Francesco di Paola Avolio, Sopra alcune lucerne cristiane del Museo di Siracusa (1838)
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Aretusapedia Libri. Francesco di Paola Avolio, Sopra alcune lucerne cristiane che si conservano nel Museo di Siracusa, milleottocentotrentotto. Quindici minuti di ascolto. Buon ascolto.
Nel milleottocentotrentotto il presidente delle antichità siracusane pubblica a Palermo un libretto di ventinove pagine che racconta, una a una, tredici lucerne paleocristiane custodite nel museo cittadino. Il destinatario non sono gli archeologi italiani, ma i parroci di Siracusa: l'autore si dichiara deputato alla custodia delle Siracusane antichità e chiede al clero di scendere nelle catacombe a riconoscere, sui simboli incisi nelle cretine, la propria preistoria.
L'opera si apre come una lettera. Avolio scrive così: Dirigo a voi, riguardevoli Ecclesiastici, questo libro, il quale mira all'intelligenza di parecchie cristiane lucerne. L'incipit fissa il patto retorico dell'intero volumetto. Francesco di Paola Avolio, nato nel millesettecentosettantadue e morto nel milleottocentoquarantuno, nobile siracusano, presidente della Commissione di Antichità e Belle Arti per la Valle di Noto, scrive a un gruppo ristretto di chierici dotti, quei pochi che, in tutto il clero diocesano, hanno maggior comodo a vedere il netto e a cercare per sottile. La premessa giustifica il tono: niente esposizioni distese, niente erudizione ostentata, ma fermarsi leggermente su pochi emblemi, perché si tratta di cose per lo più sapute e discusse nei libri della sacra Archeologia. L'autore si propone come custode più che come dotto: si limiterà a dimostrare gli oggetti raccolti nel patrio museo, tratti dai vetusti sepolcri e dai cimiteri pieni di cristiane reliquie. Avolio chiede al clero di diventare lui stesso ricercatore, perché solo riconoscendo i simboli delle lucerne i preti potranno guidare i fedeli a stimare di più le antichità cristiane di Siracusa. È un'archeologia della cura pastorale: il libro non insegna a scavare, insegna a guardare.
Quando Avolio scrive, il patrio Museo di Siracusa esiste da una sessantina d'anni nella sua forma istituzionale. Si trova allora a Palazzo del Vermexio, accanto al Senato cittadino, ed è il successore diretto della collezione municipale aperta nel millesettecentottanta. Avolio stesso ne è uno degli artefici: presidente della Commissione di Antichità per la Valle di Noto dal milleottocentoventi, è deputato alla custodia delle Siracusane antichità insieme al cavaliere Mario Landolina, nipote dello scopritore della Venere Anadiomène. Il museo del milleottocentotrentotto non è il Museo Paolo Orsi che conosciamo oggi: è una collezione cresciuta per accumulo, alimentata dagli scavi anfiteatrali del milleottocentotrentasette e dai rinvenimenti delle catacombe, integrata dalle donazioni private. Avolio cita gli scavi seguiti l'anno milleottocentotrentasette nel nostro Anfiteatro come fonte fresca di reperti, segno che il libretto del milleottocentotrentotto nasce a caldo, sotto l'impressione delle ultime trovate. Cita poi le raccolte private siracusane: il sacerdote Antonio Lentinello con le sue preziosissime raccolte di medaglie greco-sicule, di gemme antiche, e di non pochi rari avanzi; il cavalier Pompeo Borgia, che ha felicemente incominciato a raccogliere vetusti avanzi di antichità.
Le lucerne paleocristiane sono piccoli oggetti in terracotta, ovali o tondi, lunghi una decina di centimetri, con un foro centrale per l'olio e uno o più becchi per gli stoppini. Si producevano a stampo, in fornace, fra il quarto e il sesto secolo dopo Cristo. Il loro disco superiore, l'unica superficie larga abbastanza per un'immagine, diventa nei secoli della prima cristianità un piccolo medaglione iconografico: croci, monogrammi, agnelli, colombe, pesci, candelabri, ancore. Avolio descrive con precisione i materiali: di rossa argilla e di buon lavoro, creta rossastra di fino lavoro, argilla rosso-oscura, creta colore rosso, creta rosso-pallida. Sono sfumature che rivelano fornaci diverse e qualità di impasto diverse: lo studioso del milleottocentotrentotto sa già che la pasta racconta la cronologia. Le origini topografiche sono tutte siracusane: la gran massa di terra che copriva l'arena del Siracusano Anfiteatro, una grotta rasente il lido di Acràdina di rimpetto a Levante in un sepolcro amovibile di pietra, le catacombe di San Giovanni e di Vigna Cassia. I forami delle lucerne, dove si infilavano gli stoppini, sono spesso affumicati ancora: una particolarità che, nota Avolio, richiama a memoria il vetusto uso delle lampadi necessario dentro degli antri, nelle cieche e tortuose vie dei cimiteri. Le lucerne erano cioè oggetti d'uso: servivano realmente per illuminare i corridoi delle catacombe nei giorni delle commemorazioni dei martiri.
