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Aretusapedia Libri. Giacomo Bonanni e Colonna, duca di Montalbano, Dell'antica Siracusa illustrata, Messina, Pietro Brea, milleseicentoventiquattro. Buon ascolto.
Trecentottantasei pagine, due libri, una correzione metodica di tutti gli altri. Nel milleseicentoventiquattro il duca di Montalbano dà alle stampe a Messina, presso Pietro Brea, la sua ricostruzione della Siracusa antica. Vuole riportarla, dice nella dedica, «in buona forma», dopo che «le antiche memorie» della patria «per gli altrui scritti andauano malamente guafte, & deprauate». Il libro è dedicato al conte di Lemos don Francesco di Castro e firmato «Di Gannicattini à dì quattro di Gennaio milleseicentoventidue». Il primo libro racconta i luoghi della città. Li divide in Ortigia, Acradina, Ticha, Napoli, Epipoli, Acque, Territorio, Pertinenze, Peregrino. Il secondo elenca gli uomini celebri di Siracusa, dai poeti ai filosofi, dai tiranni ai vincitori olimpici, con un capitolo finale dedicato ad Archimede. Sopra ogni pagina, una polemica continua e cortese contro Vincenzo Mirabella, autore della rivale Dichiarazioni della pianta dell'antiche Siracuse del milleseicentotredici.
Cominciamo dal contesto. Siracusa milleseicentoventiquattro, la prima storiografia organica. Quando il duca di Montalbano stampa a Messina, presso Pietro Brea, i suoi due libri Dell'antica Siracusa illustrata, sono passati undici anni dalle Dichiarazioni di Vincenzo Mirabella del milleseicentotredici, e ne mancheranno centottantanove a quelle di Giuseppe Maria Capodieci del milleottocentotredici. In mezzo, l'archeologia siracusana è un cantiere aperto. Tommaso Fazello ha consegnato nel millecinquecentocinquantotto le sue Due Deche. Filippo Cluverio nel milleseicentodiciannove ha pubblicato la Sicilia antiqua. Bonanni si inserisce in questo dialogo serrato con un metodo dichiarato fin dalla prefazione. «Il nostro disegno ne i seguenti discorsi sarà di trattare di quei luoghi antichi, i quali appartengono alla città di Siracusa, e anco di quei primi personaggi che quella hanno illustrata.»
La materia del primo libro si divide in dieci capitoli. Ortigia, Acradina, Ticha, Napoli, Epipole, Siracusa, Acque, Territorio, Pertinenze, Peregrino. Il secondo libro raccoglie gli uomini «degni, ò per eruditione di lettere, ò per notabili attioni, ouero auuenimenti, ò per virtù particolari». La dichiarazione di intenti è limpida e polemica. Spogliare dell'usurpata cittadinanza siracusana «quei professori di lettere» che vi erano stati attribuiti per errore «da alcuni Scrittori», restituendoli «hormai nelle lor patrie». Il libro è una continua opera di rettifica. La maggior parte dei rilievi viene mossa contro Mirabella, qualche volta contro Cluverio, qualche altra contro Fazello, ma il bersaglio principale è sempre il letterato siracusano del milleseicentotredici.
Chi è dunque l'autore? Giacomo Bonanni Colonna, duca di Montalbano. Don Giacomo Bonanni e Colonna è duca di Montalbano, signore di Cannicattini, e dedica l'opera «All'Illustrissimo e Eccellentissimo Signor mio osservandissimo, il Signor Don Francesco di Castro, conte di Lemos». Ricorda che il manoscritto era stato promesso «in Palermo» «nell'vltim'anno, ch'hebbe il gouerno di questo Regno». La lettera dedicatoria è datata Cannicattini, quattro gennaio milleseicentoventidue, e firmata «D Giacomo Bonanno e Colonna». Bonanni è uomo d'arme e di lettere, formatosi nella nobiltà siciliana della prima metà del Seicento. Una nobiltà che ha il latino e il greco come patrimonio condiviso, accesso ai grandi codici, gusto antiquario di gabinetto.
La prefazione mostra un autore che ha riletto Tucidide, Diodoro Siculo, Plutarco, Cicerone, Livio, Pausania, Strabone, Suida, Ateneo, Eliano, Polibio, Giustino, e che cita di seconda mano Erodoto, Aristotele, Vitruvio, Servio, Eustazio. La modestia formale è di rito. «Hò giudicato esser giusto il mio zelo di ridurle in buona forma così come hà potuto la debolezza del mio ingegno.» La polemica con Mirabella è invece costante e formalmente cortese. «Don Vicenzo Mirabella scambiando il Tempio di Giunone...» «Soprabondono in tanto le scappate del Mirabella, che quando io penso d'essere giunto al fine, m'auueggo, che all'hora comincio da capo.» Il libro è preceduto da un epigramma latino del figlio dell'autore, Filippo Bonanni. «Collapsa Urbs quondam quadruplex Arethusia, nuper, lacerata, rude, et miserabile monstrum.» A questa città in rovina il padre, dice il figlio, restituisce «Cultum adhibens».
Entriamo nel libro primo. Ortigia, Penisola, Tempio di Minerva e di Diana. L'apertura del libro primo è sulla questione del nome di Siracusa. Bonanni rifiuta la derivazione da Archia di Corinto sostenuta da Mirabella e Fazello, e accoglie quella, già di Stefano di Bisanzio, che fa derivare il toponimo dalla palude Siraca. «Non è dubbio che da quella intese Stefano essere denominata Siracusa.» Sulla fondazione, segue Cluverio nel datarla all'anno secondo dell'undicesima Olimpiade, «cioè settecentotrentacinque anni prima del nascimento di Gesù Cristo nostro Salvatore».
