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Frontespizio di Alcimo Titanio, Lettere sopra l’opera di Capodieci (1816)
Aretusapedia · Libri

Lettere sopra l’opera di Capodieci

di Alcimo Titanio (pseudonimo) · Palermo, Tipografia di Lorenzo Dato · 1816
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Alcimo Titanio, Lettere sopra l'opera di Capodieci (1816)

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Sinossi.

Nel milleottocentosedici un anonimo erudito palermitano, celato dietro lo pseudonimo Alcimo Titanio, pubblica sei lettere indirizzate a un nobile corrispondente per smontare punto per punto l'opera in due tomi che il sacerdote Giuseppe Maria Capodieci aveva dato alle stampe nel milleottocentotredici sulle antichità di Siracusa: gli Antichi monumenti di Siracusa illustrati. Un libro che attacca un altro libro, restituendo al lettore di oggi il sapore vivo di una polemica antiquaria condotta a colpi di citazioni, errata corrige aritmetici, accuse di plagio e ritratti caricaturali.

Edizione consultata: Alcimo Titanio, pseudonimo, Lettere di ragguaglio sopra l'opera intitolata Antichi monumenti di Siracusa illustrati dall'antiquario Giuseppe Maria Capodieci, Palermo, Tipografia di Lorenzo Dato, milleottocentosedici, sessantacinque pagine. Pseudonimo probabile: Saverio Landolina Nava o erudito palermitano della sua cerchia.

Capitolo primo. Il dialogo silenzioso: Aretusapedia Libri ha pubblicato Capodieci milleottocentotredici, ora pubblica i suoi critici.

Aretusapedia Libri ha già pubblicato, all'interno del proprio fondo digitale di pubblico dominio, gli Antichi monumenti di Siracusa illustrati dall'antiquario Giuseppe Maria Capodieci, stampati a Siracusa nel milleottocentotredici, opera che per oltre due secoli ha rappresentato, nel bene e nel male, il principale repertorio antiquario della città in lingua italiana. Pubblicare oggi anche le Lettere di ragguaglio di Alcimo Titanio significa permettere al lettore di ascoltare entrambe le voci della stessa contesa: l'autore bersaglio e il suo critico più feroce. Il volume del milleottocentosedici è infatti un libro che parla quasi esclusivamente di un altro libro. Non un'opera autonoma, non un trattato sulle antichità siracusane, ma un atto d'accusa: sessantadue pagine fitte di rimandi puntuali ai due tomi capodecciani, con citazioni di pagina per la cronologia, per il tempio di Minerva, per quello di Diana, per il pritaneo, per le catacombe, per il museo capodecciano. Già nel suo Avviso a chi legge, l'editore avverte, e qui cito le sue parole esatte, che le lettere furono scritte da un amico ad un altro, affin di dargli un genuino saggio dell'opera del Sacerdote Giuseppe Capodieci sovra gli antichi monumenti di Siracusa, e non mai per venir le stesse pubblicate, fine citazione. Ma la decisione di mandarle ai torchi viene presa proprio per, di nuovo cito, avvertire il pubblico de' grandi spropositi da lui presi in materia di cronologia, di storia, di antiquaria, di stile, di lingua, fine citazione. La meta-letteratura settecentesca, in piena Sicilia borbonica, prende così la forma di un duello a distanza fra eruditi.

Capitolo secondo. Alcimo Titanio: chi si nasconde dietro lo pseudonimo.

Lo pseudonimo è palesemente fittizio. Alcimo rimanda al ramo arcadico-letterario delle dispute eruditi settecentesche, e le due lettere P punto A punto che chiudono ogni epistola, ovvero Pastore Arcade, secondo la consuetudine accademica del tempo, ne sono la cifra di riconoscimento. Le lettere sono datate da Palermo: primo novembre milleottocentoquattordici, quattordici dicembre milleottocentoquattordici, dieci febbraio milleottocentoquindici, dieci marzo milleottocentoquindici, due gennaio milleottocentosedici, venticinque febbraio milleottocentosedici. L'autore dichiara di aver nel corso di anni sei circa visitato due volte Siracusa, di essere stato amico del cavaliere Saverio Landolina Nava, di aver frequentato la casa del canonico Rosario de Gregorio a Palermo dove sentiva Landolina, e qui cito, confutar molte opinioni sparse nelle operette del Logoteta sopra le Siracusane antichità, fine citazione. Dichiara inoltre di essere stato presente fisicamente a Siracusa nel dicembre milleottocentododici e gennaio milleottocentotredici quando vi soggiornava l'architetto inglese Charles Robert Cockerell: io era colà, scrive Titanio, onde la mia asseveranza è quella di un testimonio oculare. Tutto converge su un membro della cerchia Landolina: o lo stesso Mario Landolina Nava, figlio primogenito di Saverio, o un erudito intimo della famiglia. La sesta lettera contiene anche un epistolario nell'epistolario: una missiva del fantomatico Don Fabrizio, amico inviato in ricognizione a Siracusa per riferire dell'autore bersaglio. Anche Fabrizio è probabilmente un alias arcadico. Il libro, stampato a Palermo dalla tipografia di Lorenzo Dato, e non a Siracusa città di Capodieci, e l'avvertenza editoriale che si spera che questa operetta sarà continuata, promessa mai mantenuta, confermano la natura quasi-anonima dell'impresa.

Capitolo terzo. L'errore aritmetico di Gerone secondo: ventisei più cinquantaquattro fa ottanta, non novanta.

