimo con la sentenza che non si dimentica più: «la più gloriosa pe' vincitori e la più funesta pe' vinti». La traduzione neoclassica di Pietro Manzi del milleottocentotrentadue è la versione italiana di pubblico dominio attraverso cui leggere oggi l'epopea siracusana dell'antico storico ateniese.
Cominciamo dal momento in cui Atene decide di prendere la Sicilia. Inverno del quattrocentosedici avanti Cristo. Da Egesta, in Sicilia occidentale, arrivano ambasciatori che cercano l'aiuto di Atene contro Selinunte e contro Siracusa, e portano denaro come pegno. L'assemblea ateniese elegge tre strateghi con pieni poteri: Alcibiade, Nicia, Lamaco. Cinque giorni dopo si convoca una nuova assemblea per discutere il costo dell'impresa. Si oppongono due discorsi, e Tucidide li conserva entrambi.
Nicia, il vecchio prudente, è contrario. Nella traduzione Manzi dice che «questa guerra di Sicilia, lasciando indietro a voi molti nemici, sarà seme che farà pullularne dei nuovi». E biasima la fretta dei concittadini: «noi ci affretteremo di soccorrer gli Egestei, perchè asseriscono essere stati ingiuriati; mentre noi che il fummo egualmente, noi tardiamo a vendicarci dei nostri proprii oltraggiatori?». Alcibiade replica con orgoglio aristocratico. Si è già coperto di gloria a Olimpia con sette carri, «splendidezza non mai più veduta», ritraendone «i primi, i secondi ed i quarti premj». E invita l'assemblea a «guerreggiate pur la Sicilia, ridendovi di quella sua decantata possanza». Nicia tenta un ultimo argine: chiede un esercito enorme, sperando di scoraggiare l'assemblea. L'effetto è opposto. Il popolo vota la spedizione con entusiasmo.
L'apertura del libro sesto è marmorea: «In questo medesimo verno gli Ateniesi navigarono in Sicilia con maggiore apparecchio di quello ch'era ivi andato con Lachete ed Eurimedonte, determinati, se fosse loro possibile, di soggiogarla». La frase fissa il tono dell'intera tragedia.
Inquadriamo l'autore. Tucidide di Oloro nasce ad Atene attorno al quattrocentosessanta avanti Cristo, in una famiglia aristocratica imparentata con Milziade e Cimone. Possiede miniere d'oro in Tracia, e questo gli garantisce rendita e libertà di studio. Eletto stratego nel quattrocentoventiquattro, viene inviato a difendere Anfipoli. Fallisce. Viene esiliato da Atene per venti anni. Trascorre l'esilio raccogliendo testimonianze dai due fronti del conflitto. Restituisce ai suoi concittadini un'opera in otto libri sulla guerra del Peloponneso, interrotta bruscamente nell'inverno del quattrocentoundici. Muore probabilmente tra il quattrocentoquattro e il trecentonovantacinque avanti Cristo.
La sua storia è la prima a impostarsi come scienza politica. Niente miti, niente intervento degli dèi nelle cause, esposizione cronologica per estati e inverni, attenzione alle motivazioni psicologiche dei popoli e dei capi. I libri sesto e settimo, dedicati alla spedizione di Sicilia, sono considerati il vertice della prosa storica greca. Sono la prima grande narrazione europea di Siracusa come spazio militare totale: porto, mura, latomie, fortificazioni, fiumi, paludi.
Veniamo al traduttore italiano. Pietro Manzi, Civitavecchia millesettecentottantacinque, Roma milleottocentoquarantasei, cavaliere, ufficiale del genio pontificio e archeologo, fu il primo a dare all'Italia una versione integrale di Tucidide. La sua impresa, condotta in tre lustri di lavoro sul greco delle edizioni Bekker e Duker, uscì in due tomi nel milleottocentotrenta. La ristampa del milleottocentotrentadue a Milano coi tipi di Paolo Andrea Molina è quella oggi più diffusa. Si presenta come Tomo Secondo ed ultimo, contenente i libri quinto, sesto, settimo e ottavo, in piccolo formato in ottavo, con due belle incisioni dei busti di Nicia e di Alcibiade. L'italiano di Manzi è la prosa neoclassica romana: periodare ampio, infinitive latineggianti, lessico erudito. La sua opera è entrata in pubblico dominio in Italia il primo gennaio millenovecentodiciassette, settant'anni dopo la morte del traduttore. Per Aretusapedia, Manzi rimane l'unica edizione italiana ottocentesca utilizzabile per citare Tucidide.
Torniamo alla narrazione. A flotta pronta, una notte del maggio quattrocentoquindici avanti Cristo, le erme di pietra a forma quadrata che gli ateniesi tenevano davanti agli ingressi di case e templi vengono mutilate in tutta la città. Si grida al sacrilegio e al complotto antidemocratico. Alcibiade è sospettato anche di aver mimato i Misteri Eleusini in casa di privati. Chiede di essere giudicato subito, ma i suoi nemici politici ottengono il rinvio per averlo lontano da Atene quando salperà.
