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Frontespizio di Emilio Bufardeci, Le funeste conseguenze di un pregiudizio popolare (1868)
Aretusapedia · Libri

Le funeste conseguenze di un pregiudizio popolare

di Emilio Bufardeci · Firenze, Tipografia Eredi Botta · 1868
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Emilio Bufardeci, Le funeste conseguenze di un pregiudizio popolare (1868)

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Aretusapedia Libri. Emilio Bufardeci, Le funeste conseguenze di un pregiudizio popolare, milleottocentosessantotto. Tredici minuti di ascolto. Buon ascolto.

Tra il tredici e il diciannove luglio milleottocentotrentasette Siracusa linciaggia decine di concittadini accusati di avvelenare i pozzi con il colera. Un mese dopo, in Piazza Duomo, i Borboni fucilano Mario Adorno padre e figlio. Trent'anni dopo un sacerdote-deputato che aveva ventun anni in quei giorni scrive il libro che mette i siracusani davanti alla doppia colpa: la repressione borbonica e il delirio popolare che la innescò.

Nel luglio milleottocentotrentasette Siracusa è una città di confine del Regno delle Due Sicilie. Il colera asiatico è arrivato in Sicilia da poche settimane, dopo aver attraversato l'Europa dal Bengala fino alla Francia. Le autorità borboniche minimizzano, la plebe sospetta. La prima vittima documentata si chiama Carmela Midolo, una donna incinta che muore il tredici luglio in via Geni Maria. Cinque giorni dopo la città è in fiamme. Il diciotto luglio una folla armata di scuri e schioppi scende in Piazza Duomo gridando «Viva Santa Lucia! Morte ai tossici!» e in due giorni linciaggia almeno una ventina di persone: il commissario Vico, il medico Cumia, l'intendente Andrea Vaccaro, la famiglia del cosmoramista Giuseppe Schwentzer. Un mese dopo i Borboni faranno fucilare in Piazza Duomo Mario Adorno padre e figlio. Questo libro è la cronaca, l'analisi e l'atto d'accusa che un sacerdote-deputato siracusano scrive trent'anni dopo essendo stato dentro quei giorni.

Emilio Bufardeci, nato a Siracusa nel milleottocentosedici e morto nel milleottocentonovantanove, è una delle figure più complesse del Risorgimento siciliano. Sacerdote, patriota, deputato del Regno per tre legislature, firmò nel milleottocentoquarantanove a bordo di una nave inglese, in nome di Ruggero Settimo, l'armistizio con il generale Carlo Filangieri che chiuse la resistenza di Siracusa. Nel milleottocentotrentasette aveva ventun anni: secondo le fonti biografiche siracusane era già attivo nei circoli liberali cittadini al momento dello scoppio della rivolta. Quando trent'anni dopo decide di raccontare il milleottocentotrentasette, lo fa con una doppia legittimità: di testimone diretto e di erudito che ha letto Tucidide sulla peste di Atene, Boccaccio sulla peste fiorentina, Manzoni e Verri sulla Storia della colonna infame. Il libro è dedicato al fratello Vincenzo, morto il nove aprile milleottocentocinquantacinque.

La tesi del libro sta tutta nel titolo. Le funeste conseguenze di un pregiudizio popolare sostiene che la rivolta di Siracusa del milleottocentotrentasette fu il risultato di un meccanismo psicologico ricorrente, mai egemonizzato dai liberali, mai egemonizzato dai Borboni. Ogni volta che un'epidemia colpisce una città del Mediterraneo, la folla è certa di un veleno e cerca gli untori. Bufardeci documenta lo stesso copione ad Atene nel quinto secolo avanti Cristo con Tucidide, a Milano nel milleseicentotrenta con Manzoni e Verri. Lo schema torna a Marsiglia nel millesettecentoventi, a Parigi nel milleottocentotrentadue, a Palermo, Catania e Siracusa nel milleottocentotrentasette, a Genova e Messina nel milleottocentocinquantaquattro, a Palermo di nuovo nel milleottocentosessantasette. La fola del veleno è sempre la stessa, gli slogan si ripetono identici: «Morte agli untori! Morte agli avvelenatori!». Bufardeci chiama questo schema un pregiudizio popolare: un riflesso culturale che riemerge a ogni epidemia, non un'opinione che si può smentire con argomenti razionali.