L'episodio è quasi comico, ed è probabilmente il più memorabile dell'intero libro. Nella seconda lettera, datata Palermo, quattordici dicembre milleottocentoquattordici, Titanio riporta un passo della cronologia di Capodieci che recita testualmente, e cito: A Finzia, e Liparo succede al trono Jerone Secondo in età di anni ventisei. Jerone regnò anni cinquantaquattro, e muore d'anni ottanta, fine citazione. Il dato anagrafico di Gerone Secondo è quello effettivamente accolto dalla storiografia, ma Capodieci aveva scritto novanta nel testo a stampa, e Titanio coglie l'occasione per la più feroce stoccata epistolare. Cito le parole esatte di Titanio: Bravo, bravissimo il nostro antiquario! Martuccio il figliuolino del mio cuoco quando lesse per avventura questo passo a me rivolto disse: Signore, il mio Maestro mi ha insegnato che ventisei e cinquantaquattro fanno ottanta. Dunque chi scrisse questo libro come dice che fanno novanta? Dunque non sono io solo che merito delle busse. Indi cominciò ridendo a saltellare or qua, or là come capriuolo. Che ne dite? Fine citazione. L'aritmetica del cuoco palermitano demolisce in tre righe la pretesa di Capodieci di essere l'unico antiquario che vive in Sicilia. Il particolare è significativo: Titanio non sceglie un errore di erudizione raffinata su cui i dotti possono discutere, ma un errore di calcolo elementare su un sovrano di Siracusa, errore che persino un bambino può cogliere. È il primo segnale, programmatico, della strategia retorica delle sei lettere: ridicolizzare prima ancora di confutare. La massima oraziana posta dall'editore in apertura, chi vieta di dire il vero ridendo, è del resto la cifra dichiarata dell'intera operazione.

Capitolo quarto. Sicani e Siculi: il pasticcio cronologico, millecinquecento contro milletrecentosettanta avanti Cristo.

Sempre nella seconda lettera, Titanio attacca un altro errore strutturale della cronologia capodecciana. A pagina dieci del tomo primo, Capodieci aveva scritto, e cito le sue parole, che l'anno millecinquecento si portarono in Siracusa verso il secolo tredicesimo i Siculi, che sono una cosa stessa coi Sicani, fine citazione. Titanio, con il piglio del filologo aggiornato sulla bibliografia europea, contesta sia la datazione sia l'identificazione fra i due popoli. Cito: Riflettete, o mio Signore, quanti errori in questo solo passo si comprendano. Fine citazione. E rimanda al Saggio di cronologia su Erodoto, pagine quattrocentoquarantacinque e quattrocentoquarantasei, e al Canone Cronologico, pagina seicentosettanta, del dottissimo Pierre Henri Larcher, dove, scrive Titanio, con la più fina critica sono ancora fissate le epoche notabili della storia siciliana ai bei tempi della Grecia. Citando direttamente Larcher e Dionigi di Alicarnasso, Antichità Romane libro primo paragrafo ventiduesimo, Titanio fissa la datazione corretta della migrazione sicula in Sicilia: anno milletrecentosettanta avanti Gesù Cristo. Per concludere con sarcasmo: Si avvisi adunque il Reverendo Cappellano che i Siculi diversi sono dai Sicani, e che tal passaggio seguì anni avanti Cristo milletrecentosettanta, e non mai millecinquecento, come egli assevera. La distanza fra le due date, centotrenta anni, è tutto fuorché trascurabile: per Titanio è il segno che Capodieci non ha letto le fonti aggiornate, la più importante cronologia europea sulla Sicilia greca era allora quella di Larcher, e si è limitato a copiare le datazioni delle compilazioni siciliane più antiche. Titanio conclude la rampogna metodologica con queste parole: senza l'ajuto dell'arte critica, senza la cognizione delle lingue Orientali, e senza uno studio profondo sopra i classici.

Capitolo quinto. Timoleonte: la data sbagliata della liberazione di Siracusa.

Subito dopo, sempre nella seconda lettera, Titanio passa a un terzo errore cronologico. Capodieci aveva scritto, e cito, che all'anno trecentotrentasette avanti Cristo Timoleonte venne alla difesa di Siracusa, discacciò Dionisio ed Iceta, istituì la democrazia. Fine citazione. Errore doppio, secondo Titanio. Primo errore: Capodieci riduce tutti i fatti accaduti in diversi tempi sotto il citato periodo dell'anno trecentotrentasette avanti l'era volgare, mentre si tratta di tre eventi distinti, distribuiti in tre anni diversi. Secondo errore: la data stessa è sbagliata. Ricorrendo ancora al Canone Cronologico di Larcher, pagine seicentonovantanove e settecento, Titanio fissa la sequenza corretta. Cito il passaggio integralmente: Timoleonte si porta in Sicilia anni avanti Gesù Cristo trecentoquarantasei. Timoleonte s'impadronisce di una parte di Siracusa, mentre Iceta era il padrone di Acradina, e Dionisio del resto dell'Isola, anni avanti Gesù Cristo trecentoquarantaquattro. Timoleonte discaccia da Siracusa Dionisio il giovane, e lo manda relegato a Corinto. Egli stabilisce in Siracusa gli Arconti sotto il nome di Anfipoli ministri di Giove Olimpico, anni avanti Gesù Cristo trecentoquarantatre. Fine citazione. E Titanio commenta sornione: Ben sa il ver chi l'impara. L'episodio è importante per due ragioni. Primo: dimostra che la cronologia di Capodieci sui tiranni siracusani, pilastro di un'opera che si presenta come guida ai viaggiatori fra le antichità della città greca, è inservibile. Secondo: Titanio si presenta come un erudito di formazione europea, aggiornato sulla migliore letteratura francese di critica storica, contro un Capodieci che ripete passivamente le cronologie compilatorie del secolo precedente.

Capitolo sesto. I plagi: Cesare Gaetani, Mirabella, Logoteta, Landolina, Avolio, Visconti.