La flotta lascia il Pireo a metà estate. Tucidide indugia sullo spettacolo: centotrentaquattro triremi, cinquemilacento opliti, milletrecento arcieri, settecento frombolieri di Rodi, trenta navi da carico per cavalli, libagioni d'oro e d'argento sul molo, peana corale, folla immensa. Commenta che «nessuna delle greche città aveva mai messe insieme tante schiere di Greci, quante se ne videro in quel giorno partir da una sola con vista veramente superba e magnificentissima». La prosa è già dolente, perché scrive quando sa come va a finire.
Le tappe italiche sono dure. Taranto chiude le porte, Locri pure. Reggio fa mercato fuori le mura ma non accoglie. Nel consiglio dei tre comandanti, ognuno propone una strategia diversa: Nicia una dimostrazione di forza e poi il rientro, Alcibiade la diplomazia siciliana per sollevare Siculi e Greci scontenti, Lamaco l'assalto fulmineo a Siracusa stessa. Prevale il piano misto di Alcibiade. La spedizione si trasferisce a Catania.
Mentre l'esercito è a Catania, arriva la Salaminia, la nave da messaggio della repubblica ateniese, a richiamare Alcibiade a processo per la mutilazione delle erme e la profanazione dei Misteri. «Alcibiade adunque e gli altri accusati salirono sopra la sua nave, e sciolsero da Sicilia con la salaminia per andare in Atene; ma giunti in Turio si ristettero; e scesi dalla nave sparirono», riassume Manzi. Lo condanneranno in contumacia, gli confischeranno i beni. Alcibiade andrà a Sparta e suggerirà ai Lacedemoni due mosse decisive: mandare un comandante a salvare Siracusa, e occupare stabilmente Decelea in Attica per logorare Atene da vicino.
Estate quattrocentoquindici, prima campagna. Gli ateniesi sbarcano presso il fiume Anapo, a sud di Siracusa, e si accampano tra il mare e il tempio di Giove Olimpio. Battaglia frontale: gli ateniesi vincono ma la cavalleria siracusana impedisce l'inseguimento. Tornano a Catania per svernare.
I siracusani si riorganizzano. Convocano l'assemblea e parla Ermocrate figlio di Ermone, figura cardine: «uomo, come per ogni altra cosa, così non inferiore ad alcuno in prudenza, valoroso in guerra, ove si era sempre egregiamente condotto, e di gran grido per la sua gagliardia». Propone di ridurre il numero degli strateghi a tre, e di mandare ambascerie al Peloponneso e a Camarina. A Camarina si scontrano due lunghi discorsi. Ermocrate denuncia la maschera ateniese: gli ateniesi non vengono per riportare in patria i Leontini sfollati, ma per fare di Camarina e delle altre città siciliane la propria preda. Eufemo ateniese ammette il dominio ma lo dice necessario alla salvezza di Atene contro Sparta. Camarina sceglie neutralità formale.
Primavera quattrocentoquattordici. Gli ateniesi compiono il colpo grosso. Assalto a sorpresa alle Epipoli, il pianoro triangolare a nord di Siracusa che domina la città. Sbarcano al Leon, salgono per l'Eurialo prima che i siracusani se ne accorgano. Uccidono trecento dei settecento siracusani di guardia e mettono in fuga gli altri. Costruiscono il fortino di Labdalo sull'orlo nord delle Epipoli, e cominciano la grande controvallazione, il «circolo» di Tucidide, per chiudere Siracusa tra Trogilo e il Porto Grande. È la mossa che, se fosse riuscita, avrebbe vinto la guerra in una stagione.
Battaglie a colpi di contromura. I siracusani costruiscono prima un palizzato lungo il piano dell'Anapo, poi un secondo muro più alto. Gli ateniesi lo abbattono. Nel cuore di queste schermaglie cade Lamaco, il terzo stratego. Resta Nicia, malato di nefrite, unico comandante. E Nicia di natura non attacca. In quegli stessi giorni Sparta, mossa dai consigli di Alcibiade, manda Gilippo figlio di Cleandrida con due sole navi corinzie a salvare Siracusa. Gilippo sbarca a Imera, marcia attraverso la Sicilia raccogliendo Siculi e mercenari, e arriva all'Eurialo dalle Epipoli prima che gli ateniesi abbiano completato il circolo. È la svolta della guerra. Da quel momento Siracusa attacca, Atene si difende.
Inverno quattrocentoquattordici, quattrocentotredici. Nicia scrive alla repubblica ateniese una lettera che il cancelliere legge ad alta voce nell'assemblea. Chiede o il richiamo della spedizione o l'invio di un secondo esercito altrettanto grande, e prega di essere sollevato dal comando per la sua malattia. Atene decide la seconda via: nomina Demostene ed Eurimedonte, vara settantatré navi e quindicimila uomini. Intanto i Lacedemoni fortificano stabilmente Decelea in Attica. Gli ateniesi perdono ventimila schiavi per diserzione, le campagne sono devastate, l'argenteria del Laurio è inaccessibile.