Il cuore narrativo è il capitolo quarto, intitolato Il milleottocentotrentasette. Bufardeci ricostruisce ora per ora la settimana decisiva. Il tredici luglio Carmela Midolo muore di colera in via Geni Maria. Il quattordici muore un contadino, poi una vicina della famiglia Lepik. Il quindici e il sedici i medici Bella e Beringa predicano dai pulpiti che non c'è veleno, ma è troppo tardi. Il diciassette luglio scoppiano i primi tafferugli. Il diciotto luglio, mentre l'intendente Vaccaro tenta di placare la folla consegnando come capro espiatorio il gestore del cosmorama Giuseppe Schwentzer, francese di Tolone, la piazza diventa teatro di linciaggio. Schwentzer viene massacrato a colpi di scure insieme alla moglie tirolese Anna Maria Lepik, diciottenne, e ai due bambini piccoli, di cui un lattante di tre mesi. Il diciannove luglio quattromila persone bruciano l'intendenza, devastano villa Nizza, saccheggiano la casa degli Adorno. Bufardeci paragona la scena al piccolo due settembre, allusione ai massacri di Parigi del millesettecentonovantadue. Il bilancio: una ventina di morti in città, decine di feriti, intere famiglie distrutte.

Il ventuno luglio i gendarmi borbonici, su denuncia di un anonimo, irrompono in casa di Mario Adorno e lo arrestano. Adorno è un patriota liberale anziano, sessantaquattrenne, nato nel millesettecentosettantatré. Il figlio Carmelo, padre di numerosa famiglia, è arrestato insieme a lui. Un dettaglio centrale che Bufardeci sottrae alla vulgata risorgimentale: nelle giornate del diciotto e diciannove luglio Mario Adorno aveva tentato di calmare la rivolta, di fermare il linciaggio, non di guidarlo. Il sacerdote e deputato lo documenta con cura, e ne fa uno dei capisaldi della propria lettura della tragedia. I fucilati di Piazza Duomo non furono i capi di un'insurrezione consapevole, ma uomini che avevano tentato di arrestare il furore popolare. La giustizia borbonica li condannò ugualmente. La fucilazione avviene il diciotto agosto milleottocentotrentasette in Piazza Duomo, davanti al portale della Cattedrale, a un mese esatto dal massacro di Schwentzer. Bufardeci salva nel libro lo scambio finale tra padre e figlio: «Padre! e così muoiono i traditi?», dice Carmelo. «Tradita è la nostra fortuna, tradito non l'animo, non la coscienza», risponde Mario.

La fucilazione degli Adorno è solo la punta di un iceberg di repressione. Il sette agosto milleottocentotrentasette sbarca a Siracusa, sulla pirofregata, il generale Francesco Saverio Del Carretto. Era direttore di polizia e Commissario Alter Ego del re Ferdinando Secondo. Lo chiamavano il feroce Del Carretto per i massacri del Cilento del milleottocentoventotto. La Corte marziale lavora a tempi serrati. Il diciassette settembre milleottocentotrentasette Ferdinando Secondo firma da Napoli un decreto che scioglie il Vallo di Siracusa come unità amministrativa: il capoluogo è trasferito a Noto come punizione collettiva, e Catania assorbe parte del territorio nel nuovo Vallo. La Corte marziale di Del Carretto si sposta a Floridia, Avola, Sortino, Cassaro, Buscemi. Bufardeci elenca le sentenze paese per paese e arriva a un bilancio complessivo di circa mille condanne tra fucilazioni, ergastoli e ferri. La storiografia successiva ha consolidato la cifra dei fucilati intorno alle cento unità e degli ergastoli a centoquarantuno.

Il capitolo quinto del libro è il più tecnico. Bufardeci trascrive ampi stralci dei verbali della Commissione istruttoria, condotta dal giudice Francesco Mistretta con il cancelliere Carmelo Flaccavento, dal ventidue luglio in poi. I verbali mostrano come la giustizia borbonica costruì la propria prova: una medaglia coniata a Tolone, un cosmorama itinerante, una lega di francesi conspiratori, presunti veleni che ai test chimici risultano innocui. Bufardeci definisce Mistretta servitore della menzogna borbonica e dimostra, documenti alla mano, che la sentenza era politica prima ancora che giudiziaria. L'analisi chimica neutra non bastò a salvare gli Adorno: il giudizio era già stato scritto a Napoli.

