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Aretusapedia Libri. Giuseppe Maria Capodieci, Antichi monumenti di Siracusa, Siracusa, milleottocentotredici. Ventidue minuti di ascolto. Buon ascolto.
Settecentouno pagine, due tomi, una città in tasca. Nel milleottocentotredici un sacerdote siracusano consegna ai «dotti viaggiatori» la guida monumentale di una metropoli che secondo lui contava un tempo due milioni di abitanti. La guida è pubblicata a spese del vescovado, nell'anno in cui Napoleone perde Lipsia. Diventa per quasi un secolo il libro che ogni inglese, francese, tedesco apre prima di entrare a Ortigia. Dentro: il primo censimento sistematico delle quattro città di Cicerone dopo Mirabella, le scoperte di scavo dell'autore, i prezzi del grano siracusano dal Duecento al milleottocentotredici, e una vena polemica feroce contro l'antiquario rivale Logoteta. È il libro di una vita, ed è anche il ritratto di una città che si guarda allo specchio dopo secoli di rovine.
Cominciamo dalla Siracusa del milleottocentotredici, sedicimila abitanti dentro le mura, le rovine sparse intorno. Quando Don Francesco Maria Pulejo, Impressore Vescovile, dà alle stampe i due tomi degli Antichi monumenti, Siracusa è ridotta a una piazza d'armi di sedicimila abitanti. Il numero lo fissa Capodieci stesso al paragrafo primo del Tomo primo, dopo aver ricostruito il suo rapido declino. L'anno sterile del Seicento toglie alla città novemila anime. Il terremoto del milleseicentonovantatre ne porta via altre quattromila. Le guerre del Settecento e il trasferimento di tante famiglie nobili a Palermo svuotano i piani alti dei palazzi.
Quella che ai tempi del re Gelone contava «due milioni circa di abitanti», secondo le Memorie dell'Accademia delle Iscrizioni, è ora una città «ridotta a una delle piazze le più rispettabili di Europa». Il quartiere militare occupa il cuore di Ortigia. Sette parrocchie e dieci conventi maschili presidiano l'isola. Centosettanta sacerdoti gravitano attorno a un perimetro di poco più di due miglia di circuito. Capodieci scrive da dentro questo paesaggio. Antiquario, sacerdote, Regio Cappellano Curato dello Spedale Militare della Real Piazza, ha sotto gli occhi le sue rovine ogni giorno. Da quarant'anni le confronta con Tucidide, Plutarco, Diodoro e il suo Cicerone. Il libro è il consuntivo di una vita.
Chi è dunque l'autore? Un sacerdote, un Accademico Peloritano, un Segretario delle Reali Antichità. Giuseppe Maria Capodieci nasce a Siracusa nel millesettecentoquarantasette, da famiglia siciliana di rango medio. Veste l'abito ecclesiastico in giovane età. Prende poi le grandi cariche civili che la Real Piazza riservava al suo ceto. È Accademico Peloritano, Accademico del Buon Gusto, membro degli Arcadi di Roma. È Segretario delle Regie Antichità delle Due Valli di Demone e di Noto. È Regio Cappellano Curato proprietario dello Spedale Militare. È una raccolta di titoli da incorniciare nel frontespizio, ma corrisponde a un lavoro effettivo.
Negli anni precedenti la stampa del milleottocentotredici, Capodieci dirige di persona scavi a Ortigia, in Acradina, sotto le pendici delle Epipoli. Trasporta personalmente al «patrio Museo» del Seminario Vescovile, di cui è il custode di fatto, statue, busti, marmi, lucerne, frammenti. È lui a riportare il «busto colossale con una greca iscrizione Extinctori Tyrannicae» dal Castello Maniaci al Museo, il due ottobre milleottocentodieci. È lui che il sette gennaio milleottocentoquattro, accompagnato dal cavaliere Saverio Landolina Nava, scopre nell'Orto della Bonavia, tra trentadue avanzi di colonne, la statua di marmo che identifica come la Venere Callipiga. È lui che nel dicembre milleottocentododici e gennaio milleottocentotredici, insieme all'architetto inglese Robert Cockerell, rifà da capo le misure del Tempio di Minerva. Scopre una colonna in più di quelle censite e corregge le piante di tutti gli antiquari precedenti.
