Versione testuale dell'audio (numeri scritti in lettere per la pronuncia).
Discorso per l'inaugurazione del Congresso e dell'Esposizione di Siracusa, di Enrico Alliata duca di Salaparuta, stampato a Siracusa dalla Tipografia Eredi Pulejo nel milleottocentosettantuno.
Sinossi.
Nell'autunno del milleottocentosettantuno Siracusa ospita il terzo Congresso Agrario delle provincie siciliane e l'Esposizione interprovinciale agraria connessa. A inaugurare i lavori sale il presidente della Società di Acclimazione ed Agricoltura in Sicilia, Enrico Alliata duca di Salaparuta, che legge un breve discorso poi stampato dalla Tipografia Eredi Pulejo in venti pagine di formato in ottavo. Il testo, contenuto nelle pagine dalla terza alla nona della numerazione interna, è insieme rendiconto delle attività del biennio milleottocentosessantanove milleottocentosettanta e programma per i lavori che la nuova sessione dovrà aprire.
Alliata apre con un ringraziamento ai convenuti accorsi dalle varie province dell'isola, e attribuisce il successo del raduno al barone Turrisi Colonna, rappresentante del Governo e della Provincia di Palermo, che aveva chiamato i siciliani a Siracusa, secondo le parole del discorso, con sì calde e belle parole. Passa poi a rendere conto delle pratiche svolte dalla Società dopo il Congresso di Girgenti del milleottocentosessantanove: la costituzione di un consorzio per il ripristino della specie bovina, l'apertura di un deposito di macchine agrarie nel giardino della Società a Palermo, la creazione del premio di duemila lire all'introduttore di una fabbrica di ingrassi di materie organiche, l'invio di circolari per tutta l'isola.
Il discorso si chiude con tre proposte programmatiche: l'impianto di stazioni agrarie in Sicilia sotto la direzione del professore Inzenga, l'esame della crisi dell'industria enologica colpita dalla tassa sulla fabbricazione dell'alcool, e la colonizzazione delle campagne interne sul modello di Olanda, Holstein e Francia. Le ultime righe sono un'invocazione patriottica: l'Italia è fatta, ora bisogna saperla conservare attraverso l'agricoltura, prima delle scienze e, dice Alliata, la più nobile.
Capitolo primo. Siracusa milleottocentosettantuno: il Congresso e l'Esposizione interprovinciale.
Il terzo Congresso Agrario delle provincie siciliane si apre a Siracusa nell'autunno del milleottocentosettantuno, dieci anni dopo l'Unità e a poche settimane dalla presa di Roma del settembre precedente. La sede aretusea segue i due appuntamenti già celebrati a Palermo e a Girgenti, ed è scelta secondo un criterio di rotazione che mira a coinvolgere via via tutte le province dell'isola. Alliata lo dichiara nelle prime righe: il nobile slancio dei convenuti ha giustificato la fede riposta nel loro patriottismo, e le speranze del rappresentante del Governo e della Provincia di Palermo, parole sue, il chiarissimo signor Barone Turrisi Colonna, non sono fallite.
L'Esposizione interprovinciale agraria affianca il Congresso: una mostra di prodotti, macchine, attrezzi e memorie scritte, distribuita in spazi pubblici della città. Le esposizioni sono ancora una pratica giovane in Sicilia: la prima si era tenuta a Palermo nel milleottocentosessantacinque, la seconda probabilmente a Girgenti nel milleottocentosessantanove, questa terza a Siracusa nel milleottocentosettantuno. Il modello è quello delle grandi esposizioni europee, da Londra milleottocentocinquantuno a Parigi milleottocentocinquantacinque e milleottocentosessantasette, ridotto a scala provinciale e applicato a un'isola che cerca di mostrarsi all'altezza dei tempi.
L'evento siracusano gode dell'appoggio della Società Operaia Archimede, sodalizio cittadino di lavoratori e artigiani che concorre al fraterno convegno rendendolo, parole di Alliata, ancor più bello. Il presidente ringrazia anche il prefetto di Siracusa per zelo ed instancabile solerzia, e il sindaco della città, che ha saputo offrire un'ospitalità, cita testualmente, degna dei tempi della Magna Grecia. La citazione classica è meditata: Siracusa, capitale dell'agricoltura sicula nell'antichità, torna a esercitare la propria vocazione mediterranea sotto la nuova bandiera tricolore.
Capitolo secondo. Il duca di Salaparuta e la Società di Acclimazione ed Agricoltura.