Ortigia è la prima delle cinque parti della Città. Bonanni la descrive Penisola secondo Strabone, citando Ibico. «Ma un'altra volta, quando viveva Cicerone, fu Isola, e vi si passava per lo ponte, che congiungeva l'Isola col continente.» Il Tempio di Minerva è la voce più estesa del capitolo. Bonanni lo identifica con la cattedrale. «Hoggi questo Tempio è ristesso, che il Duomo della Città sotto nome di Santa Maria del Piliero, però alquanto mutato.» L'ingresso era a ponente. Sullo scudo di Minerva, accetta la ricostruzione di Mirabella riportando il passo verbatim. «Scudo di Minerva posto in cima d'vna Torre, sù'l Tempio di questa Dea fabricata. Qual essendo di rame indorato, per la reflessione i raggi solari era da ben lungi veduto da nauiganti.» Il Tempio di Diana è la seconda voce, dimostrato dalle parole di Cicerone che parlano di due templi, «duae, quae longe ceteris antecellunt, Dianae una, et altera, quae fuit ante istius adventum ornatissima, Minervae». La fonte Aretusa è collocata sul lato sud-orientale dell'isola. «Quella parte dell'Isola, dou'esce Arethusa, guardi il Mezzo giorno, e non il Ponente.»
Veniamo al Castello e ai palazzi dei tiranni. La sezione dedicata alle fortificazioni di Ortigia è una ricostruzione filologica delle stratificazioni difensive. Il primo muro fu quello eretto «dopo la cacciata di Thrasibulo» secondo Diodoro. Dionisio maggiore tirò attorno all'Isola un gran muro con frequenti torri. Bonanni distingue con precisione i palazzi. Il Palazzo del Re Hierone Secondo, identificato con la Casa dei Pretori romani citata da Cicerone, «in qua Domus est, quae regis Hieronis fuit, qua Praetores uti solent». E quello di Dionisio, di cui resta solo il sito della Fortezza dell'Isola, divenuta poi Palazzo del Re Hierone, e «ultimamente stanza de'Pretori Romani». Il duca polemizza esplicitamente con Mirabella su questa identificazione. Sul Castel Maniace, all'estremo meridionale dell'isola, Bonanni respinge l'idea che vi fossero collocati i Granai pubblici. «Parmi che il luogo particolare, al quale applica il Mirabella à questi Granai, in nessun modo possa essere nel Castel Maniace, dov'egli l'assegna, e ciò per lo continuo ondeggiare del mare.» La Fortezza del Castello è la stessa di Dionisio, di Hierone, dei Pretori, ricostruita stratigraficamente in base alle fonti.
Veniamo ad Acradina. Pritaneo, Foro, Strada Maestra. La sezione su Acradina, seconda parte della città, è una delle più dense per topografia urbanistica. Bonanni discute con metodo le voci dell'antico tessuto cittadino. Il Pritaneo apre il capitolo. «Il Pritaneo Siracusano si vedeva in Acradina.» Mirabella lo identificava con il Pretorio, riportato da Bonanni come «Pritaneo Palagio di tener ragione, ouero di Giustizia», ma il duca rifiuta la sovrapposizione. Il Pritaneo «non è Corte, ò Pretorio, ma vna Casa», sede del culto pubblico e luogo di ospitalità onorifica, citato esplicitamente da Cicerone nelle Verrine. Sul Foro, Bonanni segue Diodoro nel collocarlo presso il Tempio di Giove Olimpio, «non procul a foro», e Plutarco nella Vita di Timoleonte. «Deinde sepulchrum in foro structum porticu circumdant.» La Strada Maestra è la via lata perpetua di Cicerone nel quarto contra Verre. Sul tracciato puntuale Bonanni si limita a notare che «il Mirabella la disegna di passo in passo, però se l'accerti, o no, ciascheduno ne potrà far giudicio». Le Statue di Verre, le Botteghe degli Orefici, il Granaio Pubblico, la Torre di Agatocle, completano la mappa di Acradina.
Veniamo a Tica e Napoli, dal sepolcro di Archimede alle Latomie. Tica è la zona del Labdalo e degli acquedotti. «L'Aquidoccio, che si vede in Ticha, è cauato per essa via pietra, opera de gli Antichi, si conduce per esso molta copia d'acque buone, le quali si deriuano dalle falde del monte di Crimiti.» Le Porte Aggraggiane sono il primo riferimento del capitolo di Napoli, e introducono la sezione più celebrata del libro. Il sepolcro di Archimede. Bonanni cita per esteso il passo di Cicerone, Tuscolane Quinto. «Dalla stessa città trarrò fuori un piccolo uomo umile, sollevato dalla polvere e dal compasso, che visse molti anni dopo, Archimede, di cui io questore, mentre i siracusani negavano del tutto la sua esistenza, cinto da ogni parte e ricoperto di rovi e di sterpi, scoprii il sepolcro.» Bonanni precisa contro Mirabella che «la Sfera col Cilindro era scolpita nella colonnetta, e non sopra apposta». Se la Sfera fosse stata sopra apposta, Cicerone l'avrebbe vista al primo incontro.
Le Latomie sono distinte con cura. Il Carcere di Dionisio è uno solo, secondo Cicerone. Altro è il Carcere delle Epipole, contro la confusione di Cluverio. Le Latomie «più degne sono sei». «Una attorno al Conuento de'Padri Capuccini, l'altra nel Romito detto Arcadino luogo di diporto, e mio; quella, che si chiama di Santa Vennera; l'altra del Barbuto, ò San Nicolò; un'altra, che ha nome il Carcere di Dionisio; finalmente ve n'è un'altra nell'Epipole, che volgarmente dicono del Buffalaro.»