La quarta e la quinta lettera sono interamente dedicate alla questione dei plagi. Titanio elenca metodicamente i passi in cui Capodieci ha trascritto, senza dichiararlo, materiali altrui. Sul tempio di Diana, alle pagine cinquanta e cinquantuno del tomo primo, Capodieci si vanta di una scoperta fatta da me, fra virgolette, l'eccezionalità delle colonne rispetto a quelle dei templi di Minerva e di Giove Olimpico, ma Titanio dimostra che la medesima osservazione era già nel Mirabella, prima tavola pagina ventisei, dove si legge a chiare lettere, e cito: per quanto io ho potuto osservare questo del quale parliamo era di quello maggiore. Fine citazione. La stessa osservazione era anche nel viaggio del principe di Biscari, pagina settantaquattro, e nel Logoteta, Siracuse antiche illustrate del millesettecentoottantotto, pagina cinquantanove, dove si legge, cito, sorpassando di assai quelle del tempio di Minerva e di Giove Olimpico, fine citazione. Sull'iscrizione di Gerone, Capodieci avrebbe copiato verbo a verbo il manoscritto del Gaetani, già illustrato dal padre Lupi. Sulle aste di gramigna del tempio di Minerva, alle pagine sessantaquattro e seguenti del tomo primo, copiate da Cesare Gaetani Conte della Torre, in particolare dal manoscritto Vestigi di Siracusa antica illustrati che Capodieci aveva avuto fra le mani per via del fratello Francesco, vecchio dimestico della casa Gaetani. Sull'equinozio di Archimede nel tempio di Minerva, pagina settantatré del tomo primo, copiato dal Gaetani con un confronto testuale serrato di intere pagine. Sull'iscrizione di Perpenna, pagina centosedici e seguenti del tomo primo, Capodieci ha attinto, scrive Titanio, dall'avvocato Francesco di Paola Avolio nell'allegata dissertazione, pagina settantaquattro, ma le erudizioni che illustrano l'iscrizione sono del cavaliere Landolina. Sulla statua di Esculapio, pagina centouno e seguenti del tomo primo, le riflessioni sulla barba, i calzari, la cortina, il bastone e il serpe sono, parola di Titanio, parto del defunto cavaliere Landolina, come può io medesimo farvene fede. Sulla descrizione delle latomie, pagina duecentotrentaquattro del tomo primo, Capodieci avrebbe copiato l'avvocato Avolio, sua dissertazione pagina quarantasei, con piccole alterazioni, e Titanio si ferma a chiosare con dileggio una frase capodecciana: immensi macigni, pendenti smisurati pilastri, come possono pendere i pilastri. Sul Pritaneo siracusano, alle pagine centottantotto e seguenti del tomo primo, Capodieci avrebbe copiato parola per parola dal Logoteta del millesettecentoottantotto, con citazioni latine identiche di Spanemio, Aristotele, Platone, Cicerone, Livio, Celio Rodigino. Titanio chiude con un'apposita definizione di plagio, e cito le sue parole testuali: Plagiario però a ragione nominarsi puote colui, il quale valendosi del materiale degli altri, lo spaccia per suo, e non dà le dovute lodi a chi gli lo ha somministrato. Fine citazione.

Capitolo settimo. False scoperte: Cockerell, Landolina e Walthausen rivendicati.

Distinto dal plagio, ma a esso parallelo, è il capitolo delle false attribuzioni di scoperte archeologiche. Sul tempio di Minerva, Capodieci, scrive Titanio citando il tomo primo a pagina sessantadue, si pregia per ultimo di avervi scoverta altra colonna nel milleottocentotredici, e gonfiando le gote, spaccia con aria di braveria, che quanto ha di nuovo rapportato intorno a questo tempio, è stato autorizzato dal signor Roberto Cockerell inglese, famoso architetto, soggiornando in Siracusa nel dicembre milleottocentododici e gennaio milleottocentotredici. Titanio, che era a Siracusa in quei mesi, restituisce la realtà dei fatti. Cito: Il Cockerell fece delle lunghe ed esatte osservazioni sopra il detto tempio, avendolo esaminato con le regole dell'architettura, e molti lumi ne trasse che si addicevano alle sue ricerche; avendo scoverto gli errori dove coloro che preceduto l'avevano in cotale esame inciamparono. Prese questa occasione il Capodieci alla fine di notarsi qualche cosa che poté cavar di bocca a quel giovane. Fine citazione. Charles Robert Cockerell, futuro architetto di Londra e autore della Taylorian Institution di Oxford, nella sua spedizione siciliana del milleottocentododici in compagnia di Karl Haller von Hallerstein, soggiornava in casa del pittore Politi: era lui l'autore delle vere misurazioni architettoniche. Capodieci si era limitato ad assistere e a registrarne le conclusioni nei propri taccuini. Lo stesso accade per la pianta delle catacombe di San Giovanni. Titanio scrive, e cito: Spacciasi parimente autore di una esatta pianta delle catacombe dette di San Giovanni, mentre persona di fede degna mi ha testificato che fu la stessa delineata da un ufficiale appellato Walthausen. Fine citazione. Ancora: il ritrovamento della statua di Venere, pilastro del nascente museo siracusano, viene da Capodieci rivendicato in due luoghi della sua opera, ma Titanio chiarisce: né a lui, né al cavaliere Landolina tal ritrovamento si deve, ma al caso e a quel buon villano che in atto di lavorare l'orto seppe farla rispettare dall'aratro.

Capitolo ottavo. Il museo di Capodieci: cocci, bottiglie di vino e ritratti vanesi.

