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Frontespizio di F. Aurelio Favara, Siracusa ne la grandezza del passato, ne l’incanto de la natura (1905)
Aretusapedia · Libri

Siracusa ne la grandezza del passato, ne l’incanto de la natura

di F. Aurelio Favara · [Catania, Tipografia Giannotta] · 1905
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F. Aurelio Favara, Siracusa ne la grandezza del passato, ne l'incanto de la natura (1905)

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Sinossi.

Nel millenovecentocinque l'editore C. Tinè di Siracusa pubblica un volume di centoventidue pagine firmato F. Aurelio Favara, drammaturgo e poeta siracusano già noto per i versi di Visioni ed Affetti, i bozzetti di Ombre e Figure e il dramma sociale Verso la Luce. Il titolo è ampio: Siracusa, ne la grandezza del passato, ne l'incanto de la natura. Con un saggio di bibliografia storica archeologica e ventiquattro fotoincisioni. La firma in calce reca data ferma: Siracusa, tre settembre millenovecentodue.

Il libro racconta due giornate di visita in compagnia di una giovane amica russa, Vera Govoroff Malfitano, alla quale l'opera è dedicata. Si parte all'alba dal porto in barca, si risale l'Anapo e si entra nella fonte Ciane fra i papiri; nel pomeriggio si scende al Museo Archeologico in piazza Duomo, alla fonte Aretusa, alle catacombe di San Giovanni; al tramonto alla Scala greca davanti all'Etna; il giorno dopo, al Castello Eurialo, alle Latomie dei Cappuccini, all'Orecchio di Dionigi, al Teatro greco, alla Via dei Sepolcri.

Dopo il diario d'itinerario, Favara aggiunge una seconda parte intitolata Siracusa ne la grandezza del passato, note archeologiche: schede tecniche su quindici monumenti che fissano misure, datazioni, autorità citate, da Cicerone a Diodoro, da Tucidide a Livio, da Strabone a Plutarco. Chiude con un breve capitolo intitolato Siracusa e le sue magie e con una bibliografia di trentacinque titoli che cita Cavallari, Holm, Orsi, Freeman, Serradifalco, Schneegans, Maupassant, Renan, Burckhardt.

Lo stile è dichiaratamente dannunziano: vapori violetti, ondate di rose, capigliature di papiri, esclamazioni in greco ed in latino, citazioni di Pindaro, Virgilio, Omero, Eschilo, Orazio. Favara dichiara fin dall'incipit di non voler scrivere uno studio storico. Le sue parole sono testuali: non narrerò di questa città la storia, non vi parlerò di Gelone, di Trasibulo. L'obiettivo è formare, citiamo, un semplice caleidoscopio, fine citazione. La materia bibliografica resta confinata nelle note di pagina e nel saggio archeologico finale; il corpo del libro è una camminata letteraria fra rovine, papiri, contadini, campane di festa.

L'edizione del millenovecentocinque è uscita dalla tipografia Stengel e Compagni di Dresda al prezzo di una lira e cinquanta. La firma del frontespizio promette altri tre lavori in preparazione: L'amore di un giovane prete, Siracusa nel Medio Evo, L'Anarchico. Restano oggi una testimonianza preziosa sulla Siracusa di inizio Novecento: una città ancora chiusa nella sola Ortigia, con le campagne dei suburbi mai costruite, con le latomie usate come orti dai cappuccini, con il sarcofago di Adelfia appena scoperto e già al centro della sala cristiana del Museo.

Capitolo primo. Siracusa nel millenovecentodue e millenovecentocinque, lo sguardo dannunziano di Favara.

Quando F. Aurelio Favara firma il manoscritto nel settembre del millenovecentodue, Siracusa conta poco più di trentamila abitanti e vive ancora chiusa nell'isolotto di Ortigia. La città vetusta è in gran parte ancora campagna: i quartieri di Achradina, Tiche, Neapolis ed Epipoli sono terreni agricoli punteggiati da rovine e villini. Il Museo Archeologico, ricavato nei locali del palazzo arcivescovile in piazza Duomo, è ancora quello che il barone Saverio Landolina aveva allestito nei primi decenni dell'Ottocento; sarà solo nel milleottocentonovantotto che Paolo Orsi assume la direzione e avvia gli scavi sistematici a San Giovanni che cambieranno la conoscenza della Siracusa cristiana.

In questa città di provincia che si scopre meta turistica grazie alle guide di Mauceri del milleottocentonovantasette e ai resoconti di viaggio di Maupassant e Schneegans, Favara sceglie un registro letterario alto. Il modello è dichiarato dal lessico stesso: lettrice gentile, cortese lettore; la mia gentile amica; vapori lattiginosi; brivido attraversa i campi; cielo e mare color di rosa. La generazione di Favara legge D'Annunzio e lo cita esplicitamente in apertura. Le parole sono testuali: anche Gabriele D'Annunzio ha ricordato più volte Siracusa, specialmente in uno dei suoi migliori drammi, La Città Morta; ed ha parlato dei suoi giardini lussureggianti, delle arancie squisite, delle sue statue superbe e del mare fascinante.

Lo schema del libro è quello del giornale di viaggio tardo ottocentesco: cornice domestica fra il narratore e l'amica, passaggio di paesaggi, contemplazione delle rovine, citazioni a fior di pagina. Favara intercala versi italiani di Burckhardt, D'Annunzio, Graf, Zanella, Patroni, Majelli, Giaracà; brani in francese di Maupassant; in latino di Virgilio, Cicerone, Orazio; in greco di Omero e Pindaro; in tedesco di Schneegans, lasciato in lingua originale per pagine intere senza traduzione. L'autore lascia volutamente intuire l'ampia bibliografia in lingue straniere; lo studioso che voglia approfondire troverà tutto nel saggio archeologico in coda al volume.

L'incipit fissa subito la posizione. Le parole esatte sono: uno studio storico su Siracusa? Oibò! La storia di Gelone e Trasibulo, dei tiranni grandi e piccini, è materia che ogni studioso conosce; il libro vuole far passare davanti agli occhi dei lettori, citiamo, in una vaga fantasmagoria, come proiezioni d'una lanterna magica, i tramonti d'oro, il mare infinito, i grandiosi ruderi. Favara si dichiara compilatore di un caleidoscopio, non monografista. Lo dichiara di nuovo nelle ultime righe: il titolo spiega da solo il mio intendimento; e se l'arte non ha raggiunto la efficacia del vero, l'amore alla classica terra del sole farà perdonare il difetto.

Capitolo secondo. L'amica russa, la cornice del viaggio.

Il libro è dedicato in apertura, citiamo testualmente, a l'amica gentile Vera Govoroff Malfitano. Il doppio cognome, slavo e italiano, indica una donna di origine russa sposata in Sicilia; il testo la presenta come una signora giovane, di una aristocratica e delicata beltà, aveva gli occhi di quello azzurro periato del mare vespertino, i capelli di un biondo magnifico; era modellata come una Venere e leggiadra come un figurino di mode. È lei il pretesto narrativo: la guida, il narratore Favara, accompagna la straniera nelle due giornate di visita; le citazioni colte servono a istruirla, le esclamazioni in greco e in francese vengono pronunciate da lei.

Il primo gesto che la caratterizza è il silenzio. Davanti alla calma sublime del mare di primo mattino, scrive Favara, stavamo muti, temendo quasi col parlare di rompere quella calma sublime del mare; solo di tratto in tratto ella sussurrava lievemente qualche parola d'ammirazione, pronunciando l'italiano con un po' d'incertezza ch'era una grazia. Vera è la spettatrice ideale: parla poco, comprende molto, ricorda i versi al momento giusto. Quando entrano nel Museo Archeologico e Favara recita brani di Maupassant sulla Venere Landolina, lei esclama: Oh, Maupassant! Ricordo.

Il bilinguismo di Vera permette a Favara di passare in greco. In una delle pagine più note del libro la sentiamo esclamare Thàlatta, Thàlatta, figgendo gli occhi bellissimi di sognatrice nel magnifico mare incantatore. La nota a piè di pagina traduce per i lettori italiani: il mare, il mare. L'amica russa diventa il filtro che giustifica il poliglottismo del libro: una cornice di erudizione condivisa fra due viaggiatori sensibili, lontani dalla folla dei turisti che la guida del Mauceri descrive ammucchiati sui piroscafi.

