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Siracusa e la valle dell'Anapo. Di Enrico Mauceri. Bergamo, Istituto Italiano d'Arti Grafiche, millenovecentonove. Quarantasettesimo volume della collana Italia Artistica diretta da Corrado Ricci. Centocinquantadue pagine, centosettantanove illustrazioni e una tavola ripiegata.
Sinossi.
Quarantasettesimo volume della prestigiosa collana Italia Artistica diretta da Corrado Ricci per l'Istituto Italiano d'Arti Grafiche di Bergamo, Siracusa e la valle dell'Anapo di Enrico Mauceri appare nel millenovecentonove con centosettantanove illustrazioni e una tavola ripiegata.
Mauceri, allora direttore del Regio Museo Archeologico di Siracusa e collaboratore di Paolo Orsi, condensa in centocinquantadue pagine la storia di Siracusa dalla fondazione corinzia del settecentotrentacinque avanti Cristo alla caduta sotto Marcello nel duecentododici avanti Cristo, attraverso la dominazione romana, la cristianizzazione, le incursioni vandaliche, gotiche e arabe, la rinascita normanno sveva, la Camera reginale aragonese e il barocco successivo al terremoto del milleseicentonovantatré.
Il libro segue un itinerario topografico che parte da Ortigia, con il Tempio di Apollo e l'Athenaion, prosegue per Acradina con le latomie, Tica e Neapoli con il teatro greco e l'anfiteatro, sale a Epipoli e al Castello Eurialo rilevato dal padre Luigi Mauceri, scende nelle catacombe di San Giovanni e nella cripta di San Marciano, descrive il Castel Maniace di Federico Secondo e i palazzi quattrocenteschi, illustra il Museo Archeologico con la Venere Landolina e il sarcofago di Adelfia.
Una sezione conclusiva risale la valle dell'Anapo verso la fonte Ciane con i papiri, la grande necropoli sicula di Pantalica e l'antica Akrai presso Palazzolo Acreide, fino al santuario di Santa Lucia di Mendola.
L'autore cita Pindaro, Bacchilide, Tucidide, Virgilio, Ovidio, Pausania, Cicerone, Edrisi nella traduzione di Michele Amari, Carducci e il poeta siracusano Tommaso Gargallo, intrecciando archeologia scientifica e tradizione letteraria classica.
Capitolo uno. Italia Artistica millenovecentonove. Siracusa nella collana di Corrado Ricci.
La Collezione di Monografie illustrate, Serie Italia Artistica diretta da Corrado Ricci, pubblicata dall'Istituto Italiano d'Arti Grafiche di Bergamo a partire dal primo decennio del Novecento, rappresenta uno dei più ambiziosi progetti editoriali italiani dedicati alla divulgazione del patrimonio artistico e archeologico del paese.
Quando nel millenovecentonove esce il quarantasettesimo volume, firmato da Enrico Mauceri e dedicato a Siracusa e la valle dell'Anapo, la collana ha già pubblicato monografie su Ravenna firmata dallo stesso Ricci e giunta alla sesta edizione, su Venezia di Pompeo Molmenti, su Girgenti di Serafino Rocco accoppiata a Da Segesta a Selinunte dello stesso Mauceri, su Siena, Pisa, Vicenza, Volterra, Parma, Trieste, Verona, Cortona.
La serie include anche Catania di Federico De Roberto e Taormina, già affidata a Mauceri come secondo volume siciliano.
La caratteristica più rilevante della collana è il connubio fra rigore scientifico e qualità tipografica. Le centosettantanove illustrazioni di Siracusa e la valle dell'Anapo documentano monumenti, sculture, monete e paesaggi con una precisione fotografica che diventa repertorio di riferimento per studiosi e viaggiatori del primo Novecento.
Vengono pubblicate traduzioni in lingua inglese e in tedesco di alcuni titoli, segno di una vocazione internazionale.
L'inserimento di Siracusa nel volume quarantasette risponde a una scelta culturale precisa. Dopo la trattazione monografica della Sicilia occidentale con Girgenti e Selinunte, Ricci affida alla penna di Mauceri il completamento del versante orientale, una zona che proprio negli anni della direzione di Paolo Orsi al Museo Archeologico sta restituendo scoperte archeologiche di portata epocale.
Il volume si apre con un'epigrafe da Bacchilide: Anche Apollo dalle chiome d'oro, ama Siracusa. Immediato richiamo alla dimensione poetica e mitica che attraversa tutto il libro. L'autore ricorda subito Pindaro, che chiama Siracusa, divina nutrice di generose menti, e Giosuè Carducci con il verso, immenso ondeggia l'inno tebano.
L'apparato iconografico raccoglie vedute di Ortigia, del Gran Porto, della Marina, latomie, catacombe, teatro greco, anfiteatro, Castello Eurialo, Castel Maniace, Palazzo Bellomo, Cattedrale, le chiese di Santa Lucia, San Giovanni, San Pietro, San Martino, Santa Maria dei Miracoli, palazzo Montalto, palazzo Municipale, le collezioni del Museo Archeologico con sculture, terrecotte, monete e il celebre sarcofago di Adelfia, Pantalica, Palazzolo Acreide, le sponde dell'Anapo e del Ciane.