Il suo metodo oscilla tra erudizione di gabinetto e archeologia di scavo. Sta a metà strada tra la ricostruzione di gabinetto di Mirabella del milleseicentotredici, basata sui classici letti a tavolino, e l'archeologia stratigrafica di Cavallari e Paolo Orsi che arriverà nella seconda metà dell'Ottocento. Le sue settecentouno pagine alternano blocchi di erudizione classica fittissima a misurazioni autoptiche dei monumenti, con il palmo siciliano alla mano.
Quando descrive il Tempio di Minerva al paragrafo settimo del Tomo primo, dichiara una per una le misure. Colonna, capitello, regola, scanalature, gradino. «L'altezza delle colonne compreso il capitello è palmi trentatre, e once otto. Il solo capitello palmi quattro virgola sei. La regola palmi cinque virgola cinque di quadro. Le scanalature sono venti.» Sono cifre che gli archeologi del Novecento confermeranno con piccoli scarti.
Quando però polemizza con il canonico Logoteta, suo nemico di carta, oppure con il principe del Biscari, autore del Viaggio del millesettecentottantuno, lo fa con la veemenza del notaio di provincia che ha trovato l'errore di calcolo nel libro mastro. Ricorrente, puntiglioso, talvolta sgradevole. Polemizza anche con Filippo Bonanni e con Vincenzo Mirabella, suo predecessore di due secoli. Capodieci accusa il Logoteta di non avere riconosciuto la corretta forma della cortina del tripode di Esculapio, di avere collocato male l'Eurialo, di avere sognato sacerdotesse di Bacco là dove c'erano divinità chiare. Non risparmia nessuno. Nelle settecentouno pagine non ha mai un dubbio.
Veniamo al Tomo primo, dedicato alle quattro città di Cicerone, una per sezione. L'architettura del primo tomo segue strettamente il celebre passaggio della Verrina quarta di Cicerone, già pilastro di Mirabella: «Ea tanta est urbs, ut ex quatuor urbibus maximis constare dicatur: quarum una est ea, quam dixi, Insula». Le quattro città sono Ortigia, Acradina, Tica, Napoli. Ognuna ha la sua trattazione.
Si apre con un Articolo Cronologico dei Dominanti di Siracusa di quindici pagine. Il lettore parte dal duemilaventotto avanti Cristo, quando gli Eroli condotti da «Elifa pronipote di Noè» occupano l'Isola. Arriva fino al millesettecentotrentaquattro, quando «ripigliano la signoria della Sicilia i Borbonici, e gli abitanti di Siracusa si riducono al numero di sedicimila circa». In mezzo, tutti i re e i tiranni. Gelone con la sua aquila monetale che caratterizza «la grandezza, e maestà del dominio». Ierone primo e il Pegaso «principal geroglifico dei Siracusani». Dionisio primo e il «capo di un cavallo, retto dalla briglia: geroglifico dei Cartaginesi, di già vinti, e superati». Agatocle con il proprio ritratto «adorno della reale insegna, e nel rovescio un trofeo con una donna alata». Pirro con la leggenda greca Basileos Pyrrou. Finzia con la legenda Phintia Basileos e Diana Soteira, cioè Salvatrice. Infine Ieronimo, l'ultimo, ucciso dopo un anno e mezzo di regno.
Le cento e più pagine successive aprono Ortigia. Il tempio di Diana nella Resalibra. Il tempio di Minerva, oggi Duomo. Il tempio di Giunone nel Castello Maniaci. La Rocca e il Palazzo di Dionisio. I Granai. La Piazza di Montedoro. La Statua di Venere, la Statua di Esculapio. E via di seguito. Ogni voce è un piccolo trattato a sé stante. Capodieci muove avanti e indietro tra il presente architettonico, le rovine sotto i suoi occhi, e l'erudizione dei classici antichi. È un modo di scrivere che oggi sembra rallentato, ma che restituisce con precisione il senso di una città stratificata in mille epoche.