Le pagine più mordaci sono quelle in cui Don Fabrizio, nella sesta lettera, descrive il museo privato di Capodieci, allestito nella sua casa di Siracusa. Cito la descrizione esatta: Oh che museo, oh che museo è mai questo, mio caro Alcimo. Sarebbe troppo il parlarti del ristretto e povero luogo destinato a cotale oggetto, siccome consumerei indarno del tempo e dell'espressioni se ti facessi parole di tutte le bagattelluccie che là si conservano. Un confuso miscuglio di manobri, di lucerne, di idoletti, di vasi di grossa pasta, ed un indistinto ammasso di talune marittime produzioni, formano tutto il bello ed il grande del decantato museo. Alla fine compie l'opera una raccolta di bottiglie di patri vini, ed una mediocre quantità di tersi bicchieri. Fine citazione. Cocci e bottiglie di vino come pezzi da museo: l'immagine, dissacrante, restituisce un erudito provinciale che ha confuso il proprio orto con i giardini delle Esperidi, come Titanio sottolinea proprio sul tomo primo pagina centotrenta, dove Capodieci parlava del suo giardino, scatenando il commento sarcastico di Titanio: oh che giardino, oh che orti esperidi. Ma il dettaglio più amaro per il decoro letterario siracusano riguarda i ritratti. Capodieci, scrive Don Fabrizio, ha curato a farsi incidere il ritratto, le cui copie sono a perpetua memoria inserite nei suoi libri, e girano per le mani del volgo, e la di lui effigie istessa occupa un luogo distinto in quella pubblica libreria accanto del ritratto di Archimede. Aver fatto collocare la propria immagine accanto a quella di Archimede, di Arezzi, di Mirabella, dei vescovi benemeriti e del traduttore di Orazio marchese di Castellentini è, per Titanio e Fabrizio, una prova di pretesa intollerabile. Cito: Alla veduta di tale immagine non credi tu che quell'ombre onorate ebbero a gittare uno strido dai loro sepolcri, rampognando la patria che rimbambisce, o delira. Fine citazione. E ancora: nell'orto delle Esperidi capodecciano persino le pareti dei monumenti antichi venivano deturpate, narra Don Fabrizio, dal suo nome scritto di proprio pugno a color di minio, in lettere di mezzo braccio, in ogni buca ed in ciascun angolo. Un villano siracusano commenta con sapienza: Il nome di Capodieci, o signore, è l'erba parietaria di queste pietre.

Capitolo nono. Atti notarili in una guida ai viaggiatori: la digressione barocca.

Una delle critiche metodologiche più solide di Titanio riguarda lo statuto stesso dell'opera capodecciana. Capodieci aveva presentato i suoi due tomi come una guida destinata agli illustri e dotti viaggiatori, dichiarando in prefazione, e cito le sue parole testuali dalla pagina prima del tomo primo: Ecco la guida o nobili viaggiatori, che vi condurrà ad osservar con diligenza i venerandi avanzi dell'antichità di Siracusa. Voi non più terrete via sul bujo come per l'addietro, non più urterete in molti abbagli. Fine citazione. Ma il libro, osserva Titanio, è tutto fuorché una guida funzionale. In mezzo alla descrizione del tempio di Minerva ci sono pagine sui restauri seicenteschi e sul damasco di seta chermisi del pulpito, alle pagine dal settanta al settantacinque del tomo primo. Parlando dell'antico Foro e Curia di Siracusa, Capodieci infila un rogito del notaio Pietro Aragonese del millecinquecentonovantuno, pagine centonovantacinque e seguenti del tomo primo, per dimostrare il luogo del martirio di santa Lucia. Per la chiesa di Santa Lucia la piccola allega due altri atti, uno del millequattrocentosessantacinque del notaio Giovanni Pastorella, e l'altro del millequattrocentosessantotto del notaio Bartolomeo, donde raccoglierebbe che quel luogo si chiamava la contrada del Bordello. Sulla latomia dei Cappuccini, pagina duecentotrentotto del tomo primo, cita un altro atto notarile del millecinquecentoottantadue sulla fondazione del convento. Titanio commenta: E a dir tutto in poche parole, pochi sono i capitoli i quali conditi non vengono di simili citazioni, o di male accomodate notizie, che si convengono molto maggiormente ai tempi posteriori e recenti, essendo di niun momento allo scopo dell'opera, anzi che no indegni da riferirsi agli uomini di lettere. L'esempio più sarcastico è quello del territorio siracusano, pagina quarantaquattro e seguenti del tomo primo: per esaltare la feracità della Piana, Capodieci aveva inserito, e cito Titanio, una noiosa e lunga numerazione dei prezzi, ossia assise, onde si sono vendute in Siracusa le derrate dal tredicesimo insino al prossimo passato secolo. Che calza ciò in un'illustrazione di antichi monumenti, e fare senza proposito di una mosca un liofante. Fine citazione.

Capitolo decimo. Capodieci e Titanio nel duemilaventisei: cosa resta della polemica.