La cornice serve anche un'altra funzione. Vera Govoroff Malfitano è una lettrice europea che riconosce, in Siracusa, una città mediterranea da cui parte un'eredità classica condivisa con la Russia colta del primo Novecento. Favara dipinge una straniera che a Siracusa non si sente straniera; la sua estasi davanti al sole declinante sulla Scala greca, dove Vera esclama incantevole, incantevole, pensando forse al contrasto fra quel panorama tutto sole e il suo paese tetro, pieno di nebbie e di ghiacci, chiude il quadro russo mediterraneo che il libro intero costruisce.

Vera scompare nelle pagine archeologiche della seconda parte. Il saggio finale parla solo dei monumenti, di Cicerone, di Diodoro, di Tucidide; di lei resta la dedica iniziale e l'eco delle sue esclamazioni di stupore. La cornice si chiude con il narratore solo: storie e leggende, fantasmi del passato, riddan nel mio cervello, mentre, su la città che dorme, squillano lugubremente a distesa i rintocchi alternati de la mezzanotte.

Capitolo terzo. L'Anapo e Ciane, paesaggio mitico.

L'itinerario comincia dall'acqua. Le parole di Favara sono queste: nei primi di giugno, in un mattino pieno di cobalto e di sole prendemmo una barca a la spiaggia e, attraversando il bel porto, che sembra un lago ed è uno dei più grandi e più sicuri del mondo, ci avviammo a l'Anapo. La nota a piè di pagina cita la fonte greca: in Teocrito, Ànapos significa ciò che non si può guardare, il fiume riservato agli dei. La risalita avviene in barca; la barca attraversa il porto grande, costeggia le rovine del Tempio di Giove, due colonne superstiti su un poggio coronato di pioppi e ulivi, e arriva alla foce.

L'Anapo del millenovecentodue è ancora il fiume dei papiri. Favara descrive minuziosamente la vegetazione: giuncheti e canne palustri di straordinaria grossezza, tutte rivestite di piante rampicanti che si stendono da una canna all'altra e ricadono in graziosi festoni; belle foglie verdi in forma di conche volte verso il sole; l'iris germanica fiorisce a mazzi, trionfante su tutto quel verde coi suoi colori azzurro e giallo. I salici hanno le radici contorte ed intrecciate, come serpenti favolosi; sopra tutto si alzano i pioppi che sembrano dormire nell'aria infocata.

Il battelliere spinge la barca con una pertica, un mozzo voga con un remo; i passaggi si stringono e si allargano: ora infilavamo stretti canali da cui pareva di non poter più uscire, ora sboccavamo in vaste distese d'acqua dall'aspetto di laghetti tranquilli, coronati anch'essi di papiri. L'analogia esotica scatta subito. La frase di Favara è netta: tutto l'aspetto d'un fiume delle regioni tropicali. Favara cita Schneegans in tedesco lungamente, pagine senza traduzione, sul silenzio meravigliato, sul sentirsi tagliati fuori dal mondo nonostante il sole del Sud.

L'arrivo al gorgo del Ciane è l'epifania della prima giornata. Le parole sono queste: un laghetto in miniatura, è un miracolo di limpidezza, e tutto intorno nelle rive ha una corona di papiri, che si specchiano ne l'acqua con una delicata fusione di tinte. Si vede a profondità infinita il buco donde emerge l'acqua e vi si scorgono innumerevoli pesci che conducono nell'abisso la loro felice vita di eterno movimento. Favara racconta a Vera la mitologia. Le sue parole esatte: Ciane, io le narrai, come Aretusa, fu una ninfa casta; morì di cordoglio per non aver potuto impedire a Plutone di rapire Proserpina, e fu cambiata in fontana a forza di piangere.

Durante la discesa appare un contadino siciliano disteso sull'erba che improvvisa con un flauto: era la viva imagine dell'invenzione del flauto. Per quel buon siciliano era un bisogno istintivo rispondere con suoni allegri all'armonia della natura e al suo benevolo sorriso. La pagina chiude il quadro pastorale che Favara cerca, con un riferimento implicito ai Bucolici di Teocrito e Virgilio.

Capitolo quarto. Fonte Aretusa e il mito di Alfeo.

Sbarcati al giardino del Foro Vittorio Emanuele, tutto ombreggiato di platani e di palmizi, dove campeggia il busto marmoreo di Archimede, i due viaggiatori attraversano la Galleria dell'antico forte Aretusa e raggiungono la fontana. Favara la descrive nello stato in cui appariva nel millenovecentodue, dopo l'ultimo intervento ottocentesco. Le sue parole: forma di un emiciclo e in fondo, fra cristalline acque popolate da innumerevoli pesci di tutti i colori, vegeta in semicerchio, a guisa di ferro di cavallo, il papiro flessuoso.

L'esclamazione virgiliana è inevitabile: et quantum mutata ab illa, ovvero, e quanto mutata da com'era. Favara ricorda l'aspetto antico: forma di una grotta e l'acqua, a cui si attribuivano mirabili virtù, da un foro scavato nella roccia scendeva nella piscina, in tanta abbondanza da parere un torrente; intorno ampie e magnifiche gradinate di marmo citate da Cicerone come incredibili magnitudine; sul davanti la statua di Artemide, alla quale la fonte era consacrata.

Il mito di Alfeo viene raccontato in versione classica. Le parole di Favara: Alfeo, fiume dell'Elide, si era innamorato di Aretusa, ninfa di Artemide, quando lei, stanca della caccia, era andata a tuffarsi nelle sue onde. Ma la vergine leggiadra, un giorno volendo sottrarsi alle istanze amorose del Dio, si buttò in mare. Alfeo la inseguì sempre fino ad Ortigia, finché Artemide fece scaturire in forma di sorgente la ninfa in questa isoletta; così Alfeo finalmente potè mescolare le sue con le acque di lei. Vera ricorda allora i versi virgiliani dell'Eneide, libro terzo, dai versi seicentonovanta a seicentonovantaquattro. L'autore li riporta in latino: Sicanio praetenta sinu jacet insula contra Plemurium nudosum, nomen dixere priores Ortygiam. Alpheum fama est huc Elidis amnem occultas egisse vias supter mare, qui nunc ore, Arethusa, tuo Siculis confunditur undis.

Nel saggio archeologico finale, l'autore corregge la propria stessa pagina poetica con onestà filologica. Le parole sono queste: le recenti investigazioni mitografiche hanno dimostrato falsa la spiegazione dell'origine del mito data a pagina ventidue. Il mito originario è prettamente siracusano, derivando dalla confusione del culto di Aretusa con quello di Artemide e Alfeo, che avea un sacello presso la fonte stessa. Favara cita gli studi geologici contemporanei: le acque dell'Aretusa provengono dai monti Iblei, si raccolgono sotto le argille azzurre della bassa valle dell'Anapo e sboccano in Ortigia nel contatto verticale coi calcari. Ricorda Lord Nelson che attinse acqua dalla fonte prima di Abukir. Le parole di Nelson, in una sua lettera: abbiamo fatto le provviste e rinfrescata l'acqua, e attingendola dalla fontana di Aretusa, certamente avremo la vittoria.

Capitolo quinto. Le Latomie, dal carcere al giardino.

Le Latomie sono il luogo dove Favara dispiega meglio il proprio stile descrittivo. La visita ai Cappuccini avviene il primo giorno, al ritorno dalla Scala greca; quella del Paradiso il secondo giorno, dopo l'Eurialo. Il libro le tratta come due tappe di una stessa esperienza: cave a cielo aperto trasformate in giardini, profondità di sessanta e ottanta piedi, fondali di aranci e fichi, pareti di calcare ricoperte di edera e capelvenere.

Alle Latomie dei Cappuccini la scena è quasi pittorica: pareti tagliate a picco, dell'altezza di settanta piedi, che hanno una tinta giallognola propria delle rovine greche, con sfumature di color roseo armonico. In una di quelle sale semi ipogee, fra il fresco verde smagliante delle pratoline, il nostro groom ci servì una colazioncina agreste. È tutto un sogno d'artista quel luogo, un vero Eden. I viali si intrecciano, finiscono in una tomba, in una lapide, in un pozzo dirupato; altri salgono fra pini e cipressi, perduti misteriosamente tra il folto degli aranci.

Favara ricorda però la storia tragica. Le sue parole: fra tutta quella potente vegetazione, fra quello incanto di verde e di fiori parea che giungessero sino a noi i gemiti che risonarono un tempo in quelle cavità, in origine orrende prigioni, particolarmente nella disperazione dei settemila Ateniesi, che vi perirono di fame e di miseria dopo la insensata spedizione greca del quattrocentotredici avanti Cristo, quando a Nicia e a Demostene toccò in Siracusa la ben nota tremenda sconfitta.

