Aretusapedia per iPhone
Siracusa a 360°: schede, audioguide, mappa e AI
Scarica
Frontespizio di Don Fabrizio De Corneidis, Lettera di ragguaglio sopra la Guida per le antichità di Siracusa (1823)
Aretusapedia · Libri

Lettera di ragguaglio sopra la Guida per le antichità di Siracusa

di Don Fabrizio De Corneidis (pseudonimo) · Napoli, Raffaello Manzi · 1823
  • Pubblico dominio
Ascolta la scheda

Don Fabrizio De Corneidis, Lettera di ragguaglio sopra la Guida per le antichità di Siracusa (1823)

Sintesi audio ·
0:00 /
📝 Trascrizione dell'audio

Versione testuale dell'audio (numeri scritti in lettere per la pronuncia).

Sinossi.

Nel milleottocentoventitré esce a Napoli, presso lo stampatore Raffaello Manzi, un libricciuolo di quarantanove pagine che chiude il trittico polemico dell'antiquaria siracusana di primo Ottocento. L'autore, celato dietro lo pseudonimo Don Fabrizio De Corneidis, scrive una lunga lettera indirizzata ad Alcimo Titanio Pastore Arcade, lo stesso Pastore Arcade che nel milleottocentosedici aveva attaccato a Palermo gli Antichi monumenti di Siracusa illustrati del sacerdote Giuseppe Maria Capodieci. Ma stavolta le parti sono rovesciate: De Corneidis non picchia su Capodieci, lo difende. E sposta il bersaglio della polemica su un terzo libro pubblicato a Messina sotto il nome di tale Bongiovanni, pseudonimo, sostiene la lettera, del sacerdote Francesco di Paola Avolio. La Guida per le antichità di Siracusa, stampata a Messina dal Pappalardo, viene smontata punto per punto: plagi sistematici da Logoteta, Biscari, Capodieci e dallo stesso Avolio, errori topografici sull'Epipoli e sull'Eurialo, errore cronologico sul terremoto del tempio di Minerva, milleseicentonovantatré contro millecinquecentoquarantadue, errore epigrafico sull'iscrizione greca del fonte battesimale del Duomo, errore sui forami dell'Orecchio di Dionisio, errore sul fonte Aretusa e sull'Alfeo.

Edizione consultata: Don Fabrizio De Corneidis, pseudonimo, Lettera di ragguaglio sopra il libricciuolo intitolato Guida per le antichità di Siracusa sotto nome d'un tal Bongiovanni, scritta da Don Fabrizio De Corneidis al suo amico Alcimo Titanio Pastore Arcade, Napoli, presso Raffaello Manzi, milleottocentoventitré, quarantanove pagine.

Capitolo primo. Il trittico polemico: Capodieci milleottocentotredici, Titanio milleottocentosedici, De Corneidis milleottocentoventitré.

Aretusapedia Libri ha già accolto nel proprio fondo digitale di pubblico dominio gli Antichi monumenti di Siracusa illustrati dall'antiquario Giuseppe Maria Capodieci, stampati a Siracusa dal Pulejo nel milleottocentotredici, opera in due tomi destinata a restare per oltre due secoli il principale repertorio antiquario della città in lingua italiana, e le Lettere di ragguaglio di Alcimo Titanio, stampate a Palermo da Lorenzo Dato nel milleottocentosedici, feroce atto d'accusa contro lo stesso Capodieci. Con la pubblicazione del libricciuolo di Don Fabrizio De Corneidis si chiude il trittico polemico. Capodieci aveva dato alle stampe il proprio repertorio nel milleottocentotredici. Titanio aveva replicato nel milleottocentosedici demolendolo punto per punto, attaccando la cronologia di Gerone secondo, i plagi su Mirabella e Gaetani, le false attribuzioni di scoperte. Nel milleottocentoventitré esce la controreplica di De Corneidis. Non è solo una difesa di Capodieci: è un controattacco che sposta il bersaglio su un terzo libro, una Guida per le antichità di Siracusa uscita dai torchi del Pappalardo di Messina sotto il nome di un fantomatico Bongiovanni, alias Ciocca. De Corneidis cita Titanio sin dall'apertura del libricciuolo, ricordando come, e qui cito, compito che hai il giro per la Sicilia con la tua dolce compagnia, e ritrovandomi in Siracusa, mi facesti sapere nelle Lettere di Ragguaglio, scritte da te, qual lo Duca al Conte tuo amico, fine citazione, la richiesta di essere tenuto al corrente delle nuove pubblicazioni siracusane. La cornice epistolare riprende quella di Titanio: una lettera di amico ad amico, scritta per compiacerti e per moverti a risa. Ma il bersaglio polemico si sposta dal Capodieci agli aristarchi del Capodieci, descritti come Zoili e calunniatori. La triangolazione completa la mappa della contesa antiquaria siracusana del primo Ottocento: tre libri, tre pseudonimi probabili, tre tipografi diversi, Pulejo a Siracusa, Dato a Palermo, Manzi a Napoli, per una polemica che attraversa l'intera Sicilia borbonica.

Capitolo secondo. Don Fabrizio De Corneidis: l'altro pseudonimo.

Il nome Don Fabrizio De Corneidis è palesemente fittizio quanto quello di Alcimo Titanio. La sigla Pastore Arcade apposta al destinatario colloca il libricciuolo nello stesso milieu accademico arcadico delle Lettere del milleottocentosedici. Don Fabrizio dichiara di scrivere da Siracusa, dove dimora, e di voler riferire all'amico Titanio quanto accade nella città di Archimede dopo la partenza di lui. La cornice è la stessa della sesta lettera di Titanio del milleottocentosedici, dove un certo Don Fabrizio era stato inviato in ricognizione a Siracusa per descrivere il museo privato di Capodieci e raccontava la celebre scena dei cocci, delle bottiglie di vino e dei ritratti vanesi appesi accanto a quello di Archimede nella pubblica libreria del Seminario. Quel Fabrizio era un alias arcadico fra i tanti dell'epistolario titanico. Il Fabrizio del milleottocentoventitré ne riprende la maschera, ma in funzione opposta: difensore di Capodieci anziché suo accusatore. La difesa è così sbilanciata che molti indizi convergono sull'ipotesi che dietro lo pseudonimo si nasconda lo stesso Capodieci, oppure un suo intimo sodale della cerchia siracusana. Il libro elenca con minuzia da insider le opere capodecciane pubblicate fra il milleottocentododici e il milleottocentoventuno: gli Antichi Monumenti di Siracusa illustrati, La Verità in prospetto, stampata a Messina presso il Notajo nel milleottocentodiciotto, il Dizionario di tutte le Antichità esistenti nelle tre Valli della Sicilia, stampato a Siracusa dal Pulejo nel milleottocentoventi, le Tavole delle cose più memorabili della storia di Siracusa avanti Gesù Cristo, stampate a Messina dal Fiumara nel milleottocentoventuno. Si vanta della pensione annua reale, dei tre Reali Decreti che hanno fatto del sacerdote siracusano Socio Corrispondente Nazionale della Reale Accademia Ercolanese Borbonica, di Archeologia, e della Reale Accademia di Storia di Napoli, oltre della pubblicazione lionese del milleottocentoventidue dal noto ed illustre personaggio signor Giuseppe Antonio Goupillon, ad applauso di tutte le Accademie di qua e di là dei monti. Sono dettagli che solo Capodieci stesso, o un suo parente stretto, poteva conoscere con questa precisione.

