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Frontespizio di Giuseppe Politi, Siracusa pei viaggiatori (1835)
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Siracusa pei viaggiatori

di Giuseppe Politi · Messina · 1835
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Giuseppe Politi, Siracusa pei viaggiatori (1835)

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Siracusa pei viaggiatori. Di Giuseppe Politi. Anno milleottocentotrentacinque.

Edizione consultata. Giuseppe Politi, Siracusa pei viaggiatori, ovvero Descrizione storica, artistica, topografica di questa antica città, Siracusa, Tipografia di Giuseppe Pulejo, milleottocentotrentacinque, novantuno pagine di cui circa trentacinque pagine di testo più tavole illustrate fuori paginazione.

Sinossi.

Quando nel novembre del milleottocentotrentacinque Giuseppe Politi licenzia per i tipi di Pulejo questo libretto, lo presenta come una guida destinata al viaggiatore di passaggio, non come trattato erudito. L'autore dichiara apertamente di voler tenersi a una discreta narrazione e di evitare la pompa d'erudizione. Eppure il volume, pur breve, è la prima vera guida turistica ottocentesca di Siracusa concepita come strumento da mettere in tasca al Grand Tourist. Politi descrive in trentacinque pagine fitte la pianta dell'antica città divisa nelle cinque regioni canoniche di Strabone e Tito Livio. Ortigia, Acradina, Tica, Napoli, Epipoli. E accompagna il lettore monumento per monumento, dalle Basi Attiche di Acradina all'Anfiteatro, dalle Latomie del Paradiso al Teatro, dalla Cripta di San Marziano alle Catacombe di San Giovanni, dal Tempio di Minerva diventato Cattedrale alle colonne del Tempio di Giove Olimpico al Porto Maggiore, dal Tempio di Diana ai Bagni di Ortigia, fino al Castello Eurialo e al panorama dell'Etna che chiude il libro.

La struttura è quella di una passeggiata orientata. Si parte all'uscire della città, cioè da Ortigia, si sale verso Acradina e Napoli, si attraversa la Latomia dei Cappuccini, si scende alla Fonte Ciane, si ritorna in Ortigia per Aretusa e il Duomo, si chiude in cima alle Epipoli ai Castellacci dell'Eurialo. L'autore dichiara nella dedica all'arcivescovo Amorelli che il libro contiene articoli che altri prima non descrisse giammai, e la rivendicazione è seria. Politi è artista e archeologo, ha studiato di persona ogni rovina, ha ricevuto in dono dagli architetti inglesi Donaldson e Jenkins le misure precise rilevate nel gennaio del milleottocentoventuno, e propone confutazioni puntuali alle interpretazioni dei predecessori. Il libro si chiude con un Quadro dei tipi delle antiche greche monete di Sicilia, strumento di classificazione numismatica, e con una curiosa iscrizione popolare incisa su un arco di Porta Bottari nel milleseicentonovantuno, tre anni dopo il terremoto del Val di Noto.

Primo capitolo. La prima guida turistica ottocentesca di Siracusa.

Nel milleottocentotrentacinque Siracusa è una piccola piazzaforte borbonica di sedici o diciassette mila abitanti, ridotta, come Politi stesso annota in nota, a soli tre miglia di circonferenza contro le ventitré miglia dell'antica città greca. Il Grand Tour italiano ha già toccato la Sicilia da decenni. Brydone era passato nel millesettecentosettanta, Swinburne negli anni settanta del Settecento, Galt nel milleottocentododici. La differenza che Politi rivendica è il taglio. Niente diario di viaggio, niente reminiscenze classiche dilatate, niente prosa enfatica. Una guida operativa, pensata per essere portata appresso e consultata sul luogo.

L'autore mette le carte in tavola fin dalla dedica all'arcivescovo Giuseppe Maria Amorelli. Scrive testualmente. Non troverà qui pompa d'erudizione, ch'esser tanto prolisso non conveniva per una Guida. Doveva io forse per impinguarlo, dire ancor altro di quello che più non esiste. Esporre le altrui illusioni prese sulle nostre Antichità. Darne espressamente il mio artistico giudizio. Additar ciò, che le fa torto, e latrando alla luna, farla da Critico? E poi cita Orazio in latino. Ma non era questo il luogo, sed nunc non erat hic locus. Fine citazione. La citazione oraziana sigilla la promessa di un libro asciutto.

Il pubblico è dichiarato. Destinato, per altro, tal librettino, generalmente pei Viaggiatori, per lo più troppo scienti nella Storia, quanto nelle Arti del Disegno. Politi sa che il viaggiatore colto del milleottocentotrentacinque conosce già Tucidide e Cicerone, ha già letto Diodoro Siculo, ha già fatto i compiti a casa. Quello che gli serve, sul posto, è una mano esperta che indichi cosa guardare e cosa no, che dica dove si trovavano realmente le mura, che separi le invenzioni dei ciceroni locali dalla topografia documentabile.

Il libro va letto come opera di servizio. La sua forza sta nel rilievo topografico e archeologico. Politi non è Goethe né Brydone, e non cerca di esserlo. Diciotto monumenti descritti in trentacinque pagine, con cifre precise, citazioni controllabili, riferimenti incrociati ai cinque architetti inglesi che hanno rilevato Siracusa fra il milleottocentoventuno e il milleottocentoventiquattro. Donaldson, Jenkins, Angel, Harris e Cockerell. Una guida moderna prima della guida moderna.

Secondo capitolo. Politi pittore-archeologo. Il metodo di osservazione.

Giuseppe Politi si firma come artista. Nella descrizione della Latomia dei Cappuccini scrive testualmente. Piace a me, come artista, sempre marcarne il più vigoroso Acanto, pianta, che presso i Greci, l'origin diede del capitello Corintio. La sua formazione è quella del pittore-illustratore di antichità, non quella dell'erudito da gabinetto. Il libro precedente che cita più volte è il proprio Bassorilievo in marmo nel Museo di Siracusa inciso ed illustrato del maggio del milleottocentotrentatré, comparso sul Giornale Letterario per la Sicilia numero centottanta. È un uomo che incide tavole, non solo testi.

Il metodo che emerge nelle pagine è quello del rilievo visivo combinato con la verifica documentaria. Politi misura, conta colonne e gradini, attribuisce ordini architettonici, distingue capitelli corinzi da capitelli dorici. Quando descrive il Teatro, riporta le misure di Donaldson e Jenkins. Il diametro intero è di duecentoventidue piedi inglesi. Quando arriva al Tempio di Minerva, registra che le colonne consistono di un sol pezzo nei capitelli, eleganti nella loro semplicità, e di tre tronchi nei fusti, con grandissima arte per farli apparire tutti d'un masso. L'occhio è quello del disegnatore tecnico.

Politi rivendica anche scoperte personali. Nella Cripta di San Marziano segnala frammenti di belle cornici in marmo bianco visibili per fessure di fabbrica che lui per primo ha scoperti. Scrive in nota. Essendo io il primo che li ho ultimamente scoperti. Si tratta di archeologia pre-istituzionale, fatta da privati colti con l'occhio educato al disegno.

Significativo è il dialogo con gli architetti inglesi venuti a Siracusa per studiare i monumenti dorici. Politi cita Donaldson e Jenkins nel gennaio del milleottocentoventuno, Harris nel luglio del milleottocentoventiquattro, Angel, Cockerell, e per le misure dei bagni i signori Tyrrell e Parker nel dicembre del milleottocentoventuno. Conserva pregiatissime copie originali dei loro rilievi, ricevute per amicizia. È la rete internazionale dell'archeologia mediterranea pre-Schliemann, dove l'artista locale è la guida e il custode delle conoscenze sul terreno, e gli architetti del Nord forniscono le misure metriche e i disegni in stile neoclassico.