Le voci notevoli del Tomo primo meritano un passaggio dedicato. Il Tempio di Minerva, la Fonte Aretusa, il Tempio di Diana. Il Tempio di Diana è la prima voce «in entrar nell'Isola dalla parte di terra». Sono i due fusti di colonne doriche scanalate che oggi i siracusani vedono inglobati nei muri di Palazzo Vermexio, a piazza Duomo. Capodieci li descrive come «d'ordin dorico, scanalate, d'ammirabil grossezza, situate in un muro, che corrisponde con l'archivio del defunto Notar Ruffo». A suo dire questo tempio è più antico di quello di Minerva, con colonne più ravvicinate. È una sua scoperta personale, «onde a ragion fu posto da Cicerone in primo luogo nella descrizion dei Tempi di Ortigia».
Il Tempio di Minerva, oggi Cattedrale, riceve venti pagine fittissime. Tutte le misure architettoniche. La storia della trasformazione in basilica cristiana sotto il vescovo San Zosimo nel settimo secolo. La rovina della volta «la mattina di Pasqua di Risurrezione» del millecento, sotto la spinta di un terremoto. Il lungo restauro dei vescovi dal Cinquecento al primo Ottocento. È un capitolo che racchiude in sé l'intera storia del Duomo di Siracusa.
La Fonte Aretusa è trattata al paragrafo trentesimo, dopo le digressioni sulle botti di legno e sulle feste delle botti in onore di Bacco. Capodieci cita Pindaro, Nicandro, Diodoro, Strabone, Solino, Ovidio, Silio Italico, Virgilio. In particolare riporta la testimonianza ciceroniana: «Fons aquae dulcis, cui nomen Arethusa est, incredibili magnitudine, plenissimus piscium, qui fluctu totus operiretur, nisi munitione, ac mole lapidum, a mari disiunctus esset». Discute dove esattamente sgorgava la fonte in origine. Mirabella e Bonanni la collocavano in un luogo, Cluverio in un altro. Finisce sostenendo che era «nel fianco occidentale dell'Isola, ove sin oggi si vedono i vestigi», dove di fatto è ancora oggi.
Il Tomo secondo porta il lettore all'esterno delle mura: Epipoli, Eurialo, fiumi, ville, colonie. Dopo la sezione di Napoli del Tomo primo, il Tomo secondo prosegue verso l'esterno. Gli Epipoli sono l'altopiano fortificato che chiude Siracusa a ovest, con i suoi tre poggi e i suoi tre castelli. Capodieci descrive ognuno. Il Labdalo nel primo poggio, chiamato volgarmente «Buffalaro». L'Esapilo nel secondo, oggi detto «Mongibellesi» o «Castellucci». L'Eurialo nel terzo, oggi Belvedere.
Per l'Eurialo, il punto più alto da cui «poteasi giammai veder tutta l'estensione della Città», riporta due testimonianze. Quella di Diodoro, Libro ventesimo, secondo cui gli abitanti, intuita l'intenzione del nemico, di notte inviarono tremila fanti e circa quattrocento cavalieri, con l'ordine di occupare l'Eurialo. E quella di Livio, Decade terza, Libro quarto, secondo cui all'estrema parte della città, dalla parte del mare, sorge un colle che domina la via che porta nei campi. Polemizza con il Logoteta che lo aveva confuso con l'Esapilo. Polemizza anche con il Mirabella, che aveva sbagliato a interpretare un passaggio del medesimo Livio sulla via sotterranea sotto il castello.
Dedica un paragrafo entusiastico ai Fani, i fuochi di avviso sopra il poggetto Eurialo. Ne ricostruisce l'uso continuo dal greco Omero, Iliade libro diciassettesimo, all'eschileo Agamennone, fino al Telegrafo elettrico del consigliere Sömmering inventato nel milleottocentodieci. È un cortocircuito affascinante. Capodieci tiene insieme l'Eurialo del quattrocentotredici avanti Cristo e il suo presente napoleonico, come se la trasmissione del segnale a distanza fosse un filo continuo di duemilatrecento anni. Seguono il giro completo delle muraglie di tutte e quattro le città, le pagine sulle latomie del Paradiso, del Romito, di Santa Venera, di Arezzi.