Capitolo terzo. La Guida per le antichità di Siracusa di Bongiovanni: chi era davvero l'autore, ovvero Francesco Avolio.

Il bersaglio polemico di De Corneidis è una Guida per le Antichità di Siracusa uscita dai torchi del Pappalardo di Messina sotto il solo nome di un tale di Bongiovanni, alias Ciocca. De Corneidis dichiara apertamente che il vero autore della Guida è un altro. Cito le sue parole esatte: per quanto ci viene assicurato, è stata accozzata con note da un tale Don Francesco Avolio, autore di Prospetti, e la innestò nel Ciocca; onde la dicono in Siracusa Avoliana Cioccaide. Fine citazione. Il neologismo è polemico ma efficace: il libricciuolo si trasforma in Cioccaide, poema burlesco di un Ciocca prestanome ricamato sopra il materiale erudito di un Avolio. Don Francesco di Paola Avolio era sacerdote siracusano e autore della Dissertazione sulla necessità ed utilità di ben conservarsi gli antichi Monumenti di Siracusa, già pubblicata in passato e a sua volta tirata in ballo da Titanio nel milleottocentosedici fra le fonti dei plagi capodecciani. La Guida di Bongiovanni e Avolio è descritta da De Corneidis come un libricciuolo di quattro fogli di carta, legato in ottavo, ove si scorgono diversi sbagli, cioè un volumetto sottile in formato ottavo. De Corneidis insiste sulla doppia natura della contraffazione editoriale: c'è un nome di paglia in frontespizio, Bongiovanni alias Ciocca, e c'è un autore vero che si nasconde dietro le note, Avolio. La denuncia ha valore documentario per chi oggi prova a ricostruire l'identità dell'autore della Guida messinese. De Corneidis è il primo a fornire l'attribuzione interna, parlando da Siracusa con la certezza di chi conosce i protagonisti dell'ambiente erudito locale. Il giudizio finale è tagliente. Cito le sue parole: Questa Guida chiamar si può veramente un lavoro a musaico, e potrebbe a lei avvenire, che alla Cornacchia di Esopo avvenne. Intelligenti pauca. Fine citazione. Il lavoro a musaico evocato da De Corneidis allude al patchwork di pezzi rubati da altre opere, che farà la fine della cornacchia esopica spogliata delle sue penne prestate.

Capitolo quarto. Plagi sistematici: Logoteta, Avolio stesso, Biscari, Capodieci copiati verbo a verbo.

Il capitolo dei plagi è la spina dorsale dell'attacco di De Corneidis, che si trova nella stessa posizione strutturale dei capitoli sui plagi di Titanio contro Capodieci. Solo che stavolta l'accusa è specchiata: è Avolio e Bongiovanni che copiano verbo a verbo da Logoteta, Biscari, Capodieci e dallo stesso Avolio precedente. De Corneidis fornisce un elenco minuzioso di pagine e fonti. Quanto alla Guida del Logoteta, Siracuse antiche illustrate, stampata a Napoli nel millesettecentottantasei e ristampata a Palermo dall'Abbate nel milleottocentodiciassette, il confronto delle pagine è tassativo. Cito De Corneidis: copiato verbo a verbo pezzi interi, che si leggono nell'opuscoletto del Logoteta e nelle pagine dodici, quattordici, quindici, ventuno, trentasette, quaranta, quarantuno, quarantotto, cinquantuno, sessantacinque e settantacinque della Guida messinese. Fine citazione. Quanto alla Dissertazione dello stesso Avolio sulla necessità di conservare gli antichi monumenti di Siracusa, l'autoplagio è altrettanto sistematico. Cito ancora: quanto viene scritto nella Dissertazione indigesta dello stesso Avolio sopra la necessità ed utilità di conservarsi gli antichi monumenti di Siracusa, nelle pagine quindici, venticinque, quarantaquattro, quarantacinque, quarantasette, cinquanta, sessantuno, sessantacinque, settantatré, ottantuno e ottantotto, tutto si legge di parola in parola nella Cioccaide, e nelle pagine sette, dieci, undici, tredici, quindici, diciassette, venti, ventuno, ventidue, ventinove, quarantadue, quarantasei, cinquantadue, cinquantacinque, cinquantotto, sessantacinque, sessantasei e sessantotto. Fine citazione. Il Viaggio per tutte le Antichità della Sicilia del principe di Biscari, stampato a Napoli nel millesettecentottantuno, viene saccheggiato dalla pagina ottantatré sino alla centouno del capitolo settimo. Negli Antichi monumenti di Siracusa illustrati del Capodieci il prelievo è ugualmente sfacciato. Il giudizio di De Corneidis è netto: si tratta di un travaglio a musaico, per non aver detto cosa alcuna di nuovo, ma copiato verbo a verbo pezzi interi. La denuncia è particolarmente piccante perché Titanio nel milleottocentosedici aveva accusato Capodieci esattamente degli stessi vizi metodologici: copiare senza dichiararlo e poi spacciarsi come autore di scoverte. Adesso De Corneidis applica la stessa griglia interpretativa al libro di Bongiovanni e Avolio. Le tabelle di pagine confrontate sono una piccola filologia comparata applicata alla letteratura antiquaria contemporanea.

Capitolo quinto. Errori topografici: Epipoli e Eurialo confusi.