Enrico Alliata di Salaparuta presiede dal milleottocentosessantaquattro la Società di Acclimazione ed Agricoltura in Sicilia, sodalizio palermitano fondato nel milleottocentoquarantadue per importare specie animali e vegetali estranee all'isola e adattarle alle condizioni locali. La carica di presidente, alla quale Alliata accede succedendo al fondatore Giuseppe Inzenga, lo colloca al vertice della rete di studiosi, proprietari e amministratori che cerca di modernizzare l'agricoltura siciliana negli anni post unitari. La Società dispone di un giardino sperimentale a Palermo, di un budget proprio, e di rapporti istituzionali con i comizi agrari delle altre province.
Il duca di Salaparuta è figura nota nella Palermo del tempo: della famiglia che produce nella tenuta di Casteldaccia il vino marsala stile poi divenuto celebre come Corvo di Salaparuta, formato in agronomia secondo la cultura francese e inglese del secondo Ottocento, attivo nella vita politica e nell'amministrazione del Senato del Regno. Il padre Giuseppe Alliata, principe di Villafranca, aveva nel milleottocentoventiquattro piantato i primi vigneti razionali a Casteldaccia; Enrico continua l'opera con visione imprenditoriale e con un'attenzione costante all'innovazione tecnica.
La firma del discorso, E. Alliata duca di Salaparuta, compare al di sotto del titolo nel frontespizio della stampa Pulejo. Alliata legge il testo in qualità di presidente, non come oratore personale: parla a nome dell'istituzione, e il discorso è atto pubblico più che esercizio retorico. Da qui il tono asciutto, l'assenza di metafore, la prevalenza dei dati concreti sulle effusioni patriottiche, salvo nella perorazione finale dove la voce dell'uomo di pensiero emerge nel richiamo a Romagnosi e alla grandezza romana.
Capitolo terzo. Il discorso d'apertura: temi e ambizioni.
L'incipit del discorso segue il protocollo. Lo apre Alliata con queste parole: Signori, se, cedendo alle lusinghiere insistenze di prestantissimi amici, ho con esitanza assunto l'onorevole officio di aprire questa sessione, larghissima ricompensa or ne ricevo nel vedere con quanta sollecitudine, signori, abbiate ben voluto accorrere allo Interprovinciale convegno. Subito dopo Alliata entra nel merito.
Il filo conduttore è didattico. La Società ha applicato in modo puntuale le decisioni del Congresso di Girgenti del milleottocentosessantanove: ha attivato il consorzio per il ripristino della specie bovina, ha negoziato con i comizi di Palermo e con la Camera di commercio di Girgenti, ha spiccato circolari, ha bandito un premio di duemila lire per chi introducesse in Sicilia una fabbrica di ingrassi di materie organiche. Nel giardino di Palermo, annuncia Alliata, fra breve si formerà un deposito di macchine agrarie, dove, parole sue, si forniranno tutte le istruzioni pratiche necessarie agli acquirenti.
Il discorso passa quindi alle proposte aperte. Tre i dossier sul tavolo: l'impianto di stazioni agrarie in Sicilia, in via di costituzione grazie a un comitato promotore guidato dal cavalier Vanneschi e diretto da Inzenga; l'esame della crisi enologica, aggravata dalla tassa sulla fabbricazione dell'alcool; la colonizzazione delle campagne interne, modellata sull'esperienza del barone Morog in Francia. Alliata chiude con un richiamo alla missione civilizzatrice dell'agricoltura, da Romagnosi a Roma antica, e con la formula che dà il tono all'intero discorso: l'Italia è fatta, e sapremo conservarla.
Capitolo quarto. L'agricoltura siciliana nel decennio post unitario.
La Sicilia del milleottocentosettantuno è un'isola che vive ancora di latifondo e di colture tradizionali. Il grano, l'olivo, la vite, l'agrume coltivato nei giardini di Palermo e di Catania, il pascolo brado, la pesca tonniera: questi i pilastri di un'economia che non ha conosciuto la rivoluzione agronomica delle Fiandre o del Piemonte. Alliata lo dice senza giri di parole, e cito le sue parole: Se da noi non si sono fatti notevoli progressi non è avvenuto per difetto di eletti ingegni, che ne abbiano intrapreso lo studio e diffuso gli ammaestramenti; ma per la profonda ignoranza dei coloni, che tenaci del passato, e circoscritti alle tradizioni dei maggiori, mal comprendono la santità delle dottrine che loro si apprestano.
L'analisi punta il dito sui coloni e sull'ignoranza delle classi rustiche; tace il ruolo della struttura latifondistica e dei rapporti di mezzadria che il decennio post unitario aveva ereditato dal regime borbonico. È un limite culturale del discorso: l'élite riformatrice vede nella scuola la chiave del progresso, e mette in secondo piano la questione fondiaria. Cito ancora: Voi, signori, siete pienamente convinti di questa verità, e le savie discussioni dell'ultimo Congresso sull'istruzione delle classi agricole ne sono sufficiente prova.