L'organizzazione del libretto è quasi un inventario annotato. Avolio numera tredici lucerne, una per capitolo, e ciascuna porta in titolo il simbolo che vi è inciso. Lucerna prima: croci e monogrammi. Lucerna seconda: l'agnello. Lucerna terza: il candelabro. Lucerna quarta: il gallo. Lucerna quinta: la colomba stante sopra un ramoscello di ulivo. Lucerna sesta: il delfino. Lucerna settima: pesci e colombe attorno a un candelabro. Lucerna ottava: il cervo. Lucerna nona: il bue. Lucerna decima: il cavallo. Lucerna undicesima: figure di uccelli e del pavone. Lucerna dodicesima: cipresso, palma, ancore. Lucerna tredicesima: il leone. Il ritmo è quello del catalogo: ogni voce specifica il materiale e il colore della creta, poi descrive la figura, poi passa al significato. Una delle iscrizioni catacombali siracusane più antiche, scoperta nel millesettecentocinquantasei, recava la formula latina Macari in Deo vives, che significa Macario, in Dio vivrai, con un alfa e un omega in cima. Avolio la cita come prova del fatto che ogni lucerna è una pagina di paleografia, anche se senza testo: la sola forma delle lettere insegna a datare.
Per ogni simbolo, Avolio adotta uno schema fisso: dichiara di non voler tediare con la lunga esposizione, cita due o tre autori autorevoli, Mamachi, Münter, Buonarroti, Boldetti, Aringhi, il Bosio della Roma sotterranea, riporta una loro interpretazione e conclude. Il capitolo sulle croci si apre con una citazione attribuita a sant'Andrea: Salve crux, quae in corpore Christi dedicata es, et ex membris ejus margaritis ornata, ovvero, salve, croce consacrata nel corpo di Cristo e adorna delle sue membra come di perle. L'agnello è il buon Pastore evangelico e ricorda l'Agnus Dei proclamato dai sacerdoti nel sacrificio della Messa; ma può anche essere un capro o un ariete, e qui Avolio cita il Bosio per ricordare che irco e pecorella adombrano peccatori e giusti. Il candelabro a sette lucerne, secondo Clemente Alessandrino, significa Cristo; secondo Beda, lo Spirito Santo con i suoi sette doni. Il gallo è figura della vigilanza, necessaria ai fedeli e ai sacri pastori. La colomba è semplicità, innocenza, pace, e allude tanto al ritorno all'arca di Noè quanto allo Spirito Santo del battesimo. Il delfino, secondo l'Aringhi, simboleggia i cristiani che nuotano puri nelle acque limpide, lontano dalla sozza cupidigia delle cose terrene. Il cervo, secondo Origene, è figura del cristiano, perché mangia serpenti e poi corre alle acque a dissetarsi: estirpa i vizi, poi anela alla grazia. Il bue rimanda alla laboriosa vita degli apostoli secondo san Giovanni Crisostomo. Il cavallo allude alla corsa di san Paolo verso la meta. Il leone è fortezza, ma anche Cristo Leone di Giuda. La palma è il trionfo dei battezzati; l'ancora è la speranza nella vita futura. Avolio non innova: riferisce. È un compilatore colto che mette insieme la patristica della prima metà dell'Ottocento.
A metà libro, l'orizzonte si sposta. Dalle lucerne Avolio passa alle catacombe da cui le lucerne provengono, e il tono diventa più appassionato. Le Siracusane in vero, scrive, sono una città sotterranea, un laberinto di una sterminata grandezza cavato nel vivo macigno. La differenza con quelle romane è strutturale: le catacombe di Roma furono prima cave pagane di arena e pozzolana, e solo dopo santificate dai primi cristiani; le siracusane invece sono scavate dai cristiani, nella roccia viva. Avolio cita il conte della Torre, che si era avventurato nei corridoi cimiteriali e aveva osservato moltissime stanze di diversa forma, con nicchie sepolcrali, tombe, e altri monumenti da poterne cavar frutti copiosi. L'invito al clero diventa qui esplicito: datevi precipuamente alla ricerca delle tombe dei Campioni della fede. L'obiettivo è trovare il vase tinto di sangue, contrassegno non equivoco di martirio, perché solo così si sarebbero potute moltiplicare le prove che la Religione di Cristo venne qui, fin dai primi secoli della Chiesa, alimentata e stabilita col sangue di sì incliti e magnanimi Confessori della fede. Il sottinteso polemico è chiaro: Avolio nomina Dodwell, lo storico anglicano del De paucitate martyrum, pubblicato nel milleseicentottantaquattro, che aveva ridimensionato il numero dei martiri cristiani. Scavare le catacombe siracusane serve anche a confutarlo. Avolio scrive di aver proposto più volte alla Deputazione di Palermo e al governo di sgombrare i cunicoli, oggi ingombri di sassi e morìccia, e di voler reiterare le istanze.