Il capitolo settimo è la parte polemica del libro. Bufardeci attacca tre pubblicisti siciliani. Tra il milleottocentocinquantuno e il milleottocentosessantasette, costoro hanno scritto la versione vulgata dei fatti del milleottocentotrentasette in chiave di partito. Sono il professor Salvatore Chindemi, il giurista Pasquale Calvi con le Memorie storiche e critiche della rivoluzione del milleottocentoquarantotto, e Luigi Failla con le Memorie storico-critiche della rivoluzione siracusana, sempre del milleottocentoquarantotto. Bufardeci li accusa di aver tutti accreditato la tesi del veleno come fatto storico, pur sapendola falsa, ognuno per i propri fini. La sua tesi è opposta: a Siracusa nel milleottocentotrentasette non ci fu un programma liberale unitario, ma una sommossa di massa trascinata dalla credenza nel veleno.

Il libro estende l'analisi ai decenni successivi. Nel milleottocentocinquantaquattro il colera torna in Sicilia durante la guerra di Crimea: a Messina, Catania, Trapani, Palermo scoppiano nuovi tumulti, identici nello schema a quelli del milleottocentotrentasette. Nel milleottocentosessantacinque e nel milleottocentosessantasette, sotto il nuovo Regno d'Italia, il colera infetta di nuovo Palermo: il governo unitario, per non danneggiare commerci e turismo, nasconde i bollettini sanitari, e la plebe siciliana torna a urlare contro gli untori. Bufardeci scrive con allarme civile: se nemmeno dopo l'unità l'Italia è riuscita a educare il popolo, il pregiudizio popolare resta una minaccia ricorrente alla nuova nazionalità.

L'aspetto più sottile del libro è l'autocritica implicita. Bufardeci, attivo nei circoli liberali siracusani nel luglio milleottocentotrentasette, aveva contribuito a discutere se sollevare la città. Trent'anni dopo riconosce che la rivolta non era egemonizzata politicamente, ma trascinata dal pregiudizio: era una sommossa di massa, non un'insurrezione politica coerente. La conseguenza è che il sangue dei fucilati, Adorno padre e figlio in primis, è doppiamente atroce, perché versato per una causa che la stessa cospirazione liberale non controllava. Bufardeci chiede onestà storiografica. È questo il punto in cui un anno dopo, nel milleottocentosessantanove, la famiglia Adorno reagirà con la confutazione di Gaetano Adorno Puma, figlio di Mario, che difenderà l'onore politico del padre come patriota cosciente, non come vittima del fanatismo cieco.

Le funeste conseguenze di un pregiudizio popolare è ancora oggi la fonte primaria più dettagliata sui sei giorni del luglio milleottocentotrentasette a Siracusa. È il libro da cui partono la voce della Treccani su Mario Adorno, le ricostruzioni di Privitera nella Storia di Siracusa del milleottocentosettantanove, e ogni successiva ricerca accademica sulla rivolta degli untori siciliana. Lo stile forense-predicatorio invecchia, ma la cronologia ora per ora resta insostituita. È anche il primo libro italiano dell'Ottocento che applica una lettura comparatistica delle epidemie come malattia culturale: dalla peste di Atene al colera unitario, lo schema è uno solo, e si chiama paura collettiva del nemico interno.

In Ortigia, Piazza Duomo è ancora il teatro topograficamente identico delle fucilazioni del diciotto agosto milleottocentotrentasette. Il quadrato di fanteria si dispose davanti al portale della Cattedrale, dove oggi salgono i turisti per visitare il Tempio di Atena. La Cattedrale stessa è dove i condannati ricevettero l'ostia prima della scarica. Il collegio dei Gesuiti, oggi Galleria Regionale di Palazzo Bellomo, a poca distanza, fu il luogo del massacro della famiglia Lepik. L'antico Castello Maniace, ancora in piedi sulla punta dell'Isola, ospitò il battaglione del generale Giovanni Tanzi che prese militarmente Siracusa nel luglio milleottocentotrentasette. Floridia, Avola, Sortino, Cassaro, Buscemi: ognuno di questi paesi della provincia conserva nomi di fucilati o ergastolati del milleottocentotrentasette, le cui storie attendono ancora di essere ricostruite singolarmente.