A più di duecento anni di distanza, le sei Lettere di ragguaglio conservano un'importanza che va al di là del loro valore di pamphlet ottocentesco. Titanio sapeva di filologia comparata, conosceva la migliore bibliografia europea, da Larcher a Visconti, da Manuzio a Spanemio, da Muratori a Casaubon, da Vossio a Lipsio fino a Servio, e fissava una linea metodologica chiara: per Siracusa antica non si può tornare a una semplice ripetizione delle compilazioni siciliane precedenti, bisogna passare attraverso la critica storica europea, attraverso l'archeologia sul campo dei Cockerell e dei Landolina, attraverso una rinnovata frequentazione dei testi classici. Su quasi tutti i punti sostanziali, la cronologia di Gerone secondo, la datazione della migrazione sicula al milletrecentosettanta avanti Cristo, la cronologia di Timoleonte tra il trecentoquarantasei e il trecentoquarantatre avanti Cristo, l'attribuzione dei rilievi sull'equinozio di Archimede al Gaetani e al Logoteta, l'attribuzione delle vere misurazioni del tempio di Minerva a Charles Robert Cockerell, la storiografia successiva ha sostanzialmente dato ragione a Titanio. Capodieci resta una fonte preziosa per l'aggiornamento topografico al milleottocentotredici di una città che stava per essere sconvolta dai discavi ottocenteschi del Cavallari e del Salinas, ma la sua pretesa di rinnovamento antiquario era infondata. D'altra parte, Titanio è impietoso fino al livore: il dialogo con Capodieci si svolge sempre sopra il registro della derisione, mai del confronto leale. La pubblicazione contestuale dei due testi su Aretusapedia consente al lettore contemporaneo di leggere il libro bersaglio, Capodieci milleottocentotredici, e il suo controcanto, Titanio milleottocentosedici, e di farsi un'idea diretta della polemica e dei suoi limiti: l'autore degli Antichi monumenti illustrati aveva torto su molti punti specifici, ma ricavava per primo un repertorio iconografico e topografico in lingua italiana che ai viaggiatori serviva, allora come oggi. Il critico aveva ragione sul metodo, ma la sua libertà filosofica, come la chiama l'editore palermitano, sfocia spesso nell'attacco personale. Restituire i due libri al loro dialogo originale significa restituire a Siracusa la sua tradizione antiquaria nella sua interezza, contraddizioni comprese.

Nel 1816 un anonimo erudito palermitano, celato dietro lo pseudonimo «Alcimo Titanio», pubblica sei lettere indirizzate a un nobile corrispondente per smontare punto per punto l'opera in due tomi che il sacerdote Giuseppe Maria Capodieci aveva dato alle stampe nel 1813 sulle antichità di Siracusa: gli Antichi monumenti di Siracusa illustrati. Un libro che attacca un altro libro, restituendo al lettore di oggi il sapore vivo di una polemica antiquaria condotta a colpi di citazioni, errata corrige aritmetici, accuse di plagio e ritratti caricaturali.

Edizione consultata: [Alcimo Titanio, pseud.], Lettere di ragguaglio sopra l'opera intitolata "Antichi monumenti di Siracusa illustrati dall'antiquario Giuseppe Maria Capodieci", Palermo, Tipografia di Lorenzo Dato, 1816, 65 pp. Pseudonimo probabile: Saverio Landolina Nava o erudito palermitano della sua cerchia.

Aretusapedia Libri ha già pubblicato, all'interno del proprio fondo digitale di pubblico dominio, gli Antichi monumenti di Siracusa illustrati dall'antiquario Giuseppe Maria Capodieci (Siracusa, 1813), opera che per oltre due secoli ha rappresentato — nel bene e nel male — il principale repertorio antiquario della città in lingua italiana. Pubblicare oggi anche le Lettere di ragguaglio di Alcimo Titanio significa permettere al lettore di ascoltare entrambe le voci della stessa contesa: l'autore bersaglio e il suo critico più feroce. Il volume del 1816 è infatti un libro che parla quasi esclusivamente di un altro libro. Non un'opera autonoma, non un trattato sulle antichità siracusane, ma un atto d'accusa: sessantadue pagine fitte di rimandi puntuali ai due tomi capodecciani, con citazioni di pagina (Tom. I pagg. 10, 18, 26, 29, 37, 44, 50-51, 57-60, 62, 64, 70-75, 97, 99, 101, 109-110, 112, 115-116, 130, 131, 140, 178-179, 184, 188, 195-199, 207, 234, 238, 241, 255, 258, 261-262, 275, 277; Tom. II pag. 315). Già nel suo Avviso a chi legge l'editore avverte che le lettere furono scritte «da un amico ad un altro, affin di dargli un genuino saggio dell'opera del Sac. Giuseppe Capodieci sovra gli antichi monumenti di Siracusa, e non mai per venir le stesse pubblicate». Ma la decisione di mandarle ai torchi viene presa proprio per «avvertire il pubblico de' grandi spropositi da lui presi in materia di cronologia, di storia, di antiquaria, di stile, di lingua». La meta-letteratura settecentesca, in piena Sicilia borbonica, prende così la forma di un duello a distanza fra eruditi.

Lo pseudonimo è palesemente fittizio. «Alcimo» rimanda al ramo arcadico-letterario delle dispute eruditi settecentesche e i due tomi «P. A.» che chiudono ogni lettera («Pastore Arcade», secondo la consuetudine accademica del tempo) ne sono la cifra di riconoscimento. Le lettere sono datate da Palermo (1° novembre 1814, 14 dicembre 1814, 10 febbraio 1815, 10 marzo 1815, 2 gennaio 1816, 25 febbraio 1816), e l'autore dichiara di aver «nel corso di anni sei circa» visitato due volte Siracusa, di essere stato amico del cavaliere Saverio Landolina-Nava, di aver frequentato la casa del canonico Rosario de Gregorio a Palermo dove sentiva Landolina «confutar molte opinioni sparse nelle operette del Logoteta sopra le Siracusane antichità», e di essere stato presente fisicamente a Siracusa nel dicembre 1812 e gennaio 1813 quando vi soggiornava l'architetto inglese Charles Robert Cockerell («io era colà; onde la mia asseveranza è quella di un testimonio oculare»). Tutto converge su un membro della cerchia Landolina: o lo stesso Mario Landolina-Nava (figlio primogenito di Saverio), o un erudito intimo della famiglia. La sesta lettera contiene anche un epistolario nell'epistolario: una missiva del fantomatico «D. Fabrizio», amico inviato in ricognizione a Siracusa per riferire dell'autore bersaglio. Anche «Fabrizio» è probabilmente un alias arcadico. Il libro, stampato a Palermo dalla tipografia di Lorenzo Dato (e non a Siracusa, città di Capodieci), e l'avvertenza editoriale che «si spera che questa operetta sarà continuata» — promessa mai mantenuta — confermano la natura quasi-anonima dell'impresa.