Il finale del libretto, troncato dopo il rimando alla classica opera De canonizatione di Benedetto Quattordicesimo, scopre apertamente la funzione pastorale del lavoro. Avolio cita san Girolamo bambino a Roma, mentre con i compagni di studi visita le tombe degli apostoli e dei martiri nelle catacombe della via Appia. Sant'Agostino, dal libro De cura pro mortuis agenda, raccomandava la pratica di seppellire i defunti accanto ai martiri, con la formula latina Quod sepelire apud martyrum memorias, in hoc defuncto prodest: seppellire un defunto vicino alle memorie dei martiri gli giova, perché chi lo raccomanda anche al patrocinio dei martiri accresce per lui la supplica. Avolio chiede al clero siracusano di non lasciare in abbandono i cunicoli, e soprattutto di coinvolgere i seminaristi: chiamate a cooperare i giovanetti iniziati negli studi ecclesiastici, cupidi di entrare nel Santuario. L'archeologia diventa strumento di formazione spirituale. La prassi è insieme scientifica e devota. Il libretto è un manuale di formazione per giovani chierici archeologi, in un'epoca in cui la cattedra di archeologia cristiana romana di Giuseppe Marchi e di Giovanni Battista de Rossi era appena agli inizi. La rivoluzione di de Rossi nelle catacombe romane sarebbe arrivata negli anni Cinquanta dell'Ottocento.
La storia successiva ha dato ragione, su tutti i fronti, alle intuizioni di Avolio. Le catacombe siracusane sono effettivamente uno dei sistemi cimiteriali paleocristiani più grandi del mondo, secondi per estensione solo a quelli di Roma. Le esplorazioni sistematiche cominceranno con Saverio Cavallari nella seconda metà dell'Ottocento e arriveranno a piena maturazione con Paolo Orsi, direttore del Museo dal milleottocentottantotto al millenovecentotrentaquattro, e con Joseph Führer e Sebastian Schultze nel libro Forschungen zur Sicilia sotterranea del millenovecentosette. Le lucerne paleocristiane descritte da Avolio nel milleottocentotrentotto sono il nucleo della collezione coroplastica cristiana oggi esposta nelle sale del Museo Archeologico Paolo Orsi di villa Landolina. La rete di gabinetti privati che Avolio citava, Lentinello, Pompeo Borgia, Landolina, è in larga parte confluita nelle raccolte pubbliche tra Ottocento e primo Novecento. L'invito di Avolio al clero ha funzionato in parte: alcuni preti siracusani si sono effettivamente dedicati allo studio delle catacombe, e basti ricordare il canonico Privitera, autore della Storia di Siracusa del milleottocentosettantanove, ma la struttura organizzata della ricerca cristiana antica è passata in mano agli archeologi laici e ai pontifici della Commissione di archeologia sacra di Roma.
Una nota sull'opera troncata. Il testo che ci è arrivato si interrompe nel mezzo dell'ultimo paragrafo, dopo le parole: Non fa mestieri di più dire, se vi tornerà a mente quello che hanno scritto i valentuomini sopra l'eccellenza e l'utilità dei narrati. Il libro originale stampato a Palermo nella Tipografia del Giornale Letterario contava ventinove pagine: il troncamento alla fine della pagina ventotto lascia immaginare al massimo una sola pagina di chiusura, probabilmente un'esortazione conclusiva, una formula di commiato al clero, forse una firma datata. La struttura del libro non ne risulta intaccata: i tredici simboli sono tutti descritti, l'epistola ha già esposto la sua tesi pastorale, il programma di scavi catacombali è già consegnato. Il libretto del milleottocentotrentotto è una pubblicazione rara, di tiratura limitata, destinata a una circolazione strettamente locale. Per questo motivo, della prima edizione palermitana non esistono ristampe moderne né edizioni anastatiche.
Per ascoltare la sua voce, una citazione dall'epistola dedicatoria, in apertura del libro. Avolio scrive ai parroci: Dirigo a voi, riguardevoli Ecclesiastici, questo libro, il quale mira all'intelligenza di parecchie cristiane lucerne. Io ve lo presento con quella riverenza, che si conviene alla dignità del vostro carattere, ed al sacro soggetto, che prendo a trattare. Son persuaso, che, fra tutto il Clero numeroso della Siracusana Diocesi, voi siete que' pochi, che avete maggior comodo, onde delle cose alla religione convenienti vedere il netto, e cercar per sottile, se quello che sta coperto sotto misteriosi simboli, espressi in semplici crete, sia veramente adorabile da prendersi d'esempio, e di regola.