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Edizione originale del 1868 · 14 MB · 449 pagine
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Sinossi. Tra il 13 e il 19 luglio 1837 Siracusa linciaggia decine di concittadini accusati di avvelenare i pozzi con il colera; un mese dopo, in Piazza Duomo, i Borboni fucilano Mario Adorno padre e figlio. Trent'anni dopo un sacerdote-deputato che aveva ventun anni in quei giorni scrive il libro che mette i siracusani davanti alla doppia colpa: la repressione borbonica e il delirio popolare che la innescò.

01. Sei giorni che cambiarono Siracusa

Nel luglio 1837 Siracusa è una città di confine del Regno delle Due Sicilie. Il colera asiatico è arrivato in Sicilia da poche settimane, dopo aver attraversato l'Europa dal Bengala fino alla Francia. Le autorità borboniche minimizzano, la plebe sospetta. La prima vittima documentata si chiama Carmela Midolo, una donna incinta che muore il 13 luglio in via Geni Maria. Cinque giorni dopo la città è in fiamme. Il 18 luglio una folla armata di scuri e schioppi scende in Piazza Duomo gridando «Viva Santa Lucia! Morte ai tossici!» e in due giorni linciaggia almeno una ventina di persone: il commissario Vico, il medico Cumia, l'intendente Andrea Vaccaro, la famiglia del cosmoramo Giuseppe Schwentzer. Un mese dopo i Borboni faranno fucilare in Piazza Duomo Mario Adorno padre e figlio. Questo libro è la cronaca, l'analisi e l'atto d'accusa che un sacerdote-deputato siracusano scrive trent'anni dopo essendo stato dentro quei giorni.

02. L'autore: a ventun anni era già un cospiratore

Emilio Bufardeci (Siracusa, 1816 – Siracusa, 1899) è una delle figure più complesse del Risorgimento siciliano. Sacerdote, patriota, deputato del Regno per tre legislature, firmò nel 1849 a bordo di una nave inglese, in nome di Ruggero Settimo, l'armistizio con il generale Carlo Filangieri che chiuse la resistenza di Siracusa. Nel 1837 aveva ventun anni: secondo le fonti biografiche siracusane (Privitera 1879, necrologio comunale) era già attivo nei circoli liberali cittadini al momento dello scoppio della rivolta. Quando trent'anni dopo decide di raccontare il 1837, lo fa con una doppia legittimità: di testimone diretto e di erudito che ha letto Tucidide sulla peste di Atene, Boccaccio sulla peste fiorentina, Manzoni e Verri sulla Storia della colonna infame. Il libro è dedicato al fratello Vincenzo, morto il 9 aprile 1855: «volato a Dio la mattina del IX aprile MDCCCLV, amaramente compianto dai congiunti, dagli amici, dal popolo».

03. Il pregiudizio popolare come malattia ricorrente

La tesi del libro sta tutta nel titolo. Le funeste conseguenze di un pregiudizio popolare sostiene che la rivolta di Siracusa del 1837 fu il risultato di un meccanismo psicologico ricorrente, non egemonizzato né dai liberali né dai Borboni: ogni volta che un'epidemia colpisce una città del Mediterraneo, la folla è certa di un veleno e cerca gli untori. Bufardeci documenta lo stesso copione ad Atene nel V secolo a.C. (Tucidide), a Milano nel 1630 (Manzoni e Verri), a Marsiglia nel 1720, a Parigi nel 1832, a Palermo, Catania, Siracusa nel 1837, a Genova e Messina nel 1854, a Palermo di nuovo nel 1867. La «fola» del veleno è sempre la stessa, gli slogan si ripetono identici: «Morte agli untori! Morte agli avvelenatori!». Bufardeci chiama questo schema «un pregiudizio popolare»: un riflesso culturale che riemerge a ogni epidemia, non un'opinione che si può smentire con argomenti razionali.