Sul piano del giudizio interpretativo Politi sceglie quasi sempre la prudenza. Sull'Orecchio di Dionisio scrive che congetturare sull'impenetrabile scopo di questa grotta sarebbe un cacciar mosche con Domiziano. Sull'Anfiteatro dice che chiedersi se sia anteriore o posteriore a Cicerone non è compito di una guida. Lo storico inglese Thomas Brown gli fornisce la formula di cautela. Il silenzio degli Autori non sempre conclude riguardo la Storia.

Terzo capitolo. Ortigia. La cittadella moderna sull'isola antica.

L'apertura topografica del libro stabilisce subito la geografia dell'antica città. Politi scrive testualmente. Ortigia, l'Isola, che ancor Nasso chiamavasi, era l'attual Siracusa, e tutta quella parte di città, che occuparon dapprima i Greci dopo averne discacciati i Siculi. La fondazione è datata sotto Archia, settecentocinquantadue anni avanti Cristo. Politi cita il Lempriere's Classical Dictionary e il dizionario di Johnson.

La Siracusa del milleottocentotrentacinque coincide quasi interamente con Ortigia. Non gira ora Siracusa che soli tre miglia, e non è a contenere dei suoi propri abitanti che sedici o diciassette mila anime. La cittadella è piazza d'arme di prima classe, capovalle, e sede vescovile, provvista di sette parrocchie, di nove monasteri, di dieci conventi, di sessanta e più chiese, difesa dal Castello Maniaci, da una saracinesca sul Porto Piccolo e da un passaggio a doppio ingresso sul Porto Grande. La nota più precisa è sulla natura geografica dell'isola sotto il dominio borbonico. Dessa è perciò Isola nella notte, durante il giorno Penisola. I ponti levatoi che la collegano alla terraferma vengono alzati al tramonto.

Ortigia è anche il deposito archeologico più ricco. Contiene il Tempio di Minerva-Cattedrale, gli avanzi del Tempio di Diana presso San Paolo, la Fonte Aretusa, il Castello Maniaci, i bagni di San Filippo e quello detto della Regina, e diverse architetture gotiche fra cui la facciata di Palazzo Montalto, che Politi indica come il punto di riferimento del gotico siracusano superstite. Il più ricco, il più nobile, ci basterà cercarlo nella facciata del Palazzo Montalto.

Il contrasto fra antica e moderna grandezza percorre tutto il libro. Politi cita un dato suggestivo. Il Tempio della Dea Vesta ai tempi di Plinio era coperto della superficie siracusana, e siracusani erano i capitelli che Marco Agrippa fece piantare sulle colonne del Pantheon. L'antica Siracusa esportava marmi e capitelli a Roma. Qual differenza con la moderna d'un sì bel nome, commenta. Eppure invita il viaggiatore a sospendere il giudizio e a guardare le rovine con gli occhi giusti. Non bisogna aver avanti gli occhi la presente, camminando pei ruderi dell'antica Siracusa. Tito Livio lasciò scritto che nel contemplarsi le antichità diviene antica la stessa nostra mente.

Quarto capitolo. Acradina. La città scomparsa.

Acradina è la regione antica più presente nel libro e insieme la più cancellata sul terreno. Politi la descrive geograficamente. Congiunta a quella con un ponte succedeva Acradina, la quale dilungandosi per la spiaggia di levante sino a Scala-Greca, volgea per diritta via a toccar porzione della ripa del Porto maggiore. È la fascia costiera continentale che si stende dall'attuale zona portuale verso nord fino a Scala Greca.

Cosa resta? Ciò che all'uscire della città si trova, prima di ogni antico, son cinque Basi Attiche in marmo bianco, una delle quali con bellissimo fusto tutt'un pezzo di marmo detto da alcuni cipollino, che vi si rialzò nel millesettecentonovantasei. L'autore confuta chi le ha attribuite ai portici di Acradina citando Cicerone e Diodoro. Mentre niuno di questi scrittori sognò ivi topograficamente allocarli. Resta l'apparizione singola di un'antichità della più singolare importanza staccata dal contesto.

Il monumento maggiore di Acradina è la Strada Sepolcrale con il Ninfeo e il sepolcreto dove Cicerone scoperse la tomba di Archimede. Politi descrive riquadrate nicchie di varie dimensioni per tavole votive ed epitaffi, ed anco di più celle a catacomba, passaggio sul vivo del sasso, e una grotta con due acquedotti in fondo l'uno a traverso dell'altro verticale, quasi intersecati. Quella che la tradizione locale chiama Grotta delle acque. La tomba di Archimede, scoperta da Cicerone questore in Sicilia, secondo Politi va cercata più a nord di dove i suoi commentatori l'avevano localizzata. Confessar bensì potrebbero i suoi commentatori l'errore in suolo ed in giorno.

In Acradina ricade poi la Cripta di San Marziano, stimata la primitiva chiesa di Sicilia, dove la tradizione vuole che siano stati accolti dal Santo Padre gli apostoli Pietro e Paolo, gli evangelisti Luca e Marco. Politi descrive un tronco di colonna in bel granito rosso di Egitto, volgarmente detto la colonna di San Giovanni, capitelli ionici, frammenti di cornici marmoree, e quattro capitelli con bassorilievi di grottesche e con simboli dei quattro evangelisti, assai rozzi ma del tutto nuovi nella loro costruzione. Da qui si scende alle Catacombe di San Giovanni, paragonate dall'architetto inglese Cockerell, che aveva visitato Creta, all'intricato labirinto di Creta.

L'altro relitto acradinese descritto è la cosiddetta Casa dei Sessanta Letti nell'Orto Buon Riposo, un grosso resto di fabbrica laterizia che Politi rifiuta di identificare con l'edificio di Agatocle. Sarebbe un ripeter cieco le altrui assurdità il voler qui parlare di questo avanzo con dargli il titolo specioso della Casa dei Sessanta Letti.

Quinto capitolo. Tica e Napoli. I sobborghi archeologici.

Le due regioni antiche più ricche di rovine visibili nel milleottocentotrentacinque sono Tica e Napoli, che si estendevano verso ponente e settentrione di Ortigia. Politi le descrive così. La terza di seguito denominata Tica, da un suo bel Tempio della Fortuna sotto tal titolo, estendevasi verso ponente, al di sopra del resto del terreno detto Terracati, facendo fine sul principio del Forte Labdalo oggi il Buffalaro. La quarta, ovvero ultima città Napoli, menzionata dopo della guerra ateniese, abbracciando dal fianco di levante gran tratto di Acradina, e dall'altro di settentrione tutto il corso di Tica, terminava anch'essa sul confine di questa città.

L'Anfiteatro romano apre la sezione di Napoli. Politi ne descrive il diametro maggiore, trecento piedi inglesi, il minore di duecentocinque, secondo le misure di Donaldson e Jenkins. I dodici ingressi principali, i diciotto vomitori, i venti cunei. Indica le arcate Porte secondo Isidoro, donde introducevansi i combattenti a cavallo, e una per entrarvi i gladiatori e l'altra per estrarne i morti. In una di queste porte la fogna per lo scolo delle acque e del sangue onde inondava l'arena. Il monumento è datato genericamente a prima dei Cesari ma con l'avvertenza brunoniana che il silenzio degli autori non sempre conclude. Politi nota che dovette essere nella massima attività ai giorni di Nerone, giacché come si legge in Tacito i siracusani per singolar privilegio del medesimo imperatore ottennero allora un maggior numero di gladiatori.

Il Sotterraneo di San Nicolò viene segnalato come un edificio rozzo a due ranghi di pilastri di pietre squadrate poste a secco, sostenenti tre volte. Quello che oggi chiamiamo piscina romana, Politi lo lascia interpretare al lettore.