Veniamo a Epipoli ed Eurialo, il sistema difensivo di Dionisio. La sezione sulle Epipoli è il capitolo militare del libro. Bonanni inizia col definire il termine. «Vnde etiam nomen ei Syracusani imposuerunt Epipole, quod sit excelsior reliqua.» Le Epipoli sono il pianoro alto sopra la città, il primo punto da occupare per chi vuole assediare Siracusa, come fecero gli Ateniesi. Diodoro racconta nel quattordicesimo libro la fortificazione voluta da Dionisio maggiore. Bonanni descrive la mole della fortificazione. «In esso vi sono le Latomie, l'Hexapilo, i Castelli, e la Muraglia, che da Settentrione, da Ponente, e Mezzo giorno la circonda.» La muraglia misura trenta stadi, «quattro miglia manco vn quarto», contro le tre interpretazioni esagerate di Mirabella. Il duca individua, sul terreno, le tre alture su cui poggia il sistema. «Si trovano due altri poggetti, sì che tutti tre sono discosti, l'uno dall'altro quasi d'uguale distanza; del secondo non si legge nome particolare, il terzo era detto Eurialo.» Eurialo è il punto cardine della difesa occidentale. La sezione conclude con un'ammirazione esplicita per la grandezza della muraglia. «In materia di mura di Città distrutte lasciò di vedere le più meravigliose rouine d'Europa; l'ardisco di dire, perchè non so, se altrove uguali se ne ritrouino, non che superiori, in lunghezza di tratto, in ampiezza di soda fabrica, e in grandezza di riquadrati sassi.»
Veniamo ad Aretusa, Anapo, Ciane, il sistema delle acque. Il capitolo dedicato alle Acque è uno dei più ricchi di letture filologiche. Sull'origine di Aretusa, Bonanni rifiuta la favola del fiume Alfeo che arriva sotto il mare da Grecia. «Quella opinione è discacciata, e schernita da Strabone, e da altri ancora.» La sua proposta è che la fonte derivi «dal continente, e non da Grecia», secondo l'autorità di Servio commentatore di Virgilio, e in base a un'osservazione recente. «In tempo di Carlo Quinto l'anno millecinquecentocinquantadue, cavandosi il terreno nello stretto per far Isola Siracusa, vscì fuora tanta copia d'acque dolci in guisa di fiume, che l'opera si lasciò imperfetta.»
L'Anapo è il «fiume cotanto famoso» della guerra ateniese. «L'Anapo era discosto dall'antica habitatione della Città vn miglio, & vn quarto.» Su Ciane, la fonte sulla destra dell'Anapo. «Su la destra riua di Anapo à distanza di vn miglio si ritroua la fonte Ciane, la quale per ciò con molta copia d'acque si scarica sù'l fiume Anapo.» L'autore riporta la favola ovidiana di Anapo amante di Ciane in forma di maschio, e chiude con la lettura ovidiana e pliniana della fonte sacra a Proserpina.
Veniamo al libro secondo, gli uomini celebri di Siracusa. Il libro secondo si apre con una rivendicazione metodica. Occorre «dar a quei professori di lettere libera licenza da Siracusa, dove per molti anni sono vissuti in esilio, rimettendoli hormai nelle lor patrie». Bonanni distribuisce gli uomini celebri in otto capitoli tematici. «Il primo è detto il Forastiero»; «il secondo è chiamato il Poetico, perchè non d'altro, che de i Poeti ragiona»; «il terzo diciamo l'Historico da gli Historici»; «il quarto il Rhetorico, ouero l'Oratorio»; «il quinto dicesi il Filosofo»; «il sesto viene chiamato il Misto»; il settimo «ha nome dell'Heroico»; «l'ottavo, e ultimo il Vario nominiamo».
Le voci più rilevanti del libro secondo sono dunque quelle del Poetico e dell'Heroico. Epicarmo apre il Poetico come «ritrouatore dell'artificioso Poema della Comedia», con Formo Siracusano per compagno. Bonanni precisa, contro Mirabella, che la paternità della commedia è condivisa, e cita Aristotele nella Poetica. Su Timeo, lo storico siracusano del quarto secolo avanti Cristo, Bonanni assume il dato di Diodoro contro Strabone, Suida, Luciano e Ateneo. «Diodoro discrepando da tutti lo scriue Siracusano.» La sezione su Empedocle è invece una controprova negativa. «Empedocle non fu Siracusano, ma Agrigentino», contro chi voleva attribuirlo alla città. La Retorica fu invenzione di Empedocle agrigentino, non siracusano.
Veniamo ad Archimede, la sezione più estesa del libro secondo. La voce Archimede è la più estesa del libro secondo. Bonanni la apre con un dubbio sulla nobiltà del matematico. Cicerone lo definì «humilem homunculum a pulvere, et a radio excitatum», cioè «huomo di bassa conditione». E Silio Italico lo dice povero. «Nudus opum, sed cui caelum, terraeque paterent.» Bonanni propone una soluzione di compromesso. «La consanguinità, ouero affinità di Archimede potè forse tirarsi dall'origine materna del sudetto Hierone.» Su Conone maestro e Dositeo amico, e sulle invenzioni: la sfera, l'organo idraulico, lo specchio che bruciava di lontano, la macchina detta Divulsile citata da Galeno, la coclea inventata in Egitto per irrigare i campi del Nilo, l'argano «stromento tanto necessario al mondo», il famoso varo della grande nave di Hierone. Bonanni cita per esteso il passo di Vitruvio sulla scoperta della corona falsificata di Hierone. Sulla morte di Archimede, Cicerone è il testimone. La sezione si chiude con il famoso detto «Non Archimedei potui melius», proverbio antico. Archimede è la corona dell'opera, il «singolar Mathematico, e Filosofo» che giustifica la stessa esistenza di un Libro Secondo.