L'episodio è quasi comico, ed è probabilmente il più memorabile dell'intero libro. Nella seconda lettera (Palermo, 14 dicembre 1814), Titanio riporta un passo della cronologia di Capodieci: «A Finzia, e Liparo succede al trono Jerone II. in età di anni 26 ..... Jerone regnò anni 54, e muore d'anni 80». Il dato anagrafico di Gerone II è quello effettivamente accolto dalla storiografia, ma Capodieci aveva scritto novanta nel testo a stampa, e Titanio coglie l'occasione per la più feroce stoccata epistolare: «Bravo, bravissimo il nostro antiquario! Martuccio il figliuolino del mio cuoco quando lesse per avventura questo passo a me rivolto disse: Signore il mio Maestro mi ha insegnato che 26, e 54 fanno 80. dunque chi scrisse questo libro come dice che fanno 90? Dunque non sono io solo che merito delle busse. Indi cominciò ridendo a saltellare or qua, or là come capriuolo. Che ne dite?». L'aritmetica del cuoco palermitano demolisce in tre righe la pretesa di Capodieci di essere «l'unico antiquario che vive in Sicilia». Il particolare è significativo: Titanio non sceglie un errore di erudizione raffinata su cui i dotti possono discutere, ma un errore di calcolo elementare su un sovrano di Siracusa, errore che persino un bambino può cogliere. È il primo segnale, programmatico, della strategia retorica delle sei lettere: ridicolizzare prima ancora di confutare. Ridendo dicere verum quis vetat? — chi vieta di dire il vero ridendo? — è del resto l'epigrafe oraziana posta dall'editore in apertura dell'Avviso.

Sempre nella seconda lettera, Titanio attacca un altro errore strutturale della cronologia capodecciana. A pag. 10 del Tomo I, Capodieci aveva scritto che «l'anno 1500 si portarono in Siracusa verso il Secolo XIII i Siculi, che sono una cosa stessa co' Sicani». Titanio, con il piglio del filologo aggiornato sulla bibliografia europea, contesta sia la datazione sia l'identificazione fra i due popoli: «Riflettete, o mio Signore, quanti errori in questo solo passo si comprendano». E rimanda all'Essai de chronologie sur Hérodote (pagg. 445-446) e al Canon Chronologique (pag. 670) del «dottissimo Larcher», ove «con la più fina critica sono ancora fissate l'epoche notabili della Storia Siciliana a' bei tempi della Grecia». Citando direttamente Pierre-Henri Larcher e Dionigi di Alicarnasso (Antiq. Roman. lib. I § XXII), Titanio fissa la datazione corretta della migrazione sicula in Sicilia: «Per. Giul. 3344. anni avanti Gesù Cristo 1370». Per concludere con sarcasmo: «Si avvisi adunque il Rev. Cappellano che i Siculi diversi sono da' Sicani, e che tal passaggio seguì anni avanti G. C. 1370, e non mai 1500, come egli assevera». La distanza fra le due date — centotrenta anni — è tutto fuorché trascurabile: per Titanio è il segno che Capodieci non ha letto le fonti aggiornate (la più importante cronologia europea sulla Sicilia greca era allora quella di Larcher) e si è limitato a copiare le datazioni delle compilazioni siciliane più antiche. «senza l'ajuto dell'arte critica, senza la cognizione delle lingue Orientali, e senza uno studio profondo sopra i classici».

Subito dopo, sempre nella seconda lettera, Titanio passa a un terzo errore cronologico: «all'anno 337 avanti G. C. Timoleonte venne alla difesa di Siracusa, discacciò Dionisio, ed Iceta, istituì la democrazia», scrive Capodieci. Errore doppio, secondo Titanio. Primo errore: Capodieci «riduce tutti i fatti accaduti in diversi tempi sotto il testé citato periodo dell'anno 337 avanti l'era volgare», mentre si tratta di tre eventi distinti, distribuiti in tre anni diversi. Secondo errore: la data stessa è sbagliata. Ricorrendo ancora al Canon Chronologique di Larcher (pagg. 699-700), Titanio fissa la sequenza corretta: «Timoleonte si porta in Sicilia anni avanti G. C. 346. Timoleonte s'impadronisce di una parte di Siracusa, mentre Iceta era il padrone di Acradina, e Dionisio del resto dell'Isola Anni avanti G. C. 344. Timoleonte discaccia da Siracusa Dionisio il giovane, e lo manda relegato a Corinto. Egli stabilisce in Siracusa gli Arconti sotto il nome di Anfipoli ministri di Giove Olimpico etc. Anni avanti G. C. 343». E commenta sornione: «Ben sa il ver chi l'impara». L'episodio è importante per due ragioni. La prima: dimostra che la cronologia di Capodieci sui tiranni siracusani — pilastro di un'opera che si presenta come «guida ai viaggiatori» fra le antichità della città greca — è inservibile. La seconda: Titanio si presenta come un erudito di formazione europea, aggiornato sulla migliore letteratura francese di critica storica, contro un Capodieci che ripete passivamente le cronologie compilatorie del secolo precedente.