Tre cose da ricordare. Prima: il libro è una lettera al clero siracusano, non un trattato per archeologi. Avolio chiede ai parroci di studiare le lucerne paleocristiane per riconoscere la propria preistoria sepolta nelle catacombe della città. Seconda: tredici lucerne descritte una per una, con i loro simboli, dai monogrammi di Cristo al leone, passando per agnello, candelabro, gallo, colomba, delfino, pesci, cervo, bue, cavallo, pavone, cipresso, palma e ancora. Terza: l'eredità del libro è il Museo Paolo Orsi e gli studi novecenteschi sulle catacombe siracusane, da Cavallari a Orsi a Führer e Schultze, che hanno realizzato il programma di esplorazione che Avolio nel milleottocentotrentotto stava ancora chiedendo al clero.
Per finire, qualche indicazione su cosa vedere oggi a Siracusa con Avolio in tasca. Le lucerne paleocristiane descritte nel milleottocentotrentotto si trovano oggi al Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi, in viale Teocrito sessantasei, nelle sale del settore F dedicate alla Siracusa tardoantica e bizantina. Per riconoscere il contesto in cui furono usate, vale la visita guidata alle Catacombe di San Giovanni, in viale San Giovanni alle Catacombe, ai piedi della cripta di San Marciano: gli affumicamenti delle pareti, prodotti dalle lampade ad olio accese durante le commemorazioni dei martiri, sono visibili. Le Catacombe di Vigna Cassia, in via Maritza, sono accessibili su prenotazione tramite l'arcidiocesi: sono più ampie e includono il cubicolo di Adelfia con il famoso sarcofago del quarto secolo, oggi al Museo Orsi. Per il contesto dell'Anfiteatro romano in cui Avolio nel milleottocentotrentasette vide gli scavi che restituirono nuove lucerne, basta entrare alla Neapolis, lato nord del parco archeologico. Una visita al Palazzo del Vermexio, sede del Senato cittadino in piazza Duomo, ricorda che è qui, nel piano superiore, che il patrio museo del milleottocentotrentotto conservava i suoi reperti.
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Note: citazioni latine paleocristiane (Macari in Deo vives, Salve crux quae in corpore Christi, Agnus Dei, Quod sepelire apud martyrum memorias) tutte verbatim dal canonico; in audio "quæ"→"quae" per leggibilità TTS. Iscrizioni epigrafiche (Alpha et Omega, T. C., Croci gemmate) verbatim. Le paraphrasi audio non-virgolettate (de'→dei, ed→e, G. C.→Cristo, multiplici→moltissime, Leon→Leone di Giuda) sono normalizzazioni TTS narrative, non citazioni dirette.
Data: 2026-05-18
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Sinossi. Nel 1838 il presidente delle antichità siracusane pubblica a Palermo un libretto di ventinove pagine che racconta, una a una, tredici lucerne paleocristiane custodite nel museo cittadino. Il destinatario non sono gli archeologi italiani, ma i parroci di Siracusa: l'autore si dichiara «deputato alla custodia delle Siracusane antichità» e chiede al clero di scendere nelle catacombe a riconoscere, sui simboli incisi nelle cretine, la propria preistoria.
01. L'epistola al clero siracusano: perché un libro di archeologia indirizzato ai parroci
L'opera si apre come una lettera. «Dirigo a voi, riguardevoli Ecclesiastici, questo libro, il quale mira all'intelligenza di parecchie cristiane lucerne»: l'incipit fissa il patto retorico dell'intero volumetto. Francesco di Paola Avolio (1772–1841), nobile siracusano, presidente della Commissione di Antichità e Belle Arti per la Valle di Noto, scrive a un gruppo ristretto di chierici dotti, «que' pochi» che, in tutto il clero diocesano, hanno «maggior comodo, onde delle cose alla religione convenienti vedere il netto, e cercar per sottile». La premessa giustifica il tono: niente esposizioni distese, niente erudizione ostentata, ma «leggieramente» fermarsi su pochi emblemi, perché «trattandosi di cose per lo più sapute, e discusse nei libri della sacra Archeologia». L'autore si propone come custode più che come dotto: si limiterà a «dimostrarvi segnatamente gli oggetti di tal sorte, che trovansi raccolti nel patrio museo, tratti da' nostri vetusti sepolcri, e dai nostri cimiteri, pieni di cristiane reliquie». La scelta del destinatario non è marginale: Avolio chiede al clero di diventare lui stesso ricercatore, perché solo riconoscendo i simboli delle lucerne, i preti potranno guidare i fedeli a stimare di più «in altissimo pregio» le antichità cristiane di Siracusa. È un'archeologia della cura pastorale: il libro non insegna a scavare, insegna a guardare. Il finale dell'opera, troncato al penultimo periodo, ribadirà l'invito: stringersi insieme, accendersi l'un l'altro, supplire con la cooperazione alla mancanza di mecenati. Avolio scrive un manifesto in forma epistolare, non un trattato.