Il Teatro greco è l'oggetto della descrizione più orgogliosa. La cavea si distingue per la peculiarità delle scalette che non corrispondono nei cunei superiori al centro di quelli di sotto, differente quindi dagli schemi dei teatri greci di Galilei, Stuart e Revett. Politi registra l'epigrafe in greco. Basilissas Nereidos e Basilissas Filistidos. Ancora leggibile sulla precinzione. Si dibatte se i nomi siano di regine, sacerdotesse o divinità. Datata dal quinto secolo avanti l'era volgare e attribuita a Gerone primo, il teatro fu il luogo dove Dionisio il maggiore, trecentottantotto avanti Cristo, rimproverò i siracusani, e dove Mamerco tiranno di Catania morì dando di cozzo nei suoi gradini. Vi si recitavano I Supplicanti di Eschilo, la Fenissa di Euripide, l'Elettra di Sofocle, l'Alcione del nostro Formi.

Da Napoli e Tica provengono anche gli stupendi acquedotti lavorati nelle viscere del monte, visibili nei dintorni del teatro.

Sesto capitolo. Epipoli e l'Eurialo. Le mura di Dionisio.

La quinta regione è l'altopiano roccioso a nord-ovest della città, che i Saraceni avevano ribattezzato Mongibellisi. Politi ne dà l'etimologia in nota. Epipoli viene composto da epi, sopra, e da poli, città. E cita Tucidide in greco. Sono le alture che sopravvanzano la campagna, ove era ed è in oggi l'antica Siracusa.

Le Epipoli ospitano i tre forti che chiudevano la difesa della Pentapoli. Labdalo all'estremità occidentale, oggi Buffalaro. Il Pentapilo o Esapilo al centro, i Castellacci. E l'Eurialo all'estremità più avanzata. Politi descrive le mura volute da Dionisio il Vecchio citando Diodoro. Cosa sopra ogni credere ed immaginare, dice Diodoro, le innalzò in venti giorni con impiegarvi sessantamila uomini e dodicimila bovi. Le mura giravano trenta stadi, presso quattro miglia e tre quarti inglesi, lo stesso che quasi quattro miglia siciliane.

Sul Forte Labdalo Politi segnala le Latomie celebrate da Eliano, dove il poeta Filosseno fu confinato per non voler adulare le poesie del Vecchio Dionisio. Sull'Esapilo descrive le vie sotterranee dove ancor si può scendere e camminare per piccolo tratto, e l'immenso numero delle squadrate immani pietre all'intorno sconvolte. La costruzione è identificata come fabbrica di quella costruzione ciclopèa, o poligonia, che gli antichi appellavano structura quadrata.

L'attacco finale del libro è il panorama dall'Eurialo, scelto come punto conclusivo della guida. Politi scrive. Egli è sopra quest'altezza, il termine dell'antica Siracusa, dove pur noi facciam fine, ben delizioso il far alto per qualche momento, onde ad onore di Dionisio il Vecchio goderne il bellissimo Panorama che ci presenta. Da lì si vedono in un giorno sereno l'icnografia di questo castello, il gioco tutto mistilineo dell'Epipoli, le adiacenti coltivate pianure, Siracusa, la penisola Tapso, il Porto Trogilo, le campagne d'Ibla, di Megara, di Noto, e le alture di Acrè. Ma sul più remoto bell'azzurro del mare ancor da un fianco il Pachino, i monti dall'altro d'Italia, e dove ci sorgono le Alpi di Taormina, l'Etna fin dalle falde, terribile e bello oltre modo, da questo punto a vedersi. La guida finisce con l'Etna sullo sfondo. Scelta paesaggistica e politica insieme. La Siracusa di Politi guarda alla Sicilia greca tutta intera.

Settimo capitolo. La Cattedrale-Tempio di Minerva. Stratificazioni.

Il capitolo più archeologicamente denso è quello dedicato al Tempio di Minerva, oggi Cattedrale. Politi descrive l'edificio originario come periptero nel suo genere e formato di quaranta colonne canalate non alte ancora cinque dei loro diametri. Ordine dorico, dodici colonne per lato lungo, sei sulla facciata. Le ventitré colonne superstiti sono inglobate nei muri della chiesa. Le misure inglesi di Donaldson e Jenkins sono precise. Il tempio era lungo centonovanta piedi inglesi, nella sua intera larghezza ottanta. Diametro delle colonne sei piedi, sei pollici e nove linee. Altezza trentotto piedi, nove pollici, otto linee.

Politi avanza un'ipotesi attributiva. Il tempio potrebbe essere quello che Agatocle aveva fatto innalzare a Minerva pagando la spesa di denaro suo proprio, come riportato da Diodoro nei Frammenti di Enrico Valesio. Politi cita la traduzione inglese di Booth, Londra milleottocentoquattordici. L'argomento è interno. Il tempio era decorato con ventisette ritratti dei re e tiranni di Sicilia e con scene equestri della battaglia di Agatocle. Tutto coerente con un committente autocelebrativo.

Le famose porte del tempio, perdute, sono evocate attraverso Cicerone. Incredibile dictu est quam nulli Græci de valvarum harum pulchritudine scriptam reliquerint. Cioè, incredibile a dirsi quanti greci abbiano scritto sulla bellezza di queste porte. Erano in avorio e oro, ornate dell'immagine della Gorgone.

Il contenuto attuale della Cattedrale è ispezionato con occhio professionale. Il fonte battesimale è un Cratere di marmo bianco con alquante parole greche, sorretto da sette leoncini di bronzo che posano su bel tappeto di grazioso mosaico a tasselli di vetro. Nelle sacrestie si conservano un calice d'ambra del colore del vino, un anello pastorale, sandali, e un grande libro musicale in pergamena con capilettera d'oro. Nella cappella di Santa Lucia c'è la statua argentea della santa con gemme, e in una delle pietre, stimata un onice, un cammeo con tre profili maschili dalle marcate caratteristiche, oggetto già pubblicato da Politi nel Giornale Letterario per la Sicilia fascicolo centoquarantasei.

La pittura più importante è un affresco in una delle cappelle, attribuito al cavalier Agostino Scilla, che costò quattrocento once. Politi lancia un'invettiva. Tutto ciò si va a perdere, e non ancora un'incisione se n'è pur fatta? Il pittore-archeologo è anche conservatore, e protesta contro l'incuria.

Ottavo capitolo. Fonte Aretusa. Mito e realtà.

Il capitolo sulla Fonte Aretusa è uno dei più rovinati dell'OCR canonico. La pagina trenta contiene zone illeggibili ricostruite in maniera conservativa. Ma quanto resta è significativo. Politi descrive la fonte come oggi così avvilita e ristretta specialmente da un'obbliqua muraglia, un tempo di qualche importanza.

Il mito è discusso con scetticismo. Politi richiama la tradizione che fa comunicare Aretusa con l'Alfeo, fiume di Olimpia in Elide. Aretusa comunica con Alfeo fiume d'Olimpia in Elide, il quale fu creduto di scorrer sotterra attraversando per sopra cinquecento miglia il suo nome, e di scaricarsi in essa fonte, circostanza che Pausania rapporta come fatto. La conseguenza folkloristica. Durante i Giochi Olimpici si credeva che nella fonte siracusana scorresse il sangue delle vittime, le patere e quant'altro si poteva gettare nel fiume.

L'apparato di citazioni classiche è imponente. Politi rimanda a Virgilio nell'Eneide, a Vibio Sequester, a Ovidio nelle Metamorfosi, a Pindaro nelle Pitiche, a Teocrito, a Mosco, a Plinio nella Naturalis Historia, a Seneca nelle Naturales Quaestiones, a Pomponio Mela, a Strabone, a Solino, a Silio Italico, a Marziale. Sulle qualità dell'acqua nota che Virgilio le rende dure e malsane, Cicerone dolci, Plinio per cosa meravigliosa attribuisce loro tepore. La fonte ha sempre attirato testimonianze contraddittorie.