La quarta e la quinta lettera sono interamente dedicate alla questione dei plagi. Titanio elenca metodicamente i passi in cui Capodieci ha trascritto, senza dichiararlo, materiali altrui. Sul tempio di Diana (Tom. I pagg. 50-51), Capodieci si vanta di una scoperta «fatta da me» — l'eccezionalità delle colonne rispetto a quelle dei templi di Minerva e di Giove Olimpico — ma Titanio dimostra che la medesima osservazione era già nel Mirabella (Tavola I, pag. 26: «(per quanto io ho potuto osservare) questo del quale parliamo, era di quello maggiore»), nel viaggio del Principe di Biscari (pag. 74) e nel Logoteta (Siracuse antiche illustrate, 1788, pag. 59: «sorpassando di assai quelle del tempio di Minerva, e di Giove Olimpico»). Sull'iscrizione di Gerone (Tom. I pag. 110): «illustrata dal ch. P. Lupi, della quale diffusamente ragiona il Gaetani nel precitato Mss. che Capodieci si degnò copiare verbo a verbo». Sulle aste di gramigna del tempio di Minerva (Tom. I pagg. 64 e seg.): copiate da Cesare Gaetani, Conte della Torre, in particolare dal manoscritto Vestigj di Siracusa antica illustrati che Capodieci aveva avuto fra le mani per via del fratello Francesco, «vecchio dimestico» della casa Gaetani. Sull'equinozio di Archimede nel tempio di Minerva (Tom. I pag. 73): copiato dal Gaetani con un confronto testuale serrato di intere pagine. Sull'iscrizione di Perpenna (Tom. I pag. 116 e seg.): «era stato riferito in parte dal sovrastato Francesco di Paola Avolio nell'allegata dissertazione (a pag. 74.) sopra l'utilità, e necessità di conservarsi gli antichi monumenti di Siracusa: l'erudizioni però che l'illustrano sono del Cav. Landolina». Sulla statua di Esculapio (Tom. I pag. 101 e seg.): «parto del defunto Cavaliere [Landolina], come poss'io medesimo farvene fede». Sulla descrizione delle latomie (Tom. I pag. 234): copiata dall'avvocato Francesco di Paola Avolio (sua dissertazione, pag. 46), con piccole alterazioni («immensi macigni, pendenti smisurati pilastri (come possono pendere i pilastri?)»). Sul Pritaneo siracusano (Tom. I pagg. 188 e seg.): copiato parola per parola dal Logoteta del 1788, con citazioni latine identiche di Spanemio, Aristotele, Platone, Cicerone, Livio, Celio Rodigino. Titanio chiude con un'apposita definizione di plagio: «Plagiario però a ragione nominarsi puote colui, il quale valendosi del materiale degli altri, lo spaccia per suo, e non dà le dovute lodi a chi glie lo ha somministrato».

Distinto dal plagio, ma a esso parallelo, è il capitolo delle false attribuzioni di scoperte archeologiche. Sul tempio di Minerva, Capodieci «si pregia per ultimo di avervi scoverta altra colonna nel 1813., e gonfiando le gote, spaccia con aria di braveria, che quanto ha di nuovo rapportato intorno a questo tempio, cioè delle misure architettoniche, della scoverta dell'altra colonna etc. e di tutt'altro su tale assunto, è stato autorizzato dal Sig. Roberto Cockerell Inglese, famoso Architetto, soggiornando in Siracusa in Dicembre 1812, e Gennajo 1813» (Tom. I pag. 62). Titanio, che era a Siracusa in quei mesi, restituisce la realtà dei fatti: «Il Cockerell fece delle lunghe, ed esatte osservazioni sopra il detto tempio, avendolo esaminato colle regole dell'Architettura, e molti lumi ne trasse, che affacevansi alle sue ricerche; avendo scoverto gli errori, dove coloro, che preceduto l'avevano in cotale esame, inciamparono. Prese questa occasione il Capodieci alfine di notarsi qualche cosa che potè cavar di bocca a quel Giovane». Charles Robert Cockerell — futuro architetto di Londra, autore della Taylorian Institution di Oxford e nella sua spedizione siciliana del 1812 in compagnia di Karl Haller von Hallerstein — soggiornava in casa del pittore Politi: era lui l'autore delle vere misurazioni architettoniche. Capodieci si era limitato ad assistere e a registrarne le conclusioni nei propri taccuini. Lo stesso accade per la pianta delle catacombe di San Giovanni: «Spacciasi parimente Autore di una esatta pianta delle catacombe dette di S. Giovanni, (ib. pag. 261.); mentre persona di fede degna mi ha testificato che fu la stessa delineata da un ufficiale appellato Walthausen». Ancora: il ritrovamento della statua di Venere (Tom. I pagg. 97 e 184) — pilastro del nascente museo siracusano — viene da Capodieci rivendicato in due luoghi della sua opera, ma Titanio chiarisce: «nè a lui, nè al Cav. Landolina tal ritrovamento si dee; ma al caso, ed a quel buon villano, che in atto di lavorare l'orto, seppe farla rispettare dall'aratro».

Le pagine più mordaci sono quelle in cui «D. Fabrizio» (sesta lettera) descrive il museo privato di Capodieci, allestito nella sua casa di Siracusa. «Oh che Museo, o che Museo è mai questo, mio caro Alcimo! Sarebbe troppo il parlarti del ristretto, e povero luogo destinato a cotal oggetto; siccome consumerei indarno del tempo, e dell'espressioni se ti facessi parole di tutte le bagattelluccie, che là si conservano. Un confuso miscuglio di manobrj, di lucerne, d'Idolètti, di vasi di grossa pasta, ed un indistinto ammasso di talune marittime produzioni, formano tutto il bello, ed il grande del decantato Museo. Alla fine compie l'opera una raccolta di bottiglie di patrj vini, ed una mediocre quantità di tersi bicchieri». Cocci e bottiglie di vino come pezzi da museo: l'immagine, dissacrante, restituisce un erudito provinciale che ha confuso il proprio orto coi giardini delle Esperidi («tom. 1. pag. 130. — Oh che giardino! Oh che orti esperidi!»). Ma il dettaglio più amaro per il decoro letterario siracusano riguarda i ritratti. Capodieci «ha curato egli a farsi incidere il ritratto, le cui copie sono a perpetua memoria inserite ne' suoi libri, e girano per le mani del volgo, e la di lui effigie istessa occupa un luogo distinto in quella pubblica libreria accanto del ritratto di Archimede». Aver fatto collocare la propria immagine accanto a quella di Archimede, di Arezzi, di Mirabella, dei vescovi benemeriti e del traduttore di Orazio marchese di Castellentini è, per Titanio/Fabrizio, una prova di pretesa intollerabile: «Alla veduta di tale immagine non credi tu che quell'ombre onorate ebbero a gittare uno strido da' loro sepolcri, rampognando la patria che rimbambisce, o delira?». E ancora: nell'orto delle Esperidi capodecciano persino le pareti dei monumenti antichi venivano deturpate — narra «D. Fabrizio» — dal suo nome scritto di proprio pugno «a color di minio lettere di mezzo braccio, esprimenti il suo nome e cognome» in «ogni buca, ed in ciascun angolo». Un villano siracusano commenta: «Il nome di Capodieci, o Signore, è l'erba parietaria di queste pietre».

