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Aretusapedia Libri. Vincenzo Mirabella, Dichiarazioni della pianta delle antiche Siracuse, milleseicentotredici. Quindici minuti di ascolto. Buon ascolto.
Nel milleseicentotredici un cavaliere siracusano pubblica a Napoli un libro che pretende l'impossibile: ridisegnare Siracusa, città quasi cancellata da quindici secoli, ricostruendola tavola per tavola e moneta per moneta. È il primo atlante topografico moderno di una città del mondo classico, e l'autore è la stessa persona che pochi anni prima aveva guidato Caravaggio nelle latomie, ribattezzandone una Orecchio di Dionisio.
Quando Vincenzo Mirabella e Alagona pubblica le Dichiarazioni a Napoli, presso la stamperia di Lazzaro Scoriggio, Siracusa è poco più del fantasma di se stessa. L'Isola di Ortigia ha ancora le sue strade e il porto, dentro le fortificazioni di Carlo Quinto; tutto il resto, i quartieri di Acràdina, Tica, Neapolis che gli scrittori antichi descrivevano sterminati, è ridotto a campagna aperta, rocce scoscese, qualche muro affiorante. Sono passati appena settant'anni dal terremoto del millecinquecentoquarantadue, la peste cinquecentesca ha indebolito l'isola, e la città è scesa al rango di porto periferico del vicereame spagnolo. Mirabella lo scrive senza giri di parole: al presente, toltane l'Isola, il tutto non con luogo abitato, ma come rupe, o colta campagna a' nostri occhi si rappresenta. Da questa rovina nasce il suo progetto. Dedica il libro a Filippo Terzo di Spagna e formula la tesi che è insieme il suo impegno: bisogna restituire Siracusa, occhio del Mondo, almeno con un ritratto di lei à gli occhi.
Vincenzo Mirabella e Alagona, nato a Siracusa nel millecinquecentosettanta e morto a Modica nel milleseicentoventiquattro, è una delle figure più interessanti del primo Seicento siciliano. Nobile di famiglia siracusana, ricopre cariche pubbliche di rilievo: magister nundinarum nel millecinquecentonovantatré, tesoriere dell'Università del Regno nel milleseicentoundici, giurato cittadino due volte negli anni successivi. La sua erudizione antiquaria gli vale nel milleseicentoquattordici l'ammissione all'Accademia dei Lincei: è il primo siciliano a entrare nel sodalizio fondato da Federico Cesi, ed entra in corrispondenza con Galileo Galilei. Nel milleseicentootto, quando Caravaggio sbarca a Siracusa in fuga da Malta, è Mirabella ad accoglierlo e a guidarlo nelle latomie del Tempio di Apollo e della Neapolis. Secondo la tradizione, è lui a coniare il nome Orecchio di Dionisio per la grande grotta scavata dell'attuale Latomia del Paradiso, suggestionato dall'acustica e dalla leggenda del tiranno che ascoltava i prigionieri. Caravaggio in quel soggiorno dipinge il Seppellimento di Santa Lucia per la chiesa siracusana omonima. Mirabella morirà di peste a Modica nel milleseicentoventiquattro.
Per dieci anni Mirabella ha confrontato i testi antichi con le rovine sopravvissute. Cicerone, Tucidide, Diodoro Siculo, Strabone, Tito Livio, Plutarco, Silio Italico, Vitruvio: non autori citati di seconda mano, ma letti, comparati, sovrapposti al terreno. Quando legge che Marcello entrò a Siracusa dalla Porta Aretusa, va a cercarla. Quando Diodoro descrive le mura costruite da Dionigi, le misura. Calcola perfino la latitudine astronomica di Siracusa: sbaglia di una decina di minuti d'arco, scarto accettabile per gli strumenti del milleseicentotredici. Dal terreno gli arriva un'osservazione decisiva. I carri che trasportano pietre per le nuove case dell'Acradina, passando ogni giorno per gli stessi tracciati, hanno cominciato a incidere la roccia. Mirabella si accorge che quegli stessi solchi seguono il percorso delle antiche strade greche, scolpite negli stessi luoghi due millenni prima.
Tutta la topografia di Mirabella si regge su un passaggio delle Verrine di Cicerone, libro quarto, capitolo centodiciassette: Siracusa, scrive l'arpinate, era una città composta di quattro città: Ortigia, l'Isola, Acradina, Tiche, Neapolis. La griglia ciceroniana diventa l'ossatura della pianta di Mirabella, che la dispone in nove grandi tavole topografiche incise. La Tavola Prima copre Ortigia con i suoi templi e le rocche di Dionigi; la Seconda e la Terza ricostruiscono l'Acradina dei mercanti, degli orefici e di Archimede; le successive trattano Tica, Neapolis con i suoi teatri, l'Esapilo, l'altopiano delle Epìpoli con il Castello Eurìalo. Ogni tavola è accompagnata da una dichiarazione numerata che spiega, voce per voce, cosa rappresenta ogni edificio, ogni porto, ogni tempio, ogni tomba. Il sistema funziona come una mappa con legenda: si apre la tavola, si legge il numero, si va alla dichiarazione corrispondente e Mirabella racconta cosa c'era lì.