Veniamo ai tiranni: Gelone, Hierone Primo e Secondo, Dionisio Padre e Figlio, Agatocle. Il capitolo Heroico è la rassegna dei tiranni e re di Siracusa. Gelone apre la galleria. Bonanni rettifica Pausania, che distingueva due Geloni. «Gelone figliuol di Dinomene, di cui parla Pausania, è il medesimo, che Gelone tiranno di Gela, ilqual poscia regnò in Siracusa.» Sulla cronologia. «Egli entrò nell'imperio di Siracusa l'anno primo della Olimpiade settantesima quarta, e non l'anno secondo della Olimpiade settantesima seconda», quando aveva preso solo Gela.
Hierone Primo segue. Diodoro lo dice tirannico e duro. Eliano gli attribuisce liberalità. Bonanni concilia. «Nel principio del governo si mostrò macchiato de'sudetti vitij, i quali poi in processo di tempo corresse con la forza della virtù.» Dionisio padre, secondo Patrizio, vorrebbe collocarsi come secondo poeta dopo Democrito; Bonanni respinge l'opinione come vaneggiamento, pur ricordando che Dionisio compose tragedie e ne vinse una nei Baccanali di Atene. Dionisio figlio cade in lussuria a Locri e poi a Corinto, dove conduce, secondo Platone nell'Epistola settima, vita «non honestè». Sul matrimonio con Arete figlia e Aristomaca moglie, Bonanni discute le confusioni di Eliano. Agatocle è oggetto della sezione storiografica di Timeo, che lo aveva diffamato perché bandito dalla Sicilia. Bonanni nota che lo storico «lo dipinge più vitioso di quello, che colui fu».
Hierone Secondo chiude il capitolo. Padre detto Hieroclito da Giustino e Hierocle da Pausania. Morì di malattia secondo Livio e Polibio, contro la favola pausaniana che lo voleva ucciso da Dinomene siracusano. Bonanni preferisce Livio. «Io adherisco» alla sentenza «come vera». La sezione sui tiranni si chiude con i vincitori olimpici siracusani. Ligdamo, primo a vincere il Pancrazio nella trentatreesima Olimpiade secondo Solino. Asilo, vincitore dello Stadio nella settantatreesima Olimpiade secondo Diodoro. Egesia, figlio di Sostrato, vincitore con le carrette delle mule, celebrato da Pindaro.
Veniamo all'eredità. Bonanni milleseicentoventiquattro, Mirabella milleseicentotredici, Capodieci milleottocentotredici, Aretusapedia oggi. Il libro di Bonanni Colonna sta in una catena precisa di trasmissione. Nasce per correggere le Dichiarazioni di Vincenzo Mirabella del milleseicentotredici. Mirabella era stato il primo a sistematizzare in volgare la topografia delle quattro città di Cicerone, e Bonanni lo prende come bersaglio polemico costante, formalmente cortese, sostanzialmente esigente. Centonovantanove anni dopo, Giuseppe Maria Capodieci negli Antichi monumenti di Siracusa del milleottocentotredici avrà entrambi sul tavolo. Cita Mirabella e «il Bonanni» nelle medesime pagine, dichiara torto o ragione, raddrizza le misure, aggiunge gli scavi del suo tempo. La storiografia siracusana del primo Ottocento riconosce in Bonanni Colonna il secondo grande della catena, dopo Mirabella e prima di Capodieci.
Aretusapedia oggi recupera l'opera del milleseicentoventiquattro come parte di una trilogia di base. Tre autori, tre città topografiche, tre stagioni storiografiche distinte, ma tutte intente a riportare in vita la mappa antica di Siracusa per la città che effettivamente abita queste rovine. Bonanni Colonna lo dice esplicitamente nella prefazione. «A porre in iscritto il tutto niuna altra causa m'ha mosso, se non la sincerità d'affetto naturale, che ci stringe all'honore, e chiarezza della Patria.» Quattrocento anni dopo, quella patria è ancora qui, e legge.
Edizione consultata. Giacomo Bonanni e Colonna, duca di Montalbano, Dell'antica Siracusa illustrata, Messina, Pietro Brea, milleseicentoventiquattro, trecentottantasei pagine. Le citazioni italiane sono modernizzate ortograficamente dalla grafia seicentesca originale; le citazioni latine sono riportate come Bonanni le cita nel testo.
APPROVATO.
Sinossi. Trecentottantasei pagine, due libri, una correzione metodica di tutti gli altri. Nel 1624 il duca di Montalbano dà alle stampe a Messina, presso Pietro Brea, la sua ricostruzione della Siracusa antica per riportarla «in buona forma», dopo che «le antiche memorie» della patria «per gli altrui scritti andauano malamente guafte, & deprauate». Il libro è dedicato al conte di Lemos don Francesco di Castro e firmato «Di Gannicattini à dì 4. di Gennaio 1622». Il primo libro racconta i luoghi della città dividendoli in Ortigia, Acradina, Ticha, Napoli, Epipoli, Acque, Territorio, Pertinenze, Peregrino. Il secondo elenca gli uomini celebri di Siracusa, dai poeti ai filosofi, dai tiranni ai vincitori olimpici, con un capitolo finale dedicato ad Archimede. Sopra ogni pagina, una polemica continua e cortese contro Vincenzo Mirabella, autore della rivale *Dichiarazioni* del 1613.