Nelle note archeologiche finali l'autore aggiunge il dato erudito: si crede anzi generalmente che a queste escavazioni abbiano lavorato, dopo la battaglia d'Imera, i prigionieri cartaginesi, per estrarre i materiali che si richiedevano alla costruzione delle case e dei templi di Siracusa. Poi gli Ateniesi: solo alcuni furono liberati per avere declamato dei versi di Euripide. E infine la trasformazione moderna: ora in queste latomie tutti gli spazi aperti alla luce sono stati ridotti dai cappuccini ad orti e giardini, che possono dirsi il contrapposto degli orti pensili di Babilonia.

La Latomia del Paradiso ospita l'Orecchio di Dionigi e la Grotta dei Cordari. Della prima, Favara ricorda l'origine del nome: fu chiamata così nel secolo sedicesimo dal celebre pittore Michelangelo da Caravaggio, quand'egli, visitandola, osservò la sua somiglianza ad un orecchio; ma al tempo dei Dionisiadi essa era nota col nome di Lapicidine, carcer ille qui est a crudelissimo tyranno Dionysio factus, al dir di Cicerone. Della Grotta dei Cordari l'autore osserva i cordai al lavoro: alcuni cordai attorcevano con le loro rustiche macchine la corda, un vecchietto curvo e bianco venne ad offrirci un bicchier d'acqua pura, freschissima che aveva raccolta nella fontanella della grotta, dove l'acqua filtra attraverso una roccia altissima.

Capitolo sesto. Il Teatro Greco, pietre, parole, drammaturghi.

Bel monumento fu costruito forse sotto il regno di Gerone primo nel quinto secolo avanti Cristo, così Favara introduce il Teatro Greco. La datazione corrisponde a quella oggi corrente per il primo impianto: quinto secolo avanti Cristo, età di Gerone primo. Le misure sono già quelle dei rilievi archeologici contemporanei: diametro di centotrentaquattro metri, e la cavea, scavata tutta nella viva roccia, è scompartita in nove cunei da sette scalette, che hanno quarantasei filari concentrici di sedili superstiti.

Favara cita Sofrone come fonte del nome dell'architetto, Democopo Myrilla. La menzione di Cicerone, maximum, fissa nella memoria erudita il rango del monumento: il Teatro siracusano è il più grande del mondo greco, dopo quello di Mileto e di Megalopoli. Diodoro, nel saggio archeologico, ribadisce che il teatro siracusano era il più bello della Sicilia e più grande anche di quello di Agira.

La pagina più intensa è la rievocazione dei drammaturghi. Le parole di Favara: la nostra mente evocava le imagini di Eschilo, di Epicarmo, di Formide e di Dinoloco, che tante volte, con le loro opere immortali, fecero piangere, ridere, fremere l'immensa moltitudine di spettatori accalcantisi in quei gradini or consunti dal tempo. Favara cita i titoli rappresentati: le Etnee, i Persiani, le Supplici, il Telefo, le Amazoni e tante e tante altre commedie e tragedie. Le Etnee di Eschilo, scritte per la nuova fondazione di Etna voluta da Gerone primo, sono il riferimento più siracusano possibile; i Persiani furono ripresi a Siracusa, secondo la tradizione, alla presenza dello stesso Gerone.

Le note archeologiche ricordano la sistemazione interna del teatro: tre parti, scena, orchestra, cavea, secondo lo schema classico. Le parole di Favara: la scena comprendeva il logheion, uno spazio rettangolare dove parlavano gli attori, e la skené, il fondo con un muro forato da tre porte, di cui quella del mezzo era chiamata porta reale. Sui sedili, le iscrizioni dei nomi: si possono leggere tuttora i nomi dei re Gerone e Gelone, di Giove Olimpico e delle regine Filistide e Nereide. La cavea era divisa in tre fasce, riservate alle persone reali, ai notabili e alla plebe.

Il monumento è scenografia di un tramonto memorabile: il sole quel giorno scendeva a l'orizzonte con un nuovo sorriso, se ne andava in mezzo a una pace serena, senza una nube, sommerso a poco a poco in un bagno d'oro. Davanti alla cavea Favara cita versi di G. Patroni, dal poemetto Syracusae, e di D'Annunzio, accostando i poeti contemporanei al patrimonio antico delle tragedie greche.

Capitolo settimo. Templi di Minerva e Apollo, l'epoca dei templi.

Il Tempio di Minerva è il monumento di Siracusa che Favara visita in piena Ortigia, perché trasformato in Cattedrale. Le sue parole: del Tempio di Minerva, eretto dai Geomori nel quattrocentonovantacinque avanti Cristo, non rimangono che i colonnati dorici coi loro capitelli e gli architravi incastonati nei muri esterni della chiesa, mentre una duplice merlatura di origine saracena corre al disopra degli architravi, coronando, con l'affermazione di una triplice fede, la più strana fusione di riti e di religioni diverse che mai si possano immaginare. La citazione di Renan chiude la pagina: pochi effetti ho veduto di un pittoresco così completo.

La datazione che Favara propone, quattrocentonovantacinque avanti Cristo, al tempo dei Geomori, primi coloni, è quella che la tradizione fissava all'inizio del Novecento; gli studi successivi sposteranno la costruzione alla prima metà del quinto secolo, in età di Gelone, dopo la vittoria di Imera del quattrocentottanta avanti Cristo. Favara nelle note archeologiche descrive l'edificio nei termini di Cicerone, dalla quarta Verrina, capitoli cinquantaquattro e cinquantasei: hexastylos peripteros con trentasei colonne, su un basamento di tre gradini, aveva duecentodiciotto palmi di lunghezza per ottantasei e mezzo di larghezza.

Sopra il frontone, fino al saccheggio di Verre, stava lo scudo di bronzo intarsiato d'oro che, secondo Favara, per il suo splendore si vedeva ad una grande distanza in mare; un passo di Ateneo, libro undicesimo, paragrafo quattrocentosessantadue, raccontava il rito dei naviganti: tutti coloro che sopra un legno lasciavano Siracusa, quando lo scudo posto sul tempio di Minerva spariva ai loro occhi facevano un sacrifizio. Favara registra il vandalismo di Verre, statue, quadri della battaglia di Agatocle, ornamenti dei battenti, e la conversione cristiana dell'anno seicentoquaranta a opera del vescovo Zosimo.

Il Tempio di Artemide, di cui restano alcune colonne monolitiche oggi visibili nel cortile di palazzo Vermexio, è descritto nel libro come hexastylos peripteros, e quindi aveva sei colonne nei due prospetti e diciotto ai lati. La datazione è alta: si crede generalmente che esso risalga al settimo secolo avanti Cristo e che sia stato costruito dai Geomori, i primi coloni d'Ortigia, e dedicato a Diana, che fin dai primordi di Siracusa ne era la dea tutelare. L'iscrizione dedicata ad Apollo, che si osserva ancora incompleta presso oriente, porta in realtà il dubbio sull'attribuzione: il tempio è oggi conosciuto come Tempio di Apollo, non di Artemide.

Favara cita anche, nelle note, gli altri grandi templi della città antica che non hanno lasciato rovine: il Tempio di Giove Olimpico, del quale restano oggi solo due colonne nella campagna verso il Plemmirio, costruito verso il seicentotrenta avanti Cristo perché Zeus Urios mandasse ai naviganti il vento favorevole; il Tempio di Apollo Temenite, il più grande e il più bello della Neapolis. Il quadro che ne risulta è quello di una città di templi smarriti: dietro le rovine superstiti si intravvede la Siracusa di Pindaro e di Eschilo che Cicerone descriveva nella Verrina.

Capitolo ottavo. Catacombe di San Giovanni e Cripta di San Marciano.

Le Catacombe di San Giovanni sono il luogo dove Favara cambia tono. Lo stile contemplativo si fa più cupo. Le parole sono queste: lunghe e strette gallerie fiancheggiate di cripte scavate nella roccia tufacea, anditi infiniti perdentisi ne l'oscurità; un intreccio di corridoi che si prolungano per chilometri e chilometri sotto il suolo; un vero formicaio umano. La temperatura sempre fresca, l'umidità, i tumuli da cui fanno capolino stinchi, vertebre e teschi.

Favara cita versi di Giacomo Zanella, dalle catacombe romane. I versi suonano così: nella recondita mistica notte di inestricabili funebri grotte, fra canti e lagrime di oppressi inermi, di atteso secolo fervono i germi. L'ossa bisbigliano: entro l'ampolle il pio dei martiri sangue ribolle. La citazione di Zanella, poeta cattolico vicentino di formazione romantica e cristiana, sposta il quadro: dalla descrizione archeologica al canto sui martiri.