Primavera quattrocentotredici. Gilippo prende d'assalto Plemmirio, il promontorio meridionale del Porto Grande, dove gli ateniesi tenevano arsenale e magazzini. Perdere Plemmirio è doppio danno. L'arsenale è perduto e le navi ateniesi devono ora uscire dal Porto sotto continui attacchi. Gilippo costruisce un contromuro siracusano che impedisce alla controvallazione ateniese di completarsi. Prima battaglia campale tra i due muri: gli ateniesi vincono. Seconda battaglia: la cavalleria siracusana avvolge il lato sinistro, gli ateniesi sono rotti. Il muro siracusano supera quello ateniese.
I siracusani scelgono la guerra navale. Sotto la regia di Aristone di Corinto rinforzano le prue delle triremi, le accorciano e le coprono con grossi bauli di legno per speronare frontalmente nello spazio stretto del Porto Grande. È l'invenzione di una nuova tattica navale, pensata apposta per il Porto di Siracusa. Demostene arriva con settantatré navi e cinquemila opliti. Tenta subito un colpo grosso: assalto notturno alle Epipoli, inizialmente riuscito, ma travolto nella confusione del buio dai Beoti di Gilippo. I fuggitivi ateniesi precipitano dalle rupi del Belvedere nel vuoto. È il disastro notturno più studiato dell'antichità.
Demostene propone di levarsi subito, di riportare le navi a casa finché si può. Nicia rifiuta per timore dell'assemblea ateniese. Quando finalmente decidono di partire, una notte di fine agosto del quattrocentotredici, accade un'eclissi di luna. Nicia, devoto fino alla superstizione, fa rimandare la partenza di ventisette giorni prescritti dagli indovini. È la decisione che chiude la spedizione.
Terza battaglia navale nel Porto: gli ateniesi sono battuti, Eurimedonte è ucciso, le navi sono spinte a terra. I siracusani chiudono la bocca del Porto Grande sbarrandola con triremi e barconi incatenati. La grande battaglia finale nel Porto, settembre quattrocentotredici: duecento navi confluiscono in uno spazio strettissimo, urti frontali, ferri, archeria. Gli ateniesi sono rotti definitivamente. Demostene propone di ritentare subito. I marinai si rifiutano di reimbarcarsi.
Resta la ritirata terrestre. Si bruciano le navi rimaste. Quarantamila uomini partono in due colonne, Nicia in testa, Demostene in coda. Tucidide racconta che «tutto l'esercito procedeva in confusione, abbattuto e tristissimo, accompagnato dai pianti di chi vedeva, e dal lamento di chi si abbandonava». Marciano verso il Catanese, sbarrati a ogni passo da Gilippo e dalla cavalleria siracusana. Cinque giorni di marcia tra agguati, dardi e sete. Al fiume Erineo, Demostene è separato e circondato in un oliveto: si arrende con seimila uomini. Nicia raggiunge il fiume Assinaro, oggi identificato con il Falconara o con il Tellaro, presso Noto. Lì avviene il massacro. Ascoltate Tucidide nella voce di Manzi:
«Ivi giunti, si gittan disordinatamente a quell'acque, smaniando ciascuno essere primo. I nemici alle terga facevano il passaggio difficile. Forzati ad andare insieme ristretti, urtavansi tra loro e si calpestavano. Altri, cadendo sopra le armi e le lance, rimanevano uccisi, e taluni, tenendosi abbracciati, trascinati erano dai gorghi del fiume. Di sopra a quelle ripe erte e ronchiose stavano i Siracusani a vibrar dardi contra quegli sciagurati, dei quali molti avidamente bevevano entro le acque di quel fiume profondo. Ma già i Peloponnesii, giù discesi, fan di loro orribil macello. Omai l'acqua intorbidisce, e, imbrattata tutta di sangue e di fango, si bee tuttavia, e per averla si vien fino alle mani».
«Nicia si rendette a Gilippo» fidando più in lui che nei Siracusani, e «ponendosi all'arbitrio suo e dei Lacedemonii, pregollo che facesse cessare la carnificina».
I prigionieri sopravvissuti, settemila uomini, vengono ammassati nelle Latomie di Siracusa, le cave di pietra del Paradiso, dei Cappuccini, di Santa Venera. Tucidide ne descrive la sofferenza con sobrietà tecnica: «I Siracusani da principio trattavano assai duramente i prigioni che confinati avevano nelle cave di pietre, dette Litotomie. In questo luogo profondo ed angusto e in nessuna guisa aperto, erano, in tanta moltitudine, soffocati dalla sferza del sole e dai calori eccessivi». Per settanta giorni mangiano una libbra di pane al giorno e mezza pinta d'acqua. Molti muoiono. Gli altri vengono venduti come schiavi. Alcuni si salvano recitando versi di Euripide ai padroni siracusani affascinati dal teatro ateniese.
