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Frontespizio di Emanuele Ciaceri, La leggenda della colonizzazione etolica di Siracusa (1914)
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La leggenda della colonizzazione etolica di Siracusa

di Emanuele Ciaceri · Catania, Officina Tipografica V. Giannotta · 1914
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Emanuele Ciaceri, La leggenda della colonizzazione etolica di Siracusa (1914)

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La leggenda della colonizzazione etolica di Siracusa. Di Emanuele Ciaceri. Estratto dall'Archivio Storico per la Sicilia Orientale, anno undicesimo, fascicolo terzo, Catania, Officina Tipografica Vincenzo Giannotta, millenovecentoquattordici, quattordici pagine.

Sinossi.

Lo storico antichista Emanuele Ciaceri, nel millenovecentoquattordici, dedica un breve studio a una tradizione marginale ma persistente nella storiografia della Sicilia greca: la notizia, trasmessa da uno scoliasta di Apollonio Rodio, secondo cui il poeta alessandrino Nicandro di Colofone nel poema Aitolika faceva venire coloni etoli a Siracusa, e in particolare nell'isolotto di Ortigia. Alcuni studiosi ottocenteschi, in primo luogo Adolf Holm e Georg Busolt, avevano dato credito a questa tradizione, vedendovi un dato compatibile con i risultati degli scavi archeologici e capace di colmare la lacuna fra il periodo miceneo e quello protocorinzio.

Ciaceri respinge questa lettura. La leggenda etolica, scrive, non ha valore storico e non risale a tempi antichissimi: nasce piuttosto nel quinto secolo avanti Cristo, e precisamente nell'ambiente di Calcide d'Etolia, città legata commercialmente e politicamente a Corinto. La sua datazione cade intorno al quattrocentoventisei avanti Cristo, quando gli Etoli respinsero la spedizione ateniese di Demostene e, contemporaneamente, in Sicilia si svolgeva la prima spedizione ateniese contro Siracusa. In quel contesto polemico, gli Etoli di Calcide avevano interesse a presentarsi come parenti dei Siracusani, sfruttando una serie di omonimie geografiche e di affinità cultuali: l'Ortigia etolica e quella siracusana, il nome di Archia ricorrente nelle tradizioni di Calidone, il fiume Anapo affluente dell'Acheloo e omonimo dell'Anapo siracusano, il culto comune di Artemide.

Le otto sezioni che seguono ricostruiscono la struttura argomentativa del saggio: la questione della doppia fondazione, il profilo dello storico, la testimonianza dello scoliasta di Apollonio Rodio, le tre principali ipotesi storiografiche, la tesi ciaceriana sulla genesi della leggenda nel quinto secolo, il dossier delle omonimie, il contesto della guerra del Peloponneso e infine il problema degli arcieri etoli arruolati come mercenari nella spedizione ateniese del quattrocentoquindici, quattrocentotredici avanti Cristo.

Sezione uno. La doppia fondazione: Archia di Corinto e Etoli?

La fondazione di Siracusa è uno dei punti fermi della cronologia coloniale greca: nel settecentotrentaquattro avanti Cristo Archia, oikistes corinzio, sbarcò nell'isoletta di Ortigia e fondò la città destinata a diventare la più grande metropoli dorica d'Occidente. La tradizione antica era concorde nell'attribuire ai Corinzi il primato della colonizzazione. Esisteva però un filone parallelo, minoritario ma non del tutto trascurabile, che attribuiva agli Etoli un ruolo nella vicenda: o come occupanti dell'Ortigia prima dell'arrivo di Archia, o come compagni di viaggio dei Corinzi nella spedizione di fondazione.

La fonte centrale di questo filone è un passo dello scoliasta di Apollonio Rodio, che cita il poeta alessandrino Nicandro di Colofone. Nel poema Aitolika, Nicandro spiegava perché tre diverse località portassero il nome di Ortigia: Efeso, Delo e l'isola siracusana. La spiegazione era genealogica: tutte e tre derivavano il nome dall'Ortigia etolica, da cui sarebbero partiti coloni diretti verso quei luoghi.

La questione assumeva particolare interesse all'inizio del Novecento. Gli scavi archeologici di Paolo Orsi a Plemmyrion e in altri siti della costa orientale siciliana avevano portato alla luce materiali che lasciavano supporre l'esistenza di una fase intermedia fra il periodo miceneo dei semplici scambi commerciali e quello protocorinzio della colonizzazione propriamente detta. Per chi cercava di colmare quella lacuna, l'ipotesi di un'occupazione protogreca dell'Ortigia da parte di nuclei etoli prima del settecentotrentaquattro avanti Cristo risultava molto attraente.

Ciaceri imposta la sua dimostrazione su un'analisi puntuale di tre nodi: il significato del passo dello scoliasta, l'attendibilità della genealogia ortigiana di Nicandro e la verosimiglianza di una presenza etolica nella spedizione di Archia. Su tutti e tre i punti la conclusione è negativa. Scrive Ciaceri: la tradizione etolica non ha valore storico.

Sezione due. Emanuele Ciaceri e la storiografia siracusana del primo Novecento.

Emanuele Ciaceri, nato a Roccavaldina, in provincia di Messina, nel milleottocentosessantanove e morto a Napoli nel millenovecentoquarantaquattro, era nel millenovecentoquattordici uno degli storici antichisti più produttivi della scuola italiana. Allievo di Giulio Beloch a Roma, aveva insegnato a Napoli e Catania prima di tornare definitivamente a Napoli come ordinario di Storia antica. Il suo nome era legato in particolare a una monografia in tre volumi sulla Storia della Magna Grecia e all'opera Culti e miti nella storia dell'antica Sicilia, pubblicata nel millenovecentoundici, in cui aveva sistematizzato il dossier delle tradizioni religiose siceliote nelle loro radici greche.