Il primo blocco di errori sostanziali contestati alla Guida di Bongiovanni e Avolio riguarda la topografia delle fortificazioni dionigee. De Corneidis fissa con precisione la mappa corretta. Cito le sue parole testuali: ho osservato in tutto il tempo della mia dimora in Siracusa, che il luogo elevato, detto Epipoli, non è posto nel mezzo del castello Eurialo, ma del castello Esapilo chiamato Mongibellesi, o per dir meglio fra Eurialo, oggi Belvedere, e il Labdalo, detto Buffalaro. Fine citazione. L'Epipoli, secondo De Corneidis, si colloca fra Eurialo e Labdalo, ai piedi dell'altopiano dionigeo. La distinzione tocca la geografia stessa della Siracusa antica di Dionisio il Grande, e mostra che la Cioccaide aveva fatto un pasticcio mescolando Epipoli e castelli. De Corneidis aggiunge una seconda contestazione topografica. Cito: nella Cioccaide leggesi ancora, che negli Epipoli vi sieno più Latomie, quando che se ne scorge una sola allato le rovine del primo castello Labdalo, oggi chiamato il Buffalaro, ove principia il luogo elevato, per cui fu detto Epipoli, nella quale latomia venne carcerato il poeta Filossene, per non aver voluto adulare le poesie del Re e tiranno Dionisio. Fine citazione. Una sola latomia, non tante, e nella sola Labdalo. È la latomia in cui fu rinchiuso Filosseno di Citera per essersi rifiutato di adulare i versi del tiranno. Terzo punto, e cito ancora De Corneidis: le strade sotterranee sono nel solo Castello Esapilo nominato Mongibellesi e i Castellucci, e terminano nella piaggia di levante. Non hanno comunicazione alcuna né con gli altri Castelli, né tampoco con le Città. Fine citazione. De Corneidis ricostruisce così la geografia minuta dell'altopiano dionigeo correggendo Avolio e Bongiovanni e additando il difetto principale del libricciuolo: l'autore della Guida, il sacerdote dei Prospetti, non ha mai veramente camminato per le antichità che descrive. Ha compilato a tavolino. La conclusione è memorabile: onde la Cioccaide ha veramente scritto dormendo.

Capitolo sesto. Errori cronologici: il terremoto del Tempio di Minerva, millecinquecentoquarantadue contro milleseicentonovantatré.

Il punto più ricco di interesse storico archeologico nella lettera di De Corneidis riguarda la datazione del terremoto che fece emergere le commissure delle colonne del tempio di Minerva, l'attuale Duomo di Siracusa. La differenza fra le due ipotesi si misura in più di un secolo. La Guida di Bongiovanni e Avolio attribuiva al terremoto del milleseicentonovantatré, il famoso terremoto del Val di Noto, la scoperta delle commissure delle colonne doriche dell'antico tempio dietro l'intonaco barocco del Duomo. De Corneidis corregge. Cito le sue parole esatte: non fu poi il tremuoto del milleseicentonovantatré, che fece scorgere le commissure delle colonne, e dell'architrave del tempio di Minerva, ma quello dei dieci agosto millecinquecentoquarantadue, come ho rilevato da una iscrizione in pietra ivi affissa. Fine citazione. La data corretta è dunque dieci agosto millecinquecentoquarantadue, ricavata da un'iscrizione lapidaria ancora visibile in loco. La differenza fra il millecinquecentoquarantadue e il milleseicentonovantatré è di centocinquantuno anni e investe il rapporto fra storia del Duomo barocco e tempio dorico antico. Il punto è proseguito con la contestazione delle misure architettoniche. Cito De Corneidis: parlando dello stesso tempio asserisce: si possono oggidì con piacere ammirare le grosse ed altissime colonne; esse ascendono, e qui De Corneidis chiosa che doveva dire ascendevano, al numero di quaranta, alte palmi trenta, e di palmi quattro è il capitello; quando che le colonne, che oggi avanzano, sono ventiquattro, l'altezza, compreso il capitello, è palmi trentatré ed once otto, il solo capitello palmi quattro ed once sei, secondo le misure prese dal detto Cockerell. Fine citazione. Le colonne ancora visibili nell'Ottocento, secondo De Corneidis, erano in tutto ventiquattro. L'altezza con capitello era di trentatré palmi e otto once. Il capitello stesso misurava quattro palmi e sei once. Le misurazioni vere, dichiara De Corneidis con nettezza, sono quelle eseguite da Charles Robert Cockerell nel dicembre del milleottocentododici in compagnia di Capodieci e del Politi. Esattamente lo stesso Cockerell che Titanio nel milleottocentosedici aveva rivendicato come vero autore delle misurazioni capodecciane: stavolta la rivendicazione gioca a favore di Capodieci e contro Bongiovanni e Avolio.

Capitolo settimo. Errori epigrafici: l'iscrizione greca del fonte battesimale del Duomo.

Il fonte battesimale del Duomo di Siracusa, il celebre cratere di marmo greco riutilizzato come vasca battesimale, ancora visibile oggi nel battistero della cattedrale, porta inciso il nome del donatore Zosimo. Sull'iscrizione greca esiste una disputa filologica di vecchia data, e De Corneidis interviene per correggere la trascrizione di Bongiovanni e Avolio. La Guida messinese aveva letto e tradotto l'iscrizione, in latino, come Donarium sacri baptismatis Zosimi Deo donum vas hoc, ovvero hunc craterem, aggiungendo cioè la frase iniziale Donarium sacri baptismatis di cui sulla pietra non c'è traccia. De Corneidis è categorico. Cito le sue parole: vada qualunque grecista ad osservarlo, e vedrà apertamente che dalle lettere, le quali avanzano, altro non si rileva che Zosimi Deo donum hoc vas, ovvero hunc craterem, come dottamente rapporta il signor Capodieci nella sua opera classica. Fine citazione. La lezione corretta dell'iscrizione greca recita dunque, di Zosimo dono a Dio questo vaso, ovvero questo cratere, senza la zeppa retorica del Donarium sacri baptismatis. È un caso emblematico di erudizione antiquaria sul campo: l'iscrizione è ancora là e chiunque sappia leggere il greco può andare a verificarla. De Corneidis usa l'argomento sotto gli occhi, vada qualunque grecista a guardare, per smascherare l'invenzione lessicale del rivale. La precisione filologica del passaggio mostra che dietro lo pseudonimo De Corneidis lavora un erudito che conosce bene la cattedrale e l'epigrafia siracusana. Stessa logica della contestazione si trova nella discussione del cornicione del tempio di Minerva. La Dissertazione di Avolio aveva parlato di un interessante cornicione del prospetto laterale del tempio di Minerva, ma De Corneidis avverte: nel detto tempio non vi è il minimo vestigio di cornicione, ma quello che crede tale l'Avolio è l'architrave sopra il fregio con i triglifi. L'elemento che Avolio scambiava per cornicione era invece l'architrave sopra il fregio dorico con i triglifi, e la confusione fra elementi dell'ordine architettonico tradisce la scarsa familiarità del sacerdote con la grammatica edilizia antica.