Nicia e Demostene sono giustiziati di nascosto, contro la volontà di Gilippo che li voleva portare vivi a Sparta. La decisione viene presa dai gruppi siracusani che temevano una loro fuga, e dai Corinzi che li volevano morti. Tucidide concede a Nicia l'epitaffio più commosso della sua opera: «uomo che di quanti vi ebbe Greci a' miei giorni, non avrebbe per la sua somma pietà meritato di venire a tal fine infelice».
Il libro settimo si chiude con la sentenza più celebre di tutta l'opera: «Di quante mai fazioni accaddero in Grecia, delle quali abbia la storia tenuto memoria, questa, a parer mio, fu la più gloriosa pe' vincitori e la più funesta pe' vinti. I quali, onninamente prostrati, colpiti non furono da sciagure di picciol momento. L'armata loro e l'esercito andò tutto sossopra, e di molti che erano non ne tornò in patria che un briciolo. Tali sono le cose che accaddero in Sicilia».
Chiudiamo con la topografia. Il Porto Grande è l'attuale baia tra Ortigia e la penisola della Maddalena, dove avvengono le tre battaglie navali del libro settimo. Plemmirio è la stretta a sud-est che gli ateniesi presidiarono come arsenale: oggi penisola Maddalena, frazione di Siracusa. Le Epipoli sono il grande pianoro a nord-ovest di Siracusa, di forma triangolare, che culmina a ovest nel Castello Eurialo. La fortezza dionigiana del Castello Eurialo, costruita nel quattrocentodue, trecentonovantasette avanti Cristo, sorge esattamente al punto dell'Eurialo dove gli ateniesi salirono nel quattrocentoquattordici e dove Gilippo discese nello stesso anno. Le difese ipogee odierne nascono come risposta militare al trauma del «circolo» ateniese.
Il fiume Anapo scorre a sud di Siracusa, da ovest verso est, sfociando nel Porto Grande. Sulle sue rive si combatte la prima grande battaglia campale del quattrocentoquindici. Le Latomie del Paradiso, dei Cappuccini, di Santa Venera, dove furono rinchiusi i settemila superstiti ateniesi, sono oggi cuore del Parco Archeologico della Neapolis. Il fiume Assinaro, identificato con il Falconara o con il Tellaro presso Noto, fu luogo del massacro finale. La battaglia ha lasciato nel patrimonio antico le Assinarie, festa siracusana annuale di vittoria attestata fino al terzo secolo avanti Cristo, secondo Plutarco. Chi cammina oggi sulla strada Panoramica, scende alle Latomie del Paradiso, guarda il Porto Grande da Ortigia, sale al Castello Eurialo, sta percorrendo i libri sesto e settimo di Tucidide.
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Sinossi. Atene, primavera 415 avanti Cristo. L'assemblea vota la spedizione di Sicilia con cento trentaquattro triremi e cinquemilacento opliti. Diciotto mesi dopo, all'Assinaro presso Noto, l'acqua si fa rossa di sangue e di limo; settemila ateniesi sono ammassati nelle Latomie di Siracusa a morire di sole e di sete; Nicia e Demostene sono sgozzati di nascosto. Tucidide chiude il libro settimo con la sentenza che non si dimentica più: «la più gloriosa pe' vincitori e la più funesta pe' vinti». La traduzione neoclassica di Pietro Manzi del 1832 è la versione italiana di pubblico dominio attraverso cui leggere oggi l'epopea siracusana dell'antico storico ateniese.
1. Il momento in cui Atene decide di prendere la Sicilia
Inverno del quattrocentosedici avanti Cristo. Da Egesta, in Sicilia occidentale, arrivano ambasciatori che cercano l'aiuto di Atene contro Selinunte e contro Siracusa, e portano denaro come pegno. L'assemblea ateniese elegge tre strateghi con pieni poteri: Alcibiade, Nicia, Lamaco. Cinque giorni dopo si convoca una nuova assemblea per discutere il costo dell'impresa. Si oppongono due discorsi, e Tucidide li conserva entrambi.
Nicia, il vecchio prudente, è contrario: nella traduzione Manzi dice apertamente che «questa guerra di Sicilia, lasciando indietro a voi molti nemici, sarà seme che farà pullularne dei nuovi», e biasima la fretta dei concittadini con un rimprovero polemico: «noi ci affretteremo di soccorrer gli Egestei, perchè asseriscono essere stati ingiuriati; mentre noi che il fummo egualmente, noi tardiamo a vendicarci dei nostri proprii oltraggiatori?». Alcibiade replica con orgoglio aristocratico: si è già coperto di gloria a Olimpia con sette carri, «splendidezza non mai più veduta», ritraendone «i primi, i secondi ed i quarti premj», e invita l'assemblea a «guerreggiate pur la Sicilia, ridendovi di quella sua decantata possanza». Nicia tenta un ultimo argine: chiede un esercito enorme, sperando di scoraggiare l'assemblea. L'effetto è opposto. Il popolo vota la spedizione con entusiasmo.
L'apertura del libro sesto, alla pagina novantacinque dell'edizione Manzi, è marmorea: «In questo medesimo verno gli Ateniesi navigarono in Sicilia con maggiore apparecchio di quello ch'era ivi andato con Lachete ed Eurimedonte, determinati, se fosse loro possibile, di soggiogarla». La frase fissa il tono dell'intera tragedia.