1. Siracusa 1624: la prima storiografia organica
Quando il duca di Montalbano stampa a Messina, presso Pietro Brea, i suoi due libri Dell'antica Siracusa illustrata, sono passati undici anni dalle Dichiarazioni della pianta dell'antiche Siracuse di Vincenzo Mirabella (1613) e ne mancheranno centottantanove a quelle di Giuseppe Maria Capodieci (1813). In mezzo, l'archeologia siracusana è un cantiere aperto: Tommaso Fazello ha consegnato nel 1558 le sue Due Deche, Filippo Cluverio nel 1619 ha pubblicato Sicilia antiqua. Bonanni si inserisce in questo dialogo serrato con un metodo dichiarato fin dalla prefazione: «Il nostro disegno ne i seguenti discorsi sarà di trattare di quei luoghi antichi, i quali appartengono alla città di Siracusa, & anco di quei primi personaggi, che quella hanno illustrata». La materia del primo libro si divide in dieci capitoli: «Ortigia, Acradina, Ticha, Napoli, Epipole, Siracusa, Acque, Territorio, Pertinenze, Peregrino». Il secondo libro raccoglie gli uomini «degni, ò per eruditione di lettere, ò per notabili attioni, ouero auuenimenti, ò per virtù particolari». La dichiarazione di intenti è limpida e polemica: spogliare dell'usurpata cittadinanza siracusana «quei professori di lettere» che vi erano stati attribuiti per errore «da alcuni Scrittori», restituendoli «hormai nelle lor patrie». Il libro è una continua opera di rettifica: la maggior parte dei rilievi viene mossa contro Mirabella, qualche volta contro Cluverio, qualche altra contro Fazello, ma il bersaglio principale è sempre il letterato siracusano del 1613.
2. Giacomo Bonanni Colonna, duca di Montalbano
Don Giacomo Bonanni e Colonna è duca di Montalbano, signore di Cannicattini, e dedica l'opera «All'Illustrissimo, & Eccellentissimo Signor mio osseruandissimo, il Signor Don Francesco di Castro, conte di Lemos», ricordando che il manoscritto era stato promesso «in Palermo» «nell'vltim'anno, ch'hebbe il gouerno di questo Regno». La lettera dedicatoria, datata «Di Gannicattini à dì 4. di Gennaio 1622», è firmata «D Giacomo Bonanno e Colonna». Bonanni è uomo d'arme e di lettere, formatosi nella nobiltà siciliana della prima metà del Seicento: una nobiltà che ha il latino e il greco come patrimonio condiviso, accesso ai grandi codici, gusto antiquario di gabinetto. La prefazione mostra un autore che ha riletto Tucidide, Diodoro Siculo, Plutarco, Cicerone, Livio, Pausania, Strabone, Suida, Ateneo, Eliano, Polibio, Giustino, e che cita di seconda mano Erodoto, Aristotele, Vitruvio, Servio, Eustazio. La modestia formale è di rito: «hò giudicato esser giusto il mio zelo di ridurle in buona forma così come hà potuto la debolezza del mio ingegno». La polemica con Mirabella è invece costante e formalmente cortese: «Don Vicenzo Mirabella scambiando il Tempio di Giunone...», «Soprabondono in tanto le scappate del Mirabella, che quando io penso d'essere giunto al fine, m'auueggo, che all'hora comincio da capo». Il libro è preceduto da un epigramma latino del figlio dell'autore, Filippo Bonanni: «Collapsa Vrbs quondam quadruplex Arethusia, nuper, lacerata, rude, & miserabile monstrum». A questa città in rovina il padre, dice il figlio, restituisce «Cultum adhibens».
3. Libro Primo: Ortigia, Penisola, Tempio di Minerva e di Diana
L'apertura del libro primo è sulla questione del nome: Bonanni rifiuta la derivazione da Archia di Corinto sostenuta da Mirabella e Fazello, e accoglie quella, già di Stefano di Bisanzio, che fa derivare il toponimo dalla palude Siraca: «non è dubio, che da quella intese Stefano essere denominata Siracusa». Sulla fondazione, segue Cluverio nel datarla all'anno secondo dell'undicesima Olimpiade, «cioè settecento trentacinque anni prima del nascimento di Gesù Christo nostro Saluatore». Ortigia è la prima «delle cinque parti della Città». Bonanni la descrive «Penisola» secondo Strabone, citando Ibico, «ma vn'altra volta, quando viuea Cicerone, fù Isola, e vi si passaua per lo ponte, che congiungeua l'Isola col continente». Il Tempio di Minerva è la voce più estesa del capitolo. Bonanni lo identifica con la cattedrale: «Hoggi questo Tempio è ristesso, che il Duomo della Città sotto nome di Santa Maria del Piliero, però alquanto mutato». L'ingresso era a ponente, contro chi lo collocava altrove: «Sarei soverchio à recarne la descrittione, poiché con singolar diligenza è stata fatta da Don Vicenzo Mirabella». Sullo scudo di Minerva, accetta la ricostruzione di Mirabella, riportando il passo verbatim: «Scudo di Minerva posto in cima d'vna Torre, sù'l Tempio di questa Dea fabricata. Qual essendo di rame indorato, per la reflessione i raggi solari era da ben lungi veduto da nauiganti». Il Tempio di Diana è la seconda voce: «V'è posto ancora nell'Isola il Tempio di Diana», dimostrato dalle parole di Cicerone che parlano di due templi «duae, quae longè cæteris antecellunt, Dianæ vna, & altera, quæ fuit ante istius aduentum ornatissima, Mineruæ». La fonte Aretusa è collocata sul lato sud-orientale dell'isola: «quella parte dell'Isola, dou'esce Arethusa, guardi il Mezzo giorno, e non il Ponente».