Capitolo due. Enrico Mauceri direttore del Museo, allievo di Paolo Orsi.
Enrico Mauceri, nato a Siracusa nel milleottocentosessantanove e morto nel millenovecentosessantasei, costituisce una figura cardine dell'archeologia siciliana del primo Novecento.
Allievo e collaboratore di Paolo Orsi, l'archeologo roveretano che diresse il Regio Museo Archeologico di Siracusa dal milleottocentottantotto e fu uno dei padri fondatori della scienza archeologica italiana, Mauceri ne raccolse l'eredità sul piano organizzativo e divulgativo.
Al momento della pubblicazione di Siracusa e la valle dell'Anapo nel millenovecentonove ricopriva incarichi di responsabilità nel Museo siracusano, posizione che gli consentiva un accesso diretto ai materiali, agli scavi e alle pubblicazioni di Orsi.
Il libro reca traccia costante di questa frequentazione. Il nome di Orsi ricorre con frequenza nei capitoli archeologici, sempre accompagnato dal richiamo alle sue indagini più recenti.
Mauceri riporta le tesi di Orsi sulla questione siculo sicana, e scrive: l'Orsi manifesta il parere che Sicani e Siculi formino una stessa gente uscita dall'Africa settentrionale e diffusasi per il bacino del Mediterraneo, e che le differenze riscontrate nel loro corredo funebre altro non siano che il portato di momenti diversi della loro civiltà.
La cronologia delle quattro fasi della civiltà sicula proposta da Orsi viene assunta come griglia interpretativa per Pantalica.
Mauceri eredita anche da Orsi un metodo. Ogni descrizione monumentale è ancorata a fonti letterarie verificabili, come Tucidide, Diodoro, Cicerone, Pausania, Plinio, Strabone, e a documentazione archeologica diretta.
Quando rievoca i giochi olimpici, ricorda la notizia data da Pausania, e cioè che nell'Olimpiade trentatreesima, corrispondente al seicentoquarantotto avanti Cristo, Ligdamide di Siracusa ai giuochi olimpici ottenne la vittoria nel pancrazio e che di tale avvenimento esisteva un innema, cioè un ricordo, presso le latomie.
La memoria del padre, l'ingegnere Luigi Mauceri, attraversa il capitolo sull'Eurialo, di cui Luigi aveva fornito il rilievo planimetrico fondamentale del milleottocentosettantacinque milleottocentosettantasette.
Le due tavole ripiegate del libro, la prospettiva a volo d'uccello dal lato settentrionale e il piano generale delle rovine, sono entrambe firmate secondo i rilievi di L. Mauceri, esplicito tributo filiale e scientifico.
L'altra cifra dell'autore è l'attenzione al medioevo siracusano e all'arte siciliana del Quattrocento. Mauceri dedica pagine accurate a Castel Maniace, Palazzo Bellomo, Palazzo Montalto, alla pittura di Antonello da Messina, ai pittori siracusani Marco Costanzo, Francesco da Padova, Alessandro Padovano e Giovan Maria Trevisano.
Questa attenzione anticipa il successivo allestimento museale di Palazzo Bellomo come Galleria d'arte medievale e moderna.
Capitolo tre. Ortigia, il cuore antico. Tempio di Apollo, Athenaion, Aretusa.
L'itinerario monumentale di Mauceri inizia da Ortigia, il pittoresco scoglio, sede della protogreca Ortigia, separato per breve spazio dalla grande isola, che rappresenta l'anello di congiunzione fra l'Oriente e l'Occidente.
Sull'estremità settentrionale dell'isolotto, all'ingresso che la unisce ab antico alla terraferma, sorge il Tempio di Apollo, datato al sesto secolo avanti Cristo e identificato grazie alla celebre iscrizione dedicatoria incisa nei gradini dello stereobate.
Mauceri descrive il monumento come pochi, quasi informi massi dissepolti da una vecchia casa, sorgenti come lugubri fantasmi, i quali tuttavia presentano grande interesse per il loro carattere arcaico e per un'iscrizione dedicatoria incisa nei gradini dello stereobate col nome di Apollo e del dedicante Cleomene.
Il tempio era esastilo periptero e alcuni studiosi propongono la dedica ad Artemide invece che ad Apollo.
Sulla sommità di Ortigia, a un secolo di distanza dal Tempio di Apollo, sorse il Tempio di Atena, l'Athenaion, anch'esso esastilo periptero, attribuito all'età di Gelone e probabilmente eretto dopo la vittoria di Imera nel quattrocentoottanta avanti Cristo.
Cicerone ricorda che Verre lo spogliò degli ornamenti preziosi, e Mauceri segnala che nel settimo secolo, secondo la tradizione, il vescovo Zosimo lo trasformò in chiesa cristiana, la Cattedrale di Siracusa. Sulla cima del tempio antico scintillava al sole lo scudo della dea.