L'autore si lascia andare a una riflessione storica sul cristianesimo delle catacombe. Le sue parole esatte: al Cristianesimo di quei tempi risale infatti il moderno movimento sociale: fu dalle umili preghiere di quei romiti che sgorgò tutta la forza più che virile di quei martiri; e martiri nel vero senso, nella più bella espressione. Favara distingue il cristianesimo originario da quello istituzionale successivo: il tempo mutò i primi intendimenti, la chiesa deviò di poi, ma l'efficacia del primo impulso rimase e l'umanità continuò per la sua via partendo da la croce e dal cilizio con l'uguaglianza fraterna di tutti in Dio, senza curarsi di triregni e pastorali, di cocolle rosse, nere o paonazze. È una posizione di cattolicesimo laico, vicina a Mazzini, che riconosce ai primi martiri il merito dell'uguaglianza sociale.

Mentre i due viaggiatori leggono un'iscrizione latina, un gruppo di monaci nascosti in un sotterraneo intona il Te Deum; l'eco si moltiplica di galleria in galleria, di sepolcro in sepolcro. La pagina si chiude con la richiesta dei monaci di visitare anche la Cripta di San Marciano; Favara e Vera rifiutano, perché, scrive, ne avevamo troppo di antichità e di quell'olezzo di ammuffito.

Nelle note archeologiche finali, l'autore restituisce a San Marciano la sua importanza: questa è la prima chiesa cristiana fabbricata in Sicilia. Essa risale al secolo sesto e sorge sul sito ove la tradizione afferma avesse predicato San Paolo, durante la sua dimora di tre giorni in Siracusa. Della chiesa di San Giovanni sopra la cripta, edificata sopra l'antichissima cripta di San Marciano, coprendo così l'entrata alle meraviglie sotterranee delle Catacombe, Favara distingue tre epoche: secolo undicesimo per l'abside, secolo quindicesimo per il portico, secolo diciassettesimo per la porta. Sulla datazione delle catacombe, l'autore registra il dibattito ancora aperto: Serradifalco le voleva remotissime, Cavallari le situava fra secondo e quinto secolo, Carini prima di Costantino.

Capitolo nono. Eurialo e l'Esapilo, muri di Dionisio.

Le parole di Favara aprono la giornata seguente: il giorno dopo, nelle prime ore del mattino, andammo alla vicina borgata di Belvedere, l'antica Epipoli, dove si trovano gli avanzi del Castello Eurialo, che serviva di fortificazione all'estrema punta della città vetusta, e che, con l'ingresso di Marcello, vide infranta la potenza siracusana. Il libro descrive la salita dal lato di Belvedere come itinerario di sguardo: a destra nudi monticelli di roccie grigie, pieni di dirupi, di grotte e di burroni; a sinistra orti e giardini lussureggianti, ancora freschi di rugiada, punteggiati di ville bianche.

Sui ruderi, Favara registra la datazione di costruzione: il suo compimento ed apprestamento a difesa rimonta al quattrocentosei avanti Cristo, ma la fabbricazione, o meglio, l'escavazione principale è di molto anteriore. Riconduce poi il merito a Dionisio il Vecchio: fu Dionigi, che, capita ne l'importanza strategica, se ne servì e lo fortificò. La descrizione tecnica è precisa: è formato da due corpi di fabbrica, l'uno di forma quadrangolare e con traccie di due camere, che dovevano servire come quartiere, e l'altro di forma triangolare. Dal lato occidentale è riparato da tre fossati, nel terzo di essi, a sud, veggonsi la pila centrale e le due spalle su cui poggiava, forse, un ponte levatoio.

Le note archeologiche finali aggiungono una pagina sull'Eurialo che è fra le più lucide del libro. Favara cita Tucidide: fu allora che Tucidide menzionò per la prima volta questa altura in occasione della disfatta di Demostene. Riconosce nel terzo fossato il cervello di quelle fortificazioni; descrive il sistema dei cinque grossi piloni o torrioni, congiunti da cortine, e gli infiniti sotterranei che si diramavano per ogni dove, mettendo in comunicazione l'Epipoli con l'Esapilo e con l'interno della città. Conclude: la fortezza dell'Eurialo dovette subire notevoli trasformazioni ed aggiunzioni, per divenire tale formidabile baluardo da poter difendere un così vasto sistema di fortificazioni, raro nell'antichità.

L'Esapilo, la porta a sei aperture che congiungeva l'altipiano dell'Epipoli al sistema delle mura, è oggetto di una pagina filologica. Favara riprende la posizione di Cavallari: non poteva essere costruita in modo da presentare a coloro che venivano da fuori sei vani l'uno accanto all'altro; il nemico avrebbe avuto troppa facilità ad entrare nella piazza. Quindi sei porte in fila, ognuna da forzare separatamente, con il nemico costretto a entrare in un cortile sempre esposto agli attacchi dei difensori. La ricostruzione di Cavallari è ancora oggi quella più condivisa.

Davanti al panorama del Semaforo, dopo il Castello, Favara cita versi di Eschilo dal Prometeo, dove Vulcano siede a martellar di ferro masse roventi, e una quartina anonima sull'Etna che chiude la giornata. Vera esclama: incantevole, incantevole. Le mie labbra, scrive il narratore, involontariamente ripetevano: idolo infranto su le soglie antiche sta Siracusa nel deserto letto.

Capitolo decimo. La bibliografia di Favara, Cavallari, Holm, Orsi, Freeman.

In coda al volume, Favara stampa una bibliografia di trentacinque titoli, dichiarando in apertura: sono omesse le fonti greche e romane. La selezione, comunque ricca, fotografa lo stato dell'archeologia siracusana al millenovecentodue e millenovecentocinque e dichiara apertamente i debiti dell'autore.

I quattro nomi chiave sono Cavallari, Holm, Orsi, Freeman. Francesco Saverio Cavallari, vissuto fra il milleottocentodieci e il milleottocentonovantasei, è citato con tre opere: Topografia archeologica di Siracusa, in collaborazione con Adolf Holm; Appendice alla topografia archeologica di Siracusa, Palermo milleottocentonovantuno; ed Euryelos e le opere di difesa di Siracusa, Palermo milleottocentonovantatré, con refuso evidente. Le pagine archeologiche di Favara sull'Eurialo e sull'Esapilo dipendono direttamente da Cavallari, dichiaratamente: a me pare più probabile quanto dice il Cavallari sul proposito.

Adolf Holm, vissuto fra il milleottocentotrenta e il millenovecento, filologo tedesco trasferito in Italia, è ricordato con Topografia archeologica di Siracusa, Palermo milleottocentottantatré, e Storia della Sicilia nell'antichità. Holm è l'autorità per la storia siracusana di Favara: la sua Storia in tre volumi era stata appena tradotta in italiano fra il milleottocentonovantasei e il millenovecentouno.

Paolo Orsi, vissuto fra il milleottocentocinquantanove e il millenovecentotrentacinque, è il presente vivo della disciplina al momento in cui Favara scrive. Compaiono tre titoli: Scoperte archeologico epigrafiche nella città e provincia di Siracusa, Roma milleottocentonovanta; Esplorazioni nelle catacombe di San Giovanni, Roma milleottocentonovantatré; Gli scavi a San Giovanni di Siracusa nel milleottocentonovantacinque, Roma milleottocentonovantasei. Orsi era direttore del Museo Archeologico di Siracusa dal milleottocentonovantotto; le sue campagne nelle Catacombe, appena pubblicate, sono il riferimento più recente che Favara cita.

Edward Augustus Freeman, vissuto fra il milleottocentoventitré e il milleottocentonovantadue, è ricordato per The history of Sicily, Oxford millenovecento meno nove e millenovecento meno sei, monumentale storia della Sicilia in quattro volumi che resta riferimento essenziale per la storiografia anglosassone della Sicilia greca e medievale. Favara cita Freeman come autorità per la storia politica della polis.

Accanto a questi quattro, il libro registra Domenico Lo Faso Pietrasanta duca di Serradifalco con Le antichità di Sicilia esposte ed illustrate, Palermo milleottocentotrentaquattro e milleottocentoquaranta, e Vues pittoresques des anciens monuments de la Sicile, Palerme milleottocentoquarantaquattro; August Schneegans con Sicilien, Bilder aus Natur, Geschichte und Leben, citato direttamente in tedesco in più punti del libro e nella sua traduzione italiana di Oscar Bulle, Firenze milleottocentonovanta; Guy de Maupassant con La vie errante, Parigi milleottocentonovantasei, citato verbatim in francese per la Venere Landolina. I siracusani Giuseppe Maria Capodieci nelle edizioni del milleottocentotredici e milleottocentosedici, Serafino Privitera nel milleottocentosettantotto e milleottocentosettantanove, Vincenzo Strazzulla nel milleottocentonovantacinque, il dottor Mauceri con la Guida di Siracusa del milleottocentonovantasette compongono il fronte locale.