Vengono poi le ville siracusane attorno al Tempio di Giove Olimpico. Su di esse cita Plutarco nella Vita di Timoleonte: «Villarum magnificentiam admirantes», cioè ammiravano i Cartaginesi la magnificenza delle ville. Il Prato Siracusano tra Ortigia e l'Anapo, dove Dione tornò dall'esilio e sacrificò, e dove caddero in battaglia Lamacco capitano ateniese e Callicrate capitano siracusano. La Via Elorina, fiancheggiata dai fiumi Cacipari e Eloro, lungo la quale gli Ateniesi tentarono la fuga dopo la disfatta del quattrocentotredici avanti Cristo, con la conseguente strage descritta da Tucidide. Si chiude con i fiumi (Anapo, Alfeo, Ciane), i laghi (Lisimelia e Siraca), i porti, e infine le colonie siracusane di Camarina, Acre, Casmene.
Una delle armi di Capodieci è la numismatica, usata come prova storica. Il libro contiene continui riferimenti alle medaglie di ogni tiranno. Le descrive dritto e rovescio, con leggenda greca, simbolo, intento politico. Il re Pollio ha «due Medaglie con le lettere iniziali Pi-Omega, di diverso conio, pubblicate da Dorvile, ricognite con le lettere Pi-Omega Lambda Lambda Iota, e interpretate dal Burmanno». Pirro porta nel rovescio «il fulmine con la leggenda Basileos Pyrrou». Liparo lascia un Pegaso volante con sotto le lettere Kappa Gamma. Finzia è onorato con Diana Soteira e il cinghiale. Ieronimo regge la fascia regale e il fulmine.
Per la Fonte Aretusa Capodieci sostiene una sterminata serie monetale: «Aretusa in mezzo ai delfini, sacri a Diana», nel rovescio bighe, quadrighe, la vittoria. Oppure Ercole, polpi, spighe, pegasi, e «uomini nudi a cavallo, e pedoni, avendo spade, e scudi nelle mani». Cita testualmente Gabriele Lancillotto Castelli principe di Torremuzza: «incredibilis est ferè copia Syracusanorum illorum Nummorum, qui inter delphinos equorum bigas exhibent, supervolante victoria». La monetazione siracusana, secondo Capodieci, basterebbe da sola a comprovare la grandezza della Metropoli. Il «patrio Museo» del Seminario Vescovile, che lui dirige, ha in esposizione decine di esemplari, frutto degli scavi locali. Capodieci sa che ogni moneta è anche un documento. È un atto politico in miniatura, una dichiarazione di sovranità incisa nel metallo. Le legge come oggi un epigrafista leggerebbe un'iscrizione, con la stessa pazienza analitica.
Cicerone, Plinio, Diodoro, Strabone sono per lui veri strumenti di lavoro. Capodieci legge i classici con la pratica del notaio. Cerca il passo, lo trascrive in latino, lo commenta. Cicerone è di gran lunga la fonte più presente, quasi sempre attraverso le Verrine. Il passaggio fondante sulle quattro città è nella Verrina quarta. La spogliazione del Tempio di Minerva da parte di Verre è descritta come una rapina totale, dove a Siracusa, dopo aver portato via tutto eccetto il tetto e le pareti, restò solo il guscio dell'edificio. Il furto delle Aste di Gramigna riguarda oggetti privi di lavorazione manuale e di bellezza, ma di una grandezza incredibile, tale che bastava sentirne parlare.
L'incredibile officina di Verre nella regia di Ierone è uno dei passi più citati. Per otto mesi continui non mancò mai il lavoro. Non si fabbricò vaso che non fosse d'oro. Furono chiamati tutti gli artisti, cesellatori e vascolari di Siracusa. E poi il celeberrimo passaggio sul Porto Maggiore: «nihil pulchrius quam Syracusarum moenia ac portus», cioè nulla di più bello delle mura e dei porti di Siracusa. Plinio è citato per la descrizione delle rare manifatture di bronzo siracusane, «il rinomato tempio di Vesta», che ornavano il Pantheon di Roma.