02. Il Museo di Siracusa nel 1838: che cos'era e chi ne era custode
Quando Avolio scrive, il «patrio Museo» di Siracusa esiste da una sessantina d'anni nella sua forma istituzionale. Si trova allora a Palazzo del Vermexio, accanto al Senato cittadino, ed è il successore diretto della collezione municipale aperta nel 1780. Avolio stesso ne è uno degli artefici: presidente della Commissione di Antichità per la Valle di Noto dal 1820, è «deputato alla custodia delle Siracusane antichità una col Cav. Mario Landolina», nipote dello scopritore della Venere Anadiomene. Il museo del 1838 non è il Museo Paolo Orsi che conosciamo oggi (quello aprirà nel 1886 a Piazza Duomo e si trasferirà nella sede attuale di villa Landolina nel 1988): è una collezione cresciuta per accumulo, alimentata dagli scavi anfiteatrali del 1837 e dai rinvenimenti delle catacombe, integrata dalle donazioni private. Avolio cita gli scavi «seguiti l'anno 1837 nel nostro Anfiteatro» come fonte fresca di reperti, segno che il libretto del 1838 nasce a caldo, sotto l'impressione delle ultime trovate. Cita poi le raccolte private siracusane: il sacerdote Antonio Lentinello con le sue «preziosissime raccolte di medaglie Greco-Sicule, di gemme antiche, e di non pochi rari avanzi»; il cavalier Pompeo Borgia, «che ha felicemente incominciato a raccogliere vetusti avanzi di antichità». Il museo del 1838 è la somma del patrimonio pubblico più la rete di gabinetti privati che gravitano attorno. Avolio dichiara anche di aver donato di persona almeno due lucerne (quella con l'agnello e una con pesci), segno che la collezione cresceva per le mani dei suoi stessi custodi.
03. Le lucerne paleocristiane: cosa sono, da dove vengono
Le lucerne paleocristiane sono piccoli oggetti in terracotta, ovali o tondi, lunghi una decina di centimetri, con un foro centrale per l'olio e uno o più becchi per gli stoppini. Si producevano a stampo, in fornace, fra il IV e il VI secolo. Il loro disco superiore, l'unica superficie larga abbastanza per un'immagine, diventa nei secoli della prima cristianità un piccolo medaglione iconografico: croci, monogrammi, agnelli, colombe, pesci, candelabri, ancore. Avolio descrive con precisione i materiali: «di rossa argilla, e di buon lavoro», «creta rossastra di fino lavoro», «argilla rosso-oscura», «creta colore rosso», «creta rosso-pallida». Sono sfumature che rivelano fornaci diverse e qualità di impasto diverse: lo studioso del 1838 sa già che la pasta racconta la cronologia. Le origini topografiche sono tutte siracusane. Avolio elenca i luoghi precisi: «la gran massa di terra, che copriva l'arena del Siracusano Anfiteatro», disotterrate negli scavi del 1837; «una grotta rasente il lido di Acradina di rimpetto a Levante in un sepolcro amovibile di pietra»; le catacombe di San Giovanni e di Vigna Cassia. I forami delle lucerne, dove si infilavano gli stoppini, sono spesso «affummicati ancora»: questa particolarità, nota Avolio, «ci richiama a memoria il vetusto uso delle lampadi necessario dentro degli antri nelle cieche, e tortuose vie de' cimiteri». Le lucerne erano cioè oggetti d'uso, non solo simbolici: servivano realmente per illuminare i corridoi delle catacombe nei giorni delle commemorazioni dei martiri, durante le agapi notturne. Il fumo sul becco è la prova che hanno bruciato olio davvero, davanti a tombe vere.
L'organizzazione del libretto è quasi un inventario annotato. Avolio numera tredici lucerne, una per capitolo, e ciascuna porta in titolo il simbolo che vi è inciso. Lucerna I: croci e monogrammi. Lucerna II: l'agnello. Lucerna III: il candelabro. Lucerna IV: il gallo. Lucerna V: la colomba stante sopra un ramoscello di ulivo. Lucerna VI: il delfino. Lucerna VII: pesci e colombe attorno a un candelabro. Lucerna VIII: il cervo. Lucerna IX: il bue. Lucerna X: il cavallo. Lucerna XI: figure di uccelli e del pavone. Lucerna XII: cipresso, palma, ancore. Lucerna XIII: il leone. Il ritmo è quello del catalogo: ogni voce specifica il materiale e il colore della creta, poi descrive la figura, poi passa al significato. È la stessa struttura dei cataloghi ragionati di numismatica del primo Ottocento, applicata alla coroplastica. Le lucerne più ricche di iscrizioni sono quelle anfiteatrali del 1837: «leggonsi le iniziali Alpha et Omega, o pure il T. C. significate con nessi di lettere Greche, o Latine, ammirandosi in talune studiato lavorio, e purgata composizione della materia, e specialmente nelle figure delle Croci gemmate». Una delle iscrizioni catacombali siracusane più antiche, scoperta nel 1756, recava «Macari in Deo vives» (cioè «Macario, in Dio vivrai»), con un alfa e un omega in cima, e Avolio la cita come prova del fatto che ogni lucerna è una pagina di paleografia, anche se senza testo: la sola forma delle lettere insegna a datare. Il modello operativo è chiaro: catalogare per imparare.