La descrizione della Fonte Aretusa è uno dei vertici letterari del libro. Mauceri richiama Pindaro che la canta di Alfeo sacro ristoro, e cita Virgilio nei versi seguenti: si narra che il fiume Alfeo dell'Elide, attraverso vie occulte sotto il mare, raggiunga la tua bocca, o Aretusa, mescolandosi con le onde sicule.
Ricorda l'aggettivo ciceroniano, di incredibile grandezza, e descrive il danno inflitto alla fonte verso la metà dell'Ottocento, quando le fu tolto il suo carattere naturale di grottone e fu trattata col compasso, intonacata e lisciata forse per dare esecuzione alla strana idea, in tempi di obbrobriosa servitù, di innalzare una statua in onore di Ferdinando Secondo, il Re Bomba, nel mezzo di essa.
Sulla punta sud dell'isolotto, là dove sorgeva la rocca dei Dionisi, fu poi eretto quel castello Marieth d'origine araba ricordato dagli storici, che nel torbido Quattrocento vide fra le sue mura l'infelice regina Bianca perseguitata dal vecchio Cabrera. Successivamente trasformato da Federico Secondo in Castel Maniace.
Capitolo quattro. Acradina, pietre disperse, sepolcro di Archimede.
Mauceri presenta Acradina come il quartiere più nobile e sontuoso della città, oggi in parte occupato dal sobborgo di Santa Lucia.
La descrizione, severa nel registrare le perdite monumentali subite nel corso dei secoli, parla di un quartiere che percorrendo il suolo rivela nulla all'infuori delle latomie e di un avanzo di mura.
Il litorale di Acradina, racconta l'autore, presenta una bella, pittoresca spiaggia, frastagliata di numerose grotte, di aspetto strano, di forma e grandezza varia ed alcune ben profonde, dette tutte le grotte di Nettuno.
Le mura, di cui restano avanzi, segnavano il limite settentrionale di un quartiere che si estendeva dalla zona dell'attuale chiesa di Santa Lucia al ciglione roccioso prospiciente il mare.
L'agora o mercato, il cuore civile dell'antica città, occupava una vasta area di confine fra Acradina e Neapoli. Si sviluppava per un buon tratto dalla spianata detta oggi Pozzo degli Ingegneri in direzione della Neapoli e comprendeva nel suo seno vari edifici sontuosi come templi e palestre.
Mauceri ricorda che proprio nel mercato Gelone si presentò inerme dinanzi al popolo per rendere conto del suo governo, Ducezio re dei Siculi fece atto di sottomissione a Siracusa, e Timoleone venne onorato con una cerimonia funebre.
L'autore documenta l'episodio riportando le parole dell'araldo Demetrio: il popolo di Siracusa porta alla sepoltura Timoleone di Timodemo corinzio, che qui giace, a spese dello Stato, destinando per la spesa duecento mine, ed ha stabilito che in tutto il tempo avvenire debba essere onorato con gare nella musica e nella ginnastica, e nella corsa dei cocchi, perché egli ha abbattuto i tiranni, vinto i barbari, ripopolate le maggiori città prima disertate e ridato ai Greci della Sicilia leggi e libertà.
Risalendo dal gruppo del Paradiso per la strada dei Grotticelli, dove si trovano gli avanzi della necropoli romano bizantina, Mauceri arriva al punto controverso del preteso sepolcro di Archimede che si addita, ma senza alcun fondamento.
L'autore richiama Cicerone, l'unico a localizzare la tomba di Archimede, riconoscibile dai segni della squadra e del cilindro. E scrive: anche Archimede, che il poderoso ingegno dedicò alla difesa della città durante l'assedio romano, dopo un secolo dalla sua morte, nell'avvilimento del servaggio straniero, fu dimenticato dagli immemori nipoti ai quali solo Cicerone ne additò il sepolcro riconoscibile dai segni della squadra e del cilindro.
Sul Plemmirio, nel luogo detto Mondio, sorgeva il grande mausoleo circolare innalzato dalla città in memoria dei caduti contro gli Ateniesi: un grande mausoleo circolare costituito di colossali blocchi, di cui appena rimangono le fondamenta.
Capitolo cinque. Tica, Neapoli, Epipoli. I quartieri della grande Siracusa.
Mauceri descrive l'articolazione dell'antica Siracusa nei suoi quattro quartieri principali, ognuno con caratteristiche topografiche e storiche distinte.
Tica, così detta da un tempio eretto in onore della dea Fortuna, occupava la fascia settentrionale fra Acradina e Scala Greca.
Neapoli si estendeva sulla pianura sottostante l'altipiano di Taracati, allacciandosi col mercato, nella contrada così caratteristica ed altamente suggestiva conosciuta dal tempo bizantino come Paradiso per i suoi giardini olezzanti.
Il Teatro Greco occupa una posizione centrale nel cuore di Neapoli, scavato nella roccia sul pendio del colle Temenite, già forato in epoca preellenica dalle tombe sicule e successivamente da quelle romano bizantine.
Mauceri attribuisce la prima costruzione del teatro al tempo di Jerone Primo, con l'architetto Democopo Mirilla, e ricorda che proprio qui sarebbero stati rappresentati per la prima volta i Persiani di Eschilo. La scena originale fu per intero distrutta durante l'infausto periodo della fabbrica dei primi forti spagnuoli.