Diodoro Siculo è la sorgente principale per la fondazione delle mura di Dionisio, per il governo di Gelone e Ierone secondo, per la Villa di Demarata, racchiusa, come la chiamano, dentro nove torri. Strabone è il garante della derivazione di Aretusa dall'Alfeo peloponnesiaco, che giunge qui dal Peloponneso attraverso meati sotterranei. Tucidide è il testimone delle prime due fondazioni di Siracusa, dell'arrivo di Archia di Corinto, dell'assedio ateniese tra il quattrocentoquindici e il quattrocentotredici avanti Cristo, della battaglia delle Epipoli. Plutarco è la fonte di tutti i ritratti di tiranni, della morte di Archimede, della parata di Marcello che entra a Siracusa rispettando il Tempio di Minerva. Livio, Decade terza, Libro quarto, fornisce a Capodieci la celebre lacrima del console romano davanti alla città presa, vista dall'alto degli Epipoli come la più bella di tutte le città di quel tempo. Capodieci li sa tutti a memoria e li impagina come un sostantivo dopo l'altro.
Una presenza scomoda attraversa tutto il libro: Mirabella, milleseicentotredici. Capodieci ha un debito ineliminabile con Vincenzo Mirabella, autore duecento anni prima delle Dichiarazioni della pianta delle antiche Siracuse, Napoli, milleseicentotredici. Da Mirabella eredita la griglia ciceroniana delle quattro città, l'idea che la topografia sia lo scheletro della storia, e una parte delle identificazioni dei singoli monumenti. Mirabella appare a ogni capitolo, citato esplicitamente nei manoscritti del «nostro celebre Antiquario».
Eppure Capodieci lo corregge senza riguardo. Mirabella ha sbagliato a collocare i Granai vicino al Castello Maniaci. Ha sbagliato a credere che le colonne del Tempio di Minerva poggiassero su uno zoccolo. Ha sbagliato a immaginare uno strato di muro al posto di una semplice ricostruzione cinquecentesca. Ha sbagliato a collocare l'imbarco di Dione dalla parte del porto piccolo. Ha sbagliato a chiamare l'Anapo «Mittone» nei manoscritti. Ha sbagliato sulla distanza tra Prato Siracusano e Anapo, «non eranvi, al dir dello stesso Tucidide, che venticinque stadi, e non dieci, come dice il Mirabella». Per dieci capitoli Capodieci sostituisce nome a nome, errore a errore. La sua revisione è il modo in cui un erudito ottocentesco rispetta un erudito secentesco. Lo legge tutto, lo cita per intero, e quando può lo smonta. È un dialogo a distanza di due secoli tra due antiquari che si davano del tu attraverso le carte.
La fortuna del libro si misura nei nomi che lo hanno usato: Cavallari, Holm, Orsi. Per buona parte dell'Ottocento la guida di Capodieci è il manuale base con cui qualunque viaggiatore arrivava a Siracusa. Negli anni di Stendhal, di Goethe partito, dei nordici della Grand Tour, i due tomi del milleottocentotredici sono la prima cosa che si compera al Vescovado. È un libro non solo letto, ma adoperato sul posto. Lo si porta con sé in carrozza, sui muli, a piedi attraverso le contrade. Lo si confronta paragrafo per paragrafo con quel che si ha davanti agli occhi.
Saverio Cavallari, l'architetto siciliano che tra il milleottocentosettantadue e il milleottocentonovantuno redige con Adolf Holm la Topografia archeologica di Siracusa, parte da Capodieci. Ne discute capitolo per capitolo. Alcune identificazioni reggono: il Tempio di Minerva nelle sue misure, la collocazione dell'Eurialo, la posizione del Tempio di Diana. Altre vengono superate: la cronologia dei tiranni, l'estensione delle quattro città, le dimensioni urbanistiche.