Il riferimento alle provincie subalpine come modello da raggiungere è significativo. Il Piemonte di Cavour, con i suoi consorzi agrari, le scuole di Mondovì e di Casale, l'introduzione delle macchine e delle nuove colture, è il termine di paragone obbligato. La Sicilia deve recuperare un divario di decenni, e lo deve fare attraverso le istituzioni: comizi agrari, congressi interprovinciali, esposizioni, stazioni sperimentali. La Società di Acclimazione, in questa visione, è l'ente cerniera che mette in rete iniziative altrimenti frammentate.
Capitolo quinto. La Camera di commercio di Girgenti e i premi alle innovazioni.
Un protagonista discreto del discorso è la Camera di commercio di Girgenti. Alliata la cita due volte. La prima, parole testuali: In esse, per eccitare una nobile gara, non si tralasciò di tener conto della deliberazione della Camera di commercio di Girgenti, del diciannove settembre milleottocentosessantanove, dove si statuiva di concorrere al Consorzio nella somma di diecimila lire. La seconda citazione: non che alla Camera di commercio di Girgenti che con larga contribuzione ha voluto dimostrare quanto apprezzava l'utilità del nostro nuovo sistema. Diecimila lire del milleottocentosessantanove sono cifra ragguardevole, segno di un investimento che la borghesia commerciale agrigentina sceglie di destinare al settore primario.
Le Camere di commercio italiane, riformate dalla legge del sei luglio milleottocentosessantadue, sono allora gli enti corporativi delle forze produttive sul territorio. Girgenti, oggi Agrigento, è capoluogo di una provincia che vive di zolfo, di grano e di mandorla, e la sua Camera si è dotata di una visione attiva nelle politiche di sviluppo agricolo. Alliata la cita come modello da imitare per le altre province.
Il sistema dei premi è strumento ricorrente. Le duemila lire promesse all'introduttore di una fabbrica d'ingrassi di materie organiche in Sicilia mirano a colmare un vuoto specifico: l'isola importa concimi dall'estero, soprattutto guano dal Cile e dal Perù, e la creazione di un'industria locale di ammoniaca e fertilizzanti permetterebbe di valorizzare scarti animali e residui agricoli. La commissione allora eletta per l'oggetto aveva proposto il premio; il Congresso del milleottocentosettantuno ne avrebbe verificato gli esiti. La logica è quella delle gare a premio inglesi e francesi: incentivare l'innovazione attraverso ricompense pubbliche, sul modello del Bureau of Agriculture statunitense del milleottocentosessantadue.
Capitolo sesto. L'Italia è fatta: il tono patriottico post Unità.
La chiusa del discorso suona così, e cito Alliata testualmente: Ed oggi che l'aspirazione di tanti secoli è compiuta, non basta il dire l'Italia è fatta, ma bisogna congiungere tutte le nostre forze, accrescere e moltiplicare la fonte delle nostre ricchezze, per rendere ancor più grande la nostra nazione, e poter dire l'Italia è fatta, e sapremo conservarla. La frase riprende, ribaltandola in chiave proattiva, la celebre formula di Massimo d'Azeglio: fatta l'Italia, bisogna fare gli Italiani. Alliata aggiunge un terzo termine: dopo aver fatto l'Italia e dopo aver fatto gli Italiani, bisogna saper conservare quel che si è fatto. E lo strumento di questa conservazione, per il duca di Salaparuta, è l'agricoltura.
La cornice patriottica si appoggia a un esempio storico. Alliata scrive: La grandezza Romana fu dovuta all'agricoltura: Roma sorse gigante fintantoché i suoi figli ascrissero a loro vanto l'essere chiamati probi coloni, riputando oltraggio l'essere relegati dalle tribù rustiche alle urbane: allora i coltivatori vennero considerati come il sostegno dello Stato, giacché non abbandonavano l'aratro che per imbrandire la spada in difesa del suolo natio. Finché Roma si attenne a sì sane istituzioni la sua carriera fu un continuato trionfo. La citazione è classica e ripresa più volte nella letteratura risorgimentale: Cincinnato all'aratro, Catone censore, Virgilio delle Georgiche.
L'inflessione patriottica si esprime anche nei toni di gratitudine verso, parole sue, il commendevole Ministro che con tanta sollecitudine ha preso a proteggere la nazionale Agricoltura. Il ministro in carica nel novembre milleottocentosettantuno è Stefano Castagnola, titolare del dicastero di Agricoltura, Industria e Commercio nel terzo gabinetto Lanza. Alliata non lo nomina per esteso, ma lo ringrazia per la sollecitudine: era prassi del tempo l'omaggio al governo come istituzione, ben oltre la persona del ministro pro tempore.