L'articolo del millenovecentoquattordici sulla leggenda etolica si inserisce in quella linea di lavoro. Ciaceri rimanda esplicitamente al proprio volume del millenovecentoundici in due passaggi: a proposito della famiglia profetica degli Iamidi, presenti in Siracusa come testimonianza indiretta di un apporto eleo, e a proposito dell'Artemide Alfeionia venerata in Elide, da cui deriverebbe l'Artemide ortigiana legata al mito di Alfeo e Aretusa.

Il metodo di Ciaceri è quello della filologia storica positivista: ogni notizia letteraria viene confrontata con le altre testimonianze e con i dati archeologici disponibili, ogni omonimia viene scomposta nei suoi presupposti geografici, ogni culto viene ricondotto alla sua area di provenienza. La storiografia siracusana del primo Novecento aveva ereditato dall'Ottocento, e in particolare dall'opera di Holm, una concezione della colonizzazione siciliana basata sulla credibilità delle tradizioni antiche corrette dalla critica filologica. Ciaceri, al pari di Pais e di De Sanctis, opera all'interno di quella tradizione, ma con un'attenzione più marcata al peso degli interessi politici nella formazione dei miti coloniali.

Lo studio sulla colonizzazione etolica condivide questo orientamento. La leggenda diventa un documento storico non per quello che afferma sull'evento della fondazione, ma per quello che rivela sul momento in cui è stata costruita.

Sezione tre. Lo scoliasta di Apollonio Rodio: dove nasce la leggenda.

Il passo da cui dipende l'intera questione si legge nello scolio al verso quattrocentodiciannove del primo libro delle Argonautiche di Apollonio Rodio. Lo scoliasta cita Nicandro di Colofone, poeta e grammatico alessandrino del secondo secolo avanti Cristo che aveva trascorso parte della vita in Etolia, e ne riporta un frammento del poema Aitolika.

Il senso del frammento è limpido. Alcuni, partiti dall'Ortigia titenide, occuparono Efeso, altri quella che prima era chiamata Delo, altri ancora l'isola che confina con la Sicilia; da quel nome tutte ricavarono l'appellativo Ortigia. La fonte è dunque un poeta alessandrino del secondo secolo avanti Cristo citato da uno scoliasta di età incerta, che lavorava su un poema didascalico di argomento etolico.

Ciaceri smonta subito la prima ambiguità interpretativa. Dal frammento non si ricava che, secondo Nicandro, gli Etoli fossero giunti in Ortigia prima dei Corinzi. La formulazione consente almeno due letture: gli Etoli arrivati come occupanti autonomi e anteriori, oppure gli Etoli arrivati al seguito di Archia, partecipi del vanto fondativo. Ciaceri scrive così: è verisimile invece che il poeta intendesse parlare di Etoli arrivati in Sicilia insieme coi coloni di Archia, facendoli partecipare al vanto della fondazione di Siracusa; ciò rispondeva se non altro ai rapporti esistenti quasi costantemente fra le coste dell'Etolia e la città di Corinto.

L'argomento è duplice. Da un lato, gli Etoli si affacciano tardi nella storia politica della Grecia: ancora al tempo di Tucidide sono considerati genti barbariche estranee alla civiltà ellenica, e Euripide nelle Fenicie li chiama mixobarbaroi, cioè mezzo barbari. Dall'altro, non vi è alcun dato letterario né archeologico che confermi una loro partecipazione alla colonizzazione siracusana, neppure per via di Calcide. La testimonianza di Nicandro resta quindi una notizia isolata, suscettibile di una lettura minima che riduce il presunto apporto etolico a una semplice presenza marginale nelle schiere di Archia.

Sezione quattro. Le tre ipotesi: Holm, Busolt e i mitografi alessandrini.

Il dossier critico citato da Ciaceri delinea tre posizioni distinte. La prima, di Adolf Holm, vede nella tradizione nicandrea un dato sostanzialmente attendibile: gli Etoli sarebbero realmente giunti nell'Ortigia siracusana prima dei Corinzi, e lo stesso filone tradizionale spiegherebbe la fondazione di Alonzio sulla costa nord-orientale della Sicilia, attribuita agli Acarnani guidati da Patron Turio compagno di Enea. La seconda, di Georg Busolt, considera la notizia almeno verosimile: la presenza etolica nella colonizzazione siciliana non sarebbe dimostrata, ma neppure esclusa, e può rappresentare una traccia genuina di rapporti antichissimi fra l'Etolia e la Sicilia orientale.

La terza posizione, sostenuta da Edward Augustus Freeman, da Ettore Pais e da Gaetano De Sanctis, considera la tradizione non degna di fede. Pais ammette al massimo che genti dell'Etolia, al pari di quelle dell'Elide, possano avere fatto parte della colonia di Archia, ma respinge l'ipotesi di una colonizzazione etolica autonoma e anteriore.

Ciaceri si colloca su quest'ultima linea, ma con un contributo originale. Mentre Pais e Freeman si limitano a respingere la tradizione come priva di valore, Ciaceri si pone il problema di spiegarne la genesi. La leggenda esiste, è citata da un poeta come Nicandro, è raccolta da uno scoliasta antico: occorre chiedersi come sia nata e in quale contesto storico sia stata formulata.