2. Chi era Tucidide e perché scrive di Siracusa
Tucidide di Oloro nasce ad Atene attorno al quattrocentosessanta avanti Cristo, in una famiglia aristocratica imparentata con Milziade e Cimone. Possiede miniere d'oro in Tracia, a Scapte Hyle, e questo gli garantisce rendita e libertà di studio. Eletto stratego nel quattrocentoventiquattro, viene inviato a difendere Anfipoli; fallisce; viene esiliato da Atene per venti anni. Trascorre l'esilio raccogliendo testimonianze dai due fronti del conflitto. Restituisce ai suoi concittadini un'opera in otto libri sulla guerra del Peloponneso del quattrocentotrentuno - quattrocentoquattro, interrotta bruscamente nell'inverno del quattrocentoundici dopo la battaglia di Cinossema. Muore probabilmente fra il quattrocentoquattro e il trecentonovantacinque avanti Cristo.
La sua storia è la prima a impostarsi come scienza politica: niente miti, niente intervento degli dèi nelle cause, esposizione cronologica per estati e inverni, attenzione alle motivazioni psicologiche dei popoli e dei capi. Il libro sesto e il libro settimo, dedicati alla spedizione di Sicilia, sono unanimemente considerati dagli antichi e dai moderni il vertice della prosa storica greca. Sono la prima grande narrazione europea di Siracusa come spazio militare totale: porto, mura, latomie, fortificazioni, fiumi, paludi.
3. Chi era Pietro Manzi e perché la sua traduzione è quella di pubblico dominio
Pietro Manzi, Civitavecchia 1785 - Roma 1846, cavaliere, ufficiale del genio pontificio e archeologo, fu il primo a dare all'Italia una versione integrale di Tucidide. La sua impresa, condotta in tre lustri di lavoro sul greco delle edizioni Bekker e Duker, uscì in due tomi nel milleottocentotrenta con il titolo Delle guerre del Peloponneso libri otto. La ristampa del milleottocentotrentadue a Milano coi tipi di Paolo Andrea Molina, contrada del Bocchetto numero millecentotrentasei, è quella oggi più diffusa: si presenta come Tomo Secondo ed ultimo, contenente i libri quinto, sesto, settimo e ottavo, in piccolo in-ottavo, con due belle incisioni a piena pagina dei busti di Nicia e di Alcibiade. L'italiano di Manzi è la prosa neoclassica romana: periodare ampio, infinitive latineggianti, lessico erudito, sintassi che ricalca la concitatio tucididea senza tradire il volgare. Conserva i nomi greci nella forma latinizzante: Lacedemoni con la i greca, Egestani, Trinacria, Olimpieo.
Manzi morì nel milleottocentoquarantasei: la sua opera è entrata in pubblico dominio in Italia il primo gennaio milleottocentodiciassette, settant'anni dopo. Le versioni novecentesche di Donini, di Mancuso e di Romagnoli sono ancora protette dal diritto d'autore. Per Aretusapedia, Manzi rimane l'unica edizione italiana ottocentesca utilizzabile per citare Tucidide nelle schede e nei libri di pubblico dominio.
4. La mutilazione delle erme e la partenza dal Pireo
A flotta pronta, una notte del maggio quattrocentoquindici avanti Cristo, le erme di pietra a forma quadrata che per tradizione antica gli ateniesi tenevano davanti agli ingressi di case e templi vengono mutilate in tutta la città. Si grida al sacrilegio e al complotto antidemocratico. Alcibiade è sospettato anche di aver mimato altrove i Misteri Eleusini in casa di privati; chiede di essere giudicato subito, ma i suoi nemici politici ottengono il rinvio per averlo lontano da Atene quando salperà.
La flotta lascia il Pireo a metà estate. Tucidide indugia sullo spettacolo: cento trentaquattro triremi, cinquemilacento opliti, milletrecento arcieri, settecento frombolieri di Rodi, trenta navi da carico per cavalli, libagioni d'oro e d'argento sul molo, peana corale, folla immensa. Tucidide commenta che «nessuna delle greche città aveva mai messe insieme tante schiere di Greci, quante se ne videro in quel giorno partir da una sola con vista veramente superba e magnificentissima», e che la spedizione «colpì di meraviglia per l'arditezza con cui fu concepita, per lo splendore degli apparecchi, e pel numero delle schiere». La prosa è già dolente, perché lui sta scrivendo quando sa come va a finire.
Le tappe italiche sono dure. Taranto chiude le porte, Locri pure. Reggio fa mercato fuori le mura ma non accoglie: gli ateniesi «furono costretti ad accampare presso il tempio di Diana». Nel consiglio dei tre comandanti, ognuno propone una strategia diversa: Nicia una dimostrazione di forza e poi il rientro, Alcibiade la diplomazia siciliana per sollevare Siculi e Greci scontenti, Lamaco l'assalto fulmineo a Siracusa stessa. Prevale il piano misto di Alcibiade. La spedizione si trasferisce a Catania.