L'altra fonte sacra trattata è la Fonte Ciane, raggiungibile via mare risalendo il fiume omonimo. Politi descrive un meandro di tre miglia formato dalle sue acque, dove parte vi è ancora di quelle dell'Anapo, altro antichissimo fiume di Siracusa. L'unione fra Anapo e Ciane si chiama Le Due Braccia. Il bacino sorgivo, in questa specie di lago che Swinburne già misurò ventotto piedi profondo, veniva venerato come abitato dalla ninfa Ciane, che secondo il mito piangeva il rapimento di Proserpina compiuto da Plutone. Ercole vi gettò il più bel toro dei suoi e ordinò ai siracusani sacrifici annuali a Proserpina.

L'attrazione naturalistica del milleottocentotrentacinque è il papiro, già noto prima del millesettecentosessantatré come Siculus Papyrus. Politi nota che è la stessa pianta del papiro del Nilo, di cui prima gli egizi si servirono per iscrivere. E rivendica di aver lui stesso prodotto una carta papiracea diversa da quella precedente, una carta trasparente fissata con vernice durabile, a valer anco assai più dell'olio di cedro che gli antichi passavano sui loro papiri. Anche qui artista, archeologo e artigiano sperimentale convivono nella stessa persona.

Nono capitolo. Latomie e Orecchio di Dionisio.

Le Latomie del Paradiso sono uno dei monumenti più visitati del Grand Tour siciliano, e Politi vi dedica un capitolo articolato. La grotta più celebre porta il nome di Orecchio di Dionisio per via di Caravaggio. Politi scrive testualmente. Senza saperti di qual Dionisio dei due, a noi pervenuto, dacché il celebre pittore Cavalier Caravaggio disse in vederla aver molto dell'orecchio dell'uomo. Il che altri ha in oggi cambiato e forse meglio con l'orecchio dell'asino. La nota a piè di pagina rinvia a John Galt, Voyages and Travels, Londra milleottocentododici.

La grotta è descritta nei suoi caratteri acustici. Il suo eco, onde ancor detta la Grotta che parla, è pur troppo aggradevole e sorprendente nel rispondere alle parole dissillabe. Egli è terribile all'esplosione di un'arma da fuoco, sembrando un fortissimo tuono che ci scoppia all'orecchio. Politi paragona la cavità alla Palla di San Pietro per l'effetto sonoro, e cita Milton in inglese. Così, se le grandi cose si possono paragonare alle piccole. So, if great things to small may be compared. L'autore registra anche di averla visitata personalmente nel giugno del milleottocentoventi, invitato da Henry Long e dal cavalier Brotted, agente della corte reale di Danimarca.

Politi smonta con eleganza la tradizione che vuole Dionisio aver fatto scavare la grotta come prigione per ascoltare i prigionieri. Gli Anelli nella roccia, presentati come prova, sono in realtà pertugi fatti per legarvisi animali, essendo stata questa grotta una volta e taverna e mandra di campagna. Per convincersene basta vedere l'anello fatto e buono di pietra che si trova nella chiesa di Santa Lucia in città. E l'eco, scrive Politi citando Swinburne, non manda più sonorità di quello di sotto. Le ipotesi sul fatto che fosse un odeo o un risuonatore per il Teatro sono respinte. Tralasciando di congetturare sull'impenetrabile scopo di questa grotta, che sarebbe un cacciar mosche con Domiziano.

Le altre latomie meritano la visita. La Selva dei Cappuccini con cedri, melograni e aranci. Quella dei Cordari. Quella del Salnitro. Politi le descrive come orrende prigioni di più migliaia di ateniesi, nelle quali, salvo quei pochi che sapean recitare dei versi di Euripide, lasciaron miseramente anzi tempo la vita. Eco diretta di Plutarco e Tucidide. Su Cicerone arriva la citazione latina. Opus est ingens magnificum regum ac tyrannorum. Cioè, opera grande e magnifica di re e di tiranni.

La latomia dei Cappuccini contiene anche un piccolo cimitero anglo-americano. Politi trascrive l'epitaffio di William Nicholson, midshipman della marina degli Stati Uniti caduto in duello a Siracusa il diciotto settembre del milleottocentoquattro a diciotto anni, e di altri ufficiali della Constitution e di gun-boats americane morti durante lo stazionamento mediterraneo del milleottocentoquattro-milleottocentosette. Sono testimonianze della presenza navale statunitense a Siracusa durante le guerre barbaresche.

Decimo capitolo. Per il viaggiatore di oggi. Cosa resta del libro.

A quasi due secoli di distanza, Siracusa pei viaggiatori di Politi resta utile per quattro ragioni precise.

Primo. La topografia. La distinzione fra Ortigia, Acradina, Tica, Napoli ed Epipoli con le rispettive estensioni è ancora la mappa con cui si legge la stratificazione urbana di Siracusa. Acradina da Ortigia a Scala Greca, Tica fino al Buffalaro, Napoli sui confini di Tica, Epipoli oltre il limite settentrionale. Le indicazioni di Politi sui toponimi sopravvissuti, Terracati, Mongibellisi, Buffalaro, Castellacci, Le Due Braccia, consentono di ricostruire la rete dei nomi popolari ottocenteschi prima delle bonifiche e dei piani regolatori del Novecento.

Secondo. Le misure inglesi di Donaldson, Jenkins, Angel, Harris e Cockerell, riportate fedelmente nelle note. Per chi studia la storia dell'archeologia mediterranea, Politi è una fonte di prima mano sul lavoro dei rilevatori inglesi che fra il milleottocentoventuno e il milleottocentoventiquattro disegnarono i monumenti dorici siciliani. Il diametro del Teatro a duecentoventidue piedi inglesi, l'Anfiteatro a trecento per duecentocinque, il Tempio di Minerva a centonovanta per ottanta sono cifre verificabili con i rilievi successivi.

Terzo. Le confutazioni topografiche. Politi è uno dei primi a contestare le identificazioni delle guide locali. Nega che le cinque Basi Attiche appartengano ai Portici di Acradina. Nega che la grotta dell'Orecchio sia stata scavata da Dionisio come prigione. Nega che l'edificio dell'Orto Buon Riposo sia la Casa dei Sessanta Letti di Agatocle. Contesta la localizzazione della tomba di Archimede proposta dai suoi commentatori. È un manuale di scetticismo applicato all'antiquaria locale.

Quarto. Il Quadro dei tipi delle antiche greche monete di Sicilia posto in appendice. La tavola elenca per tipo iconografico, aquila, aratro, ariete, caduceo, cane, cavallo, cigno, civetta, delfino, granchio, leone, polipo, pistrice, toro, tridente, tripode, le città siciliane che li hanno coniati. È uno strumento di classificazione numismatica antesignano, utile ancora oggi per orientarsi nelle collezioni provinciali di monete greco-siceliote. Siracusa vi compare quindici volte, primato che riflette la quantità e la varietà del suo medagliere.

Il libro di Politi è anche un documento della Siracusa borbonica. Una città di sedici-diciassette mila anime, piazza d'armi di prima classe, sede vescovile, isolata di notte e penisola di giorno, con sessanta chiese e dieci conventi compressi su tre miglia di circonferenza. La voce dell'autore, pittore-archeologo, autodidatta colto, conservatore del museo cittadino, corrispondente degli architetti del Nord, testimonia un momento preciso della cultura siciliana pre-unitaria, quando l'antichità era ancora terreno di pratica privata e di amicizie internazionali, e una guida tascabile poteva permettersi di chiudere con un panorama dell'Etna visto dall'Eurialo, senza apparato critico, senza commento finale, con un punto esclamativo solo.

Fine della scheda su Siracusa pei viaggiatori di Giuseppe Politi, anno milleottocentotrentacinque.

Edizione consultata: Giuseppe Politi, Siracusa pei viaggiatori, ovvero Descrizione storica, artistica, topografica di questa antica città, Siracusa, Tipografia di Giuseppe Pulejo, 1835, 91 pp (di cui circa 35 pp di testo + tavole illustrate fuori paginazione).