Capitolo ottavo. Errori sull'Orecchio di Dionisio: i fori delle catene.

Sulla grotta artificiale soprannominata l'Orecchio di Dionisio, nel cuore della Latomia del Paradiso, De Corneidis ingaggia due battaglie in una. La prima è una difesa di Capodieci contro l'abate Chopy, citato da Bongiovanni e Avolio. Chopy aveva sostenuto che la grotta era stata, e cito, artificiosamente fatta a riflettere le voci degli attori del teatro, fine citazione, trasformandola in una sorta di gigantesco amplificatore acustico per l'antico teatro greco. Capodieci aveva replicato nella Verità in Prospetto del milleottocentodiciotto con un argomento topografico. Cito Capodieci come riferito da De Corneidis: ripugna alla ragione ed alle leggi del suono, quanto sognò asserire l'abate Chopy, che la grotta di Dionisio sia stata artificiosamente fatta a riflettere le voci degli attori del teatro. L'orecchio è sotto il teatro; dall'orecchio non si vede il teatro, né dal teatro l'orecchio, ma questo guarda direttamente il muro della latomia del Paradiso. Fine citazione. La grotta si trova sotto il teatro, separata da esso: dall'una non si vede l'altro. Avolio aveva accusato Capodieci di scagliarsi con rabbia contro il pensamento del Chopy. De Corneidis ribatte con una lunga digressione di fisica acustica. Cito: il suono è un movimento ondulatorio dell'aria, risultante da un moto di fremito, che la percossa cagiona nelle parti d'un corpo. L'eco è la ripetizione del suono, cagionato mediante la riflessione di qualche ostacolo duro e unito, come delle muraglie. Fine citazione. Capodieci, vanta De Corneidis, studiò per anni tre la fisica sotto il lettore abate Genuisi. La seconda battaglia è sui fori praticati nelle pareti interne dell'Orecchio. La Guida aveva creduto fossero alloggiamenti per le catene dei prigionieri. De Corneidis smonta. Cito le sue parole: i forami non sono incavati in proporzionata distanza, ma sull'entrare in modo irregolare, cioè cinque a destra, e tre a sinistra, alcuni alti dal suolo palmi sei, altri palmi tre, e altri palmo uno. Fine citazione. Otto anelli irregolari, sparsi sui due lati a quote diverse. E aggiunge un dato decisivo. Cito di nuovo: divisati anelli furono formati dai villani, quando nel secolo sedicesimo servì la grotta per mandra, e poscia per taverna. Fine citazione. I fori sono di età moderna, scavati dai contadini quando l'Orecchio era stalla e poi taverna nel Cinquecento. È una contestazione archeologica di un certo rigore: De Corneidis distingue fra reperti antichi e modifiche post antiche del monumento.

Capitolo nono. Cicerone nemico di Verre: il fraintendimento.

Un altro errore della Guida messinese su cui De Corneidis si sofferma è di natura storiografica e investe il rapporto fra Cicerone e Verre. Bongiovanni e Avolio avevano scritto, evidentemente in margine alla descrizione di qualche antichità siracusana toccata dalle requisizioni del propretore romano, che Cicerone era nemico di Verre. De Corneidis trova l'asserto inaccettabile sul piano storico. Cito le sue parole: non viene questa notizia storica rapportata da nessun autore. Nell'avere l'Orator Romano intrapresa la causa contro Verre, non deve perciò considerarsi di lui nemico, ma lo fece in difesa dei Siciliani, e per incarico datogli dal Senato, anzi l'accettò con qualche dispiacere. Fine citazione. Cicerone, per De Corneidis, era avvocato dei Siciliani su mandato del Senato e assunse il patrocinio della causa siciliana contro Verre in qualità di rappresentante dei provinciali saccheggiati. La distinzione è importante perché tocca il modo stesso di intendere il processo del settanta avanti Cristo che ha lasciato alla letteratura il corpus delle Verrine. Trasformare Cicerone in nemico personale di Verre significa banalizzare la cornice istituzionale della quaestio de repetundis e privare le Verrine del loro statuto di pubblica accusa a difesa di una provincia romana. De Corneidis aggiunge una nota retorica che vale come autoritratto del proprio campo polemico. Cito: Cicerone però guardava come peste e nemici della patria le arpie, i ladri, gli invidiosi, i calunniatori, i bugiardi, gli zoili, gli aristarchi, e coloro che gratuitamente perseguitano gli onorati e virtuosi cittadini. Fine citazione. Il catalogo dei nemici della patria, arpie, ladri, invidiosi, calunniatori, bugiardi, Zoili, Aristarchi, è la lista nera dei detrattori del Capodieci. De Corneidis si serve di Cicerone per delegittimare gli avversari del Curato siracusano e per assimilarne la difesa alla causa stessa dei Siciliani.

Capitolo decimo. Aretusapedia ospita oggi tutti e tre i libri del trittico.

Con la pubblicazione del libricciuolo di Don Fabrizio De Corneidis si completa, su Aretusapedia Libri, il trittico polemico dell'antiquaria siracusana di primo Ottocento. Il lettore di oggi può leggere in successione l'opera attaccata, Antichi monumenti di Siracusa illustrati dall'antiquario Giuseppe Maria Capodieci del milleottocentotredici, il pamphlet che la demolisce, le Lettere di ragguaglio di Alcimo Titanio del milleottocentosedici, e la controreplica del milleottocentoventitré in difesa di Capodieci scritta sotto il nome di Don Fabrizio De Corneidis. Tre libri, tre pseudonimi probabili, tre tipografi, Pulejo a Siracusa, Lorenzo Dato a Palermo, Raffaello Manzi a Napoli, un decennio di scaramucce erudite. La cosa interessante è che il trittico cambia profondamente la lettura di Capodieci. La sua opera era stata accolta dalle Accademie napoletane e lionesi con plauso e premiata dalla Real Munificenza con una pensione annua. Ma sul piano siracusano era circondata da un'aria di sospetto: l'accusa di plagio di Titanio nel milleottocentosedici era stata circostanziata, le contestazioni cronologiche su Gerone secondo, sui Sicani e i Siculi, su Timoleonte erano puntuali. La controreplica di De Corneidis del milleottocentoventitré sposta abilmente il bersaglio: Bongiovanni e Avolio diventano i nuovi plagiari contro cui si scagliano le stesse accuse che Titanio aveva mosso a Capodieci. Si crea così una catena specchiata di accuse, Titanio contro Capodieci nel milleottocentosedici, De Corneidis contro Avolio nel milleottocentoventitré, in cui ciascun antiquario è plagiario per il proprio rivale. La realtà è che la letteratura antiquaria siracusana di primo Ottocento si muoveva all'interno di un fondo comune di descrizioni, citazioni classiche e topografie ereditate dal Mirabella seicentesco, dal Bonanni, dall'Arezzi, dal Cluverio: ognuno copiava da tutti, dichiarandolo poco o nulla. Aretusapedia ospita oggi tutti e tre i libri del trittico, e il quarto degli avversari, Logoteta del millesettecentottantotto, proprio per restituire questa rete di plagi reciproci alla sua dimensione storica reale. Solo leggendoli insieme si capisce che la pretesa di originalità antiquaria del primo Ottocento era retorica condivisa, e che il vero progresso del sapere arrivò solo dopo, con il Cavallari, il Salinas e l'archeologia di scavo della seconda metà del secolo.