04. La settimana del 13-19 luglio: cronaca ora per ora

Il cuore narrativo è il capitolo IV, intitolato Il 1837. Bufardeci ricostruisce ora per ora la settimana decisiva. Il 13 luglio Carmela Midolo muore di colera in via Geni Maria. Il 14 muore un contadino, poi una vicina della famiglia Lepik. Il 15 e il 16 i medici Bella e Beringa predicano dai pulpiti che non c'è veleno, ma è troppo tardi. Il 17 luglio scoppiano i primi tafferugli. Il 18 luglio, mentre l'intendente Vaccaro tenta di placare la folla consegnando come capro espiatorio il cosmoramo Giuseppe Schwentzer, francese di Tolone, la piazza diventa teatro di linciaggio. Schwentzer viene massacrato a colpi di scure insieme alla moglie tirolese Anna Maria Lepik di Antonio, diciottenne, e ai due bambini piccoli, di cui un lattante di tre mesi. Il 19 luglio quattromila persone bruciano l'intendenza, devastano villa Nizza, saccheggiano la casa degli Adorno. Bufardeci paragona la scena al «piccolo 2 settembre», allusione ai massacri di Parigi del 1792. Il bilancio: una ventina di morti in città, decine di feriti, intere famiglie distrutte.

05. Mario Adorno tentò di fermare la folla

Il 21 luglio i gendarmi borbonici, su denuncia di un anonimo, irrompono in casa di Mario Adorno e lo arrestano. Adorno è un patriota liberale anziano, sessantaquattrenne, nato nel 1773. Il figlio Carmelo, padre di numerosa famiglia, è arrestato insieme a lui. Un dettaglio centrale che Bufardeci sottrae alla vulgata risorgimentale: nelle giornate del 18 e 19 luglio Mario Adorno aveva tentato di calmare la rivolta, di fermare il linciaggio, non di guidarlo. Il sacerdote-deputato lo documenta con cura nelle pagine 167 e 173, e ne fa uno dei capisaldi della propria lettura della tragedia: i fucilati di Piazza Duomo non furono i capi di un'insurrezione consapevole, ma uomini che avevano tentato di arrestare il furore popolare e che la giustizia borbonica condannò ugualmente. La fucilazione avviene il 18 agosto 1837 in Piazza Duomo, davanti al portale della Cattedrale, a un mese esatto dal massacro di Schwentzer. Bufardeci salva nel libro lo scambio finale tra padre e figlio: «Padre! e così muoiono i traditi?», dice Carmelo. «Tradita è la nostra fortuna, tradito non l'animo, non la coscienza», risponde Mario.

06. La giustizia di Del Carretto e il decreto del 17 settembre

La fucilazione degli Adorno è solo la punta di un iceberg di repressione. Il 7 agosto 1837 sbarca a Siracusa, sulla pirofregata, il generale Francesco Saverio Del Carretto, direttore di polizia e Commissario Alter-Ego del re Ferdinando II, già responsabile dei massacri del Cilento del 1828 che gli erano valsi il soprannome di «feroce Del Carretto». La Corte marziale lavora a tempi serrati. Il 17 settembre 1837 Ferdinando II firma da Napoli un decreto che scioglie il Vallo di Siracusa come unità amministrativa: il capoluogo è trasferito a Noto come punizione collettiva, e Catania assorbe parte del territorio nel nuovo Vallo. La Corte marziale di Del Carretto si sposta a Floridia, Avola, Sortino, Cassaro, Buscemi. Bufardeci elenca le sentenze paese per paese e arriva a un bilancio complessivo di circa mille condanne fra fucilazioni, ergastoli e ferri; la storiografia successiva ha consolidato la cifra dei fucilati intorno alle cento unità e degli ergastoli a centoquarantuno. Il libro è anche un repertorio onomastico delle vittime della repressione, materia preziosa per la storia locale dei singoli comuni siracusani. I corpi degli Adorno furono lasciati esposti, poi sepolti senza onori; agli eredi fu inflitta una multa di mille onze d'oro post mortem.