Restano in bibliografia anche autori più datati: Philippus Cluverius con Sicilia antiqua, Lione milleseicentodiciannove; Bonanni nel milleseicentoventiquattro; Gaetani nel millesettecentoquarantotto; Pancrazi nel millesettecentocinquantuno; Paterno nel millesettecentottantuno; gli inglesi Leake del milleottocentocinquanta e Le Blant sul Sarcofago di Adelfia; il francese Vuillier del milleottocentonovantasei. La compilazione, non sistematica ma onesta, segnala un'erudizione locale che sapeva dove guardare. Favara chiude il libro con una nota di umiltà, queste le parole: se l'arte non ha raggiunto la efficacia del vero, l'amore alla classica terra del sole farà perdonare il difetto. Ma la bibliografia dimostra che il volume non era un compendio retorico improvvisato. Era un atto di gratitudine documentato. Le parole sue: il mio voto di gratitudine a la maliarda mia terra natia.

Edizione consultata. F. Aurelio Favara, Siracusa ne la grandezza del passato, ne l'incanto de la natura. Con un saggio, millenovecentocinque, centoventidue pagine.

Sinossi

Nel 1905 l'editore C. Tinè di Siracusa pubblica un volume di 122 pagine firmato F. Aurelio Favara, drammaturgo e poeta siracusano già noto per i versi di Visioni ed Affetti, i bozzetti di Ombre e Figure e il dramma sociale Verso la Luce. Il titolo è ampio: Siracusa, ne la grandezza del passato, ne l'incanto de la natura. Con un saggio di bibliografia storica archeologica e 24 fotoincisioni. La firma in calce reca data ferma: «Siracusa, 3 Settembre 1902».

Il libro racconta due giornate di visita in compagnia di una giovane amica russa, Vera Govoroff Malfitano, alla quale l'opera è dedicata. Si parte all'alba dal porto in barca, si risale l'Anapo e si entra nella fonte Ciane fra i papiri; nel pomeriggio si scende al Museo Archeologico in piazza Duomo, alla fonte Aretusa, alle catacombe di San Giovanni; al tramonto alla Scala greca davanti all'Etna; il giorno dopo, al Castello Eurialo, alle Latomie dei Cappuccini, all'Orecchio di Dionigi, al Teatro greco, alla Via dei Sepolcri.

Dopo il diario d'itinerario, Favara aggiunge una seconda parte intitolata Siracusa ne la grandezza del passato (Note archeologiche): schede tecniche su quindici monumenti che fissano misure, datazioni, autorità citate (Cicerone, Diodoro, Tucidide, Livio, Strabone, Plutarco). Chiude con un breve capitolo Siracusa e le sue magie e con una bibliografia di trentacinque titoli che cita Cavallari, Holm, Orsi, Freeman, Serradifalco, Schneegans, Maupassant, Renan, Burckhardt.

Lo stile è dichiaratamente dannunziano: vapori violetti, ondate di rose, capigliature di papiri, esclamazioni in greco ed in latino, citazioni di Pindaro, Virgilio, Omero, Eschilo, Orazio. Favara dichiara fin dall'incipit di non voler scrivere uno studio storico: «non narrerò di questa città la storia, non vi parlerò di Gelone, di Trasibulo». L'obiettivo è formare «un semplice caleidoscopio». La materia bibliografica resta confinata nelle note di pagina e nel saggio archeologico finale; il corpo del libro è una camminata letteraria fra rovine, papiri, contadini, campane di festa.

L'edizione del 1905 è uscita dalla tipografia Stengel & Co. di Dresda al prezzo di una lira e cinquanta. La firma del frontespizio promette altri tre lavori «in preparazione» («L'amore di un giovane prete», «Siracusa nel Medio-Evo», «L'Anarchico»). Restano oggi una testimonianza preziosa sulla Siracusa di inizio Novecento: una città ancora chiusa nella sola Ortigia, con le campagne dei suburbi mai costruite, con le latomie usate come orti dai cappuccini, con il sarcofago di Adelfia appena scoperto e già al centro della sala cristiana del Museo.

1. Siracusa nel 1902-1905: lo sguardo dannunziano di Favara

Quando F. Aurelio Favara firma il manoscritto nel settembre 1902, Siracusa conta poco più di trentamila abitanti e vive ancora chiusa nell'isolotto di Ortigia. La città vetusta è in gran parte ancora campagna: i quartieri di Achradina, Tiche, Neapolis ed Epipoli sono terreni agricoli punteggiati da rovine e villini. Il Museo Archeologico, ricavato nei locali del palazzo arcivescovile in piazza Duomo, è ancora quello che il barone Saverio Landolina aveva allestito nei primi decenni dell'Ottocento; sarà solo nel 1898 che Paolo Orsi assume la direzione e avvia gli scavi sistematici a San Giovanni che cambieranno la conoscenza della Siracusa cristiana.

In questa città di provincia che si scopre meta turistica grazie alle guide di Mauceri (1897) e ai resoconti di viaggio di Maupassant e Schneegans, Favara sceglie un registro letterario alto. Il modello è dichiarato dal lessico stesso: «Lettrice gentile, cortese lettore», «la mia gentile amica», «vapori lattiginosi», «brivido attraversa i campi», «cielo e mare color di rosa». La generazione di Favara legge D'Annunzio e lo cita esplicitamente in apertura: «Anche Gabriele D'Annunzio ha ricordato più volte Siracusa, specialmente in uno dei suoi migliori drami, La Città Morta; ed ha parlato dei suoi giardini lussureggianti, delle arancie squisite, delle sue statue superbe e del mare fascinante.»

Lo schema del libro è quello del journal de voyage tardo-ottocentesco: cornice domestica (il narratore e l'amica), passaggio di paesaggi, contemplazione delle rovine, citazioni a fior di pagina. Favara intercala versi italiani (Burckhardt, D'Annunzio, Graf, Zanella, Patroni, Majelli, Giaracà), brani in francese (Maupassant), in latino (Virgilio, Cicerone, Orazio), in greco (Omero, Pindaro), in tedesco (Schneegans, lasciato in lingua originale per pagine intere senza traduzione). L'autore lascia volutamente intuire l'ampia bibliografia in lingue straniere; lo studioso che voglia approfondire troverà tutto nel saggio archeologico in coda al volume.

L'incipit fissa subito la posizione: «Uno studio storico su Siracusa? Oibò!». La storia di Gelone e Trasibulo, dei tiranni grandi e piccini, è materia che «ogni studioso conosce»; il libro vuole far passare davanti agli occhi dei lettori, «in una vaga fantasmagoria, come proiezioni d'una lanterna magica, i tramonti d'oro, il mare infinito, i grandiosi ruderi». Favara si dichiara compilatore di un caleidoscopio, non monografista. Lo dichiara di nuovo nelle ultime righe: «Il titolo spiega da solo il mio intendimento; e se l'arte non ha raggiunto la efficacia del vero, l'amore alla classica terra del sole farà perdonare il difetto.»

2. L'amica russa: la cornice del viaggio

Il libro è dedicato in apertura «A l'amica gentile Vera Govoroff Malfitano». Il doppio cognome, slavo e italiano, indica una donna di origine russa sposata in Sicilia; il testo la presenta come «una signora giovane, di una aristocratica e delicata beltà, aveva gli occhi di quello azzurro periato del mare vespertino, i capelli di un biondo magnifico; era modellata come una Venere e leggiadra come un figurino di mode.» È lei il pretesto narrativo: la guida — il narratore-Favara — accompagna la straniera nelle due giornate di visita; le citazioni colte servono a istruirla, le esclamazioni in greco e in francese vengono pronunciate da lei.

Il primo gesto che la caratterizza è il silenzio. Davanti alla calma sublime del mare di primo mattino, «stavamo muti, temendo quasi col parlare di rompere quella calma sublime del mare; solo di tratto in tratto ella sussurrava lievemente qualche parola d'ammirazione, pronunciando l'italiano con un pò d'incertezza ch'era una grazia.» Vera è la spettatrice ideale: parla poco, comprende molto, ricorda i versi al momento giusto. Quando entrano nel Museo Archeologico e Favara recita brani di Maupassant sulla Venere Landolina, lei esclama: «Oh, Maupassant! Ricordo!»