Sulle pareti rimangono le iscrizioni dedicatorie dell'età di Jerone Secondo e Gelone Secondo. Lungo la parete della grande precinzione, si vedono incisi a lettere cubitali, in greco, i nomi di Giove Olimpico e delle regine Filistide e Nereide, moglie l'una di Jerone Secondo e l'altra di Gelone Secondo.
Le iscrizioni si riferiscono ai cunei. Il teatro era diviso in nove cunei, tre dei quali dedicati rispettivamente a Zeus Olimpico, alla regina Filistide e alla regina Nereide.
Sul Temenite, presso il teatro, era anche l'Ara di Jerone Secondo, ricordata da Diodoro Siculo. Edificio sontuoso come attestano gli avanzi, sul quale si dice siano stati sacrificati in una sol volta quattrocentocinquanta bovi.
Quell'Ara, sebbene eretta da Jerone Secondo, prova come il culto della libertà, seguendo un'antica tradizione risalente alla cacciata dei Dinomenidi quando furono istituite le feste dette appunto eleuterie dal nome di Giove Eleuterio cui erano dedicate, fosse durato sino a tardi.
Da quegli avanzi provengono il colossale telamone rivestito di stucco e l'espressiva testa di Zeus che ricorda tanto quella di Otricoli, entrambi esposti nel Museo Archeologico.
L'altipiano di Epipoli, a ovest dell'abitato, costituiva la difesa naturale e fortificata di Siracusa, chiusa dalle mura dionigiane e culminante a occidente nel Castello Eurialo. Sulla vasta terrazza dei Taracati si svolgeva la zona delle latomie e dei monumenti pubblici.
Nell'agora si trovavano monumenti onorari. Fra le opere d'arte che l'adornavano, una statua di Saffo rapita da Verre, insieme con le statue di Jerone Secondo e Gelone Secondo, ricordate da due epigrafi in pietra di Taormina conservate nel Museo Archeologico.
L'anfiteatro romano sorse nella zona di Neapoli probabilmente al tempo di Augusto o poco dopo. Di forma ellittica, sfruttava il banco roccioso ed era completato in muratura. I bei massi squadrati alla maniera greca dimostrano come alla grandiosa costruzione, nota ancora ai contadini di quella campagna col nome di Liseo, cioè a dire colosseo, avessero posto mano le maestranze siracusane educate all'antica scuola.
Capitolo sei. Le Latomie. Dal Paradiso ai Cappuccini, all'Orecchio di Dionisio.
Le latomie occupano nel libro di Mauceri un ruolo simbolico di primo piano.
Originariamente cave di pietra donde si estraevano i magnifici blocchi per le costruzioni civili e militari di Siracusa, divennero in seguito carceri dove languirono miseramente i prigionieri ateniesi dopo la tragica fine della loro campagna.
La trasformazione successiva ne fece giardini incantevoli fragranti di zagara, pieni di deliziose dolcezze.
L'autore distribuisce le latomie fra i quattro quartieri storici. Ogni quartiere aveva le sue latomie. Acradina quella dei Cappuccini, splendida nella sua melanconica, solenne quiete, e le due più piccole del Casale o Intagliatella, e di Novanteri. Neapoli quella del Paradiso e di Santa Venera. Epipoli quella del Filosofo.
La Latomia del Paradiso, ai piedi del Teatro Greco, viene descritta con tono lirico: la grande latomia così detta del Paradiso con le sue alte, nude pareti coronate in cima di fichidindia, luogo veramente romantico e pittoresco dove il verde si abbarbica su enormi massi di calcare, dove la pace solenne che vi regna è soltanto interrotta dal trillo dei passeri o dal gracchiare delle cornacchie che, volando a stormi, spargono un senso di tristezza.
L'Orecchio di Dionisio è introdotto con la tradizione che ne attribuisce il battesimo al Caravaggio. La strana, meravigliosa spelonca chiamata col nome di Orecchio di Dionigi o Dionisio dal pittore Michelangelo da Caravaggio, attorno alla quale si è tessuta una tetra leggenda, il cui principale protagonista è Dionigi il vecchio che dell'eco straordinaria si sarebbe servito per ascoltare i lamenti dei prigionieri politici.
Mauceri descrive accanto all'Orecchio la Grotta dei Cordai, che sembra creata dalla fantasia di un pittore, con la sua patina nerastra, con specie di piloni somiglianti a stalattiti, qua e là tappezzata alle pareti di capelvenere cadente a ciocche, e gocciolante di fresca e pura acqua.
I colossali massi sparsi nell'ambito di essa ed il rudere in forma di pilone sorgente quasi nel mezzo fanno immaginare l'antica configurazione di un grottone analogo a quello dei Cordai, crollato durante il terremoto del milleseicentonovantatré.