Ciaceri respinge l'ipotesi di una costruzione puramente letteraria dovuta alla fantasia di Nicandro e quindi risalente all'età alessandrina. Le antiche relazioni fra Etoli e Corinto, e il ruolo politico degli Etoli nelle vicende greche del quinto secolo, suggeriscono di cercare l'origine della leggenda in quell'epoca, e in particolare nei decenni della guerra del Peloponneso. È a questo punto che lo studio entra nella sua parte propositiva.

Sezione cinque. La tesi di Ciaceri: una costruzione del quinto secolo avanti Cristo.

Il nucleo dello studio è la collocazione cronologica e geografica della genesi della leggenda. Scrive Ciaceri: le antiche relazioni degli Etoli con Corinto e la parte che essi ebbero nelle vicende della Grecia danno ragione di sospettare che l'origine della leggenda trovi la sua spiegazione nel corso del secolo quinto.

L'ambiente di formazione è quello di Calcide d'Etolia. La città, originariamente colonia euboica, era diventata possedimento corinzio in epoca antica; la prima menzione esplicita del possesso si legge in Tucidide a proposito della spedizione di Tolmide del quattrocentocinquantacinque avanti Cristo, e dello stesso periodo è la testimonianza sul ruolo di Calcide all'inizio della guerra del Peloponneso. Calcide era una stazione strategica del golfo corinzio, sulla rotta commerciale verso l'Occidente, e il suo destino era legato a quello di Corinto.

La crisi del quattrocentoventisei avanti Cristo è il momento decisivo. In quell'anno gli Etoli, attaccati da Demostene con una spedizione ateniese partita da Naupatto, riuscirono a respingere l'invasione e a infliggere allo stratego una grave sconfitta. Contemporaneamente, sull'altro fronte della guerra, gli Ateniesi conducevano la loro prima spedizione in Sicilia: nello stesso quattrocentoventisei tentavano, senza successo, di assalire Inessa per indebolire Siracusa.

Le due vicende producono effetti politici convergenti. Da una parte gli Etoli di Calcide, alleati naturali di Corinto, si sentono accomunati ai Siracusani nella resistenza all'imperialismo ateniese; dall'altra Corinto si rivolge a Siracusa cercando aiuto e ponendo il nome della metropoli dorica d'Occidente al centro della propaganda peloponnesiaca. Scrive Ciaceri: il nome di Siracusa era allora naturalmente sulle labbra dei Corinzi e dei loro amici.

In questo clima la leggenda della partecipazione etolica alla fondazione di Siracusa offre un vantaggio politico immediato: trasforma gli Etoli da popolazione semibarbara periferica in parenti dei potenti Siracusani, rafforza il legame con Corinto e fornisce un fondamento mitico all'alleanza in corso. La leggenda non descrive un evento del settecentotrentaquattro avanti Cristo; documenta lo stato d'animo di una città etolica nel pieno della guerra del Peloponneso.

Sezione sei. Le omonimie: Ortigia, Archia, Anapo, Aretusa.

La costruzione della leggenda si appoggia, secondo Ciaceri, su una serie di omonimie geografiche e di corrispondenze mitiche fra l'Etolia e la Siracusa coloniale. Il dossier comprende quattro elementi principali.

Il primo è il nome di Ortigia. Esisteva un'Ortigia etolica, località non solo dell'Etolia generica ma del territorio di Calcide, sacra ad Artemide come l'omonimo isolotto siracusano. Esistevano poi altre due Ortigie famose, quelle di Efeso e di Delo, ed era opinione diffusa fra i mitografi che il nome andasse ricondotto a una matrice etolica originaria. Ciaceri obietta che il nome Ortigia ha un significato mitologico, non geografico: indicava il paese sacro ad Artemide, e quindi compariva ovunque era fiorente il culto della dea. La coincidenza nominale non prova alcuna parentela coloniale.

Il secondo elemento è il nome di Archia. Plutarco riferiva che una delle figlie di Archia, oikistes di Siracusa, era stata chiamata Ortigia. Esisteva poi nelle tradizioni etoliche un Archia diverso, fanciullo di Calidone città vicina a Calcide, ucciso da Eracle secondo una notizia raccolta da Ellanico e tramandata da Ateneo. La doppia ricorrenza del nome offriva un ulteriore aggancio per la costruzione genealogica.

Il terzo elemento è l'Anapo. Il fiume siracusano portava lo stesso nome di un piccolo corso d'acqua dell'Acarnania interna, affluente dell'Acheloo etolico. Ciaceri osserva che si trattava di un fiumicello della parte interna e barbarica della regione, lontano dalle coste, e che la coincidenza non poteva avere fondamento coloniale: chi avesse trasportato il nome dall'Etolia alla Sicilia avrebbe dovuto venire non dalle coste navigabili, ma dall'entroterra remoto.

Il quarto elemento è il culto di Artemide e la figura di Aretusa. La dea ortigiana siracusana, detta Alfeioa e Potamia perché legata al mito dell'Alfeo che la insegue dall'Elide alla Sicilia, era in origine, secondo Ciaceri, un'ipostasi della ninfa Aretusa con provenienza elea, non etolica. L'Artemide Alfeionia o Alfeiusa era venerata in Elide e portava nel suo culto un dato indipendente rispetto alla tradizione etolica. Le omonimie funzionano dunque come materia prima per la costruzione mitografica, non come prova di un legame storico.

Sezione sette. Demostene in Etolia, quattrocentoventisei avanti Cristo, e la prima spedizione ateniese in Sicilia.

La datazione della leggenda al quattrocentoventisei avanti Cristo dipende dalla coincidenza fra due eventi della guerra del Peloponneso: la sconfitta di Demostene in Etolia e la prima spedizione ateniese in Sicilia. Tucidide nel terzo libro delle Storie racconta entrambi gli episodi.