5. Il richiamo di Alcibiade e la fuga a Turi
Mentre l'esercito è a Catania, arriva la Salaminia, la nave da messaggio della repubblica ateniese, a richiamare Alcibiade a processo per la mutilazione delle erme e la profanazione dei Misteri. «Alcibiade adunque e gli altri accusati salirono sopra la sua nave, e sciolsero da Sicilia con la salaminia per andare in Atene; ma giunti in Turio si ristettero; e scesi dalla nave sparirono», riassume Manzi. Lo condanneranno in contumacia, e gli ateniesi gli confischeranno i beni. Alcibiade andrà a Sparta e suggerirà ai Lacedemoni due mosse decisive: mandare un comandante a salvare Siracusa, e occupare stabilmente Decelea in Attica per logorare Atene da vicino.
6. L'Anapo, il discorso di Ermocrate a Camarina, l'assalto alle Epipoli
Estate quattrocentoquindici, prima campagna. Gli ateniesi sbarcano presso il fiume Anapo, a sud di Siracusa, e si accampano fra il mare e il tempio di Giove Olimpio, l'attuale Olimpieion sulla sponda dell'Anapo. Battaglia frontale: «avendo gli Argivi urtata la sinistra dei Siracusani, ed indi gli Ateniesi quanto a loro opponevasi, il resto dell'esercito di Siracusa fu sbaragliato e messo in fuga». Gli ateniesi vincono ma la cavalleria siracusana impedisce l'inseguimento. Il bottino è limitato. Gli ateniesi tornano a Catania per svernare.
I siracusani si riorganizzano. Convocano l'assemblea e parla Ermocrate figlio di Ermone, figura-cardine: «uomo, come per ogni altra cosa, così non inferiore ad alcuno in prudenza, valoroso in guerra, ove si era sempre egregiamente condotto, e di gran grido per la sua gagliardia». Propone di ridurre il numero degli strateghi a tre, fra cui se stesso, Eraclide e Sicano, e di mandare ambascerie al Peloponneso e a Camarina. A Camarina si scontrano due lunghi discorsi. Ermocrate denuncia la maschera ateniese: gli ateniesi non vengono per riportare in patria i Leontini sfollati, ma per fare di Camarina e delle altre città siciliane la propria preda. Eufemo ateniese ammette il dominio ma lo dice necessario alla salvezza di Atene contro Sparta. Camarina sceglie neutralità formale.
Primavera quattrocentoquattordici. Gli ateniesi compiono il colpo grosso: assalto a sorpresa alle Epipoli, il pianoro triangolare a nord di Siracusa che domina la città. Sbarcano al Leon, salgono per l'Eurialo prima che i siracusani se ne accorgano: uccidono trecento dei settecento siracusani di guardia e mettono in fuga gli altri. Costruiscono il fortino di Labdalo sull'orlo nord delle Epipoli, e cominciano la grande controvallazione, il «circolo» di Tucidide, per chiudere Siracusa fra Trogilo e il Porto Grande. È la mossa che, se fosse riuscita, avrebbe vinto la guerra in una stagione.
7. La morte di Lamaco e l'arrivo di Gilippo
Battaglie a colpi di contromura. I siracusani costruiscono prima un palizzato lungo il piano dell'Anapo, poi un secondo muro più alto; gli ateniesi lo abbattono. Nel cuore di queste schermaglie cade Lamaco, il terzo stratego: «Lamaco che il conobbe, e corso era là dalla sinistra con taluni Argivi ed arcieri per soccorrerle, al passar di una fossa, seguito da pochi, con cinque o sei di questi cadde trucidato». Resta Nicia, malato di nefrite, unico comandante; e Nicia di natura non attacca.
In quegli stessi giorni Sparta, mossa dai consigli di Alcibiade, manda Gilippo figlio di Cleandrida con due sole navi corinzie a salvare Siracusa. Gilippo sbarca a Imera, sulla costa nord, marcia attraverso la Sicilia raccogliendo Siculi e mercenari, e arriva all'Eurialo dalle Epipoli prima che gli ateniesi abbiano completato il circolo. È la svolta della guerra. Da quel momento Siracusa attacca, Atene si difende.
8. La lettera disperata di Nicia ad Atene
Inverno quattrocentoquattordici, quattrocentotredici. Nicia scrive alla repubblica ateniese una lettera che il cancelliere legge ad alta voce nell'assemblea, e che Tucidide conserva: «Altre e molte lettere, o Ateniesi, hanno fatto a voi conoscere quanto noi operammo. Ora assai più che prima fa mestieri sentiate in che stato noi ci troviamo, perchè possiate deliberare tra voi». Chiede o il richiamo della spedizione o l'invio di un secondo esercito altrettanto grande, e prega di essere sollevato dal comando per la sua malattia. Atene decide la seconda via: nomina Demostene ed Eurimedonte, vara settantatré navi e quindicimila uomini. Demostene partirà a primavera. Intanto i Lacedemoni fortificano stabilmente Decelea in Attica: gli ateniesi perdono ventimila schiavi per diserzione, le campagne sono devastate, l'argenteria del Laurio è inaccessibile.