Le latomie hanno restituito anche elementi rituali. Sul ciglione dell'alta Acradina, come qua e là nelle latomie del Paradiso, si notano gruppi numerosi di nicchiotti incavati nella roccia, di forma quadra o rettangolare e di varia grandezza, destinati a contenere sculture in marmo o in calcare ed anche bassorilievi in terracotta con rappresentanze allusive a gesta guerresche, a vittorie conseguite nelle corse, nei giuochi della palestra.
Una di queste piccole edicole fu rinvenuta in situ da Paolo Orsi nella latomia di Santa Venera.
Capitolo sette. Il Castello Eurialo e l'opera di Luigi Mauceri, il padre.
La sezione sull'Eurialo è la più tecnica del libro e occupa una posizione di evidenza editoriale, con due grandi tavole ripiegate.
La prima offre una veduta a volo d'uccello dal lato settentrionale del castello, con legenda dettagliata di ventisette elementi: tre fossati progressivi, l'opera avanzata, i recinti, il maschio fronteggiato da cinque torri, gli ingressi, il forte di difesa, la caserma degli arcieri, le gallerie sotterranee, il ponte levatoio, le torri angolari, la torre terminale, le muraglie della città.
La seconda tavola riporta il piano generale delle rovine, anch'esso fitto di indicazioni numeriche, dalle tracce di strada antica ai magazzini scavati in galleria, dalla cisterna ai piloni del ponte levatoio.
Entrambe le tavole sono firmate secondo i rilievi di L. Mauceri, cioè Luigi Mauceri, padre dell'autore, ingegnere e archeologo siracusano che fra il milleottocentosettantacinque e il milleottocentosettantasette condusse il primo rilievo sistematico del castello, ne ricostruì il piano e ne pubblicò gli studi che restano fondamentali.
L'inclusione delle tavole paterne nel volume di Enrico testimonia una continuità familiare di vocazione scientifica.
Il castello fu fatto erigere da Dionigi il Vecchio fra il quattrocentodue e il trecentonovantasette avanti Cristo. Il grandioso castello, fronteggiato da cinque torri sulle quali dovettero agire le catapulte inventate nel trecentonovantatré avanti Cristo da una commissione di tecnici, fu costruito in sei anni, occupando una superficie di quindicimila metri quadrati.
Esso era munito di tutto un complesso ingegnoso di opere di difesa, cioè di fossati e di gallerie scavate nella roccia che mettevano in comunicazione i vari recinti fortificati con l'interno del maschio.
La caduta del castello segna la fine di Siracusa indipendente. Nel duecentododici avanti Cristo i Romani sbarcarono sulla rada Leon, lo stesso luogo dove due secoli prima erano sbarcati gli Ateniesi, e di lì assalirono il castello. I suoi difensori, alfine, furon costretti ad arrendersi con l'onore delle armi, quando, vista occupata l'Epipoli, perdettero ogni speranza della salvezza della città.
La descrizione del paesaggio circostante è uno dei passi più visivi del libro. A nord l'incantevole riviera con il porto Trogilo a forma di grande semicerchio, con la storica penisoletta di Thapsos, oggi Magnisi, il seno megarese, Augusta, e in fondo Catania con la maestosa, imponente massa dell'Etna.
A sud, l'immensa verdeggiante distesa della valle dell'Anapo, qua e là popolata di uliveti secolari, digradante dolcemente in salita sino a toccare la catena degli Iblei.
Ad est, la brulla terrazza di Epipoli cosparsa di macerie. Ad ovest, l'arido, scosceso monte Crimiti, il Timbri di Teocrito, ed il semaforo di Belvedere sorgente sopra un poggio ai cui piedi giace un povero villaggio.
Capitolo otto. L'archeologia preellenica. Stentinello, Thapsos, Pantalica.
Mauceri dedica il primo capitolo del libro alla Siracusa pre greca, descrivendo le scoperte dell'archeologia siciliana fra Ottocento e primo Novecento.
Le ricerche, condotte in larga parte da Paolo Orsi, hanno gettato viva luce sulle civiltà preelleniche in Sicilia, le quali dapprima, e non sono che pochi lustri, apparivano semplicemente come un mito.
I Siculi sono nominati nell'Odissea, libri ventesimo e ventiquattresimo. Si trattava di una popolazione la cui origine è attribuita da alcuni al continente africano, da altri a quello italiano.
Mauceri riporta la sintesi di Orsi: Sicani e Siculi sono la stessa gente proveniente dall'Africa settentrionale e diffusasi nel bacino del Mediterraneo, e le differenze nei corredi funebri riflettono fasi diverse della medesima civiltà.
Stentinello rappresenta il sito chiave per la cultura più antica. Si tratta di materiale ceramico scoperto a Stentinello, in una breve pianura costeggiante la spiaggia al di sotto della terrazza siracusana, a nord della città, e a Matrensa, presso il classico Plemmyrium. Materiale oggi tutto esposto nel Regio Museo Archeologico.
La ceramica è caratterizzata da decorazioni geometriche eseguite con tecniche varie: linee rette isolate, o conformate a fasci, a triangoli ed a rombi, in linee spezzate ed ondulate, in forme a pettine, a granulazione, motivi eseguiti mediante una punta qualsiasi, uno stecco forse di osso, o a mezzo di piccoli graticci di cannelle o di grossi, robusti gambi di paglie agresti.