Paolo Orsi, soprintendente alle antichità della Sicilia orientale dal milleottocentottantotto al millenovecentotrentaquattro, è il padre dell'archeologia siracusana moderna. Cita Capodieci in molte sue relazioni come l'ultimo grande antiquario «di scuola vecchia», quello che apre la stagione e che insieme la chiude. Dopo Orsi e i suoi scavi sistematici di necropoli, latomie e teatro, gli Antichi monumenti del milleottocentotredici diventano un classico storiografico più che una guida pratica. Ma il loro valore documentario per la Siracusa di primo Ottocento resta unico. I nomi delle contrade, gli scavi degli orti di privati, le statue allora visibili, le iscrizioni perdute: tutto questo sopravvive grazie a Capodieci. Senza il suo paziente lavoro di registrazione, una parte consistente di quella città oggi sarebbe perduta anche alla memoria scritta.
Cosa vedere oggi a Siracusa con Capodieci in tasca? In Ortigia, le due colonne doriche del Tempio di Diana (in realtà Apollo) sono ancora là dove Capodieci le ha viste. Oggi sono in piazza Pancali, prima «contrada della Resalibra». Davanti alla Cattedrale, le ventiquattro colonne del Tempio di Minerva esposte al lato nord, esattamente come Capodieci ha contato nel milleottocentotredici: «e non sono ventidue, o ventitre, come l'han supposto tanti Antiquari». La Fonte Aretusa è dove lui la collocava, anche se i pesci sacri di Diodoro non ci sono più. Lungo l'Anapo i papiri prosperano ancora, «simile a quello d'Egitto» secondo la descrizione di Capodieci. Il Castello Maniaci, suo tempio di Giunone, presidia ancora la punta sud.
Risalendo verso le Epipoli, da piazza della Vittoria, si segue la spina dorsale dei tre poggi. Buffalaro (Labdalo), Castellucci-Mongibellesi (Esapilo), Belvedere (Eurialo). Le mura di Dionisio furono costruite, dice Diodoro citato da Capodieci, in venti giorni. Nel Parco della Neapolis l'orecchio di Dionisio è la latomia di cui Capodieci liquida come «favola del volgo» l'uso come carcere del tiranno. Il Teatro Greco è il luogo dove lui registra le iscrizioni di Filistide e Nereide. L'Anfiteatro è la sua «opera Romana» del primo Impero.
Al Museo Paolo Orsi sopravvivono alcuni dei reperti che lui aveva trasportato al Museo Vescovile. La testa colossale dal Castello Maniaci. Parte della collezione numismatica del Seminario. Gli avanzi delle terme della Bonavia. Il volume del milleottocentotredici, sul tablet o stampato in facsimile, è un compagno strano. Imperfetto, ridondante, ma straordinariamente fedele alla città che descrive. Leggerlo oggi vuol dire camminare per Ortigia con un sacerdote ottocentesco che ti racconta cosa c'era prima sotto i tuoi piedi, e dove cercare le tracce che sopravvivono.
Chiudiamo con cinque cose da ricordare. Capodieci è l'ultimo grande antiquario di Siracusa prima dell'archeologia scientifica. È in linea diretta da Fazello del millecinquecentocinquantotto e da Mirabella del milleseicentotredici. È immediatamente precedente a Cavallari, Holm e Paolo Orsi.
Le sue misurazioni del Tempio di Minerva, condotte nel dicembre milleottocentododici e gennaio milleottocentotredici insieme all'architetto inglese Robert Cockerell, sono ancora oggi un punto di riferimento per la storia degli studi sul Duomo.
La struttura del libro segue la divisione ciceroniana delle quattro città. Ortigia, Acradina, Tica, Napoli nel Tomo primo. Epipoli, Eurialo, mura e dintorni nel Tomo secondo.
La polemica con il canonico Logoteta, suo nemico di carta, attraversa entrambi i tomi. È una guerra siracusana ottocentesca tra antiquari di parrocchia diversa.
Settecentouno pagine, due tomi in unico volume, stampati a Siracusa dal vescovile Pulejo. Il libro non viene mai ristampato. Circola in copie sempre più rare per tutto l'Ottocento.
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