07. Il giudice Mistretta e la macchina della menzogna

Il capitolo V del libro è il più tecnico. Bufardeci trascrive ampi stralci dei verbali della Commissione istruttoria, condotta dal giudice Francesco Mistretta con il cancelliere Carmelo Flaccavento, dal 22 luglio in poi. I verbali mostrano come la giustizia borbonica costruì la propria prova: una medaglia coniata a Tolone, un cosmorama itinerante, una «lega» di «francesi conspiratori», presunti veleni che ai test chimici risultano innocui. Bufardeci definisce Mistretta «servitore della menzogna borbonica» e dimostra, documenti alla mano, che la sentenza era politica prima ancora che giudiziaria. L'analisi chimica neutra non bastò a salvare gli Adorno: il giudizio era già stato scritto a Napoli.

08. Tre scrittori che hanno tradito il 1837

Il capitolo VII è la parte polemica del libro. Bufardeci attacca tre pubblicisti siciliani che, fra il 1851 e il 1867, hanno scritto la versione vulgata dei fatti del 1837 in chiave di partito: il professor Salvatore Chindemi, il giurista Pasquale Calvi nelle Memorie storiche e critiche della rivoluzione del 1848 (1851-1869), e Luigi Failla con le Memorie storico-critiche della rivoluzione siracusana del 1848. Bufardeci li accusa di aver tutti accreditato la tesi del veleno come fatto storico, pur sapendola falsa, ognuno per i propri fini: chi per glorificare l'insurrezione siracusana del 1848 come continuità ideologica del 1837. La sua tesi è opposta: a Siracusa nel 1837 non ci fu un programma liberale unitario, ma una sommossa di massa trascinata dalla credenza nel veleno. Riconoscerlo non è insultare i fucilati: è restituire loro la dignità della verità.

09. Il colera ritorna: 1854, 1865, 1867

I capitoli VIII e IX estendono l'analisi ai decenni successivi. Nel 1854 il colera torna in Sicilia durante la guerra di Crimea: a Messina, Catania, Trapani, Palermo scoppiano nuovi tumulti, identici nello schema a quelli del 1837. Nel 1865 e nel 1867, sotto il nuovo Regno d'Italia, il colera infetta di nuovo Palermo: il governo unitario, per non danneggiare commerci e turismo, nasconde i bollettini sanitari, e la plebe siciliana torna a urlare contro gli untori. Bufardeci scrive con allarme civile: se nemmeno dopo l'unità l'Italia è riuscita a educare il popolo, il pregiudizio popolare resta una minaccia ricorrente alla nuova nazionalità. Il libro è anche un manifesto pedagogico: solo l'istruzione e la moderazione cavouriana possono guarire i meridionali dall'untore immaginario.

10. Un libro nato anche come autocritica

L'aspetto più sottile del libro è l'autocritica implicita. Bufardeci, attivo nei circoli liberali siracusani nel luglio 1837, aveva contribuito a discutere se sollevare la città. Trent'anni dopo riconosce che la rivolta non era egemonizzata politicamente, ma trascinata dal pregiudizio: era una sommossa di massa, non un'insurrezione politica coerente. La conseguenza è che il sangue dei fucilati (Adorno padre e figlio in primis) è doppiamente atroce, perché versato per una causa che la stessa cospirazione liberale non controllava. Bufardeci chiede onestà storiografica. È questo il punto in cui un anno dopo, nel 1869, la famiglia Adorno reagirà con la confutazione di Gaetano Adorno Puma, figlio di Mario, che difenderà l'onore politico del padre come patriota cosciente, non come vittima del fanatismo cieco.

11. Una memoria pubblica e una memoria privata

Il libro è dedicato al fratello Vincenzo, morto il 9 aprile 1855: «volato a Dio la mattina del IX aprile MDCCCLV». La memoria pubblica del 1837 e la memoria privata del lutto del 1855 si intrecciano nelle motivazioni profonde dell'autore. Bufardeci stampa a Firenze, presso la tipografia Eredi Botta, casa editrice che aveva seguito la capitale del Regno da Torino a Firenze nel 1865. Firenze era la sede di stampa istituzionale del nuovo Stato, e Bufardeci, deputato della Destra storica, vi aveva canali editoriali consolidati. Il libro circolò con discrezione e fu, per i decenni successivi, la fonte primaria che storici e pubblicisti dovettero leggere prima di scrivere qualsiasi cosa sui «fatti del Trentasette».