4. Il Castello e i palazzi dei tiranni
La sezione dedicata alle fortificazioni di Ortigia è una ricostruzione filologica delle stratificazioni difensive: il primo muro fu quello eretto «dopo la cacciata di Thrasibulo» secondo Diodoro, «Acradinam Vrbis partem, & Insulam occupant, vterque enim locus murum egregie constructum habebat». Dionisio maggiore tirò attorno all'Isola un gran muro con frequenti torri, secondo l'ulteriore precisazione: «Dionysius cernens Insulam vrbis per se munitissimam facile à praesidio aliquo custodiri posse, magnifico illam muro, in quo crebras in altum Turres eduxit, à reliqua vrbe seiungere coepit». Bonanni distingue con precisione i palazzi: il Palazzo del Re Hierone II, identificato con la Casa dei Pretori romani citata da Cicerone, «in qua Domus est, quae regis Hieronis fuit, qua Praetores vti solent»; e quello di Dionisio, di cui resta solo il sito della Fortezza dell'Isola, divenuta poi Palazzo del Re Hierone, e «vltimamente stanza de'Pretori Romani». Il duca polemizza esplicitamente con Mirabella su questa identificazione: «Il Mirabella nel numero ventefimosettimo della prima Tauola rafferma» la stessa cosa, ma poi cade nella «scarsa intelligenza» del passo ciceroniano sulla bottega d'oro di Verre. Quanto al Castel Maniace, l'estremo meridionale dell'isola, Bonanni respinge l'idea che vi fossero collocati i Granai pubblici: «Parmi, che il luogo particolare, al quale applica il Mirabella à questi Granai, in nessun modo possa essere nel Castel Maniace, dou'egli l'assegna, e ciò per lo continuo ondeggiare del mare». La Fortezza del Castello è la stessa di Dionisio, di Hierone, dei Pretori, ricostruita stratigraficamente in base alle fonti.
5. Acradina: Pritaneo, Foro, Strada Maestra
La sezione su Acradina, seconda parte della città, è una delle più dense per topografia urbanistica. Bonanni discute con metodo le voci dell'antico tessuto cittadino. Il Pritaneo apre il capitolo: «Il Pritaneo Siracusano si vedea in Acradina». Mirabella lo identificava con il Pretorio, riportato da Bonanni come «Pritaneo Palagio di tener ragione, ouero di Giustizia», ma il duca rifiuta la sovrapposizione: «Che non sia Corte, ò Palazzo di Giustitia, lo mostraremo». Il Pritaneo «non è Corte, ò Pretorio, ma vna Casa», sede del culto pubblico e luogo di ospitalità onorifica, citato esplicitamente da Cicerone nelle Verrine. Sul Foro, Bonanni segue Diodoro nel collocarlo presso il Tempio di Giove Olimpio «non procul à foro», e Plutarco nella Vita di Timoleonte: «Deinde sepulchrum in foro structum porticu circumdant». Bonanni rifiuta l'idea che il sepolcro di Timoleonte si trovasse altrove. La Strada Maestra è la via lata perpetua di Cicerone nel quarto contra Verre: «Cæteraeque Vrbis partes vna lata Via perpetua, multisque transuersis diuisa priuatis aedificijs continentur». Sul tracciato puntuale Bonanni si limita a notare che «il Mirabella la disegna di passo in passo, però se l'accerti, ò nò, ciascheduno ne potrà far giudicio». Le Statue di Verre, le Botteghe degli Orefici, il Granaio Pubblico, la Torre di Agatocle «medesimamente fatta in Acradina da Agatocle à dirimpetto», completano la mappa di Acradina, con la solita acribia documentale e la solita reticenza polemica.
6. Tica e Napoli: dal sepolcro di Archimede alle Latomie
Tica e Napoli sono trattate dopo Acradina, in successione. Tica è la zona del «Labdalo» e degli acquedotti: «L'Aquidoccio, che si vede in Ticha, è cauato per essa via pietra, opera de gli Antichi, si conduce per esso molta copia d'acque buone, le quali si deriuano dalle falde del monte di Crimiti». Le Porte Aggraggiane sono il primo riferimento del capitolo di Napoli, e introducono la sezione più celebrata del libro: il sepolcro di Archimede. Bonanni cita per esteso il passo di Cicerone, Tusculane V: «Ex eadem vrbe humilem homunculum à puluere, & à radio excitabo, qui multis annis post fuit, Archimedem, cuius ego Quaestor ignoratum ab Syracusanis, cum esse omnino negarent, septum vndique, & vestitum vepribus, & dumetis indagaui sepulchrum». Bonanni precisa contro Mirabella che «la Sfera col Cilindro era scolpita nella colonnetta, e non soprapposta»: «se la Sfera fosse stata soprapposta alla colonnetta, Cicerone al primo incontro haurebbe veduta la Sfera». Le Latomie sono distinte con cura. Il Carcere di Dionisio è uno: «Career ille, quì est à crudelissimo tyranno Dionysio factus Syracusis, qua Latomiae vocantur, in istius imperio domicilium ciuium Romanorum fuit». Altro è il Carcere delle Epipole, contro la confusione di Cluverio. Le Latomie «più degne fon sei»: «vna attorno al Conuento de'Padri Capuccini, l'altra nel Romito detto Arcadino luogo di diporto, & mio; quella, che si chiama di Santa Vennera; l'altra del Barbuto, ò San Nicolò, vn'altra, che hà nome il Carcere di Dionisio; finalmente vene vn altra nell'Epipole, che volgarmente dicono del Buffalaro».