Il bilinguismo di Vera permette a Favara di passare in greco — «Θάλαττα, Θάλαττα, esclamava la mia gentile amica, figgendo gli occhi bellissimi di sognatrice nel magnifico mare incantatore» — con la nota a piè di pagina che traduce per i lettori italiani: «Il mare! il mare!». L'amica russa diventa il filtro che giustifica il poliglottismo del libro: una cornice di erudizione condivisa fra due viaggiatori sensibili, lontani dalla folla dei turisti che la guida del Mauceri descrive ammucchiati sui piroscafi.

La cornice serve anche un'altra funzione: Vera Govoroff Malfitano è una lettrice europea che riconosce, in Siracusa, una città mediterranea da cui parte un'eredità classica condivisa con la Russia colta del primo Novecento. Favara dipinge una straniera che a Siracusa non si sente straniera; la sua estasi davanti al sole declinante sulla Scala greca — «incantevole! incantevole!» esclamato «pensando forse al contrasto fra quel panorama tutto sole e il suo paese tetro, pieno di nebbie e di ghiacci» — chiude il quadro russo-mediterraneo che il libro intero costruisce.

Vera scompare nelle pagine archeologiche della seconda parte. Il saggio finale parla solo dei monumenti, di Cicerone, Diodoro, Tucidide; di lei resta la dedica iniziale e l'eco delle sue esclamazioni di stupore. La cornice si chiude con il narratore solo: «storie e leggende, fantasmi del passato, riddan nel mio cervello, mentre, su la città che dorme, squillano lugubremente a distesa i rintocchi alternati de la mezzanotte.»

3. L'Anapo e Ciane: paesaggio mitico

L'itinerario comincia dall'acqua. «Nei primi di giugno, in un mattino pieno di cobalto e di sole prendemmo una barca a la spiaggia e, attraversando il bel porto, che sembra un lago ed è uno dei più grandi e più sicuri del mondo, ci avviammo a l'Anapo». La nota a piè di pagina cita la fonte greca: in Teocrito, Ánapos è «ciò che non si può guardare», il fiume riservato agli dei. La risalita avviene in barca; la barca attraversa il porto grande, costeggia le rovine del Tempio di Giove, due colonne superstiti su un poggio coronato di pioppi e ulivi, e arriva alla foce.

L'Anapo del 1902 è ancora il fiume dei papiri. Favara descrive minuziosamente la vegetazione: «giuncheti e canne palustri di straordinaria grossezza, tutte rivestite di piante rampicanti che si stendono da una canna all'altra e ricadono in graziosi festoni»; «belle foglie verdi in forma di conche volte verso il sole», «l'iris germanica fiorisce a mazzi, trionfante su tutto quel verde coi suoi colori azzurro e giallo». I salici hanno «le radici contorte ed intrecciate, come serpenti favolosi»; sopra tutto si alzano i pioppi «che sembrano dormire nell'aria infocata».

Il battelliere spinge la barca con una pertica, un mozzo voga con un remo; i passaggi si stringono e si allargano: «ora infilavamo stretti canali da cui pareva di non poter più uscire, ora sboccavamo in vaste distese d'acqua dall'aspetto di laghetti tranquilli, coronati anch'essi di papiri». L'analogia esotica scatta subito: «Tutto l'aspetto d'un fiume delle regioni tropicali.» Favara cita Schneegans in tedesco lungamente — pagine senza traduzione — sul «silenzio meravigliato», sul «sentirsi tagliati fuori dal mondo» nonostante il sole del Sud.

L'arrivo al gorgo del Ciane è l'epifania della prima giornata: «un laghetto in miniatura, è un miracolo di limpidezza, e tutto intorno nelle rive ha una corona di papiri, che si specchiano ne l'acqua con una delicata fusione di tinte. Si vede a profondità infinita il buco donde emerge l'acqua e vi si scorgono innumerevoli pesci che conducono nell'abisso la loro felice vita di eterno movimento.» Favara racconta a Vera la mitologia: «Ciane, io le narrai, come Aretusa, fu una ninfa casta; morì di cordoglio per non aver potuto impedire a Plutone di rapire Proserpina, e fu cambiata in fontana a forza di piangere.»

Durante la discesa appare un contadino siciliano disteso sull'erba che improvvisa con un flauto: «Era la viva imagine dell'invenzione del flauto. Per quel buon siciliano era un bisogno istintivo rispondere con suoni allegri all'armonia della natura e al suo benevolo sorriso.» La pagina chiude il quadro pastorale che Favara cerca, con un riferimento implicito ai Bucolici di Teocrito e Virgilio.

4. Fonte Aretusa e il mito di Alfeo

Sbarcati al giardino del Foro Vittorio Emanuele «tutto ombreggiato di platani e di palmizi» dove campeggia il busto marmoreo di Archimede, i due viaggiatori attraversano «la Galleria dell'antico forte Aretusa» e raggiungono la fontana. Favara la descrive nello stato in cui appariva nel 1902, dopo l'ultimo intervento ottocentesco: «forma di un emiciclo e in fondo, fra cristalline acque popolate da innumerevoli pesci di tutti i colori, vegeta in semicerchio, a guisa di ferro di cavallo, il papiro flessuoso.»

L'esclamazione virgiliana è inevitabile: «Et quantum mutata ab illa!» Favara ricorda l'aspetto antico — «forma di una grotta e l'acqua, a cui si attribuivano mirabili virtù, da un foro scavato nella roccia scendeva nella piscina, in tanta abbondanza da parere un torrente»; intorno «ampie e magnifiche gradinate di marmo» citate da Cicerone come «incredibili magnitudine»; sul davanti la statua di Artemide, alla quale la fonte era consacrata.

Il mito di Alfeo viene raccontato in versione classica: «Alfeo, fiume dell'Elide, si era innamorato di Aretusa, ninfa di Artemide, quando lei, stanca della caccia, era andata a tuffarsi nelle sue onde. Ma la vergine leggiadra, un giorno volendo sottrarsi alle istanze amorose del Dio, si buttò in mare. Alfeo la inseguì sempre fino ad Ortigia, finché Artemide fece scaturire in forma di sorgente la ninfa in questa isoletta; così Alfeo finalmente potè mescolare le sue con le acque di lei.» Vera ricorda allora i versi virgiliani:

«Sicanio praetenta sinu jacet insula contra

Plemurium nudosum, nomen dixere priores

Ortygiam. Alpheum fama est huc Elidis amnem

occultas egisse vias supter mare, qui nunc

ore, Arethusa, tuo Siculis confunditur undis.»

Favara annota il riferimento esatto: Aen. III, 690-694.

Nel saggio archeologico finale, l'autore corregge la propria stessa pagina poetica con onestà filologica: «Le recenti investigazioni mitografiche hanno dimostrato falsa la spiegazione dell'origine del mito data a pag. 22. Il mito originario è prettamente siracusano, derivando dalla confusione del culto di Aretusa con quello di Artemide e Alfeo, che avea un sacello presso la fonte stessa.» Favara cita gli studi geologici contemporanei: «le acque dell'Aretusa provengono dai monti Iblei, si raccolgono sotto le argille azzurre della bassa valle dell'Anapo e sboccano in Ortigia nel contatto verticale coi calcari.» Ricorda Lord Nelson che attinse acqua dalla fonte prima di Abukir: «Abbiamo fatto le provviste e rinfrescata l'acqua, e attingendola dalla fontana di Aretusa, certamente avremo la vittoria.»

5. Le Latomie: dal carcere al giardino

Le Latomie sono il luogo dove Favara dispiega meglio il proprio stile descrittivo. La visita ai Cappuccini avviene il primo giorno, al ritorno dalla Scala greca; quella del Paradiso il secondo giorno, dopo l'Eurialo. Il libro le tratta come due tappe di una stessa esperienza: cave a cielo aperto trasformate in giardini, profondità di sessanta-ottanta piedi, fondali di aranci e fichi, pareti di calcare ricoperte di edera e capelvenere.

Alle Latomie dei Cappuccini la scena è quasi pittorica: «pareti tagliate a picco, dell'altezza di settanta piedi, che hanno una tinta giallognola propria delle rovine greche, con sfumature di color roseo armonico. In una di quelle sale semi ipogee, fra il fresco verde smagliante delle pratoline, il nostro groom ci servì una colazioncina agreste. È tutto un sogno d'artista quel luogo, un vero Eden.» I viali si intrecciano, finiscono «in una tomba, in una lapide, in un pozzo dirupato»; altri salgono fra pini e cipressi, perduti «misteriosamente tra il folto degli aranci».