Nel 1823 esce a Napoli, presso lo stampatore Raffaello Manzi, un libricciuolo di quarantanove pagine che chiude il trittico polemico dell'antiquaria siracusana di primo Ottocento. L'autore, celato dietro lo pseudonimo «Don Fabrizio De Corneidis», scrive una lunga lettera indirizzata ad «Alcimo Titanio P. A.» — lo stesso Pastore Arcade che nel 1816 aveva attaccato a Palermo gli Antichi monumenti di Siracusa illustrati del sacerdote Giuseppe Maria Capodieci. Ma stavolta le parti sono rovesciate: De Corneidis non picchia su Capodieci, lo difende. E sposta il bersaglio della polemica su un terzo libro pubblicato a Messina sotto il nome di tale Bongiovanni — pseudonimo, sostiene la lettera, del sacerdote Francesco di Paola Avolio. La Guida per le antichità di Siracusa (Messina, Pappalardo) viene smontata punto per punto: plagi sistematici da Logoteta, Biscari, Capodieci e dallo stesso Avolio, errori topografici sull'Epipoli e sull'Eurialo, errore cronologico sul terremoto del tempio di Minerva (mille seicento novantatré contro mille cinquecento quarantadue), errore epigrafico sull'iscrizione greca del fonte battesimale del Duomo, errore sui forami dell'Orecchio di Dionisio, errore sul fonte Aretusa e sull'Alfeo.

Edizione consultata: [Don Fabrizio De Corneidis, pseud.], Lettera di ragguaglio sopra il libricciuolo intitolato «Guida per le antichità di Siracusa» sotto nome d'un tal Bongiovanni, scritta da Don Fabrizio De Corneidis al suo amico Alcimo Titanio P. A., Napoli, Presso Raffaello Manzi, 1823, 49 pp.

Aretusapedia Libri ha già accolto nel proprio fondo digitale di pubblico dominio gli Antichi monumenti di Siracusa illustrati dall'antiquario Giuseppe Maria Capodieci (Siracusa, Pulejo, 1813), opera in due tomi destinata a restare per oltre due secoli il principale repertorio antiquario della città in lingua italiana, e le Lettere di ragguaglio di Alcimo Titanio (Palermo, Lorenzo Dato, 1816), feroce atto d'accusa contro lo stesso Capodieci. Con la pubblicazione del libricciuolo di Don Fabrizio De Corneidis si chiude il trittico polemico. Capodieci aveva dato alle stampe il proprio repertorio nel 1813; Titanio aveva replicato nel 1816 demolendolo punto per punto, attaccando la cronologia di Gerone II, i plagi su Mirabella e Gaetani, le false attribuzioni di scoperte; nel 1823 esce la controreplica di De Corneidis. Non è solo una difesa di Capodieci: è un controattacco che sposta il bersaglio su un terzo libro, una Guida per le antichità di Siracusa uscita dai torchi del Pappalardo di Messina sotto il nome di un fantomatico Bongiovanni, alias Ciocca. De Corneidis cita Titanio sin dall'apertura del libricciuolo, ricordando come «compito che hai il giro per la Sicilia con la tua dolce compagnia, e ritrovandomi in Siracusa, mi facesti sapere nelle Lettere di Ragguaglio, scritte da te, qual lo Duca al Conte tuo amico» (p. 3) la richiesta di essere tenuto al corrente delle nuove pubblicazioni siracusane. La cornice epistolare riprende quella di Titanio: una lettera di amico ad amico, scritta «per compiacerti» e per «moverti a risa». Ma il bersaglio polemico si sposta dal Capodieci agli aristarchi del Capodieci, descritti come Zoili e calunniatori. La triangolazione completa la mappa della contesa antiquaria siracusana del primo Ottocento: tre libri, tre pseudonimi probabili, tre tipografi diversi (Pulejo a Siracusa, Dato a Palermo, Manzi a Napoli) per una polemica che attraversa l'intera Sicilia borbonica.

Il nome «Don Fabrizio De Corneidis» è palesemente fittizio quanto quello di Alcimo Titanio. La sigla «P. A.» apposta al destinatario — Pastore Arcade — colloca il libricciuolo nello stesso milieu accademico arcadico delle Lettere del 1816. Don Fabrizio dichiara di scrivere da Siracusa, dove dimora, e di voler riferire all'amico Titanio quanto accade nella città di Archimede dopo la partenza di lui. La cornice è la stessa della sesta lettera di Titanio del 1816, dove un certo «D. Fabrizio» era stato inviato in ricognizione a Siracusa per descrivere il museo privato di Capodieci e raccontava la celebre scena dei cocci, delle bottiglie di vino e dei ritratti vanesi appesi accanto a quello di Archimede nella pubblica libreria del Seminario. Quel Fabrizio era un alias arcadico fra i tanti dell'epistolario titanico. Il Fabrizio del 1823 ne riprende la maschera, ma in funzione opposta: difensore di Capodieci anziché suo accusatore. La difesa è così sbilanciata che molti indizi convergono sull'ipotesi che dietro lo pseudonimo si nasconda lo stesso Capodieci, oppure un suo intimo sodale della cerchia siracusana. Il libro elenca con minuzia da insider le opere capodecciane pubblicate fra il 1812 e il 1821 — gli Antichi Monumenti di Siracusa illustrati, La Verità in prospetto (Messina, Notajo, 1818), il Dizionario di tutte le Antichità esistenti nelle tre Valli della Sicilia (Siracusa, Pulejo, 1820), le Tavole delle cose più memorabili della storia di Siracusa avanti Gesù Cristo (Messina, Fiumara, 1821) — e si vanta della pensione annua reale, dei tre Reali Decreti che hanno fatto del sacerdote siracusano Socio Corrispondente Nazionale della Reale Accademia Ercolanese Borbonica, di Archeologia, e della Reale Accademia di Storia di Napoli, oltre della pubblicazione lionese del 1822 «dal noto ed illustre personaggio Signor Giuseppe Antonio Goupillon, ad applauso di tutte le Accademie di qua e di là dei monti» (p. 6). Sono dettagli che solo Capodieci stesso, o un suo parente stretto, poteva conoscere con questa precisione.