La campagna etolica di Demostene fu un fallimento militare di grandi proporzioni. Lo stratego ateniese, partito da Naupatto con un corpo di spedizione composto da opliti ateniesi, alleati locri, messeni e arcieri, aveva pianificato un'invasione dell'Etolia interna con l'obiettivo finale di raggiungere la Beozia. Gli Etoli, popolazione di guerrieri leggeri abituati al terreno montano e armati soprattutto di giavellotto, attesero gli Ateniesi nei terreni accidentati e li travolsero con tattiche di guerriglia. Demostene perse una parte consistente dei suoi opliti, fra cui molti dei migliori cittadini ateniesi, e dovette rientrare a Naupatto coperto di vergogna; per timore della reazione popolare ad Atene preferì restare temporaneamente sulle coste occidentali.

Lo stesso quattrocentoventisei avanti Cristo vedeva gli Ateniesi impegnati nella prima spedizione siciliana, deliberata l'anno precedente per appoggiare Leontini contro Siracusa. L'azione contro Inessa, tentata da Lachete, fallì. La prima spedizione siciliana si concluse senza risultati significativi, ma confermò l'interesse strategico di Atene per il fronte occidentale e preparò il terreno alle ben più ambiziose operazioni del quattrocentoquindici, quattrocentotredici avanti Cristo.

La coincidenza cronologica è la chiave dell'argomento ciaceriano. Negli stessi mesi in cui gli Etoli respingevano vittoriosamente l'attacco di Demostene, gli Ateniesi attaccavano Siracusa. Le due popolazioni si trovavano contemporaneamente a respingere lo stesso nemico. In quel clima di solidarietà militare e politica, la costruzione di una parentela mitica fra Etoli e Siracusani diventava utile, plausibile e politicamente produttiva. La leggenda non nasceva nello studio di un poeta alessandrino quattro secoli dopo: nasceva nell'ambiente di Calcide d'Etolia mentre gli eventi accadevano.

Sezione otto. Gli arcieri etoli ai fianchi di Atene, quattrocentoquindici, quattrocentotredici avanti Cristo: un'eccezione militare, non politica.

Una difficoltà evidente per la tesi di Ciaceri viene dalla composizione della grande spedizione ateniese contro Siracusa del quattrocentoquindici, quattrocentotredici avanti Cristo. Tucidide, nel celebre catalogo del libro settimo, ricorda fra le truppe ateniesi anche un contingente di Etoli arruolati per mercede al fianco di Cretesi. Lo storico scrive che Cretesi ed Etoli si erano lasciati persuadere a partecipare per denaro. Se gli Etoli combattevano sotto le insegne ateniesi contro Siracusa, come si concilia questo dato con l'ipotesi di una propaganda etolico-calcidese filosiracusana negli stessi anni?

Ciaceri risponde distinguendo i piani. Tucidide non dice che quei mercenari rappresentassero la nazione etolica nel suo complesso, né che fossero della città di Calcide. L'accostamento ai Cretesi suggerisce che si trattasse di arcieri, arruolati fra la popolazione montana dell'Etolia interna, simili a quelli che avevano sconfitto Demostene nel quattrocentoventisei. Erano genti di tribù barbariche, estranee alla vita politica della Grecia, che si lasciavano assoldare per amore di guadagno. In quel periodo gli Etoli non erano ancora retti da una costituzione politica comune e non formavano un vero stato; il contingente assoldato per la spedizione siciliana era forse poco numeroso, e serviva solo ad accrescere il nucleo cretese.

L'attenzione di Tucidide all'episodio, secondo Ciaceri, dipende proprio dalla peculiarità del dato: lo storico sapeva che gli Etoli avevano sempre parteggiato per i Corinzi contro gli Ateniesi, e la presenza di mercenari etoli nella spedizione siciliana costituiva un'anomalia degna di nota. La spiegazione va cercata nelle necessità economiche di tribù barbariche dell'entroterra, non in un mutamento di indirizzo politico delle città costiere d'Etolia, e in particolare di Calcide, che restava legata alle sorti di Corinto.

Ciaceri trova conferma in una vicenda successiva: nella spedizione di Agesilao gli Acarnani furono costretti a entrare nella lega spartana al fianco degli odiati Etoli, salvo riprendere pochi anni dopo il loro posto nell'esercito ateniese contro di loro. Le ostilità fra Etoli e Acarnani prevalsero sempre sulle necessità imposte dagli eventi. Ricompaiono nelle imprese di Epaminonda; di fronte all'intervento di Filippo di Macedonia gli Etoli seguono il re, gli Acarnani si alleano con Atene. Il ricordo tucidideo degli arcieri etoli nella spedizione siciliana è quindi un fatto d'eccezione, che non modifica l'indirizzo politico delle città costiere d'Etolia.

A conferma indiretta, Ciaceri richiama la tradizione siciliana sulla fondazione di Alonzio, sulla costa nord-orientale dell'isola, attribuita agli Acarnani di Patron Turio compagno di Enea. La leggenda di Alonzio può rispecchiare rapporti del tempo della guerra del Peloponneso, come suggerisce la moneta alonzina con la testa di Atena dall'elmo ateniese, datata all'inizio o alla fine del conflitto. La stessa logica vale, in direzione opposta, per la leggenda etolica di Siracusa: due tradizioni speculari che documentano il riflesso siciliano della contrapposizione fra Atene e Corinto negli anni della grande guerra.