Mauceri ricorda che a Stentinello sono stati rinvenuti anche tre avanzi plastici in terracotta in cui si tentò di raffigurare l'avancorpo di un quadrupede privo della testa e delle gambe, un torso umano mancante del capo e delle braccia, ed una testa d'animale, forse di lupo o cane da pastore.
Tucidide, nel libro sesto, capitolo terzo, attestava che i Greci avevano cacciato i Siculi da Ortigia, e Mauceri annota come tale notizia sia stata confermata dalle scoperte archeologiche urbane.
Il recente rinvenimento di una tomba sicula dei primordi del periodo eneo, presso la fonte Aretusa, avvenuto durante i lavori di costruzione del grande albergo Casa Politi, è sicuro indizio della esistenza di una necropoli scavata lungo i margini dirupati dell'isolotto.
Le necropoli sicule circondavano Ortigia per un raggio di due cinque chilometri: Scala Greca con tombe a forno neolitiche, Plemmirio, Matrensa, Cozzo Pantano.
Le tombe di Cozzo del Pantano, una sessantina, datano al dodicesimo undicesimo secolo avanti Cristo e mostrano chiari gli influssi micenei avvenuti per mezzo degli arditi Fenici, i quali nei loro rapporti commerciali con i Siculi stabilirono qua e là i loro approdi e fattorie sulle coste dell'isola.
Capitolo nove. Il cristianesimo siracusano. Catacombe, Santa Lucia, San Marciano.
Mauceri introduce la sezione cristiana con uno sguardo di gratitudine alle origini paoline e petrine della comunità siracusana.
Siracusa come fu prima a ricevere la luce dall'Oriente egeo, così anche prima accolse quella della nuova fede diffusa dal biondo Nazzareno. Marciano di Antiochia, inviato da San Pietro, approdò alle sue ridenti spiagge, ma dovette pagare col proprio sacrificio il fervido apostolato.
Il martirologio siracusano comprende uomini, donne e fanciulli condannati a languire nelle latomie o all'orrida strage del circo. Ma nel suo libro d'oro rifulge il nome di una nobile, vaga e gentile donzella, di Lucia, nemica di ciascun crudele, ricordata affettuosamente in un epitafio del quinto secolo come colei per la quale non vi è elogio condegno.
Gli ipogei cristiani della campagna siracusana sono per Mauceri immediatamente dopo quelli di Roma per importanza, e unici in Sicilia per vastità e numero.
L'autore segue la classificazione cronologica di Giuseppe Führer. La più antica catacomba sarebbe quella di Santa Maria di Gesù, del terzo secolo dopo Cristo, seguita dalle parti orientali della ex Cassia, poi dalle occidentali, e infine dalle catacombe di San Giovanni, del quarto secolo.
Il libro descrive con tono drammatico la devastazione subita dalle catacombe. Si scatenarono le furie rapaci di ogni tempo e di ogni popolo. Dei Vandali ariani di Genserico, che come raccontano testimoni contemporanei quali Possidonio e Vittorio Vitense, inveivano contro le chiese, le basiliche dei Santi martiri, i cimiteri dei fedeli ed i monasteri. Delle orde di Totila che nel cinquecentoquarantanove misero a sacco il territorio siracusano. Di quelle degli Arabi nelle loro frequenti incursioni dal seicentosessantanove sino all'assedio dell'ottocentoventisette, quando capitanati da Ased posero il loro accampamento nelle latomie, bloccando per un intero anno l'Ortigia, e sino alla caduta dell'ottocentosettantotto.
L'editto iconoclasta di Leone Isaurico nel settecentoventisei aggiunse altre distruzioni. Nel nono secolo si scatenò la caccia alle reliquie ed ai corpi dei santi.
Le cinque cappelle rotonde della catacomba di San Giovanni sono dedicate ad Adelfia, Eusebio o della Santa Ampolla, delle Sette Vergini e di Antiochia, più una anonima.
La rotonda di Adelfia ha restituito il celebre sarcofago marmoreo conservato nel Museo Archeologico. La basilica di San Giovanni, sopra la cripta di San Marciano, era l'antica Cattedrale.
Le epigrafi del Museo conservano coi nomi soavi nell'idioma greco ora di Zosimo, ora di Vittoria, di Aureliano, Marciano, Peregrina, Paolo, Eutichia, Crisiane, Catella, Bonifacia, e alcune volte con quelli pagani di Calliope, Erotario, Nerallia.
Accanto al sepolcro di Santa Lucia sorse un monastero famoso per aver avuto fra i suoi membri il futuro vescovo Zosimo, ritratto in una bellissima pala della Cattedrale attribuita ad Antonello da Messina.
Capitolo dieci. Da Federico Secondo a Vermexio. Castel Maniace e Camera Reginale.
L'imperatore Federico Secondo, alla metà del tredicesimo secolo, fece erigere all'estremità sud di Ortigia il Castel Maniace.