Il bersaglio polemico di De Corneidis è una Guida per le Antichità di Siracusa uscita dai torchi del Pappalardo di Messina sotto il solo nome di «un tale di Bongiovanni, alias Ciocca» (p. 4). De Corneidis dichiara apertamente che il vero autore della Guida è un altro: «per quanto ci viene assicurato, è stata accozzata con note da un tale D. Francesco Avolio, Autore di Prospetti, e la innestò nel Ciocca; onde la dicono in Siracusa Avoliana-Cioccaide» (p. 4). Il neologismo è polemico ma efficace: il libricciuolo si trasforma in Cioccaide, poema burlesco di un Ciocca prestanome ricamato sopra il materiale erudito di un Avolio. Don Francesco di Paola Avolio era sacerdote siracusano e autore della Dissertazione sulla necessità ed utilità di ben conservarsi gli antichi Monumenti di Siracusa, già pubblicata in passato e a sua volta tirata in ballo da Titanio nel 1816 fra le fonti dei plagi capodecciani. La Guida di Bongiovanni-Avolio è descritta come un libricciuolo «di quattro fogli di carta, legato in ottavo, ove si scorgono diversi sbagli» (p. 4), cioè un volumetto sottile in ottavo. De Corneidis insiste sulla doppia natura della contraffazione editoriale: c'è un nome di paglia in frontespizio (Bongiovanni, alias Ciocca) e c'è un autore vero che si nasconde dietro le note (Avolio). La denuncia ha valore documentario per chi oggi prova a ricostruire l'identità dell'autore della Guida messinese: De Corneidis è il primo a fornire l'attribuzione interna, parlando da Siracusa con la certezza di chi conosce i protagonisti dell'ambiente erudito locale. Il giudizio finale è tagliente: «Questa Guida chiamar si può veramente un lavoro a musaico, e potrebbe a lei avvenire, che alla Cornacchia di Esopo avvenne. Intelligenti pauca» (p. 4). Il «lavoro a musaico» evocato da De Corneidis allude al patchwork di pezzi rubati da altre opere, che farà la fine della cornacchia esopica spogliata delle sue penne prestate.

Il capitolo dei plagi è la spina dorsale dell'attacco di De Corneidis, che si trova nella stessa posizione strutturale dei capitoli sui plagi di Titanio contro Capodieci. Solo che stavolta l'accusa è specchiata: è Avolio-Bongiovanni che copia verbo a verbo da Logoteta, Biscari, Capodieci e dallo stesso Avolio precedente. De Corneidis fornisce un elenco minuzioso di pagine e fonti. Quanto alla Guida del Logoteta — Siracuse antiche illustrate (Napoli 1786, ristampa Palermo, Abbate, 1817) — il confronto delle pagine è tassativo: «copiato verbo a verbo pezzi interi, che si leggono nell'opuscoletto del Logoteta e nelle pagine 12, 14, 15, 21, 37, 40, 41, 48, 51, 65, e 75» della Guida messinese (p. 43). Quanto alla Dissertazione dello stesso Avolio sulla necessità di conservare gli antichi monumenti di Siracusa, l'autoplagio è altrettanto sistematico: «quanto viene scritto nella Dissertazione indigesta dello stesso Avolio sopra la necessità ed utilità di conservarsi gli antichi monumenti di Siracusa, e nelle pagine 15, 25, 44, 45, 47, 50, 61, 65, 73, 81, e 88, tutto leggesi di parola in parola nella Cioccaide, e nelle pagine 7, 10, 11, 13, 15, 17, 20, 21, 22, 29, 42, 46, 52, 55, 58, 65, 66, e 68» (p. 43). Il Viaggio per tutte le Antichità della Sicilia del principe di Biscari (Napoli 1781) viene saccheggiato «dalla pagina 83 sino alla 101 del Cap. VII». Negli Antichi monumenti di Siracusa illustrati del Capodieci il prelievo è ugualmente sfacciato. Il giudizio di De Corneidis è netto: si tratta di «un travaglio a musaico, per non aver detto cosa alcuna di nuovo, ma copiato verbo a verbo pezzi interi» (p. 43). La denuncia è particolarmente piccante perché Titanio nel 1816 aveva accusato Capodieci esattamente degli stessi vizi metodologici: copiare senza dichiararlo e poi spacciarsi come «autore di scoverte». Adesso De Corneidis applica la stessa griglia interpretativa al libro di Bongiovanni-Avolio. Le tabelle di pagine confrontate sono una piccola filologia comparata applicata alla letteratura antiquaria contemporanea.

Il primo blocco di errori sostanziali contestati alla Guida di Bongiovanni-Avolio riguarda la topografia delle fortificazioni dionigee. De Corneidis fissa con precisione la mappa corretta: «ho osservato in tutto il tempo della mia dimora in Siracusa, che il luogo elevato, detto Epipoli, non è posto nel mezzo del castello Eurialo, ma del castello Esapilo chiamato Mongibellesi, o per dir meglio fra Eurialo, oggi Bel vedere, e il Labdalo, detto Buffalaro» (p. 17). L'Epipoli, secondo De Corneidis, si colloca fra Eurialo e Labdalo, ai piedi dell'altopiano dionigeo. La distinzione tocca la geografia stessa della Siracusa antica di Dionisio il Grande, e mostra che la Cioccaide aveva fatto un pasticcio mescolando Epipoli e castelli. De Corneidis aggiunge una seconda contestazione topografica: «Nella Cioccaide leggesi ancora, che negli Epipoli vi sieno più Latomie, quando che se ne scorge una sola allato le rovine del primo castello Labdalo, oggi chiamato il Buffalaro, ove principia il luogo elevato, per cui fu detto Epipoli, nella quale latomia venne carcerato il poeta Filossene, per non aver voluto adulare le poesie del Re e tiranno Dionisio» (p. 17). Una sola latomia, non tante, e nella sola Labdalo. È la latomia in cui fu rinchiuso Filosseno di Citera per essersi rifiutato di adulare i versi del tiranno. Terzo punto: «le strade sotterranee sono nel solo Castello Esapilo nominato Mongibellesi e i Castellucci, e terminano nella piaggia di levante. Non hanno comunicazione alcuna né con gli altri Castelli, né tampoco con le Città» (p. 20). De Corneidis ricostruisce così la geografia minuta dell'altopiano dionigeo correggendo Avolio-Bongiovanni e additando il difetto principale del libricciuolo: l'autore della Guida — il sacerdote dei Prospetti — non ha mai veramente camminato per le antichità che descrive. Ha compilato a tavolino. La conclusione è memorabile: «Onde la Cioccaide ha veramente scritto dormendo» (p. 17).