7. Epipoli ed Eurialo: il sistema difensivo di Dionisio
La sezione sulle Epipoli è il capitolo militare del libro. Bonanni inizia col definire il termine: «Vnde etiam nomen ei Syracusani imposuerunt Epipole, quod sit excelsior reliqua». Le Epipoli sono il pianoro alto sopra la città, il primo punto da occupare per chi vuole assediare Siracusa, come fecero gli Ateniesi. Diodoro racconta nel quattordicesimo libro la fortificazione voluta da Dionisio maggiore: «Namque Epipolarum situm contra Syracusas peropportunum esse cernebat. Architectis ergo accersitis ex sententia illorum muniendas Epipolas esse duxit, vbi nunc murus ad Hexapyla existit». Bonanni descrive la mole della fortificazione: «In esso vi son le Latomie, l'Hexapilo, i Castelli, e la Muraglia, che da Settentrione, da Ponente, e Mezzo giorno la circonda». La muraglia, sul terreno, misura trenta stadi, «quattro miglia manco vn quarto», contro i trecento stadi che Mirabella aveva male interpretato. Il duca individua, sul terreno, le tre alture su cui poggia il sistema: «si trouano due altri poggetti, sì che tutti tré sono discosti, l'vno dall'altro quasi d'vguale distanza; del secondo non si legge nome particolare, il terzo era detto Eurialo». Eurialo è il punto cardine della difesa occidentale, e Bonanni ne discute la posizione con citazioni puntuali di Tucidide e Livio. La sezione conclude con un'ammirazione esplicita per la grandezza della muraglia: «in materia di mura di Città distrutte lasciò di vedere le più marauigliose rouine d'Europa: l'ardisco di dire, perchè non sò, se altroue vguali se ne ritrouino, non che superiori, in lunghezza di tratto, in ampiezza di soda fabrica, & in grandezza di riquadrati sassi».
8. Aretusa, Anapo, Ciane: il sistema delle acque
Il capitolo dedicato alle «Acque» è uno dei più ricchi di letture filologiche. Sull'origine di Aretusa, Bonanni rifiuta la favola del fiume Alfeo che arriva sotto il mare da Grecia: «Quella opinione è discacciata, e schernita da Strabone, e da altri ancora, & intiero hà grande apparenza di fauoloso». La sua proposta è che la fonte derivi «dal continente, e non da Grecia», secondo l'autorità di Servio commentatore di Virgilio, e in base a un'osservazione recente: «in tempo di Carlo Quinto l'anno 1552, cauandosi il terreno nello stretto per far Isola Siracusa, vscì fuora tanta copia d'acque dolci in guisa di fiume, che l'opera si lasciò imperfetta». L'Anapo è il «fiume cotanto famoso» della guerra ateniese: «L'Anapo era discosto dall'antica habitatione della Città vn miglio, & vn quarto». Su Ciane, la fonte sulla destra dell'Anapo: «Su la destra riua di Anapo à distanza di vn miglio si ritroua la fonte Ciane, la quale per ciò con molta copia d'acque si scarica sù'l fiume Anapo». L'autore riporta la favola ovidiana di Anapo amante di Ciane in forma di maschio, ricorda che il toponimo «Anos & Anaps in Vibio fon voci pur guaste dalle rette Anes, & Anapos», e chiude con la lettura ovidiana e pliniana della fonte sacra a Proserpina. Il sistema delle acque copre poi i porti, le altre fonti urbane, e si chiude con i ponti antichi sull'Anapo.
9. Libro Secondo: gli uomini celebri di Siracusa
Il libro secondo si apre con una rivendicazione metodica: occorre «dar à quei professori di lettere libera licenza da Siracusa, doue per molti anni sono vissuti in esilio, rimettendoli hormai nelle lor patrie». Bonanni distribuisce gli uomini celebri in otto capitoli tematici: «il primo è detto il Forastiero»; «il secondo è chiamato il Poetico, perchè non d'altro, che de i Poeti ragiona»; «il terzo diciamo l'Historico da gli Historici»; «il quarto il Rhetorico, ouero l'Oratorio da' Rhetorici, & Oratori»; «il quinto dicesi il Filosofo da i Filosofi»; «il sesto viene chiamato il Misto per cagione de' varij scritti degli autori»; il settimo «hà nome dell'Heroico»; «l'ottauo, & vltimo il Vario nominiamo». Le voci più rilevanti del libro secondo sono dunque quelle del Poetico ed Heroico. Epicarmo apre il Poetico come «ritrouatore dell'artificioso Poema della Comedia», con Formo Siracusano per compagno: Bonanni precisa, contro Mirabella, che la paternità della commedia è condivisa, e cita Aristotele nella Poetica: «Cæterùm confingere fabulas, quod quidem à Sicilia primùm manauit, Epicharmus, & Phormis ceperunt». Su Timeo, lo storico siracusano del IV secolo a.C., Bonanni assume il dato di Diodoro contro Strabone, Suida, Luciano e Ateneo: «Diodoro discrepando da tutti lo scriue Siracusano». La sezione su Empedocle è invece una controprova negativa: «Empedocle non fù Siracusano, ma Agrigentino», contro chi voleva attribuirlo alla città. La Retorica fu invenzione di Empedocle agrigentino, non siracusano: «la Rhetorica fù inuentione di Empedocle Agrigentino».