Sinossi

Quando nel novembre 1835 Giuseppe Politi licenzia per i tipi di Pulejo questo libretto, lo presenta come «una Guida» destinata al viaggiatore di passaggio, non come trattato erudito. L'autore dichiara apertamente di voler tenersi a «una discreta narrazione» e di evitare la «pompa d'erudizione». Eppure il volume, pur breve, è la prima vera guida turistica ottocentesca di Siracusa concepita come strumento da mettere in tasca al Grand Tourist. Politi descrive in trentacinque pagine fitte la pianta dell'antica città divisa nelle cinque regioni canoniche di Strabone e Tito Livio — Ortigia, Acradina, Tica, Napoli, Epipoli — e accompagna il lettore monumento per monumento, dalle Basi Attiche di Acradina all'Anfiteatro, dalle Latomie del Paradiso al Teatro, dalla Cripta di San Marziano alle Catacombe di San Giovanni, dal Tempio di Minerva diventato Cattedrale alle colonne del Tempio di Giove Olimpico al Porto Maggiore, dal Tempio di Diana ai Bagni di Ortigia, fino al Castello Eurialo e al panorama dell'Etna che chiude il libro.

La struttura è quella di una passeggiata orientata: si parte «all'uscire della Città», cioè da Ortigia, si sale verso Acradina e Napoli, si attraversa la Latomia dei Cappuccini, si scende alla Fonte Ciane, si ritorna in Ortigia per Aretusa e il Duomo, si chiude in cima alle Epipoli ai Castellacci dell'Eurialo. L'autore dichiara nella dedica all'arcivescovo Amorelli che il libro contiene «articoli che altri prima non descrisse giammai», e la rivendicazione è seria: Politi è artista e archeologo, ha studiato di persona ogni rovina, ha ricevuto in dono dagli architetti inglesi Donaldson e Jenkins le misure precise rilevate nel gennaio 1821, e propone confutazioni puntuali alle interpretazioni dei predecessori. Il libro si chiude con un Quadro de' tipi delle antiche greche monete di Sicilia — strumento di classificazione numismatica — e con una curiosa iscrizione popolare incisa su un arco di Porta Bottari nel 1691, tre anni dopo il terremoto del Val di Noto.

1. La prima guida turistica ottocentesca di Siracusa

Nel 1835 Siracusa è una piccola piazzaforte borbonica di sedici o diciassette mila abitanti, ridotta — come Politi stesso annota in nota — a «soli tre miglia» di circonferenza contro le ventitré miglia dell'antica città greca. Il Grand Tour italiano ha già toccato Sicilia da decenni: Brydone era passato nel 1770, Swinburne negli anni Settanta del Settecento, Galt nel 1812. La differenza che Politi rivendica è il taglio: niente diario di viaggio, niente reminiscenze classiche dilatate, niente prosa enfatica. Una guida operativa, pensata per essere portata appresso e consultata sul luogo.

L'autore mette le carte in tavola fin dalla dedica all'arcivescovo Giuseppe Maria Amorelli: «Non troverà qui pompa d'erudizione, ch'esser tanto prolisso non conveniva per una Guida; doveva io forse per impinguarlo, dire ancor altro di quello che più non esiste; esporre le altrui illusioni prese sulle nostre Antichità; darne espressamente il mio artistico giudizio; additar ciò, che le fa torto, e latrando alla luna, farla da Critico? Orazio mi poteva allora rispondere: Sed nunc non erat hic locus». La citazione oraziana, che vale «ma non era questo il luogo», sigilla la promessa di un libro asciutto.

Il pubblico è dichiarato: «Destinato, per altro, tal librettino, generalmente pe' Viaggiatori, per lo più troppo scienti nella Storia, quanto nelle Arti del Disegno». Politi sa che il viaggiatore colto del 1835 conosce già Tucidide e Cicerone, ha già letto Diodoro Siculo, ha già fatto i compiti a casa. Quello che gli serve, sul posto, è una mano esperta che indichi cosa guardare e cosa no, che dica dove si trovavano realmente le mura, che separi le invenzioni dei ciceroni locali dalla topografia documentabile.

Il libro va letto come opera di servizio. La sua forza sta nel rilievo topografico e archeologico: Politi non è Goethe né Brydone, e non cerca di esserlo. Diciotto monumenti descritti in trentacinque pagine, con cifre precise, citazioni controllabili, riferimenti incrociati ai cinque architetti inglesi che hanno rilevato Siracusa fra il 1821 e il 1824 (Donaldson, Jenkins, Angel, Harris, Cockerell). Una guida moderna prima della guida moderna.

2. Politi pittore-archeologo: il metodo di osservazione

Giuseppe Politi si firma come artista. Nella descrizione della Latomia dei Cappuccini scrive: «piace a me, come artista, sempre marcarne il più vigoroso Acanto, pianta, che presso i Greci, l'origin diede del capitello Corintio». La sua formazione è quella del pittore-illustratore di antichità, non quella dell'erudito da gabinetto. Il libro precedente che cita più volte è il proprio Bassorilievo in marmo nel Museo di Siracusa inciso ed illustrato del maggio 1833, comparso sul Giornale Letterario per la Sicilia N. 180. È un uomo che incide tavole, non solo testi.

Il metodo che emerge nelle pagine è quello del rilievo visivo combinato con la verifica documentaria. Politi misura, conta colonne e gradini, attribuisce ordini architettonici, distingue capitelli corinzi da capitelli dorici. Quando descrive il Teatro, riporta le misure di Donaldson e Jenkins: «il suo intero diametro» di «dugento ventidue piedi inglesi». Quando arriva al Tempio di Minerva, registra: «consistevano esse d'un sol pezzo ne' capitelli, elegantissimi nella loro semplicità; e non altro che di tre tronchi ne' fusti, ove grandissima arte vi era per farli apparire tutti d'un masso». L'occhio è quello del disegnatore tecnico.

Politi rivendica anche scoperte personali. Nella Cripta di San Marziano segnala «frammenti di più belle cornici in marmo bianco» visibili «per fessure di fabbrica» che lui per primo ha scoperti: «essendo io il primo che li ho ultimamente scoperti». Si tratta di archeologia pre-istituzionale, fatta da privati colti con l'occhio educato al disegno.

Significativo è il dialogo con gli architetti inglesi venuti a Siracusa per studiare i monumenti dorici. Politi cita Donaldson e Jenkins in gennaio 1821, Mr. Harris nel luglio 1824, Angel, Cockerell, e per le misure dei bagni i signori Tyrrell e Parker nel dicembre 1821. Conserva «pregiatissime copie originali» dei loro rilievi, ricevute «per amicizia». È la rete internazionale dell'archeologia mediterranea pre-Schliemann, dove l'artista locale è la guida e il custode delle conoscenze sul terreno, e gli architetti del Nord forniscono le misure metriche e i disegni in stile neoclassico.

Sul piano del giudizio interpretativo Politi sceglie quasi sempre la prudenza. Sull'Orecchio di Dionisio scrive che congetturare «sull'impenetrabile scopo di questa grotta» «sarebbe un cacciar mosche con Domiziano». Sull'anfiteatro: «Se questo, avesse principio prima, o dopo di Cicerone non è assunto per una Guida». Lo storico inglese Thomas Brown gli fornisce la formula di cautela: «il silenzio degli Autori non sempre conclude riguardo la Storia».

3. Ortigia: la cittadella moderna sull'isola antica

L'apertura topografica del libro stabilisce subito la geografia dell'antica città: «Ortigia, l'Isola, che ancor Nasso chiamavasi, era l'attual Siracusa, e tutta quella parte di città, che occuparon dapprima i Greci dopo averne discacciati i Siculi». La fondazione è datata «Sotto Archia 752 anni av. G. C.» — Politi cita il Lempriere's Classical Dictionary e il dizionario di Johnson.