Il punto più ricco di interesse storico-archeologico nella lettera di De Corneidis riguarda la datazione del terremoto che fece emergere le commissure delle colonne del tempio di Minerva — l'attuale Duomo di Siracusa. La differenza fra le due ipotesi si misura in più di un secolo. La Guida di Bongiovanni-Avolio attribuiva al terremoto del 1693 — il famoso terremoto del Val di Noto — la scoperta delle commissure delle colonne doriche dell'antico tempio dietro l'intonaco barocco del Duomo. De Corneidis corregge: «Non fu poi il tremuoto del 1693, che fece scorgere le commissure delle colonne, e dell'architrave del tempio di Minerva, ma quello de' 10 Agosto 1542, come ho rilevato da una iscrizione in pietra ivi affissa» (p. 23). La data corretta è dunque dieci agosto mille cinquecento quarantadue, ricavata da un'iscrizione lapidaria ancora visibile in loco. La differenza fra il 1542 e il 1693 è di centocinquantuno anni e investe il rapporto fra storia del Duomo barocco e tempio dorico antico. Il punto è proseguito con la contestazione delle misure architettoniche: «Parlando dello stesso tempio asserisce: si possono oggidì con piacere ammirare le grosse ed altissime colonne; esse ascendono (dovea dire ascendeano) al numero di 40, alte pal. 30, e di pal. 4 è il capitello; quando che le colonne, che oggi avanzano, sono 24, l'altezza, compreso il capitello, è pal. 33 ed onc. 8, il solo capitello pal. 4 ed onc. 6, secondo le misure prese dal detto Cockerell» (p. 24). Le colonne ancora visibili nell'Ottocento, secondo De Corneidis, erano in tutto ventiquattro, l'altezza con capitello era di trentatré palmi e otto once, il capitello stesso misurava quattro palmi e sei once. Le misurazioni vere — De Corneidis lo dichiara con nettezza — sono quelle eseguite da Charles Robert Cockerell nel dicembre del 1812 in compagnia di Capodieci e del Politi. Esattamente lo stesso Cockerell che Titanio nel 1816 aveva rivendicato come vero autore delle misurazioni capodecciane: stavolta la rivendicazione gioca a favore di Capodieci e contro Bongiovanni-Avolio.

Il fonte battesimale del Duomo di Siracusa — il celebre cratere di marmo greco riutilizzato come vasca battesimale, ancora visibile oggi nel battistero della cattedrale — porta inciso il nome del donatore Zosimo. Sull'iscrizione greca esiste una disputa filologica di vecchia data, e De Corneidis interviene per correggere la trascrizione di Bongiovanni-Avolio. La Guida messinese aveva letto e tradotto l'iscrizione come «Donarium sacri baptismatis Zosimi Deo Donum vas hoc (sive) hunc craterem» (p. 25), aggiungendo cioè la frase iniziale Donarium sacri baptismatis di cui sulla pietra non c'è traccia. De Corneidis è categorico: «Vada qualunque grecista ad osservarlo, e vedrà apertamente che dalle lettere, le quali avanzano, altro non rilevasi che Zosimi Deo donum hoc vas (sive) hunc craterem come dottamente rapporta il signor Capodieci nella sua opera classica» (p. 25). La lezione corretta dell'iscrizione greca recita dunque «di Zosimo dono a Dio questo vaso, ovvero questo cratere», senza la zeppa retorica del Donarium sacri baptismatis. È un caso emblematico di erudizione antiquaria sul campo: l'iscrizione è ancora là e chiunque sappia leggere il greco può andare a verificarla. De Corneidis usa l'argomento ad oculos — vada qualunque grecista a guardare — per smascherare l'invenzione lessicale del rivale. La precisione filologica del passaggio mostra che dietro lo pseudonimo De Corneidis lavora un erudito che conosce bene la cattedrale e l'epigrafia siracusana. Stessa logica della contestazione si trova nella discussione del cornicione del tempio di Minerva: la Dissertazione di Avolio aveva parlato di un «interessante cornicione del prospetto laterale del tempio di Minerva», ma De Corneidis avverte: «nel detto tempio non vi è menomo vestigio di cornicione, ma quello che crede tale l'Avolio, è l'architrave sopra il fregio co' triglifi» (p. 27). L'elemento che Avolio scambiava per cornicione era invece l'architrave sopra il fregio dorico con i triglifi, e la confusione fra elementi dell'ordine architettonico tradisce la scarsa familiarità del sacerdote con la grammatica edilizia antica.

Sulla grotta artificiale soprannominata l'Orecchio di Dionisio — nel cuore della Latomia del Paradiso — De Corneidis ingaggia due battaglie in una. La prima è una difesa di Capodieci contro l'abate Chopy, citato da Bongiovanni-Avolio. Chopy aveva sostenuto che la grotta era stata «artificiosamente fatta a riflettere le voci degli attori del teatro» (p. 28), trasformandola in una sorta di gigantesco amplificatore acustico per l'antico teatro greco. Capodieci aveva replicato nella Verità in Prospetto del 1818 con un argomento topografico: «ripugna alla ragione ed alle leggi del suono, quanto sognò asserire l'Ab. Chopy, che la grotta di Dionisio sia stata artificiosamente fatta a riflettere le voci degli attori del teatro. L'orecchio è sotto il teatro; dall'orecchio non si vede il teatro, né dal teatro l'orecchio, ma questo guarda direttamente il muro della latomia del Paradiso» (p. 28). La grotta si trova sotto il teatro, separata da esso: dall'una non si vede l'altro. Avolio aveva accusato Capodieci di scagliarsi «con rabbia contro il pensamento del Chopy»; De Corneidis ribatte con una lunga digressione di fisica acustica: «il suono è un movimento ondulatorio dell'aria, risultante da un moto di fremito, che la percossa cagiona nelle parti d'un corpo. L'eco è la ripetizione del suono, cagionato mediante la riflessione di qualche ostacolo duro e unito, come delle muraglie etc.» (p. 30). Capodieci, vanta De Corneidis, «studiò per anni tre la fisica sotto il lettore Abbate Genuisi». La seconda battaglia è sui fori praticati nelle pareti interne dell'Orecchio: la Guida aveva creduto fossero alloggiamenti per le catene dei prigionieri. De Corneidis smonta: «i forami non sono incavati in proporzionata distanza, ma sull'entrare in modo irregolare, cioè cinque a destra, e tre a sinistra, alcuni alti dal suolo palmi sei, altri palmi tre, e altri palmo uno» (p. 34). Otto anelli irregolari, sparsi sui due lati a quote diverse. E aggiunge un dato decisivo: «divisati anelli furono formati dai villani, quando nel secolo XVI servì la grotta per mandra, e poscia per taverna» (p. 35). I fori sono di età moderna, scavati dai contadini quando l'Orecchio era stalla e poi taverna nel Cinquecento. È una contestazione archeologica di un certo rigore: De Corneidis distingue fra reperti antichi e modifiche post-antiche del monumento.