Una delle intuizioni più note del libro viene dalla voce nona della Tavola Prima. Mirabella sostiene che la fonte Aretusa, simbolo identitario di Siracusa, in origine non sgorgava nello specchio d'acqua che oggi tutti conosciamo, ma più in basso, nel piano, dove attorno vi sono à nostri tempi le botteghe di conciar cuoia. A riprova porta un muro reticolato in cemento romano ancora visibile nel milleseicentotredici, nella casa dei gentiluomini Bonanno vicino al porto. È la struttura che incanalava l'acqua originaria, prima che le fortificazioni di Carlo Quinto, nel millecinquecentoquaranta, e il bastione di Santa Maria della Porta ne deviassero il corso. L'archeologia moderna riconosce nella fonte attuale uno sfogo della falda del Ciane e ammette che la sua conformazione è post-cinquecentesca: l'ipotesi mirabelliana non è confermata definitivamente, ma resta una delle prime letture stratigrafiche di un'idrografia urbana antica.
La voce diciottesima della Tavola Prima è uno dei passaggi che hanno fatto la fortuna del libro. Mirabella descrive un tempio dorico antichissimo, da lui attribuito a Diana, riemerso trovandosi le maravigliose colonne, sopra delle quali egli era eretto, in quel mezzo, dove s'hà voluto fare il nuovo quartiero della fanteria Spagnuola nel luogo volgarmente detto Salìbra. Oggi sappiamo che il monumento è il Tempio di Apollo, il più antico tempio dorico della Sicilia, costruito intorno al cinquecentoottanta avanti Cristo. Le colonne erano sempre state visibili da chi le cercava, dato che la caserma spagnola era stata costruita sopra di esse già nel millecinquecentosessantuno sotto Carlo Quinto; Mirabella però ne dà la prima descrizione tecnica colta: misura le colonne, riconosce l'ordine dorico, le confronta con Vitruvio e con il Palladio. L'identificazione vera del tempio come dedicato ad Apollo arriverà solo nell'Ottocento, ma è da queste pagine che lo studio moderno dell'edificio prende avvio.
L'Acradina è il quartiere di Archimede, e Mirabella gli dedica più voci. Localizza la casa nel lito estremo d'Acradina, che guarda verso Oriente, individua il luogo dove avrebbe assemblato le sue macchine per la difesa di Siracusa, oggi detto Buonservigio, riporta l'episodio della nave bruciata con lo specchio concavo, con tanto di analisi di Galeno e di Celio Rodigino. Descrive come Archimede perfezionò le balliste a torsione per la difesa del duecentotredici avanti Cristo studiando le fenditure delle mura d'Acradina. L'invenzione della balistica a torsione precede di un secolo Archimede e risale alla bottega militare di Dionigi primo, intorno al quattrocento avanti Cristo, ma il suo perfezionamento siracusano contro Marcello passa anche per queste pagine.
La Tavola Terza contiene il passaggio più spettacolare. Diodoro Siculo, nel libro quattordicesimo, raccontava che il tiranno Dionigi il Vecchio, per fortificare Siracusa contro Cartagine intorno al quattrocentodue avanti Cristo, aveva fatto costruire le mura di Epìpoli, quelle che ancora oggi vediamo al Castello Eurìalo, in soli venti giorni. Mirabella riprende il testo di Diodoro per intero: sessantamila operai, seimila buoi, salari raddoppiati, il tiranno presente di persona sul cantiere giorno e notte, premi agli architetti più veloci. Mirabella nel suo testo scrive trecento stadi di lunghezza, ma è errore di tradizione manoscritta antica: Diodoro nelle edizioni critiche moderne dà trenta stadi, circa cinque chilometri e mezzo, coincidenti col tracciato nord misurato dagli archeologi.
Il sottotitolo dell'opera dichiara una seconda parte dedicata alle medaglie, e Mirabella la prende sul serio. La Parte Seconda è organizzata in tre tavole numismatiche, dedicate alle monete della Repubblica Siracusana e a quelle dei Tiranni. Ogni moneta è disegnata, misurata, interpretata e collegata alle fonti antiche con la stessa erudizione delle tavole topografiche. La prima medaglia, in argento, mostra Cerere con corona di spighe e una quadriga guidata dalla Vittoria alata: per Mirabella è la celebrazione della Sicilia granaria. La seconda, di Zeus Eleutèrios con aquila e fulmine, è battuta per la libertà ritrovata dopo la cacciata del tiranno Trasìbulo. La quarta, con Atena fra due delfini e una stella marina, è una mappa cifrata di Ortigia: i due delfini sono i due porti, la stella l'isola stessa. La sesta espone il Pegaso di Corinto, perché Archia, fondatore di Siracusa, veniva dalla città corinzia. Le medaglie diventano, sotto il suo sguardo, il primo album fotografico della storia siracusana.