La Siracusa del 1835 coincide quasi interamente con Ortigia: «Non gira ora Siracusa che soli tre miglia, e non è a contenere de' suoi propri abitanti che sedici o diciassette mila anime». La cittadella è «Piazza d'arme di prima Classe, Capo-Valle, e Sede Vescovile», provvista di «sette Parrocchie, di nove Monasteri, di dieci Conventi, di sessanta e più Chiese», difesa dal Castello Maniaci, da una saracinesca sul Porto Piccolo e da un passaggio a doppio ingresso sul Porto Grande. La nota più precisa è sulla natura geografica dell'isola sotto il dominio borbonico: «Dessa è perciò Isola nella notte, durante il giorno Penisola». I ponti levatoi che la collegano alla terraferma vengono alzati al tramonto.

Ortigia è anche il deposito archeologico più ricco: contiene il Tempio di Minerva-Cattedrale, gli avanzi del Tempio di Diana presso San Paolo, la Fonte Aretusa, il Castello Maniaci, i bagni di San Filippo e quello detto «della Regina», e diverse architetture gotiche fra cui la facciata di Palazzo Montalto, che Politi indica come il punto di riferimento del gotico siracusano superstite: «Il più ricco, il più nobile che di essi puossi vedere, ci basterà cercarlo nella facciata del Palazzo Montalto».

Il contrasto fra antica e moderna grandezza percorre tutto il libro. Politi cita un dato suggestivo: «il Tempio della Dea Vesta a' tempi di Plinio, era coperto della superficie Siracusana, e Siracusani erano i Capitelli che Marco Agrippa fé piantare sulle Colonne del Panteon». L'antica Siracusa esportava marmi e capitelli a Roma. «Qual differenza con la moderna d'un sì bel nome!», commenta. Eppure invita il viaggiatore a sospendere il giudizio e a guardare le rovine con gli occhi giusti: «non bisogna aver avanti gli occhi la presente, camminando pe' ruderi dell'antica Siracusa. Tito Livio lasciò scritto, che nel contemplarsi le Antichità, diviene antica la stessa nostra mente l'aver d'avanti».

4. Acradina: la città scomparsa

Acradina è la regione antica più presente nel libro e insieme la più cancellata sul terreno. Politi la descrive geograficamente: «Congiunta a quella con un ponte succedeva Acradina, la quale dilungandosi per la spiaggia di levante sino a Scala-Greca, volgea per diritta via a toccar porzione della ripa del Porto maggiore». È la fascia costiera continentale che si stende dall'attuale zona portuale verso nord fino a Scala Greca.

Cosa resta? «Ciò che all'uscire della Città si trova, prima di ogni antico, son cinque Basi Attiche in marmo bianco, una delle quali con bellissimo fusto tutt'un pezzo di marmo detto da alcuni cipollino, che vi si rialzò nel 1796». L'autore confuta chi le ha attribuite ai «Portici di Acradina» citando Cicerone e Diodoro: «mentrechè niuno di questi scrittori sognò ivi topograficamente allocarli». Resta l'apparizione singola di un'antichità «della più singolare importanza» staccata dal contesto.

Il monumento maggiore di Acradina è la Strada Sepolcrale con il Ninfeo e il sepolcreto dove «Cicerone scoperse la Tomba di Archimede». Politi descrive «riquadrate nicchie di varie dimensioni per tavole votive ed epitaffi, ed anco di più celle a catacomba, passaggio sul vivo del sasso vi ha» e una grotta «con due acquedotti in fondo l'uno a traverso dell'altro verticale, quasi intersecati» — quella che la tradizione locale chiama «Grotta delle acque». La tomba di Archimede, scoperta da Cicerone questore in Sicilia, secondo Politi va cercata più a nord di dove i suoi commentatori l'avevano localizzata: «Confessar bensì potrebbero i suoi commentatori l'errore in suolo ed in giorno».

In Acradina ricade poi la Cripta di San Marziano, «stimata la primitiva Chiesa di Sicilia», dove la tradizione vuole che siano stati accolti «dal Santo Padre gli Apostoli Pietro e Paolo, gli Evangelisti Luca e Marco». Politi descrive «un tronco di colonna in bel granito rosso di Egitto, volgarmente detto La colonna di S. Giovanni», capitelli ionici, frammenti di cornici marmoree, e «quattro capitelli con bassirilievi di grottesche, e con simboli de' quattro Evangelisti assai rozzi, ma del tutto nuovi nella loro costruzione». Da qui si scende alle Catacombe di San Giovanni, paragonate dall'architetto inglese Cockerell — che aveva visitato Creta — al «intricato Laberinto di Creta».

L'altro relitto acradinese descritto è la cosiddetta «Casa de' Sessanta Letti» nell'Orto Buon Riposo, un grosso resto di fabbrica laterizia che Politi rifiuta di identificare con l'edificio di Agatocle: «Sarebbe un ripeter cieco le altrui assurdità il voler qui parlare di questo avanzo con dargli il titolo specioso della Casa de' Sessanta Letti».

5. Tica e Napoli: i sobborghi archeologici

Le due regioni antiche più ricche di rovine visibili nel 1835 sono Tica e Napoli, che si estendevano verso ponente e settentrione di Ortigia. Politi le descrive così: «La terza di seguito denominata Tica, da un suo bel Tempio della Fortuna sotto tal titolo, estendevasi verso ponente, al di sopra del resto del terreno detto Terracati, facendo fine sul principio del Forte Labdalo oggi il Buffalaro. La quarta, ovvero ultima città Napoli, menzionata dopo della guerra Ateniese, abbracciando dal fianco di levante gran tratto di Acradina, e dall'altro di settentrione tutto il corso di Tica, terminava anch'essa sul confine di questa città».

L'Anfiteatro romano apre la sezione di Napoli. Politi ne descrive il diametro maggiore — «300 piedi inglesi, il minore di 205», secondo le misure di Donaldson e Jenkins — i dodici ingressi principali, i diciotto vomitori, i venti cunei. Indica le «arcate Porte secondo Isidoro, donde introducevansi i combattenti a cavallo» e «una per entrarvi i Gladiatori, e l'altra per estrarne i morti». In una di queste porte la «fogna per lo scolo delle acque, e del sangue, onde inondava l'Arena». Il monumento è datato genericamente a prima dei Cesari ma con l'avvertenza brunoniana che «il silenzio degli Autori non sempre conclude riguardo la Storia». Politi nota che dovette essere «nella massima attività a' giorni di Nerone, giacché, come si legge in Tacito, i Siracusani per singolar privilegio del medesimo Imperatore, ottennero allora un maggior numero di Gladiatori».

Il Sotterraneo di San Nicolò viene segnalato come un edificio rozzo a due ranghi di pilastri di pietre squadrate poste a secco, sostenenti tre volte. Quello che oggi chiamiamo piscina romana, Politi lo lascia interpretare al lettore.

Il Teatro greco è l'oggetto della descrizione più orgogliosa. La cavea si distingue per la peculiarità delle scalette «non si trovano ne' cunei superiori da corrispondere nel centro di quelli di sotto», differente quindi dagli schemi dei teatri greci di Galilei, Stuart e Revett. Politi registra l'epigrafe «Basilissas Nereidos» e «Basilissas Filistidos», ancora leggibile sulla precinzione, dibattendo se i nomi siano di regine, sacerdotesse o divinità. Datata «dal quinto secolo avanti l'Era Volgare» e attribuita a Gerone Primo, il teatro fu il luogo dove «Dionisio il maggiore 388 avanti Cristo» rimproverò i Siracusani e dove «Mamerco Tiranno di Catania, morì dando di cozzo ne' suoi gradini». Vi si recitavano «I Supplicanti d'Eschilo, la Fenissa d'Euripide, la Elettra di Sofocle, l'Alcione del nostro Formi».