Un altro errore della Guida messinese su cui De Corneidis si sofferma è di natura storiografica e investe il rapporto fra Cicerone e Verre. Bongiovanni-Avolio aveva scritto, evidentemente in margine alla descrizione di qualche antichità siracusana toccata dalle requisizioni del propretore romano, che «Cicerone era nemico di Verre» (p. 23). De Corneidis trova l'asserto inaccettabile sul piano storico: «Non viene questa notizia storica rapportata da nessuno autore. Nell'avere l'Orator Romano intrapresa la causa contro Verre, non dee perciò considerarsi di lui nemico, ma lo fece in difesa dei Siciliani, e per incarico datogli dal Senato, anzi l'accettò con qualche dispiacere» (p. 23). Cicerone, per De Corneidis, era avvocato dei Siciliani su mandato del Senato e assunse il patrocinio della causa siciliana contro Verre in qualità di rappresentante dei provinciali saccheggiati. La distinzione è importante perché tocca il modo stesso di intendere il processo del settanta avanti Cristo che ha lasciato alla letteratura il corpus delle Verrine. Trasformare Cicerone in nemico personale di Verre significa banalizzare la cornice istituzionale della quaestio de repetundis e privare le Verrine del loro statuto di pubblica accusa a difesa di una provincia romana. De Corneidis aggiunge una nota retorica che vale come autoritratto del proprio campo polemico: «Cicerone però guardava come peste e nemici della patria le arpie, i ladri, gl'invidiosi, i calunniatori, i bugiardi, gli zoili, gli aristarchi, e coloro che gratuitamente perseguitano gli onorati e virtuosi cittadini» (p. 23). Il catalogo dei nemici della patria — arpie, ladri, invidiosi, calunniatori, bugiardi, Zoili, Aristarchi — è la lista nera dei detrattori del Capodieci: De Corneidis si serve di Cicerone per delegittimare gli avversari del Curato siracusano e per assimilarne la difesa alla causa stessa dei Siciliani.

Con la pubblicazione del libricciuolo di Don Fabrizio De Corneidis si completa, su Aretusapedia Libri, il trittico polemico dell'antiquaria siracusana di primo Ottocento. Il lettore di oggi può leggere in successione l'opera attaccata, Antichi monumenti di Siracusa illustrati dall'antiquario Giuseppe Maria Capodieci del 1813, il pamphlet che la demolisce, le Lettere di ragguaglio di Alcimo Titanio del 1816, e la controreplica del 1823 in difesa di Capodieci scritta sotto il nome di Don Fabrizio De Corneidis. Tre libri, tre pseudonimi probabili, tre tipografi (Pulejo a Siracusa, Lorenzo Dato a Palermo, Raffaello Manzi a Napoli), un decennio di scaramucce erudite. La cosa interessante è che il trittico cambia profondamente la lettura di Capodieci. La sua opera era stata accolta dalle Accademie napoletane e lionesi con plauso e premiata dalla Real Munificenza con una pensione annua. Ma sul piano siracusano era circondata da un'aria di sospetto: l'accusa di plagio di Titanio nel 1816 era stata circostanziata, le contestazioni cronologiche su Gerone II, sui Sicani e i Siculi, su Timoleonte erano puntuali. La controreplica di De Corneidis del 1823 sposta abilmente il bersaglio: Bongiovanni-Avolio diventa il nuovo plagiario contro cui si scagliano le stesse accuse che Titanio aveva mosso a Capodieci. Si crea così una catena specchiata di accuse — Titanio contro Capodieci nel 1816, De Corneidis contro Avolio nel 1823 — in cui ciascun antiquario è plagiario per il proprio rivale. La realtà è che la letteratura antiquaria siracusana di primo Ottocento si muoveva all'interno di un fondo comune di descrizioni, citazioni classiche e topografie ereditate dal Mirabella seicentesco, dal Bonanni, dall'Arezzi, dal Cluverio: ognuno copiava da tutti, dichiarandolo poco o nulla. Aretusapedia ospita oggi tutti e tre i libri del trittico — e il quarto degli avversari, Logoteta 1788 — proprio per restituire questa rete di plagi reciproci alla sua dimensione storica reale. Solo leggendoli insieme si capisce che la pretesa di originalità antiquaria del primo Ottocento era retorica condivisa, e che il vero progresso del sapere arrivò solo dopo, con il Cavallari, il Salinas e l'archeologia di scavo della seconda metà del secolo.

Audio-riassunto curato da Alessandro Calabrò il 17 maggio 2026.

Edizione Aretusapedia · v1.0

Leggi il libro completo, in versione accessibile

Trascrizione integrale a cura di Aretusapedia: testo selezionabile, ricercabile, compatibile con VoiceOver e screen reader. PDF con copertina, colofone e licenza Creative Commons. Accuratezza dichiarata: ~97-98% (OCR IA Text PDF + cleanup + QA APPROVATO).

Scarica Edizione Aretusapedia
Facsimile originale

L'edizione di Napoli, Raffaello Manzi, 1823

Scansione digitalizzata del libro stampato — utile per verifiche filologiche, lettura della grafia originale e cura tipografica d'epoca.

Scarica PDF originale

Sull'edizione Aretusapedia

Il testo originale di Lettera di ragguaglio sopra la Guida per le antichità di Siracusa di Don Fabrizio De Corneidis (pseudonimo) è di pubblico dominio.

La trascrizione integrale è stata ricavata via OCR Apple Vision dal facsimile e successivamente rivista con cleanup agentico multi-round e verifica filologica a campione contro il PDF originale. È disponibile come Edizione Aretusapedia: un PDF accessibile, ricercabile e ottimizzato per VoiceOver.

L'audio-riassunto narrato e la sintesi testuale in dodici sezioni sono opere derivate originali.

Curatore: per Aretusapedia.
Apparato editoriale © Aretusapedia 2026, distribuito sotto licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0.

Hai trovato un refuso? Segnalalo dal modulo di contatto indicando il numero di pagina. Le correzioni vengono integrate nelle release successive.