Fonti. Emanuele Ciaceri, La leggenda della colonizzazione etolica di Siracusa, estratto dall'Archivio Storico per la Sicilia Orientale, anno undicesimo, fascicolo terzo, Catania, Officina Tipografica Vincenzo Giannotta, millenovecentoquattordici, quattordici pagine. Edizione consultata: Internet Archive, copia digitalizzata dell'estratto.

Emanuele Ciaceri, estratto dall'Archivio Storico per la Sicilia Orientale, Anno XI, Fascicolo III, Catania, Officina Tipografica V. Giannotta, 1914, 14 pp.

Sinossi

Lo storico antichista Emanuele Ciaceri, nel 1914, dedica un breve studio a una tradizione marginale ma persistente nella storiografia della Sicilia greca: la notizia, trasmessa da uno scoliasta di Apollonio Rodio, secondo cui il poeta alessandrino Nicandro di Colofone nel poema Aitolika faceva venire coloni etoli a Siracusa, e in particolare nell'isolotto di Ortigia. Alcuni studiosi ottocenteschi, in primo luogo Adolf Holm e Georg Busolt, avevano dato credito a questa tradizione, vedendovi un dato compatibile con i risultati degli scavi archeologici e capace di colmare la lacuna fra il periodo miceneo e quello protocorinzio.

Ciaceri respinge questa lettura. La leggenda etolica, scrive, non ha valore storico e non risale a tempi antichissimi: nasce piuttosto nel V secolo a.C., e precisamente nell'ambiente di Calcide d'Etolia, città legata commercialmente e politicamente a Corinto. La sua datazione cade intorno al 426 a.C., quando gli Etoli respinsero la spedizione ateniese di Demostene e, contemporaneamente, in Sicilia si svolgeva la prima spedizione ateniese contro Siracusa. In quel contesto polemico, gli Etoli di Calcide avevano interesse a presentarsi come parenti dei Siracusani, sfruttando una serie di omonimie geografiche e di affinità cultuali: l'Ortigia etolica e quella siracusana, il nome di Archia ricorrente nelle tradizioni di Calidone, il fiume Anapo affluente dell'Acheloo e omonimo dell'Anapo siracusano, il culto comune di Artemide.

Le otto sezioni che seguono ricostruiscono la struttura argomentativa del saggio: la questione della doppia fondazione, il profilo dello storico, la testimonianza dello scoliasta di Apollonio Rodio, le tre principali ipotesi storiografiche, la tesi ciaceriana sulla genesi della leggenda nel V secolo, il dossier delle omonimie, il contesto della guerra del Peloponneso e infine il problema degli arcieri etoli arruolati come mercenari nella spedizione ateniese del 415-413 a.C.

1. La doppia fondazione: Archia di Corinto + Etoli?

La fondazione di Siracusa è uno dei punti fermi della cronologia coloniale greca: nel 734 a.C. Archia, oikistes corinzio, sbarcò nell'isoletta di Ortigia e fondò la città destinata a diventare la più grande metropoli dorica d'Occidente. La tradizione antica era concorde nell'attribuire ai Corinzi il primato della colonizzazione. Esisteva però un filone parallelo, minoritario ma non del tutto trascurabile, che attribuiva agli Etoli un ruolo nella vicenda: o come occupanti dell'Ortigia prima dell'arrivo di Archia, o come compagni di viaggio dei Corinzi nella spedizione di fondazione.

La fonte centrale di questo filone è un passo dello scoliasta di Apollonio Rodio, che cita il poeta alessandrino Nicandro di Colofone. Nel poema Aitolika, Nicandro spiegava perché tre diverse località portassero il nome di Ortigia: Efeso, Delo e l'isola siracusana. La spiegazione era genealogica: tutte e tre derivavano il nome dall'Ortigia etolica, da cui sarebbero partiti coloni diretti verso quei luoghi.

La questione assumeva particolare interesse all'inizio del Novecento. Gli scavi archeologici di Paolo Orsi a Plemmyrion e in altri siti della costa orientale siciliana avevano portato alla luce materiali che lasciavano supporre l'esistenza di una fase intermedia fra il periodo miceneo dei semplici scambi commerciali e quello protocorinzio della colonizzazione propriamente detta. Per chi cercava di colmare quella lacuna, l'ipotesi di un'occupazione protogreca dell'Ortigia da parte di nuclei etoli prima del 734 a.C. risultava molto attraente.

Ciaceri imposta la sua dimostrazione su un'analisi puntuale di tre nodi: il significato del passo dello scoliasta, l'attendibilità della genealogia ortigiana di Nicandro e la verosimiglianza di una presenza etolica nella spedizione di Archia. Su tutti e tre i punti la conclusione è negativa: «la tradizione etolica non ha valore storico».

2. Emanuele Ciaceri e la storiografia siracusana del primo Novecento

Emanuele Ciaceri (Roccavaldina, Messina, 1869; Napoli, 1944) era nel 1914 uno degli storici antichisti più produttivi della scuola italiana. Allievo di Giulio Beloch a Roma, aveva insegnato a Napoli e Catania prima di tornare definitivamente a Napoli come ordinario di Storia antica. Il suo nome era legato in particolare a una monografia in tre volumi sulla Storia della Magna Grecia e all'opera Culti e miti nella storia dell'antica Sicilia, pubblicata nel 1911, in cui aveva sistematizzato il dossier delle tradizioni religiose siceliote nelle loro radici greche.