Da Napoli e Tica provengono anche gli «stupendi acquedotti lavorati nelle viscere del monte», visibili nei dintorni del teatro.

6. Epipoli e l'Eurialo: le mura di Dionisio

La quinta regione è l'altopiano roccioso a nord-ovest della città, che i Saraceni avevano ribattezzato Mongibellisi. Politi ne dà l'etimologia in nota: «Epipoli vien composto da epi sopra, e da poli città» e cita Tucidide in greco. Sono «le alture, che sopravvanzano la campagna, ove era, ed è in oggi l'antica Siracusa».

Le Epipoli ospitano i tre forti che chiudevano la difesa della Pentapoli: Labdalo all'estremità occidentale (oggi Buffalaro), il Pentapilo o Esapilo al centro (i Castellacci), e l'Eurialo all'estremità più avanzata. Politi descrive le mura volute da Dionisio il Vecchio citando Diodoro: «(cosa sopra ogni credere ed immaginare, dice Diodoro) innalzò in venti giorni, con impiegarvi sessantamila uomini, e dodici mila bovi». Le mura giravano «30 stadi presso 4 miglia e 3 quarti inglesi, lo stesso che 4 quasi miglia siciliane».

Sul Forte Labdalo Politi segnala le Latomie celebrate da Eliano, dove il poeta Filosseno fu confinato «per non voler adulare le poesie del Vecchio Dionisio». Sull'Esapilo descrive le «vie sotterranee» dove «ancor si può scendere e camminare per piccolo tratto», e «immenso n'è 'l numero delle squadrate immani pietre quivi all'intorno sconvolte». La costruzione è identificata come «fabbrica di quella costruzione ciclopèa, o poligonia, che gli antichi appellavano structura quadrata».

L'attacco finale del libro è il panorama dall'Eurialo, scelto come punto conclusivo della guida: «Egli è sopra quest'altezza, il termine dell'antica Siracusa, dove pur noi facciam fine, ben delizioso il far alto per qualche momento, onde ad onore di Dionisio il Vecchio goderne il bellissimo Panorama che ci presenta». Da lì si vedono in un giorno sereno «l'icnografia di questo Castello, il giuoco tutto mistilineo, e rilevato dell'Epipoli. Le adiacenti coltivate pianure, Siracusa, la Penisola Tapso, il Porto Trogilo; le campagne d'Ibla, di Megara, di Noto, e le alture di Acrè. Ma sul più remoto bell'azzurro del mare, ancor da un fianco il Pachino, i Monti dell'altro d'Italia; e dove ci sorgono le Alpi di Taormina, l'Etna fin dalle falde, terribile e bello oltre modo, da questo punto a vedersi!». La guida finisce con l'Etna sullo sfondo: scelta paesaggistica e politica insieme, la Siracusa di Politi guarda alla Sicilia greca tutta intera.

7. La Cattedrale-Tempio di Minerva: stratificazioni

Il capitolo più archeologicamente denso è quello dedicato al Tempio di Minerva, oggi Cattedrale. Politi descrive l'edificio originario come «periptero nel suo genere, e formato di quaranta colonne canalate non alte ancora cinque de' loro diametri», ordine dorico, dodici colonne per lato lungo, sei sulla facciata. Le ventitré colonne superstiti sono inglobate nei muri della chiesa. Le misure inglesi di Donaldson e Jenkins sono precise: «questo tempio era lungo 190 piedi inglesi, nella sua intera larghezza 80. Diametro delle colonne 6 piedi, 6 pollici, e 9 linee. Altezza 38 piedi, 9 pollici, 8 linee».

Politi avanza un'ipotesi attributiva: il tempio potrebbe essere quello che Agatocle aveva fatto innalzare a Minerva pagando «la spesa di denaro suo proprio», come riportato da Diodoro nei Frammenti di Enrico Valesio (Politi cita la traduzione inglese di Booth, Londra 1814). L'argomento è interno: il tempio era decorato con ventisette ritratti dei re e tiranni di Sicilia e con scene equestri della battaglia di Agatocle, tutto coerente con un committente autocelebrativo.

Le famose porte del tempio, perdute, sono evocate attraverso Cicerone: «Incredibile dictu est quam nulli Græci de valvarum harum pulchritudine scriptam reliquerint» — incredibile a dirsi quanti Greci abbiano scritto sulla bellezza di queste porte. Erano in avorio e oro, ornate dell'immagine della Gorgone.

Il contenuto attuale della Cattedrale è ispezionato con occhio professionale. Il fonte battesimale è «un Cratere di marmo bianco, con alquante parole greche, sorretto da sette Leoncini di bronzo che posano su bel tappeto di grazioso mosaico a tasselli di vetro». Nelle sacrestie si conservano un calice d'ambra «del colore del vino», un anello pastorale, sandali, e un grande libro musicale in pergamena con capilettera d'oro. Nella cappella di Santa Lucia c'è la statua argentea della santa con gemme, e in una delle pietre — «stimata un Onice» — un cammeo con tre profili maschili dalle marcate caratteristiche, oggetto già pubblicato da Politi nel Giornale Letterario per la Sicilia fascicolo 146.

La pittura più importante è un affresco in una delle cappelle, attribuito al cavalier Agostino Scilla, che «costò once 400». Politi lancia un'invettiva: «Tutto ciò si va a perdere, e non ancora un'incisione se n'è pur fatta?». Il pittore-archeologo è anche conservatore, e protesta contro l'incuria.

8. Fonte Aretusa: mito e realtà

Il capitolo sulla Fonte Aretusa è uno dei più rovinati dell'OCR canonico — la pagina 30 contiene zone illeggibili ricostruite in maniera conservativa — ma quanto resta è significativo. Politi descrive la fonte come oggi «così avvilita e ristretta specialmente da un'obbliqua muraglia», un tempo «di qualche importanza».

Il mito è discusso con scetticismo. Politi richiama la tradizione che fa comunicare Aretusa con l'Alfeo, fiume di Olimpia in Elide: «Aretusa comunica con Alfeo fiume d'Olimpia, in Elide, il quale fu creduto di scorrer sotterra attraversando per sopra cinquecento miglia il suo nome, e di scaricarsi in essa Fonte, circostanza che Pausania rapporta come fatto». La conseguenza folkloristica: durante i Giuochi Olimpici si credeva che nella fonte siracusana «scorrere della grandezza del sangue delle vittime, delle patere, e quant'altro si poteva gettare in quel fiume».

L'apparato di citazioni classiche è imponente. Politi rimanda a «Virgilio Æneid. Vibio Sequester, Ovid. Met., Pindaro ne' Pitii, Teocrito, Mosco-Plinio Hist. Nat., Seneca Quæstioni nat. Pomponio Mela, Strabone, Solino, Silio Italico, Marziale». Sulle qualità dell'acqua nota che «Virgilio, dure e malsane le rende, Cicerone, dolci; Plinio per cosa meravigliosa il tema le attribuisca, di lentore». La fonte ha sempre attirato testimonianze contraddittorie.

L'altra fonte sacra trattata è la Fonte Ciane, raggiungibile via mare risalendo il fiume omonimo. Politi descrive «un meandro di tre miglia formano le sue acque, ove parte v'è ancora di quelle di Anapo altro antichissimo fiume di Siracusa». L'unione fra Anapo e Ciane si chiama «Le Due Braccia». Il bacino sorgivo «in questa specie di lago, che Swinburne già misurò ventotto piedi profondo» veniva venerato come abitato dalla ninfa Ciane, che secondo il mito piangeva il rapimento di Proserpina compiuto da Plutone. Ercole vi gettò «il più bel toro de' suoi» e ordinò ai Siracusani sacrifici annuali a Proserpina.