9. La perdita di Plemmirio e le prime due battaglie navali nel Porto Grande
Primavera quattrocentotredici. Gilippo prende d'assalto Plemmirio, il promontorio meridionale del Porto Grande, dove gli ateniesi tenevano arsenale e magazzini. Perdere Plemmirio è doppio danno: l'arsenale è perduto e le navi ateniesi devono ora uscire dal Porto sotto continui attacchi. Gilippo costruisce un contromuro siracusano che attraversa il piano e impedisce alla controvallazione ateniese di completarsi. Prima battaglia campale fra i due muri: gli ateniesi vincono. Seconda battaglia: Gilippo lascia che la cavalleria siracusana avvolga il lato sinistro, gli ateniesi sono rotti. Il muro siracusano supera quello ateniese.
I siracusani scelgono la guerra navale. Sotto la regia di Aristone di Corinto rinforzano le prue delle triremi: le accorciano e le coprono con grossi bauli di legno per speronare frontalmente nello spazio stretto del Porto Grande. È l'invenzione di una nuova tattica navale, pensata apposta per il Porto di Siracusa. Demostene arriva con settantatré navi e cinquemila opliti. Tenta subito un colpo grosso: assalto notturno alle Epipoli, inizialmente riuscito, ma travolto nella confusione del buio dai Beoti di Gilippo. I fuggitivi ateniesi precipitano dalle rupi del Belvedere nel vuoto. È il disastro notturno più studiato dell'antichità.
10. L'eclissi di luna, la chiusura del Porto, il massacro all'Assinaro
Demostene propone di levarsi subito, di riportare le navi a casa finché si può; Nicia rifiuta per timore dell'assemblea ateniese. Quando finalmente decidono di partire, una notte di fine agosto del quattrocentotredici, accade un'eclissi di luna: «la luna si ecclissò, essendo già il plenilunio». Nicia, devoto fino alla superstizione, fa rimandare la partenza di «ventisette giorni prescritti dagl'indovini». È la decisione che chiude la spedizione.
Terza battaglia navale nel Porto: gli ateniesi sono battuti, Eurimedonte è ucciso, le navi sono spinte a terra. I siracusani chiudono la bocca del Porto Grande sbarrandola con triremi e barconi incatenati. La grande battaglia finale nel Porto, settembre quattrocentotredici: duecento navi confluiscono in uno spazio strettissimo, urti frontali, ferri, archeria, e da terra gli eserciti rimasti «si rimanean sospesi e inquietissimi». Gli ateniesi sono rotti definitivamente. Demostene propone di ritentare subito; i marinai si rifiutano di reimbarcarsi.
Resta la ritirata terrestre. Si bruciano le navi rimaste. Quarantamila uomini partono in due colonne, Nicia in testa, Demostene in coda, e Tucidide racconta che «tutto l'esercito procedeva in confusione, abbattuto e tristissimo, accompagnato dai pianti di chi vedeva, e dal lamento di chi si abbandonava». Marciano verso il Catanese, sbarrati a ogni passo da Gilippo e dalla cavalleria siracusana. Cinque giorni di marcia tra agguati, dardi e sete. Al fiume Erineo, presso l'attuale Cassibile o Tellaro, Demostene è separato e circondato in un oliveto: si arrende con seimila uomini. Nicia raggiunge il fiume Assinaro, oggi identificato con il Falconara o con il Tellaro, presso Noto. Lì avviene il massacro:
> «Ivi giunti, si gittan disordinatamente a quell'acque, smaniando ciascuno essere primo. I nemici alle terga facevano il passaggio difficile. Forzati ad andare insieme ristretti, urtavansi fra loro e si calpestavano. Altri, cadendo sopra le armi e le lance, rimanevano uccisi, e taluni, tenendosi abbracciati, trascinati erano dai gorghi del fiume. Di sopra a quelle ripe erte e ronchiose stavano i Siracusani a vibrar dardi contra quegli sciagurati, dei quali molti avidamente bevevano entro le acque di quel fiume profondo. Ma già i Peloponnesii, giù discesi, fan di loro orribil macello. Omai l'acqua intorbidisce, e, imbrattata tutta di sangue e di fango, si bee tuttavia, e per averla si vien fino alle mani».
«Nicia si rendette a Gilippo» fidando più in lui che nei Siracusani, e «ponendosi all'arbitrio suo e dei Lacedemonii, pregollo che facesse cessare la carnificina».