Per ogni simbolo, Avolio adotta uno schema fisso: dichiara di non voler tediare con la lunga esposizione, cita due o tre autori autorevoli (Mamachi, Münter, Buonarroti, Boldetti, Aringhi, il Bosio della Roma sotterranea, il continuatore Severano), riporta una loro interpretazione, conclude. L'agnello è il «buon Pastore Evangelico» e ricorda l'«Agnus Dei proclamate dai Sacerdoti nel sacrificio della Messa», secondo il vescovo Guglielmo Durando; ma può anche essere un capro o un ariete, e qui Avolio cita il Bosio per ricordare che irco e pecorella adombrano peccatori e giusti. Il candelabro a sette lucerne, secondo Clemente Alessandrino, significa Cristo; secondo Beda, lo Spirito Santo con i suoi sette doni; il gallo è figura della vigilanza «cotanto necessaria a' fedeli, ed a' sacri pastori». La colomba è semplicità, innocenza, pace, e allude tanto al ritorno all'arca di Noè quanto allo Spirito Santo del battesimo. Il delfino, secondo l'Aringhi, simboleggia i cristiani che nuotano puri nelle acque limpide, lontano dalla «sozza cupidigia delle cose terrene». Il cervo, secondo Origene, è figura del cristiano, perché mangia serpenti e poi corre alle acque a dissetarsi: estirpa i vizi, poi anela alla grazia. Il bue rimanda alla «laboriosa vita degli apostoli» secondo san Giovanni Crisostomo, ma può anche essere uno dei quattro mistici animali degli evangelisti. Il cavallo allude alla corsa di san Paolo: «ut comprehenderit», che possa abbracciare il premio. Il leone è fortezza, ma anche Cristo Leon di Giuda. La palma è il trionfo dei battezzati; l'ancora è la speranza nella vita futura. Avolio non innova: riferisce. È un compilatore colto che mette insieme la patristica della prima metà dell'Ottocento, conformandosi a un gusto erudito che dipende ancora dai grandi archeologi del Sei-Settecento romano.
06. Il problema delle catacombe siracusane
A metà libro, l'orizzonte si sposta. Dalle lucerne Avolio passa alle catacombe da cui le lucerne provengono, e il tono diventa più appassionato. «Le Siracusane in vero sono una città sotterranea, un laberinto di una sterminata grandezza cavato nel vivo macigno». La differenza con quelle romane è strutturale: le catacombe di Roma furono prima cave pagane di arena e pozzolana, e solo dopo «santificate da' primi Cristiani»; le siracusane invece sono scavate dai cristiani, nella roccia viva. Avolio cita il conte della Torre, che si era avventurato nei corridoi cimiteriali e aveva osservato «multiplici stanze di diversa forma, scorgendovi a que' tempi in ogni parte nicchie sepolcrali, tombe, ed altri monumenti da poterne cavar frutti copiosi». L'invito al clero diventa qui esplicito: «Datevi precipuamente alla ricerca delle tombe de' Campioni della fede, documento perenne della religiosa cura de' fedeli di quel tempo». L'obiettivo è trovare il «vase tinto di sangue, contrassegno non equivoco di martirio» (l'ampolla di sangue era considerata, nella prassi romana del Settecento, prova della sepoltura di un martire), perché solo così si sarebbero potute moltiplicare «l'incontrovertibili prove, che la Religione di G. C. venne qui, infin da' primi secoli della Chiesa, alimentata, e stabilita col sangue di sì incliti, e magnanimi Confessori della fede». Il sottinteso polemico è chiaro: Avolio nomina Dodwell, lo storico anglicano del De paucitate martyrum (1684), che aveva ridimensionato il numero dei martiri cristiani: scavare le catacombe siracusane serve anche a confutarlo. Avolio scrive di aver proposto «più volte» alla Deputazione di Palermo e al governo di disgombrare i cunicoli, oggi ingombri di sassi e morìccia, e di voler reiterare le istanze: «onde impedimento veruno non soffrissero gli studiosi investigatori, e gli stranieri riguardanti quelle deserte spelonche».
07. Il libro come strumento di pastorale: archeologia e devozione
Il finale del libretto, troncato dopo il rimando alla classica opera De canonizatione di Benedetto XIV, scopre apertamente la funzione pastorale del lavoro. Avolio cita san Girolamo bambino a Roma, mentre con i compagni di studi visita le tombe degli apostoli e dei martiri nelle catacombe della via Appia: «mentre giovanetto trovavami io in Roma ad istruirmi negli studi ameni, era uso in compagnia di altri giovanetti di pari età, e d'intenzione, di andare attorno nelle Domeniche a' sepolcri degli Apostoli, e de' Martiri». Cita anche sant'Agostino, dal De cura pro mortuis agenda, sulla pratica di seppellire i defunti accanto ai martiri: «Quod sepelire apud martyrum memorias, in hoc defuncto prodest, ut commendans eum etiam in Martyrum patrocinio affectus pro illo supplicationis augeatur». Avolio chiede al clero siracusano di non lasciare «in abbandono» i cunicoli, e soprattutto di coinvolgere i seminaristi: «chiamate a cooperare i giovanetti iniziati negli studi Ecclesiastici, cupidi di entrare nel Santuario. L'esempio delle buone, e dignitose persone ha potenza di muovere i cuori più duri». L'archeologia diventa strumento di formazione spirituale. La prassi è insieme scientifica e devota. Scavare bene serve sia a fare buona storia sia a fare buona fede. Il libretto è un manuale di formazione per giovani chierici archeologi, in un'epoca in cui la cattedra di archeologia cristiana romana di Giuseppe Marchi e di Giovanni Battista de Rossi era appena agli inizi (la rivoluzione di de Rossi nelle catacombe romane sarebbe arrivata negli anni 1850).