Mauceri ne fa una descrizione di entusiastica ammirazione tecnica: opera assai pregevole che sembra uscita dalle mani di costruttori greci tanto esatta è la linea dei conci e la loro messa in opera, tanto solenne, maestosa l'intera massa muraria abbellita dalla miglior fioritura dell'arte nordica.
Il nome del castello deriva dal generale bizantino Giorgio Maniace, che nell'undicesimo secolo aveva tentato di scacciare gli Arabi dalla Sicilia e inviò all'imperatrice Teodora a Costantinopoli il corpo di Santa Lucia.
La costruzione federiciana, autonoma rispetto alla rocca dei Dionisi precedente e a Castel Marieth arabo, divenne modello architettonico per le successive fabbriche siracusane, fra cui Palazzo Bellomo, sorto verso gli ultimi del secolo tredicesimo e restaurato in sullo scorcio del Quattrocento.
Con gli Aragonesi, nella seconda metà del Trecento, Siracusa fu elevata a sede della Camera Reginale, istituzione creata da re Federico Secondo d'Aragona e riordinata da Federico Terzo detto il Semplice.
In suo onore i Siracusani innalzarono una statua di bronzo che poi, non si sa come, andò perduta.
La potente Casa Chiaramonte esercitava in città un dominio quasi indipendente, con il palazzo dirimpetto a quello dei Nava, oggi Palazzo Bellomo.
La famiglia Mergulense Maceiotta eresse una sontuosa casa, passata poi ai Montalto e da costoro restaurata nel Quattrocento, ricca di belle finestre, con elegantissima edicola, entro la quale è incisa un'iscrizione magnificante il virtuoso signore siracusano e con la data milletrecentonovantasette. È Palazzo Montalto, ancora oggi visibile.
Nel milletrecentoottantuno cominciò la costruzione della parrocchiale di San Giovan Battista nel quartiere giudaico.
Tra la fine del Quattrocento e i primi del Cinquecento, nuovi palazzi catalaneggianti vennero edificati: il portale di Santa Maria dei Miracoli del millecinquecentouno, l'edicola di Porta Marina, una terza piccola edicola sulla scala di Palazzo Bellomo.
Nei primi anni del Seicento si registra un considerevole risveglio con il vescovo Torres, costruttore del palazzo vescovile e committente della cappella del Sacramento in Cattedrale, decorata dal messinese Agostino Scilla.
L'orafo palermitano Pietro Rizzo realizzò la magnifica statua argentea di Santa Lucia. Sulla piazza del Duomo sorse il nuovo edificio del Comune, cioè il Palazzo Senatorio di Giovanni Vermexio.
Capitolo undici. Il terremoto del milleseicentonovantatré e il barocco siracusano.
Il terremoto dell'undici gennaio milleseicentonovantatré segna per Mauceri un quarto e questa volta più completo rinnovamento edilizio della città, dopo le grandi trasformazioni federiciana, aragonese e tardo quattrocentesca.
Il sisma distrusse molto della Siracusa medievale e aprì la stagione del spagnolesco barocco, che introdusse di moda grandi balconi dalle mensole svariate, scolpite con inesauribile sfoggio di fantasia, e con ringhiera a larga pancia battuta a martello e talvolta egregiamente eseguita.
L'autore osserva la sopravvivenza disuguale dei monumenti. Le facciate delle eleganti palazzine del Quattrocento furono soppiantate dal nuovo stile e ben poche si salvarono, e i prospetti delle chiese maggiori, monastiche e conventuali, vennero interamente rifatte.
La città moderna, ai suoi occhi del millenovecentonove, pur conservando la sua caratteristica, antica struttura, dalle vie anguste e tortuose, presenta uno strano miscuglio di medievale e di barocco.
Le conseguenze del terremoto si fecero sentire anche sulle catacombe e sui monumenti antichi sotterranei. La cripta di San Marciano vide sconvolti gli affreschi e i capitelli decorati con i simboli degli Evangelisti che ne ornavano le colonne. Tutto fu sconvolto, guastato dal terremoto fatale del milleseicentonovantatré che abbatté la sovrastante chiesa.
Sopra le rovine venne edificata la moderna chiesetta, sorta dopo il terremoto del milleseicentonovantatré.
Anche la Grotta dei Cordai presso l'Orecchio di Dionisio porta tracce del sisma, secondo Mauceri. I colossali massi sparsi nell'ambito di essa ed il rudere in forma di pilone sorgente quasi nel mezzo, sopra cui si vedono i resti di una vecchia casetta, danno modo di immaginare quanto grande fosse il grottone che, a somiglianza di quello dei Cordai, sporgeva in fuori e che cadde in seguito al terremoto del milleseicentonovantatré.
Sul piano artistico, il Settecento e l'Ottocento siciliano sono trattati con asciuttezza. L'autore documenta la dispersione di gran parte del patrimonio pittorico delle chiese e dei monasteri, salvato in parte e raccolto nella Galleria di Palazzo Bellomo, sezione del Museo.
Lì confluirono il sarcofago di Giovanni Cardinas, governatore della Camera Reginale alla fine del Quattrocento, le ancone preantonelliane, l'Annunciazione di Antonello da Messina proveniente dalla chiesa omonima di Palazzolo Acreide, opere di Marco Costanzo, Antonello Panormita, Giovan Maria Trevisano e Alessandro Padovano.