L'attrazione naturalistica del 1835 sono il Cyperus papyrus, già noto prima del 1763 come Siculus Papyrus. Politi nota che è «la stessa del Papiro del Nilo, di cui prima gli Egisi si servirono per iscrivere» e rivendica di aver lui stesso prodotto «altra oggi io ne lavoro molto diversa» — una carta papiracea trasparente, fissata con vernice durabile, «a valer anco assai più dell'olio di cedro che gli antichi passavano sui loro papiri». Anche qui artista, archeologo e artigiano sperimentale convivono nella stessa persona.

9. Latomie e Orecchio di Dionisio

Le Latomie del Paradiso sono uno dei monumenti più visitati del Grand Tour siciliano, e Politi vi dedica un capitolo articolato. La grotta più celebre porta il nome di Orecchio di Dionisio per via di Caravaggio: «essendo ciò, e senza saperti di qual Dionisio de' due, a noi pervenuto, dacché il celebre pittore Cav. Caravaggio, disse in vederla aver molto dell'orecchio dell'uomo; il che altri ha in oggi cambiato e forse meglio, con l'orecchio dell'asino». La nota a piè di pagina rinvia a John Galt, Voyages and Travels, Londra 1812.

La grotta è descritta nei suoi caratteri acustici: «Il suo eco onde ancor detta, la Grotta che parla, è pur troppo aggradevole e sorprendente nel rispondere alle parole dissillabe. Egli è terribile all'esplosione d'un'arma da fuoco, sembrando un fortissimo tuono che ci scoppia all'orecchio». Politi paragona la cavità a «la vera Palla di S. Pietro» per l'effetto sonoro, e cita Milton: «So, if great things to small may be compared». L'autore registra anche di averla visitata personalmente nel giugno 1820, invitato da Henry Long e dal cavalier Brotted, agente della corte reale di Danimarca.

Politi smonta con eleganza la tradizione che vuole Dionisio aver fatto scavare la grotta come prigione per ascoltare i prigionieri. Gli «Anelli» nella roccia, presentati come prova, sono in realtà «pertugi fatti per legarvisi animali, essendo stata questa grotta una volta e taverna, e mandra di campagna». Per convincersene basta vedere «l'anello fatto e buono di pietra che si trova nella Chiesa di S. Lucia in città». E l'eco, scrive Politi citando Swinburne, «non manda più sonorità di quello di sotto». Le ipotesi sul fatto che fosse un odeo o un risuonatore per il Teatro sono respinte: «Tralasciando di congetturare sull'impenetrabile scopo di questa grotta, che sarebbe un cacciar mosche con Domiziano».

Le altre latomie meritano la visita: «la Selva de' Cappuccini» con cedri, melograni, aranci; quella «de' Cordari»; quella «del Salnitro». Politi le descrive come «orrende prigioni di più migliaia di Ateniesi, nelle quali, salvo quei pochi, che sapean recitare de' versi d'Euripide, lasciaron miseramente anzi tempo la vita» — eco diretta di Plutarco e Tucidide. Su Cicerone arriva la citazione latina: «Opus est ingens magnificum regum, ac tyrannorum».

La latomia dei Cappuccini contiene anche un piccolo cimitero anglo-americano. Politi trascrive l'epitaffio di William R. Nicholson, midshipman della marina degli Stati Uniti caduto in duello a Siracusa il 18 settembre 1804 a diciotto anni, e di altri ufficiali della Constitution e di gun-boats americane morti durante lo stazionamento mediterraneo del 1804-1807. Sono testimonianze della presenza navale statunitense a Siracusa durante le guerre barbaresche.

10. Per il viaggiatore di oggi: cosa resta del libro

A quasi due secoli di distanza, Siracusa pei viaggiatori di Politi resta utile per quattro ragioni precise.

Primo, la topografia. La distinzione fra Ortigia, Acradina, Tica, Napoli ed Epipoli con le rispettive estensioni — Acradina da Ortigia a Scala Greca, Tica fino al Buffalaro, Napoli sui confini di Tica, Epipoli oltre il limite settentrionale — è ancora la mappa con cui si legge la stratificazione urbana di Siracusa. Le indicazioni di Politi sui toponimi sopravvissuti (Terracati, Mongibellisi, Buffalaro, Castellacci, Le Due Braccia) consentono di ricostruire la rete dei nomi popolari ottocenteschi prima delle bonifiche e dei piani regolatori del Novecento.

Secondo, le misure inglesi di Donaldson, Jenkins, Angel, Harris e Cockerell, riportate fedelmente nelle note. Per chi studia la storia dell'archeologia mediterranea Politi è una fonte di prima mano sul lavoro dei rilevatori inglesi che fra il 1821 e il 1824 disegnarono i monumenti dorici siciliani. Il diametro del Teatro a 222 piedi inglesi, l'Anfiteatro a 300 x 205, il Tempio di Minerva a 190 x 80 sono cifre verificabili con i rilievi successivi.

Terzo, le confutazioni topografiche. Politi è uno dei primi a contestare le identificazioni delle guide locali: nega che le cinque Basi Attiche appartengano ai Portici di Acradina, nega che la grotta dell'Orecchio sia stata scavata da Dionisio come prigione, nega che l'edificio dell'Orto Buon Riposo sia la Casa dei Sessanta Letti di Agatocle, contesta la localizzazione della tomba di Archimede proposta dai suoi commentatori. È un manuale di scetticismo applicato all'antiquaria locale.

Quarto, il Quadro de' tipi delle antiche greche monete di Sicilia posto in appendice. La tavola elenca per tipo iconografico (Aquila, Aratro, Ariete, Caduceo, Cane, Cavallo, Cigno, Civetta, Delfino, Granchio, Leone, Polipo, Pistrice, Toro, Tridente, Tripode...) le città siciliane che li hanno coniati. È uno strumento di classificazione numismatica antesignano, utile ancora oggi per orientarsi nelle collezioni provinciali di monete greco-siceliote. Siracusa vi compare quindici volte, primato che riflette la quantità e la varietà del suo medagliere.

Il libro di Politi è anche un documento della Siracusa borbonica: una città di sedici-diciassette mila anime, piazza d'armi di prima classe, sede vescovile, isolata di notte e penisola di giorno, con sessanta chiese e dieci conventi compressi su tre miglia di circonferenza. La voce dell'autore — pittore-archeologo, autodidatta colto, conservatore del museo cittadino, corrispondente degli architetti del Nord — testimonia un momento preciso della cultura siciliana pre-unitaria, quando l'antichità era ancora terreno di pratica privata e di amicizie internazionali, e una guida tascabile poteva permettersi di chiudere con un panorama dell'Etna visto dall'Eurialo, senza apparato critico, senza commento finale, con un punto esclamativo solo.

Fonti

  • Giuseppe Politi, Siracusa pei viaggiatori, ovvero Descrizione storica, artistica, topografica delle attuali antichità di Ortigia, Acradina, Tica, Napoli, ed Epipoli che componevano l'antica Siracusa, Siracusa, Tipografia di Giuseppe Pulejo, 1835.
  • Tucidide, Storie, libro VI-VII (assedio ateniese di Siracusa, 415-413 a.C.).
  • Cicerone, In Verrem, libro IV (descrizione di Siracusa e dei suoi tesori).
  • Diodoro Siculo, Bibliotheca historica, libri XI-XX (Gelone, Dionisio il Vecchio, Agatocle).
  • Plutarco, Vite parallele, Nicia e Timoleonte.
  • Riferimenti citati dall'autore: Lempriere's Classical Dictionary; Johnson, English Dictionary; Thomas Brown, On Vulgar Errors; John Galt, Voyages and Travels, London 1812; Henry Swinburne, Voyages; The historical library of Diodorus the Sicilian, trans. G. Booth, London 1814; Cockerell in F. Ferrario, Costume antico e moderno; Bonanni, Storia di Sicilia; Giornale Letterario per la Sicilia, fasc. 145, 146, 180.

Audio-riassunto curato da Alessandro Calabrò il 17 maggio 2026.

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