08. Eredità: dalla collezione Avolio al Museo Paolo Orsi
La storia successiva ha dato ragione, su tutti i fronti, alle intuizioni di Avolio. Le catacombe siracusane sono effettivamente uno dei sistemi cimiteriali paleocristiani più grandi del mondo, secondi per estensione solo a quelli di Roma. Le esplorazioni sistematiche cominceranno con Saverio Cavallari nella seconda metà dell'Ottocento e arriveranno a piena maturazione con Paolo Orsi, direttore del Museo dal 1888 al 1934, e con Joseph Führer e Sebastian Schultze in Forschungen zur Sicilia sotterranea del 1907. Le lucerne paleocristiane descritte da Avolio nel 1838 sono il nucleo della collezione coroplastica cristiana che oggi è esposta nelle sale del Museo Archeologico Paolo Orsi di villa Landolina, e che attraversa diversi piani del nuovo allestimento. La rete di gabinetti privati che Avolio citava (Lentinello, Pompeo Borgia, Landolina) è in larga parte confluita nelle raccolte pubbliche tra Ottocento e primo Novecento. L'invito di Avolio al clero ha funzionato in parte: alcuni preti siracusani si sono effettivamente dedicati allo studio delle catacombe (basti ricordare il canonico Privitera, autore della Storia di Siracusa del 1879), ma la struttura organizzata della ricerca cristiana antica è passata in mano agli archeologi laici e ai pontifici della Commissione di archeologia sacra di Roma. Il libretto del 1838 resta un documento prezioso per chi voglia capire come, nel cuore del Settecento e Ottocento siciliano, l'archeologia cristiana fosse insieme erudizione, custodia, prova di fede e politica civica.
09. L'opera troncata: cosa manca e perché
Il testo che ci è arrivato si interrompe nel mezzo dell'ultimo paragrafo: «Non fa mestieri di più dire, se vi tornerà a mente quello, che hanno scritto i valentuomini sopra l'eccellenza, e l'utilità dei narrati»… Il libro originale stampato a Palermo nella Tipografia del Giornale Letterario, via maestra dell'Albergaria N. 240, contava ventinove pagine: il troncamento alla fine della pagina 28 lascia immaginare al massimo una sola pagina di chiusura, probabilmente un'esortazione conclusiva, una formula di commiato al clero, forse una firma datata. La struttura del libro non ne risulta intaccata: i tredici simboli sono tutti descritti, l'epistola ha già esposto la sua tesi pastorale, il programma di scavi catacombali è già consegnato. La copia consultata, digitalizzata su Internet Archive a partire da un esemplare conservato in biblioteca pubblica, è una delle pochissime sopravvissute: il libretto del 1838 è una pubblicazione rara, di tiratura limitata, destinata a una circolazione strettamente locale. Per questo motivo, della editio princeps palermitana del 1838 non esistono ristampe moderne né edizioni anastatiche. Il testo, fino alla fine sopravvissuta, è autosufficiente: dieci pagine di descrizioni iconografiche, otto pagine di proemio e perorazione finale, due pagine di citazioni patristiche. Manca poco; quello che manca, probabilmente, è una clausola di buon auspicio.
Citazioni
«Dirigo a voi, riguardevoli Ecclesiastici, questo libro, il quale mira all'intelligenza di parecchie cristiane lucerne» (Lettera dedicatoria, p. 3).
«Macari in Deo vives», iscrizione paleocristiana siracusana scoperta nel 1756, recata in cima da alfa e omega, citata come modello di paleografia (Lucerna I, p. 7).
«Salve crux, quæ in corpore Christi dedicata es, et ex membris ejus margaritis ornata», parole attribuite a sant'Andrea sulla croce, in apertura del capitolo dedicato a croci e monogrammi (Lucerna I, p. 5).
«Ben conservato nè il campo adorno nel dintorno di figure di pesciculi, misti ad altri segni a forma di cuori, usitati benanco nelle lapidi letterate» (Lucerna IV, p. 11, descrizione tecnica della lucerna anfiteatrale del 1837).
«Le Siracusane in vero sono una città sotterranea, un laberinto di una sterminata grandezza cavato nel vivo macigno» (p. 24).