Anche il barocco, nell'ottica di Mauceri, ha valore principalmente di documento d'epoca, mentre la Cattedrale, che ingloba l'antico Athenaion classico, viene letta come testimonianza della stratificazione di tutte le età architettoniche di Siracusa.
Capitolo dodici. La valle dell'Anapo. Ciane, Pantalica, Akrai, Mendola.
L'ultima sezione del libro segue il corso dell'Anapo verso le sorgenti, lungo un itinerario che attraversa la fonte Ciane, l'altipiano di Pantalica e l'antica Akrai presso Palazzolo Acreide, fino a Santa Lucia di Mendola.
L'Anapo scaturisce dal monte Lauro poco al di là di Palazzolo Acreide, e dopo avere tortuosamente girato fra monti, colli e balze, passata la stretta gola di Pantalica e percorso le belle e ondulate campagne di Floridia, scende per la irrigua pianura siracusana, attraversando impicciolito il Pantano Magno, la Syraka degli antichi, ora prosciugato, e sboccando nel gran porto a ponente di Siracusa.
Il Ciane confluiva un tempo con l'Anapo, ma le bonifiche moderne ne hanno deviato il corso. Mauceri cita Ovidio nel verso: e l'Anapo che mescola Ciane alle sue acque.
Lungo le sponde della fonte si stendono alti, verdeggianti papiri, unici in Europa, cantati dal poeta siracusano Tommaso Gargallo, traduttore di Orazio. E così cantava Gargallo: salve, o dotta pianta, salve, io dicea, figlia del Nilo, che queste mie piagge onori. Tue sottili fibre, mentre il tricuspide stelo or mute avvolge, quanto, in volumi inteste, erano loquaci.
Ernest Renan aggiunse al canto del Gargallo una poetica pagina di ammirazione per la pianta.
Sulle sponde del Ciane sorgeva forse un tempio in onore di Ciane, l'infelice figlia di Persefone trasformata in fonte dal pianto.
Vicino alla foce dell'Anapo restano le due colonne solenni, maestose, le sole rimaste di sei già notate nel Seicento dall'archeologo siracusano Vincenzo Mirabella, appartenenti all'Olimpieion, santuario di Zeus Urios, datore di vento ai naviganti.
Nel tempio si custodivano i registri contenenti i nomi dei cittadini siracusani e una statua del dio rivestita di un mantello d'oro offerto da Gelone con le spoglie dei vinti Cartaginesi, sostituito poi da Dionigi con uno di lana.
Pantalica, presso Sortino, è la più grande necropoli sicula dell'isola. Quattromila tombe scavate nei fianchi di una montagna isolata, all'incrocio dell'Anapo con il Calcinara o Bottiglieria.
Le quattro fasi della cronologia di Orsi datano la necropoli dal quattordicesimo al nono secolo avanti Cristo, con la storica Hybla che vi rifiorisce nel quarto secolo per opera di Dionigi e con comunità religiose nel primo medioevo, le chiese di San Micidiario e San Nicoletticchio.
Sulla sommità si trova l'Anaktoron, il palazzo principesco di forma rettangolare, identificato come opera sicula trasformata in età bizantina, detto dai villani Palazzo della Regina.
Orsi vi riconobbe presenze egee, e scrive: qualcuno degli Egei che poco prima del Mille toccavano la costa siracusana, si spinse o volontario o captivo per entro la valle dell'Anapo fino all'aspra Pantalica.
Akrai, fondata dai Siracusani nel seicentosessantasette avanti Cristo sull'Acremonte presso Palazzolo Acreide, conserva un bel teatro intagliato nella roccia, un odeon adiacente, le latomie con piccole catacombe, i Templi ferali e i celebri Santoni.
I Santoni sono grandi figure scolpite nella roccia rappresentanti probabilmente Demeter, o secondo altri Iside, con personaggi minori al seguito, datate al terzo secolo avanti Cristo.
Il barone Gabriele Iudica nel tardo Settecento scrisse un grosso volume sulle antichità acrensi, le mise alla luce esplorandone il suolo e ricavandone un ricco materiale disgraziatamente ora disperso.
Vicino, Santa Lucia di Mendola conserva avanzi normanni della basilica eretta sulla tomba dei martiri Lucia, nobildonna romana, omonima ma distinta dalla siracusana, e Geminiano.
La leggenda, raccontata da Mauceri nella versione della Sicilia sacra di Rocco Pirri, narra come Lucia, vedova romana, sotto Diocleziano, fu accusata dal figlio di appartenere alla religione cristiana e dopo il martirio convertì Geminiano.
La basilica normanna, edificata nel bosco detto delle quercie o Battìi, ospitava il sepolcro di Roberto figlio di Tancredi conte di Siracusa, con l'epigrafe: Roberto figlio di Tancredi, conte di Siracusa, fondatore.
Crollò forse con il terremoto del milleseicentonovantatré. Alcune sculture decorative furono salvate nel Museo Archeologico di Siracusa.