L'articolo del 1914 sulla leggenda etolica si inserisce in quella linea di lavoro. Ciaceri rimanda esplicitamente al proprio volume del 1911 in due passaggi: a proposito della famiglia profetica degli Iamidi, presenti in Siracusa come testimonianza indiretta di un apporto eleo, e a proposito dell'Artemide Alfeionia venerata in Elide, da cui deriverebbe l'Artemide ortigiana legata al mito di Alfeo e Aretusa.

Il metodo di Ciaceri è quello della filologia storica positivista: ogni notizia letteraria viene confrontata con le altre testimonianze e con i dati archeologici disponibili, ogni omonimia viene scomposta nei suoi presupposti geografici, ogni culto viene ricondotto alla sua area di provenienza. La storiografia siracusana del primo Novecento aveva ereditato dall'Ottocento, e in particolare dall'opera di Holm, una concezione della colonizzazione siciliana basata sulla credibilità delle tradizioni antiche corrette dalla critica filologica. Ciaceri, al pari di Pais e di De Sanctis, opera all'interno di quella tradizione, ma con un'attenzione più marcata al peso degli interessi politici nella formazione dei miti coloniali.

Lo studio sulla colonizzazione etolica condivide questo orientamento. La leggenda diventa un documento storico non per quello che afferma sull'evento della fondazione, ma per quello che rivela sul momento in cui è stata costruita.

3. Lo scoliasta di Apollonio Rodio: dove nasce la leggenda

Il passo da cui dipende l'intera questione si legge nello scolio al verso 419 del primo libro delle Argonautiche di Apollonio Rodio. Lo scoliasta cita Nicandro di Colofone, poeta e grammatico alessandrino del II secolo a.C. che aveva trascorso parte della vita in Etolia, e ne riporta un frammento del poema Aitolika: «οἱ δ' ἐξ Ὀρτυγίης Τιτυνίδος ὁρμηθέντες, οἱ μὲν τὴν Ἔφεσον, οἱ δὲ τὴν πρότερον Δῆλον καλουμένην, ἄλλοι δὲ τὴν ὁμοτέρμονα τῆς Σικελίας νῆσον, ὅθεν Ὀρτυγίαν πᾶσαι βοῶνται».

La traduzione è limpida: alcuni, partiti dall'Ortigia titenide, occuparono Efeso, altri quella che prima era chiamata Delo, altri ancora l'isola che confina con la Sicilia; da quel nome tutte ricavarono l'appellativo Ortigia. La fonte è dunque un poeta alessandrino del II secolo a.C. citato da uno scoliasta di età incerta, che lavorava su un poema didascalico di argomento etolico.

Ciaceri smonta subito la prima ambiguità interpretativa. Dal frammento non si ricava che, secondo Nicandro, gli Etoli fossero giunti in Ortigia prima dei Corinzi. La formulazione consente almeno due letture: gli Etoli arrivati come occupanti autonomi e anteriori, oppure gli Etoli arrivati al seguito di Archia, partecipi del vanto fondativo. Ciaceri osserva: «È verisimile invece che il poeta intendesse parlare di Etoli arrivati in Sicilia insieme coi coloni di Archia, facendoli partecipare al vanto della fondazione di Siracusa. Ciò rispondeva se non altro ai rapporti esistenti quasi constantemente fra le coste dell'Etolia e la città di Corinto».

L'argomento è duplice. Da un lato, gli Etoli si affacciano tardi nella storia politica della Grecia: ancora al tempo di Tucidide sono considerati genti barbariche estranee alla civiltà ellenica, e Euripide nelle Fenicie li chiama μιξοβάρβαρος. Dall'altro, non vi è alcun dato letterario né archeologico che confermi una loro partecipazione alla colonizzazione siracusana, neppure per via di Calcide. La testimonianza di Nicandro resta quindi una notizia isolata, suscettibile di una lettura minima che riduce il presunto apporto etolico a una semplice presenza marginale nelle schiere di Archia.

4. Le tre ipotesi: Holm, Busolt e i mitografi alessandrini

Il dossier critico citato da Ciaceri delinea tre posizioni distinte. La prima, di Adolf Holm, vede nella tradizione nicandrea un dato sostanzialmente attendibile: gli Etoli sarebbero realmente giunti nell'Ortigia siracusana prima dei Corinzi, e lo stesso filone tradizionale spiegherebbe la fondazione di Alonzio sulla costa nord-orientale della Sicilia, attribuita agli Acarnani guidati da Patron Turio compagno di Enea. La seconda, di Georg Busolt, considera la notizia almeno verosimile: la presenza etolica nella colonizzazione siciliana non sarebbe dimostrata, ma neppure esclusa, e può rappresentare una traccia genuina di rapporti antichissimi fra l'Etolia e la Sicilia orientale.

La terza posizione, sostenuta da Edward Augustus Freeman, da Ettore Pais e da Gaetano De Sanctis, considera la tradizione non degna di fede. Pais ammette al massimo che genti dell'Etolia, al pari di quelle dell'Elide, possano avere fatto parte della colonia di Archia, ma respinge l'ipotesi di una colonizzazione etolica autonoma e anteriore.

Ciaceri si colloca su quest'ultima linea, ma con un contributo originale. Mentre Pais e Freeman si limitano a respingere la tradizione come priva di valore, Ciaceri si pone il problema di spiegarne la genesi. La leggenda esiste, è citata da un poeta come Nicandro, è raccolta da uno scoliasta antico: occorre chiedersi come sia nata e in quale contesto storico sia stata formulata.