11. Le Latomie e l'esecuzione segreta di Nicia e Demostene
I prigionieri sopravvissuti, settemila uomini, vengono ammassati nelle Latomie di Siracusa, le cave di pietra del Paradiso, dei Cappuccini, di Santa Venera. Tucidide ne descrive la sofferenza con sobrietà tecnica: «I Siracusani da principio trattavano assai duramente i prigioni che confinati avevano nelle cave di pietre, dette Litotomie. In questo luogo profondo ed angusto e in nessuna guisa aperto, erano, in tanta moltitudine, soffocati dalla sferza del sole e dai calori eccessivi, e quindi, sopravvenendo le umide e fresche notti di autunno, si cagionavan loro malori onninamente diversi». Per settanta giorni mangiano una libbra di pane al giorno e mezza pinta d'acqua. Molti muoiono; gli altri vengono venduti come schiavi; alcuni si salvano recitando versi di Euripide ai padroni siracusani affascinati dal teatro ateniese, e da quegli stessi pochi superstiti, secondo Plutarco, ad Atene giungerà la notizia della catastrofe.
Nicia e Demostene sono giustiziati di nascosto, contro la volontà di Gilippo che li voleva portare vivi a Sparta. La decisione viene presa dai gruppi siracusani che temevano una loro fuga, e dai Corinzi che li volevano morti per essere stati troppo gentili con loro in passato. Tucidide concede a Nicia l'epitaffio più commosso della sua opera: «uomo che di quanti vi ebbe Greci a' miei giorni, non avrebbe per la sua somma pietà meritato di venire a tal fine infelice».
Il libro settimo si chiude con la sentenza più celebre di tutta l'opera: «Di quante mai fazioni accaddero in Grecia, delle quali abbia la storia tenuto memoria, questa, a parer mio, fu la più gloriosa pe' vincitori e la più funesta pe' vinti. I quali, onninamente prostrati, colpiti non furono da sciagure di picciol momento. L'armata loro e l'esercito andò tutto sossopra, e di molti che erano non ne tornò in patria che un briciolo. Tali sono le cose che accaddero in Sicilia».
12. Topografia: cosa di Tucidide è ancora visitabile a Siracusa
Il Porto Grande è l'attuale baia fra Ortigia e la penisola della Maddalena, dove avvengono le tre battaglie navali del libro settimo. Plemmirio è la stretta a sud-est che gli ateniesi presidiarono come arsenale e che persero a Gilippo: oggi penisola Maddalena, frazione di Siracusa, con resti murari archeologici sotto Punta della Mola raggiungibili dal lungomare.
Le Epipoli sono il grande pianoro a nord-ovest di Siracusa, di forma triangolare, che culmina a ovest nel Castello Eurialo. Tucidide è la prima fonte a descriverle come chiave militare della città; ne attraversa ogni angolo, dal Leon a Labdalo a Trogilo. Il Castello Eurialo, la fortezza dionigiana costruita nel quattrocentodue-trecentonovantasette avanti Cristo, sorge esattamente al punto dell'Eurialo dove gli ateniesi salirono nel quattrocentoquattordici e dove Gilippo discese nello stesso anno; le difese ipogee odierne nascono come risposta militare al trauma del «circolo» ateniese.
Il fiume Anapo scorre a sud di Siracusa, da ovest verso est, sfociando nel Porto Grande. Sulle sue rive si combatte la prima grande battaglia campale del quattrocentoquindici. Oggi parte della Riserva Naturale Ciane-Saline e percorribile in barca dal Foro Italico. Il Tempio di Giove Olimpio sull'altura della sponda meridionale dell'Anapo è citato più volte da Tucidide come riferimento topografico. Ne restano due colonne, visibili dall'autostrada Siracusa-Catania.
Le Latomie del Paradiso, dei Cappuccini, di Santa Venera, dove furono rinchiusi i settemila superstiti ateniesi, sono oggi cuore del Parco Archeologico della Neapolis. La Latomia dei Cappuccini conserva ancora l'aspetto di profondità soffocante che Tucidide descrive nella pagina duecentoquarantacinque dell'edizione Manzi. Il fiume Assinaro, identificato con il Falconara o con il Tellaro presso Noto, fu luogo del massacro finale: la battaglia ha lasciato nel patrimonio antico le Assinarie, festa siracusana annuale di vittoria attestata fino al terzo secolo avanti Cristo, secondo Plutarco. Chi cammina oggi sulla strada Panoramica, scende alle Latomie del Paradiso, guarda il Porto Grande da Ortigia, sale al Castello Eurialo, sta percorrendo i libri sesto e settimo di Tucidide.
Edizione consultata: Tucidide, Delle guerre del Peloponneso libri otto, traduzione di Pietro Manzi, Milano, coi tipi di Paolo Andrea Molina, 1832, Tomo Secondo ed ultimo, contenente i libri V-VIII, in piccolo in-ottavo, con incisioni dei busti di Nicia e Alcibiade. Libro VI: pp. 85-176. Libro VII: pp. 177-246.
Prima edizione della traduzione: Roma, 1830, due tomi.
Pubblico dominio: il greco originale di Tucidide è di pubblico dominio dall'antichità. La traduzione Manzi è di pubblico dominio in Italia dal 1° gennaio 1917, settant'anni dopo la morte del traduttore (1846).
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Il testo originale di Delle guerre del Peloponneso, libri VI-VII (trad. Manzi, 1832) di Tucidide, trad. Pietro Manzi è di pubblico dominio.
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