10. Archimede: la sezione più estesa del Libro II
La voce Archimede è la più estesa del libro secondo. Bonanni la apre con un dubbio sulla nobiltà del matematico: «come scrive Don Vicenzo Mirabella nella vita di lui, & altri moderni, non è così certo, che non se ne possa dubitare». Cicerone lo definì «humilem homunculum à puluere, & à radio excitatum», cioè «huomo di bassa conditione», e Silio Italico lo dice povero: «Nudus opum, sed cui caelum, terraeque paterent». Bonanni propone una soluzione di compromesso: «la consanguinità, ouero affinità di Archimede potè forse tirarsi dall'origine materna del sudetto Hierone». Su Conone maestro e Dositeo amico, e sulle invenzioni: la sfera, l'organo idraulico, lo specchio che bruciava di lontano, la macchina detta «Diuulsile» citata da Galeno, la coclea inventata in Egitto per irrigare i campi del Nilo, l'argano «stromento tanto necessario al mondo», il famoso varo della grande nave di Hierone. Bonanni cita per esteso il passo di Vitruvio sulla scoperta della corona falsificata: «Hiero enim Syracusis auctus regia potestate rebus bene gestis, cum auream coronam votiuam Diis immortalibus in quodam fano constituisset ponendam, immani pretio locauit faciendam». Sul sepolcro, riprende il passo già citato delle Tusculane. Sulla morte di Archimede, Cicerone e altri lo testimoniano. La sezione si chiude con il famoso detto «Non Archimedei potui melius», proverbio antico. Archimede è la corona dell'opera, il «singolar Mathematico, e Filosofo» che giustifica la stessa esistenza di un Libro Secondo.
11. I tiranni: Gelone, Hierone I e II, Dionisio I e II, Agatocle
Il capitolo «Heroico» è la rassegna dei tiranni e re di Siracusa. Gelone apre la galleria. Bonanni rettifica Pausania, che distingueva due Geloni: «Gelone figliuol di Dinomene, di cui parla Pausania, è il medesimo, che Gelone tiranno di Gela, ilqual poscia regnò in Siracusa». Sulla cronologia: «egli entrò nell'imperio di Siracusa l'anno primo della Olimpiade settantesima quarta, e non l'anno secondo della Olimpiade settantesima seconda», quando aveva preso solo Gela. Hierone I segue: Diodoro lo dice tirannico e duro, «flagrabat auaritia animus»; Eliano gli attribuisce «liberalitatem». Bonanni concilia: «nel principio del gouerno si mostrò macchiato de'sudetti vitij, i quali poi in processo di tempo corresse con la forza della virtù». Dionisio padre, secondo Patrizio, vorrebbe collocarsi come secondo poeta dopo Democrito, opinione che Bonanni respinge come vaneggiamento, pur ricordando che Dionisio compose tragedie e ne vinse una nei Baccanali di Atene. Dionisio figlio cade in lussuria a Locri e poi a Corinto, dove conduce, secondo Platone nell'Epistola settima, vita «non honestè». Sul matrimonio con Aretha figlia e Aristomacha moglie, Bonanni discute le confusioni di Eliano contro la maggioranza degli autori. Agatocle è oggetto della sezione storiografica di Timeo, che lo aveva diffamato perché bandito dalla Sicilia, e Bonanni nota che lo storico «lo dipinge più vitioso di quello, che colui fu». Hierone II chiude il capitolo: padre detto «Hieroclito» da Giustino e «Hierocle» da Pausania, morì di malattia secondo Livio e Polibio, contro la favola pausaniana che lo voleva ucciso da Dinomene siracusano. Bonanni preferisce Livio: «io adherisco» alla sentenza «come vera». La sezione sui tiranni si chiude con i vincitori olimpici siracusani: Ligdamo, primo a vincere il Pancrazio nella trentatreesima Olimpiade secondo Solino; Asilo, vincitore dello Stadio nella settantatreesima Olimpiade secondo Diodoro; Egesia, figlio di Sostrato, vincitore con le carrette delle mule, celebrato da Pindaro.
Il libro di Bonanni Colonna sta in una catena precisa di trasmissione. Nasce per correggere le Dichiarazioni della pianta dell'antiche Siracuse di Vincenzo Mirabella, pubblicate nel 1613. Mirabella era stato il primo a sistematizzare in volgare la topografia delle quattro città di Cicerone, e Bonanni lo prende come bersaglio polemico costante, formalmente cortese, sostanzialmente esigente. Centonovantanove anni dopo, Giuseppe Maria Capodieci negli Antichi monumenti di Siracusa (1813) avrà entrambi sul tavolo: cita Mirabella e «il Bonanni» nelle medesime pagine, dichiara torto o ragione, raddrizza le misure, aggiunge gli scavi del suo tempo. La storiografia siracusana del primo Ottocento riconosce in Bonanni Colonna il «secondo grande» della catena, dopo Mirabella e prima di Capodieci. Aretusapedia oggi recupera l'opera del 1624 come parte di una trilogia di base: tre autori, tre città topografiche, tre stagioni storiografiche distinte, ma tutte intente a riportare in vita la mappa antica di Siracusa per la città che effettivamente abita queste rovine. Bonanni Colonna lo dice esplicitamente nella prefazione: «à porre in ifcritto il tutto niuna altra causa m'hà mosso, se non la sincerità d'affetto naturale, che ci stringe all'honore, e chiarezza della Patria». Quattrocento anni dopo, quella patria è ancora qui, e legge.
Edizione consultata: Giacomo Bonanni e Colonna, duca di Montalbano, Dell'antica Siracusa illustrata di D. Giacomo Bonanni e Colonna, duca di Montalbano, libri due, in Messina, appresso Pietro Brea, 1624, 386 pp.
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