Una delle critiche metodologiche più solide di Titanio riguarda lo statuto stesso dell'opera capodecciana. Capodieci aveva presentato i suoi due tomi come una «guida» destinata agli «illustri e dotti viaggiatori», dichiarando in prefazione: «Ecco la guida o nobili viaggiatori, che vi condurrà ad osservar con diligenza i venerandi avanzi dell'antichità di Siracusa..... Voi non più terrete via sul bujo come per l'addietro, non più urterete in molti abbagli» (Tom. I pag. 1). Ma il libro, osserva Titanio, è tutto fuorché una guida funzionale: in mezzo alla descrizione del tempio di Minerva ci sono pagine sui restauri seicenteschi e sul «damasco di seta chermisi» del pulpito (Tom. I pagg. 70-75); parlando dell'antico Foro e Curia di Siracusa, Capodieci infila un rogito del notaio Pietro Aragonese del 1591 (Tom. I pagg. 195-199) per dimostrare il luogo del martirio di santa Lucia; per la chiesa di Santa Lucia la piccola, allega «due altri atti uno del 1465 del Notajo Giovanni Pastorella, e l'altro del 1468 di Notaro Bartolomeo, donde raccogliesi che quel luogo appunto dove fu tal chiesa in progresso innalzata, chiamavasi la contrada del Bordello»; sulla latomia dei Cappuccini (Tom. I pag. 238) cita altro atto notarile del 1582 sulla fondazione del convento. Titanio commenta: «E a dir tutto in poche parole, pochi sono i capitoli i quali conditi non vengono di simili citazioni, o di male accomodate notizie, che convengonsi molto maggiormente a' tempi posteriori, e recenti, essendo di niun momento allo scopo dell'opera, anzi che no indegni da riferirsi agli uomini di lettere». L'esempio più sarcastico è quello del territorio siracusano (Tom. I pag. 44 e seg.): per esaltare la feracità della Piana, Capodieci aveva inserito «una nojosa, e lunga numerazione de' prezzi, ossia assise, onde si son vendute in Siracusa le derrate dal XIII. insino al prossimo passato secolo. Che calza ciò in un'illustrazione di antichi monumenti, e fare senza proposito di una Mosca un Liofante?».

A più di duecento anni di distanza, le sei Lettere di ragguaglio conservano un'importanza che va al di là del loro valore di pamphlet ottocentesco. Titanio sapeva di filologia comparata, conosceva la migliore bibliografia europea (Larcher, Visconti, Manuzio, Spanemio, Muratori, Casaubon, Vossio, Lipsio, Servio), e fissava una linea metodologica chiara: per Siracusa antica non si può tornare a una semplice ripetizione delle compilazioni siciliane precedenti, bisogna passare attraverso la critica storica europea, attraverso l'archeologia sul campo dei Cockerell e dei Landolina, attraverso una rinnovata frequentazione dei testi classici. Su quasi tutti i punti sostanziali — la cronologia di Gerone II, la datazione della migrazione sicula al milletrecentosettanta avanti Cristo, la cronologia di Timoleonte tra il trecentoquarantasei e il trecentoquarantatre avanti Cristo, l'attribuzione dei rilievi sull'equinozio di Archimede al Gaetani e al Logoteta, l'attribuzione delle vere misurazioni del tempio di Minerva a Charles Robert Cockerell — la storiografia successiva ha sostanzialmente dato ragione a Titanio. Capodieci resta una fonte preziosa per l'aggiornamento topografico al 1813 di una città che stava per essere sconvolta dai discavi ottocenteschi del Cavallari e del Salinas, ma la sua pretesa di rinnovamento antiquario era infondata. D'altra parte, Titanio è impietoso fino al livore: il dialogo con Capodieci si svolge sempre sopra il registro della derisione, mai del confronto leale. La pubblicazione contestuale dei due testi su Aretusapedia consente al lettore contemporaneo di leggere il libro bersaglio (Capodieci 1813) e il suo controcanto (Titanio 1816), e di farsi un'idea diretta della polemica e dei suoi limiti: l'autore degli Antichi monumenti illustrati aveva torto su molti punti specifici, ma ricavava per primo un repertorio iconografico e topografico in lingua italiana che ai viaggiatori serviva, allora come oggi. Il critico aveva ragione sul metodo, ma la sua «libertà filosofica» — come la chiama l'editore palermitano — sfocia spesso nell'attacco personale. Restituire i due libri al loro dialogo originale significa restituire a Siracusa la sua tradizione antiquaria nella sua interezza, contraddizioni comprese.

Audio-riassunto curato da Alessandro Calabrò il 17 maggio 2026.

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L'edizione di Palermo, Tipografia di Lorenzo Dato, 1816

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Il testo originale di Lettere sopra l’opera di Capodieci di Alcimo Titanio (pseudonimo) è di pubblico dominio.

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