Mirabella non scrive un libro neutrale. Dichiarazioni è dedicata a Filippo Terzo di Spagna, sovrano della Sicilia. Ridare Siracusa al suo re significa restituirle prestigio politico in un'epoca in cui la città era ridotta a provincia periferica del vicereame. Dietro l'erudizione antiquaria c'è un'operazione di patriottismo civico: dimostrare con argomenti tratti dagli antichi che la Siracusa addormentata sotto le pietre era stata la più grande città del Mediterraneo greco, e poteva tornare a esserlo se la Corona lo avesse voluto. Il libro è corredato da incisioni straordinarie, dal frontespizio allegorico con la ninfa Aretusa, Pegaso, Archimede con il suo specchio ustorio e i fiumi Anapo e Alfeo, fino agli alzati e alla pianta del Tempio di Minerva.
L'archeologia ottocentesca e novecentesca ha confermato gran parte delle sue identificazioni, con alcune correzioni. Capodieci, nel milleottocentotredici, ne riprende l'impianto; Privitera, nel milleottocentosettantanove, lo cita come pietra di fondazione della storiografia siracusana; Francesco Saverio Cavallari, soprintendente alle antichità della Sicilia orientale, e Paolo Orsi, ispettore e poi direttore del Museo per quasi mezzo secolo, adottano la nomenclatura ciceroniana e mirabelliana nelle loro carte archeologiche. Il Tempio di Apollo viene scavato definitivamente da Orsi tra il millenovecentotrentotto e il millenovecentoquarantadue, ma è la voce diciottesima di Mirabella ad averne fissato il primo riconoscimento. La griglia delle quattro città è ancora oggi il modo standard di leggere la topografia archeologica di Siracusa. L'archeologia del secondo Novecento ha smentito alcune sue identificazioni: il Foro romano andava cercato più a sud, l'estensione di Tica era inferiore a quella ricostruita da Mirabella, e parte delle attribuzioni religiose dei templi minori sono state riassegnate.
Dichiarazioni della pianta delle antiche Siracuse anticipa di un secolo e mezzo la nascita ufficiale dell'archeologia come disciplina, fissata convenzionalmente alla Storia dell'arte dell'antichità di Johann Joachim Winckelmann, del millesettecentosessantaquattro. Mirabella legge il terreno, misura i resti, confronta le fonti, disegna piante e identifica strutture: tutto quello che farà l'archeologia ottocentesca, e che oggi si chiama topografia archeologica. La sua opera è stata stampata una sola volta a Napoli nel milleseicentotredici. Copie originali si conservano nella Biblioteca Alagoniana di Siracusa, nella Biblioteca Nazionale di Napoli e nella Bibliothèque nationale de France di Parigi; un'edizione anastatica è stata curata da Forni Editore nel millenovecentosettantuno. Il volume integrale è oggi consultabile e scaricabile dall'Internet Archive. Resta intatta l'idea fondativa: la città antica dorme sotto la moderna, basta sapere dove guardare.
Per ascoltare la sua voce, una sola citazione, dalla dedica a Filippo Terzo: Giaceasi, Sacra Maestà, come anco giace la mia Patria Siracusa, dopo la distruzione da Marcello e Sesto Pompeo. Pietà mi mosse a vedere come potessi quella Metropoli della Sicilia, occhio del Mondo, restituire, se non in quella vita ch'ebbe, almeno rappresentarla con un ritratto di lei à gli occhi.
Tre cose da ricordare. Prima: Siracusa antica era quattro città, Ortigia, Acradina, Tiche, Neapolis. La griglia di Cicerone ripresa da Mirabella in nove tavole topografiche è ancora oggi il modo principale di leggere l'archeologia di Siracusa. Seconda: la voce diciottesima della Tavola Prima ha registrato per primo il Tempio di Apollo, ritrovato nei lavori della caserma spagnola di Salìbra. Terza: il libro nasce in un'epoca di crisi, peste, terremoti, vicereame, ed è anche un atto politico di restituzione di Siracusa al suo passato.
In Ortigia, la cattedrale mostra ancora le colonne doriche del Tempio di Atena, quel che resta dell'antico Athenaion descritto da Mirabella alla voce dodicesima della Tavola Prima. Il Tempio di Apollo è esattamente dove Mirabella scrisse che sarebbe stato: piazza Pancali, in fondo a Corso Matteotti, ai piedi del Ponte Umbertino. La fonte Aretusa è quella che vediamo oggi, ma vale la pena sapere che la sua versione originaria sgorgava qualche decina di metri a est. Al Castello Eurìalo, alle Epìpoli, le mura di Dionigi sono ancora in piedi, e con il libro in mano si può rifare il conto di Diodoro: trenta stadi di muro, venti giorni di cantiere, sessantamila operai mobilitati. Per la Latomia del Paradiso, infine, vale ricordare che quel nome di Orecchio di Dionisio che oggi attira i turisti porta una firma precisa: è la stessa di chi ha scritto questo libro, e di chi nel milleseicentootto lo coniò guidando Caravaggio nella grotta.
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