Ciaceri respinge l'ipotesi di una costruzione puramente letteraria dovuta alla fantasia di Nicandro e quindi risalente all'età alessandrina. Le antiche relazioni fra Etoli e Corinto, e il ruolo politico degli Etoli nelle vicende greche del V secolo, suggeriscono di cercare l'origine della leggenda in quell'epoca, e in particolare nei decenni della guerra del Peloponneso. È a questo punto che lo studio entra nella sua parte propositiva.

5. La tesi di Ciaceri: una costruzione del V secolo a.C.

Il nucleo dello studio è la collocazione cronologica e geografica della genesi della leggenda. Ciaceri scrive: «Le antiche relazioni degli Etoli con Corinto e la parte che essi ebbero nelle vicende della Grecia danno ragione di sospettare che l'origine della leggenda trovi la sua spiegazione nel corso del secolo V».

L'ambiente di formazione è quello di Calcide d'Etolia. La città, originariamente colonia euboica, era diventata possedimento corinzio in epoca antica; la prima menzione esplicita del possesso si legge in Tucidide a proposito della spedizione di Tolmide del 455 a.C., e dello stesso periodo è la testimonianza sul ruolo di Calcide all'inizio della guerra del Peloponneso. Calcide era una stazione strategica del golfo corinzio, sulla rotta commerciale verso l'Occidente, e il suo destino era legato a quello di Corinto.

La crisi del 426 a.C. è il momento decisivo. In quell'anno gli Etoli, attaccati da Demostene con una spedizione ateniese partita da Naupatto, riuscirono a respingere l'invasione e a infliggere allo stratego una grave sconfitta. Contemporaneamente, sull'altro fronte della guerra, gli Ateniesi conducevano la loro prima spedizione in Sicilia: nello stesso 426 tentavano, senza successo, di assalire Inessa per indebolire Siracusa.

Le due vicende producono effetti politici convergenti. Da una parte gli Etoli di Calcide, alleati naturali di Corinto, si sentono accomunati ai Siracusani nella resistenza all'imperialismo ateniese; dall'altra Corinto si rivolge a Siracusa cercando aiuto e ponendo il nome della metropoli dorica d'Occidente al centro della propaganda peloponnesiaca. Ciaceri scrive: «Il nome di Siracusa era allora naturalmente sulle labbra dei Corinzi e dei loro amici».

In questo clima la leggenda della partecipazione etolica alla fondazione di Siracusa offre un vantaggio politico immediato: trasforma gli Etoli da popolazione semibarbara periferica in parenti dei potenti Siracusani, rafforza il legame con Corinto e fornisce un fondamento mitico all'alleanza in corso. La leggenda non descrive un evento del 734 a.C.; documenta lo stato d'animo di una città etolica nel pieno della guerra del Peloponneso.

6. Le omonimie: Ortigia, Archia, Anapo, Aretusa

La costruzione della leggenda si appoggia, secondo Ciaceri, su una serie di omonimie geografiche e di corrispondenze mitiche fra l'Etolia e la Siracusa coloniale. Il dossier comprende quattro elementi principali.

Il primo è il nome di Ortigia. Esisteva un'Ortigia etolica, località non solo dell'Etolia generica ma del territorio di Calcide, sacra ad Artemide come l'omonimo isolotto siracusano. Esistevano poi altre due Ortigie famose, quelle di Efeso e di Delo, ed era opinione diffusa fra i mitografi che il nome andasse ricondotto a una matrice etolica originaria. Ciaceri obietta che il nome Ortigia ha un significato mitologico, non geografico: indicava il paese sacro ad Artemide, e quindi compariva ovunque era fiorente il culto della dea. La coincidenza nominale non prova alcuna parentela coloniale.

Il secondo elemento è il nome di Archia. Plutarco riferiva che una delle figlie di Archia, oikistes di Siracusa, era stata chiamata Ortigia. Esisteva poi nelle tradizioni etoliche un Archia diverso, fanciullo di Calidone città vicina a Calcide, ucciso da Eracle secondo una notizia raccolta da Ellanico e tramandata da Ateneo. La doppia ricorrenza del nome offriva un ulteriore aggancio per la costruzione genealogica.

Il terzo elemento è l'Anapo. Il fiume siracusano portava lo stesso nome di un piccolo corso d'acqua dell'Acarnania interna, affluente dell'Acheloo etolico. Ciaceri osserva che si trattava di un fiumicello della parte interna e barbarica della regione, lontano dalle coste, e che la coincidenza non poteva avere fondamento coloniale: chi avesse trasportato il nome dall'Etolia alla Sicilia avrebbe dovuto venire non dalle coste navigabili, ma dall'entroterra remoto.

Il quarto elemento è il culto di Artemide e la figura di Aretusa. La dea ortigiana siracusana, detta Alfeioa e Potamia perché legata al mito dell'Alfeo che la insegue dall'Elide alla Sicilia, era in origine, secondo Ciaceri, un'ipostasi della ninfa Aretusa con provenienza elea, non etolica. L'Artemide Alfeionia o Alfeiusa era venerata in Elide e portava nel suo culto un dato indipendente rispetto alla tradizione etolica. Le omonimie funzionano dunque come materia prima per la costruzione mitografica, non come prova di un legame storico.

7. Demostene in Etolia (426 a.C.) e la prima spedizione ateniese in Sicilia

La datazione della leggenda al 426 a.C. dipende dalla coincidenza fra due eventi della guerra del Peloponneso: la sconfitta di Demostene in Etolia e la prima spedizione ateniese in Sicilia. Tucidide nel terzo libro delle Storie racconta entrambi gli episodi.