Capitolo settimo. Siracusa città vetrina dell'isola.
Il discorso del milleottocentosettantuno segna un momento di valorizzazione di Siracusa come capoluogo dell'isola, in una stagione in cui la città conta meno di trentamila abitanti e vive ancora di pesca, di artigianato e di un commercio modesto. L'arrivo del Congresso e dell'Esposizione interprovinciale agraria è occasione di prestigio. Il sindaco di Siracusa, dice Alliata, ha saputo apprestarci un'ospitalità degna dei tempi della Magna Grecia.
L'immagine non è puramente retorica. Siracusa, ancora circondata dalle mura spagnole e arroccata sull'isola di Ortigia, sta vivendo i primi anni della propria espansione fuori le mura. La via Cavour, oggi corso Umberto, era in corso di apertura; il nuovo cimitero monumentale si stava costruendo; la stazione ferroviaria sarebbe stata inaugurata nel milleottocentosettantuno sulla linea Catania Siracusa, due anni prima del prolungamento verso Noto e Modica. L'Esposizione del milleottocentosettantuno si inserisce in questo quadro come tassello di un disegno più ampio: portare a Siracusa l'attenzione delle istituzioni nazionali, attrarre investimenti, mostrare la potenzialità di un territorio agricolo che dal Val di Noto al Pantano della Margherita produce grano, olio, mandorle, agrumi.
Il fraterno convegno, lo chiama Alliata, è anche un fatto sociale. Le delegazioni delle province di Palermo, Messina, Catania, Trapani, Girgenti, Caltanissetta convergono su Siracusa per qualche giorno: alberghi, locande, ristoranti, vetturali traggono beneficio. La Società Operaia Archimede, sodalizio cittadino di mestieri vari fondato in città dopo l'Unità, partecipa al raduno e rende ancor più bello il convegno. Si profila un modello di esposizione evento che le future fiere campionarie del Novecento, da Catania a Messina, riprenderanno e amplificheranno.
Capitolo ottavo. Eredità: cosa resta dell'Esposizione del milleottocentosettantuno.
Il discorso di Alliata non ebbe un'eco editoriale paragonabile a quella delle grandi memorie agrarie ottocentesche. Ne sopravvivono pochi esemplari nelle biblioteche italiane: la Biblioteca nazionale centrale di Firenze, la Biblioteca regionale di Palermo, l'Archivio di Stato di Siracusa, qualche fondo privato. Internet Archive ne ha digitalizzato una copia, da cui proviene il testo di riferimento di questa scheda. Il volumetto vale come fonte primaria per la storia dell'agricoltura siciliana post unitaria, per la storia delle istituzioni associative dell'isola, e per la storia della Siracusa di seconda metà Ottocento.
Le tre proposte programmatiche del discorso hanno avuto esiti diseguali. Le stazioni agrarie in Sicilia furono effettivamente istituite negli anni successivi, sotto la guida di Giuseppe Inzenga e poi di Antonino Borzì: la stazione sperimentale di chimica agraria di Palermo, fondata nel milleottocentosettantadue, e l'orto botanico annesso restano testimonianza di quel disegno. La crisi enologica si trascinò per decenni, aggravata dalla fillossera arrivata in Sicilia negli anni Ottanta; la fabbrica di vini, come la chiama Alliata, di costante tipo, fu in qualche misura realizzata dalla sua stessa famiglia con il Corvo di Salaparuta, marchio fondato nel milleottocentoventiquattro e affermato nei decenni successivi. La colonizzazione delle campagne interne sul modello del barone Morog rimase invece sulla carta: la struttura latifondistica resistette, e i tentativi di colonizzazione interna trovarono spazio reale soltanto nel Novecento, con le bonifiche fasciste e con la riforma agraria del millenovecentocinquanta.
Il discorso del milleottocentosettantuno resta come fotografia di una stagione: l'ottimismo riformista delle élite siciliane all'indomani dell'Unità, la fiducia nell'istruzione delle classi agricole, la volontà di colmare il divario con il Piemonte e con l'Europa centrale, l'aspirazione a fare di Siracusa città vetrina dell'isola. Cinquantatré anni dopo, la Mostra Agraria di Siracusa del millenovecentoventiquattro, voluta dal regime fascista, riprenderà lo schema ma con altri obiettivi e altro linguaggio. Il discorso di Alliata, breve e asciutto, è documento di una fase di transizione: l'agricoltura siciliana al bivio fra tradizione e modernità, e una classe dirigente che sceglie la strada della rete istituzionale per accompagnare la trasformazione.