«Quod sepelire apud martyrum memorias, in hoc defuncto prodest, ut commendans eum etiam in Martyrum patrocinio affectus pro illo supplicationis augeatur» (sant'Agostino sulla pratica di seppellire i defunti accanto ai martiri, citato a p. 26).
«Io qual deputato alla custodia delle Siracusane antichità una col Cav. Mario Landolina conoscendo l'impotenza di tal disgombramento ho più volte proposto alla Deputazione di Palermo, ed al Governo, che si mandasse ad effetto» (p. 27).
Da ricordare
Il libro è una lettera al clero siracusano, non un trattato per archeologi: Avolio chiede ai parroci di studiare le lucerne paleocristiane per riconoscere la propria preistoria sepolta nelle catacombe della città.
Tredici lucerne descritte una per una nel «patrio Museo» del 1838: croci, monogrammi, agnello, candelabro, gallo, colomba, delfino, pesci, cervo, bue, cavallo, uccelli e pavone, cipresso e palma e ancore, leone. Per ciascuna, materiale della creta, descrizione, simbologia e patristica.
Le lucerne anfiteatrali del 1837 sono fonte fresca: scavate l'anno prima della pubblicazione, mostrano croci gemmate, alfa e omega, monogrammi di Cristo. I forami affumicati provano che bruciavano nelle catacombe durante le agapi notturne.
Avolio è «deputato alla custodia delle Siracusane antichità» insieme a Mario Landolina nipote, e ha già chiesto «più volte» alla Deputazione di Palermo e al governo di sgombrare i cunicoli catacombali per renderli accessibili a studiosi e viaggiatori.
L'eredità del libro è il Museo Paolo Orsi e gli studi novecenteschi sulle catacombe siracusane: Cavallari, Orsi, Führer e Schultze hanno realizzato il programma di esplorazione che Avolio nel 1838 stava ancora chiedendo al clero.
Cosa vedere oggi a Siracusa con Avolio in tasca
Le lucerne paleocristiane descritte nel 1838 si trovano oggi al Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi di Siracusa, viale Teocrito 66, nelle sale del settore F dedicate alla Siracusa tardoantica e bizantina. Una vetrina espone una scelta di lucerne con croci, monogrammi, agnelli e pesci, simili o identiche a quelle che Avolio numerò una per una. Per riconoscere il contesto in cui furono usate, vale la visita guidata alle Catacombe di San Giovanni in viale San Giovanni alle Catacombe, ai piedi della cripta di San Marciano, dove ancora oggi si scendono i corridoi nei quali le lucerne erano accese per le agapi: gli affumicamenti delle pareti sono visibili. Le Catacombe di Vigna Cassia, in via Maritza, sono accessibili su prenotazione tramite l'arcidiocesi: sono più ampie delle precedenti, e includono il cubicolo di Adelfia con il famoso sarcofago del IV secolo, oggi al Museo Orsi. Per il contesto dell'Anfiteatro romano in cui Avolio nel 1837 vide gli scavi che restituirono nuove lucerne, basta entrare alla Neapolis, lato nord del parco archeologico: l'anfiteatro è quello stesso, e la «gran massa di terra, che copriva l'arena» è stata interamente rimossa nei decenni successivi. Una visita al Palazzo del Vermexio, sede del Senato cittadino in piazza Duomo, ricorda che è qui, nel piano superiore, che il «patrio museo» del 1838 conservava i suoi reperti, prima del trasferimento ottocentesco alla nuova sede di piazza Duomo e poi del 1988 a villa Landolina.
Edizione consultata: Francesco di Paola Avolio, Sopra alcune lucerne cristiane che si conservano nel Museo di Siracusa. Illustrazioni del Presidente Francesco di Paola Avolio indirette al veneraendo clero siracusano, Palermo, Tipografia del Giornale Letterario, via maestra dell'Albergaria N. 240, 1838, 29 pp. Esemplare digitalizzato Internet Archive (testo troncato all'ultima frase). Nessuna edizione anastatica moderna nota.
Audio: prologo «Aretusapedia, libri. Francesco di Paola Avolio, Sopra alcune lucerne cristiane che si conservano nel Museo di Siracusa, milleottocentotrentotto. Quindici minuti di ascolto. Buon ascolto.»; epilogo «Il libro completo, citazioni e bibliografia su aretusapedia punto it, alla voce libri. Buon proseguimento.»
Trascrizione integrale a cura di Aretusapedia: testo selezionabile, ricercabile, compatibile con VoiceOver e screen reader. PDF con copertina, colofone e licenza Creative Commons. Accuratezza dichiarata: ~97-98% (OCR IA djvu + cleanup + QA citazioni latine paleocristiane verificate).
Il testo originale di Sopra alcune lucerne cristiane del Museo di Siracusa di Francesco di Paola Avolio è di pubblico dominio.
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L'audio-riassunto narrato e la sintesi testuale in dodici sezioni sono opere derivate originali.