La campagna etolica di Demostene fu un fallimento militare di grandi proporzioni. Lo stratego ateniese, partito da Naupatto con un corpo di spedizione composto da opliti ateniesi, alleati locri, messeni e arcieri, aveva pianificato un'invasione dell'Etolia interna con l'obiettivo finale di raggiungere la Beozia. Gli Etoli, popolazione di guerrieri leggeri abituati al terreno montano e armati soprattutto di giavellotto, attesero gli Ateniesi nei terreni accidentati e li travolsero con tattiche di guerriglia. Demostene perse una parte consistente dei suoi opliti, fra cui molti dei migliori cittadini ateniesi, e dovette rientrare a Naupatto coperto di vergogna; per timore della reazione popolare ad Atene preferì restare temporaneamente sulle coste occidentali.

Lo stesso 426 a.C. vedeva gli Ateniesi impegnati nella prima spedizione siciliana, deliberata l'anno precedente per appoggiare Leontini contro Siracusa. L'azione contro Inessa, tentata da Lachete, fallì. La prima spedizione siciliana si concluse senza risultati significativi, ma confermò l'interesse strategico di Atene per il fronte occidentale e preparò il terreno alle ben più ambiziose operazioni del 415-413 a.C.

La coincidenza cronologica è la chiave dell'argomento ciaceriano. Negli stessi mesi in cui gli Etoli respingevano vittoriosamente l'attacco di Demostene, gli Ateniesi attaccavano Siracusa. Le due popolazioni si trovavano contemporaneamente a respingere lo stesso nemico. In quel clima di solidarietà militare e politica, la costruzione di una parentela mitica fra Etoli e Siracusani diventava utile, plausibile e politicamente produttiva. La leggenda non nasceva nello studio di un poeta alessandrino quattro secoli dopo: nasceva nell'ambiente di Calcide d'Etolia mentre gli eventi accadevano.

8. Gli arcieri etoli ai fianchi di Atene (415-413 a.C.): un'eccezione militare, non politica

Una difficoltà evidente per la tesi di Ciaceri viene dalla composizione della grande spedizione ateniese contro Siracusa del 415-413 a.C. Tucidide, nel celebre catalogo del libro settimo, ricorda fra le truppe ateniesi anche un contingente di Etoli arruolati per mercede al fianco di Cretesi: «Κρῆτες δὲ καὶ Αἰτωλοὶ μισθῷ καὶ οὗτοι πεισθέντες». Se gli Etoli combattevano sotto le insegne ateniesi contro Siracusa, come si concilia questo dato con l'ipotesi di una propaganda etolico-calcidese filosiracusana negli stessi anni?

Ciaceri risponde distinguendo i piani. Tucidide non dice che quei mercenari rappresentassero la nazione etolica nel suo complesso, né che fossero della città di Calcide. L'accostamento ai Cretesi suggerisce che si trattasse di arcieri, arruolati fra la popolazione montana dell'Etolia interna, simili a quelli che avevano sconfitto Demostene nel 426. Erano genti di tribù barbariche, estranee alla vita politica della Grecia, che si lasciavano assoldare per amore di guadagno. In quel periodo gli Etoli non erano ancora retti da una costituzione politica comune e non formavano un vero stato; il contingente assoldato per la spedizione siciliana era forse poco numeroso, e serviva solo ad accrescere il nucleo cretese.

L'attenzione di Tucidide all'episodio, secondo Ciaceri, dipende proprio dalla peculiarità del dato: lo storico sapeva che gli Etoli avevano sempre parteggiato per i Corinzi contro gli Ateniesi, e la presenza di mercenari etoli nella spedizione siciliana costituiva un'anomalia degna di nota. La spiegazione va cercata nelle necessità economiche di tribù barbariche dell'entroterra, non in un mutamento di indirizzo politico delle città costiere d'Etolia, e in particolare di Calcide, che restava legata alle sorti di Corinto.

Ciaceri trova conferma in una vicenda successiva: nella spedizione di Agesilao gli Acarnani furono costretti a entrare nella lega spartana al fianco degli odiati Etoli, salvo riprendere pochi anni dopo il loro posto nell'esercito ateniese contro di loro. Le ostilità fra Etoli e Acarnani prevalsero sempre sulle necessità imposte dagli eventi. Ricompaiono nelle imprese di Epaminonda; di fronte all'intervento di Filippo di Macedonia gli Etoli seguono il re, gli Acarnani si alleano con Atene. Il ricordo tucidideo degli arcieri etoli nella spedizione siciliana è quindi un fatto d'eccezione, che non modifica l'indirizzo politico delle città costiere d'Etolia.

A conferma indiretta, Ciaceri richiama la tradizione siciliana sulla fondazione di Alonzio, sulla costa nord-orientale dell'isola, attribuita agli Acarnani di Patron Turio compagno di Enea. La leggenda di Alonzio può rispecchiare rapporti del tempo della guerra del Peloponneso, come suggerisce la moneta alonzina con la testa di Atena dall'elmo ateniese, datata all'inizio o alla fine del conflitto. La stessa logica vale, in direzione opposta, per la leggenda etolica di Siracusa: due tradizioni speculari che documentano il riflesso siciliano della contrapposizione fra Atene e Corinto negli anni della grande guerra.

Fonti

Emanuele Ciaceri, La leggenda della colonizzazione etolica di Siracusa, estratto dall'Archivio Storico per la Sicilia Orientale, Anno XI, Fascicolo III, Catania, Officina Tipografica V. Giannotta, 1914, 14 pp.

Edizione consultata: Internet Archive, copia digitalizzata dell'estratto.

Audio-riassunto curato da Alessandro Calabrò il 17 maggio 2026.

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L'edizione di Catania, Officina Tipografica V. Giannotta, 1914

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