Favara ricorda però la storia tragica: «fra tutta quella potente vegetazione, fra quello incanto di verde e di fiori parea che giungessero sino a noi i gemiti che risonarono un tempo in quelle cavità — in origine orrende prigioni — particolarmente nella disperazione dei settemila Ateniesi, che vi perirono di fame e di miseria dopo la insensata spedizione greca del 413, quando a Nicia e a Demostene toccò in Siracusa la ben nota tremenda sconfitta.»

Nelle note archeologiche finali l'autore aggiunge il dato erudito: «si crede anzi generalmente che a queste escavazioni abbiano lavorato, dopo la battaglia d'Imera, i prigionieri cartaginesi, per estrarre i materiali che si richiedevano alla costruzione delle case e dei templi di Siracusa.» Poi gli Ateniesi: «solo alcuni furono liberati per avere declamato dei versi di Euripide.» E infine la trasformazione moderna: «Ora in queste latomie tutti gli spazi aperti alla luce sono stati ridotti dai cappuccini ad orti e giardini, che possono dirsi il contrapposto degli orti pensili di Babilonia.»

La Latomia del Paradiso ospita l'Orecchio di Dionigi e la Grotta dei Cordari. Della prima, Favara ricorda l'origine del nome: «fu chiamata così nel secolo XVI dal celebre pittore Michelangelo da Caravaggio, quand'egli, visitandola, osservò la sua somiglianza ad un orecchio; ma al tempo dei Dionisiadi essa era nota col nome di Lapicidine carcer ille qui est a crudelissimo tyranno Dionysio factus, al dir di Cicerone.» Della Grotta dei Cordari l'autore osserva i cordai al lavoro: «Alcuni cordai attorcevano con le loro rustiche macchine la corda, un vecchietto curvo e bianco venne ad offrirci un bicchier d'acqua pura, freschissima che aveva raccolta nella fontanella della grotta, dove l'acqua filtra attraverso una roccia altissima.»

6. Il Teatro Greco: pietre, parole, drammaturghi

«Bel monumento fu costruito forse sotto il regno di Jerone I nel V secolo av. Cr.» — così Favara introduce il Teatro Greco. La datazione corrisponde a quella oggi corrente per il primo impianto: V secolo a.C., età di Gerone I. Le misure sono già quelle dei rilievi archeologici contemporanei: «diametro di m. 134, e la cavea (κοίλη), scavata tutta nella viva roccia, è scompartita in nove cunei da sette scalette, che hanno quarantasei filari concentrici di sedili superstiti.»

Favara cita Sofrone come fonte del nome dell'architetto: Democopo Myrilla. La menzione di Cicerone, maximum, fissa nella memoria erudita il rango del monumento: il Teatro siracusano «è il più grande del mondo greco, dopo quello di Mileto e di Megalopoli». Diodoro, nel saggio archeologico, ribadisce che il teatro siracusano era il più bello della Sicilia e più grande anche di quello di Agira.

La pagina più intensa è la rievocazione dei drammaturghi: «la nostra mente evocava le imagini di Eschilo, di Epicarmo, di Formide e di Dinoloco, che tante volte, con le loro opere immortali, fecero piangere, ridere, fremere l'immensa moltitudine di spettatori accalcantisi in quei gradini or consunti dal tempo.» Favara cita i titoli rappresentati: «»Etnee«, dei »Persiani«, delle »Supplici«, del »Telefo«, delle »Amazoni« e di tante e tante altre commedie e tragedie.» Le Etnee di Eschilo, scritte per la nuova fondazione di Etna voluta da Gerone I, sono il riferimento più siracusano possibile; i Persiani furono ripresi a Siracusa, secondo la tradizione, alla presenza dello stesso Gerone.

Le note archeologiche ricordano la sistemazione interna del teatro: tre parti — scena, orchestra, cavea — secondo lo schema classico. «La scena comprendeva il λογεῖον, uno spazio rettangolare dove parlavano gli attori, e la σκηνή, il fondo con un muro forato da tre porte, di cui quella del mezzo era chiamata porta reale.» Sui sedili, le iscrizioni dei nomi: «si possono leggere tuttora i nomi dei re Jerone e Gelone, di Giove Olimpico e delle regine Filistide e Nereide.» La cavea era divisa in tre fasce, riservate alle persone reali, ai notabili e alla plebe.

Il monumento è scenografia di un tramonto memorabile: «Il sole quel giorno scendeva a l'orizzonte con un nuovo sorriso, se ne andava in mezzo a una pace serena, senza una nube, sommerso a poco a poco in un bagno d'oro.» Davanti alla cavea Favara cita versi di G. Patroni — Syracusae — e di D'Annunzio, accostando i poeti contemporanei al patrimonio antico delle tragedie greche.

7. Tempi di Minerva e Apollo: l'epoca dei templi

Il Tempio di Minerva è il monumento di Siracusa che Favara visita in piena Ortigia, perché trasformato in Cattedrale: «Del Tempio di Minerva, eretto dai Geomori il 495 av. Cr., non rimangono che i colonnati dorici coi loro capitelli e gli architravi incastonati nei muri esterni della chiesa, mentre una duplice merlatura di origine saracena corre al disopra degli architravi, coronando, con l'affermazione di una triplice fede, la più strana fusione di riti e di religioni diverse che mai si possano immaginare.» La citazione di Renan chiude la pagina: «Pochi effetti ho veduto di un pittoresco così completo!»

La datazione che Favara propone — 495 a.C., al tempo dei Geomori — è quella che la tradizione fissava all'inizio del Novecento; gli studi successivi sposteranno la costruzione alla prima metà del V secolo, in età di Gelone, dopo Imera (480 a.C.). Favara nelle note archeologiche descrive l'edificio nei termini di Cicerone (Verr. IV, 54-56): «Hexastylos Peripteros con trentasei colonne, su un basamento di tre gradini, aveva duecentodiciotto palmi di lunghezza per ottantasei e mezzo di larghezza.»

Sopra il frontone, fino al saccheggio di Verre, stava lo scudo di bronzo intarsiato d'oro che «per il suo splendore si vedeva ad una grande distanza in mare»; un passo di Ateneo (XI, 462) raccontava il rito dei naviganti: «tutti coloro che sopra un legno lasciavano Siracusa, quando lo scudo posto sul tempio di Minerva spariva ai loro occhi facevano un sacrifizio.» Favara registra il vandalismo di Verre e la conversione cristiana del 640 a opera del vescovo Zosimo.

Il Tempio di Artemide, di cui restano alcune colonne monolitiche oggi visibili nel cortile di palazzo Vermexio, è descritto nel libro come «hexastylos peripteros, e quindi aveva sei colonne nei due prospetti e diciotto ai lati.» La datazione è alta: «si crede generalmente che esso risalga al VII secolo av. Cr. e che sia stato costruito dai Geomori — i primi coloni d'Ortigia.» L'iscrizione dedicata ad Apollo, che si osserva «ancora incompleta presso oriente», porta in realtà il dubbio sull'attribuzione: il tempio è oggi conosciuto come Tempio di Apollo.

Favara cita anche, nelle note, gli altri grandi templi della città antica che non hanno lasciato rovine: il Tempio di Giove Olimpico, del quale restano oggi solo due colonne nella campagna verso il Plemmirio, costruito «verso il 630 av. Cr.»; il Tempio di Apollo Temenite, «il più grande e il più bello» della Neapolis. Dietro le rovine superstiti si intravvede la Siracusa di Pindaro e di Eschilo che Cicerone descriveva nella Verrina.

8. Catacombe di San Giovanni e Cripta di San Marciano

Le Catacombe di San Giovanni sono il luogo dove Favara cambia tono. Lo stile contemplativo si fa più cupo: «Lunghe e strette gallerie fiancheggiate di cripte scavate nella roccia tufacea, anditi infiniti perdentisi ne l'oscurità; un intreccio di corridoi che si prolungano per chilometri e chilometri sotto il suolo; un vero formicaio umano.» La temperatura «sempre fresca», l'umidità, i tumuli «da cui fanno capolino stinchi, vertebre e teschi».

Favara cita versi di Giacomo Zanella, dalle catacombe romane: «Nella recondita / Mistica notte / D'inestricabili / Funebri grotte, / Fra canti e lagrime / D'oppressi inermi / D'atteso secolo / Fervono i germi. / L'ossa bisbigliano: / Entro l'ampolle / Il pio dei martiri / Sangue ribolle». La citazione di Zanella, poeta cattolico vicentino di formazione romantica e cristiana, sposta il quadro: dalla descrizione archeologica al canto sui martiri.