12. Quattrocentoquarantanove pagine che hanno fissato una memoria

Le funeste conseguenze di un pregiudizio popolare è ancora oggi la fonte primaria più dettagliata sui sei giorni del luglio 1837 a Siracusa. È il libro da cui partono la voce della Treccani su Mario Adorno, le ricostruzioni di Privitera nella Storia di Siracusa del 1879, e ogni successiva ricerca accademica sulla rivolta degli untori siciliana. Lo stile forense-predicatorio invecchia, ma la cronologia ora per ora resta insostituita. È anche il primo libro italiano dell'Ottocento che applica una lettura comparatistica delle epidemie come malattia culturale: dalla peste di Atene al colera unitario, lo schema è uno solo, e si chiama paura collettiva del nemico interno.

Citazioni

«Una commissione eletta dal popolo istruiva un processo per supposto avvelenamento, alla quale faceva immenso seguito in Sicilia ed altrove» (Prefazione).

«Viva Santa Lucia! Morte ai tossici!» (grido della folla di Piazza Duomo, 18 luglio 1837).

«Voi siete stato arrestato dal popolo, come sospetto d'avere sparso o propagato dei veleni che hanno cagionato a vita a tanti cittadini» (verbale del giudice Mistretta a Schwentzer, cap. V).

«Padre! e così muoiono i traditi?» — «Tradita è la nostra fortuna, tradito non l'animo, non la coscienza» (ultimo dialogo tra Carmelo e Mario Adorno davanti al plotone, 18 agosto 1837).

«Sotto questi aspetti, pesa sulla coscienza degli onesti il dovere di rappresentare qualche cosa nella rispettiva patria» (Cap. I, L'Errore).

Da ricordare

  • Tra il 13 e il 19 luglio 1837, Siracusa fa una ventina di vittime di linciaggio popolare durante l'epidemia di colera. Il pretesto è la credenza che il colera sia un veleno sparso da spie nemiche.
  • Il 18 agosto 1837, in Piazza Duomo, vengono fucilati Mario Adorno (sessantaquattro anni) e suo figlio Carmelo. La repressione borbonica del Val di Noto si chiude con circa mille condanne complessive fra fucilazioni, ergastoli e ferri.
  • Il libro mette a confronto Atene di Tucidide, Milano di Manzoni, Marsiglia 1720, Parigi 1832, Palermo 1837, Genova 1854 e Palermo 1867: il pregiudizio popolare contro gli untori è una malattia culturale ricorrente.
  • Bufardeci sostiene che a Siracusa nel 1837 non ci fu egemonia politica liberale: la rivolta fu una sommossa di massa trascinata dalla credenza nel veleno. Per questo un anno dopo la famiglia Adorno gli risponderà con la confutazione di Gaetano Adorno Puma.
  • Il libro è ancora oggi la fonte primaria più dettagliata sui sei giorni del luglio 1837 a Siracusa: cronologia ora per ora, repertorio onomastico delle vittime e dei condannati, trascrizione dei verbali Mistretta.

Cosa vedere oggi a Siracusa con Bufardeci in tasca

In Ortigia, Piazza Duomo è ancora il teatro topograficamente identico delle fucilazioni del 18 agosto 1837. Il quadrato di fanteria si dispose davanti al portale della Cattedrale, dove oggi salgono i turisti per visitare il Tempio di Atena. La Cattedrale stessa è dove i condannati ricevettero l'ostia prima della scarica. Il collegio dei Gesuiti, oggi Galleria Regionale di Palazzo Bellomo, a poca distanza, fu il luogo del massacro della famiglia Lepik. L'antico Castello Maniace, ancora in piedi sulla punta dell'Isola, ospitò il battaglione del generale Giovanni Tanzi che prese militarmente Siracusa nel luglio 1837. Floridia, Avola, Sortino, Cassaro, Buscemi: ognuno di questi paesi della provincia conserva nomi di fucilati o ergastolati del 1837, le cui storie attendono ancora di essere ricostruite singolarmente.

Edizione consultata: Emilio Bufardeci, Le funeste conseguenze di un pregiudizio popolare. Memorie storiche, Firenze, Tipografia Eredi Botta, 1868. 449 pagine. Esemplare digitalizzato Internet Archive, ID `bub_gb_r172Go4Q5RYC`.

Audio-riassunto curato da Alessandro Calabrò il 17 maggio 2026.

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