L'autore si lascia andare a una riflessione storica sul cristianesimo delle catacombe: «Al Cristianesimo di quei tempi risale infatti il moderno movimento sociale: fu dalle umili preghiere di quei romiti che sgorgò tutta la forza più che virile di quei martiri.» Favara distingue il cristianesimo originario da quello istituzionale successivo: «Il tempo mutò i primi intendimenti, la chiesa deviò di poi, ma l'efficacia del primo impulso rimase, senza curarsi di triregni e pastorali, di cocolle rosse, nere o paonazze.» È una posizione di cattolicesimo laico, vicina a Mazzini, che riconosce ai primi martiri il merito dell'«uguaglianza sociale».

Mentre i due viaggiatori leggono un'iscrizione latina, un gruppo di monaci nascosti in un sotterraneo intona il Te Deum; l'eco si moltiplica «di galleria in galleria, di sepolcro in sepolcro». La pagina si chiude con la richiesta dei monaci di visitare anche la Cripta di San Marciano; Favara e Vera rifiutano, perché «ne avevamo troppo di antichità e di quell'olezzo di ammuffito».

Nelle note archeologiche finali, l'autore restituisce a San Marciano la sua importanza: «Questa è la prima chiesa cristiana fabbricata in Sicilia. Essa risale al secolo VI e sorge sul sito ove la tradizione afferma avesse predicato S. Paolo, durante la sua dimora di tre giorni in Siracusa.» Della chiesa di San Giovanni sopra la cripta — «edificata sopra l'antichissima cripta di S. Marziano, coprendo così l'entrata alle meraviglie sotterranee delle Catacombe» — Favara distingue tre epoche: XI secolo per l'abside, XV per il portico, XVII per la porta. Sulla datazione delle catacombe, l'autore registra il dibattito ancora aperto: Serradifalco le voleva remotissime, Cavallari le situava fra II e V secolo, Carini prima di Costantino.

9. Eurialo e l'Esapilo: muri di Dionisio

«Il giorno dopo, nelle prime ore del mattino, andammo alla vicina borgata di Belvedere — l'antica Epipoli, (Ἐπιπολή) — dove si trovano gli avanzi del Castello Eurialo, che serviva di fortificazione all'estrema punta della città vetusta, e che, con l'ingresso di Marcello, vide infranta la potenza siracusana.» Il libro descrive la salita dal lato di Belvedere come itinerario di sguardo: a destra «nudi monticelli di roccie grigie, pieni di dirupi, di grotte e di burroni»; a sinistra «orti e giardini lussureggianti, ancora freschi di rugiada, punteggiati di ville bianche».

Sui ruderi, Favara registra la datazione di costruzione: «Il suo compimento ed apprestamento a difesa rimonta al 406 av. Cr., ma la fabbricazione, o meglio, l'escavazione principale è di molto anteriore.» Riconduce poi il merito a Dionisio il Vecchio: «Fu Dionigi, che, capìta ne l'importanza strategica, se ne servì e lo fortificò.» La descrizione tecnica è precisa: «È formato da due corpi di fabbrica: l'uno di forma quadrangolare e con traccie di due camere, che dovevano servire come quartiere, e l'altro di forma triangolare. Dal lato occidentale è riparato da tre fossati, nel terzo di essi, a sud, veggonsi la pila centrale e le due spalle su cui poggiava, forse, un ponte levatoio.»

Le note archeologiche finali aggiungono una pagina sull'Eurialo che è fra le più lucide del libro. Favara cita Tucidide: «fu allora che Tucidide menzionò per la prima volta questa altura in occasione della disfatta di Demostene». Riconosce nel terzo fossato il «cervello di quelle fortificazioni»; descrive il sistema dei cinque piloni o torrioni, congiunti da cortine, e gli «infiniti sotterranei che si diramavano per ogni dove, mettendo in comunicazione l'Epipoli con l'Hexapylon e con l'interno della città».

L'Esapilo — la porta a sei aperture che congiungeva l'altipiano dell'Epipoli al sistema delle mura — è oggetto di una pagina filologica. Favara riprende la posizione di Cavallari: «non poteva essere costruita in modo da presentare a coloro che venivano da fuori sei vani l'uno accanto all'altro; il nemico avrebbe avuto troppa facilità ad entrare nella piazza.» Quindi sei porte in fila, ognuna da forzare separatamente, con il nemico costretto a entrare in un cortile sempre esposto agli attacchi dei difensori. La ricostruzione di Cavallari è ancora oggi quella più condivisa.

Davanti al panorama del Semaforo, dopo il Castello, Favara cita versi di Eschilo dal Prometeo — «Siede Vulcano a martellar di ferro / Masse roventi» — e una quartina anonima sull'Etna che chiude la giornata. Vera esclama: «incantevole! incantevole!» Le mie labbra, scrive il narratore, «involontariamente ripetevano: Idolo infranto su le soglie antiche / Sta Siracusa nel deserto letto».

10. La bibliografia di Favara: Cavallari, Holm, Orsi, Freeman

In coda al volume, Favara stampa una bibliografia di trentacinque titoli, dichiarando in apertura: «Sono omesse le fonti greche e romane!» La selezione fotografa lo stato dell'archeologia siracusana al 1902-1905 e dichiara apertamente i debiti dell'autore.

I quattro nomi-chiave sono Cavallari, Holm, Orsi, Freeman. Francesco Saverio Cavallari (1810-1896) è citato con tre opere: Topografia archeologica di Siracusa (con Adolf Holm), Appendice alla topografia archeologica di Siracusa (Palermo 1891) ed Euryelos e le opere di difesa di Siracusa (Palermo 1803, refuso per 1893). Le pagine archeologiche di Favara sull'Eurialo e sull'Esapilo dipendono direttamente da Cavallari, dichiaratamente: «A me pare più probabile quanto dice il Cavallari sul proposito».

Adolf Holm (1830-1900), filologo tedesco trasferito in Italia, è ricordato con Topografia archeologica di Siracusa (Palermo 1883) e Storia della Sicilia nell'antichità. Holm è l'autorità per la storia siracusana di Favara: la sua Storia in tre volumi era stata tradotta in italiano da Sandro Dal Lago e Vittorio Strazzulla (1896-1901).

Paolo Orsi (1859-1935) è il presente vivo della disciplina al momento in cui Favara scrive. Compaiono tre titoli: Scoperte archeologico-epigrafiche nella città e provincia di Siracusa (Roma 1890), Esplorazioni nelle catacombe di S. Giovanni (Roma 1893), Gli scavi a S. Giovanni di Siracusa nel 1895 (Roma 1896). Orsi era direttore del Museo Archeologico di Siracusa dal 1898; le sue campagne nelle Catacombe sono il riferimento più recente che Favara cita.

Edward Augustus Freeman (1823-1892) è ricordato per The history of Sicily (Oxford 1891-94), monumentale storia in quattro volumi che resta riferimento per la storiografia anglosassone della Sicilia greca e medievale.

Accanto a questi quattro, il libro registra Serradifalco con Le antichità di Sicilia esposte ed illustrate (Palermo 1834-40); August Schneegans con Sicilien — Bilder aus Natur, Geschichte und Leben, citato in tedesco e nella traduzione italiana di Oscar Bulle (Firenze 1890); Guy de Maupassant con La vie errante (Paris 1896), citato verbatim in francese per la Venere Landolina. I siracusani Capodieci (1813-16), Privitera (1878-79), Strazzulla (1895), il dottor Mauceri con la Guida di Siracusa (1897) compongono il fronte locale. Restano autori più datati: Cluverius (Lugdunum 1619), Bonanni (1624), Gaetani (1748), Paterno (1781), gli inglesi Leake (1850) e Le Blant sul Sarcofago di Adelfia.

Favara chiude il libro con una nota di umiltà — «se l'arte non ha raggiunto la efficacia del vero, l'amore alla classica terra del sole farà perdonare il difetto» — ma la bibliografia dimostra che il volume non era un compendio retorico improvvisato. Era un atto di gratitudine documentato: «il mio voto di gratitudine a la maliarda mia terra natia».

Edizione consultata: F. Aurelio Favara, Siracusa ne la grandezza del passato, ne l'incanto de la natura. Con un saggio, 1905, 122 pp.

Audio-riassunto curato da Alessandro Calabrò il 17 maggio 2026.

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L'edizione di [Catania, Tipografia Giannotta], 1905

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Il testo originale di Siracusa ne la grandezza del passato, ne l’incanto de la natura di F. Aurelio Favara è di pubblico dominio.

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