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Frontespizio di Cesare Gaetani della Torre, Descrizione di un antico bagno scoperto in Cassibili (1773)
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Descrizione di un antico bagno scoperto in Cassibili

di Cesare Gaetani della Torre · (non indicato sul frontespizio) · 1773
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Cesare Gaetani della Torre, Descrizione di un antico bagno scoperto in Cassibili (1773)

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Descrizione di un antico bagno scoperto in Cassibili presso a Siracusa nel millesettecentosettantuno. Autore, Cesare Gaetani della Torre. Anno di stampa, millesettecentosettantatré. Estensione, ventitré pagine.

Sinossi.

Nel millesettecentosettantuno un erudito siciliano scende carponi in un cunicolo di Cassibile e ritrova, intatte, le ipocausti di un bagno romano sepolto nel territorio dove Tucidide collocò la rotta degli Ateniesi.

Uno. La scoperta del millesettecentosettantuno. Il bagno romano emerge dal terreno di Cassibili.

Cesare Gaetani della Torre redige due relazioni distinte, oggi raccolte nell'opuscolo del millesettecentosettantatré. La prima descrive il primo accesso ai resti, ancora parziali. La seconda riferisce lo scavo completo, condotto per Sovrano comando tra il millesettecentosettantuno e il millesettecentosettantadue.

Il sito sorge oltre il fiume Cassibili, su un rialzo che si avvicina al mare e che ha alle spalle la catena di monti dominata dal monte della Mola. Sulla sommità del pianoro affiorano da tempo vestigi di antiche fabbriche, resti che Gaetani attribuisce alle ville suburbane della Siracusa antica e collega, per ipotesi, alla villa di Dionigi di cui parla Plutarco nella Vita di Dione.

I primi a intervenire non sono archeologi. Sono i fornaciai locali, che cercano pietra da far calce e iniziano a smontare le murature antiche per cuocerle nei forni. La seconda cella del complesso viene distrutta prima che chiunque possa documentarla. La distruzione si ferma per l'iniziativa dei cittadini di Avola, che accorrono con sollecitudine e strappano dalle mani di quegli ignoranti la terza, e una gran parte della quarta cella.

Gaetani, conte e antiquario, riceve l'incarico di ispezionare il sito per Real Ordine. Visita le quattro camerette superstiti, le misura in palmi, l'unità locale, descrive i pavimenti lastricati di marmo e le pareti impellicciate di marmi di vari colori. Per ricostruire il sistema di riscaldamento si infila carpone nel cunicolo sotterraneo che collega due celle, e ritrova intatti i pilastrini di mattoni che reggevano la suspensura, una camera d'aria di tre palmi sotto il pavimento.

Lo scavo procede per fasi. Dopo la prima relazione corregge sé stesso. L'arco che aveva creduto bocca dell'acquedotto è in realtà l'imboccatura dell'ipocausto, cioè la fornace. La ritrattazione è esplicita, anteposta al racconto, e diventa una delle pagine più nitide del libro.

Due. Cesare Gaetani della Torre. Chi era l'erudito siciliano.

Cesare Gaetani della Torre, nato a Siracusa nel millesettecentodiciotto e morto nel milleottocentocinque, appartiene alla nobiltà siracusana e fa parte di quella generazione di antiquari siciliani che nel secondo Settecento applica il metodo erudito alle rovine dell'isola. Conte e poi marchese, prima accademico e poi corrispondente di istituti palermitani e napoletani, è uno dei protagonisti del passaggio dall'antiquaria locale alla protoarcheologia.

Il suo orizzonte di riferimento è esplicito. Nelle ventitré pagine dell'opuscolo del millesettecentosettantatré cita Vitruvio, libri quinto e sesto, Palladio, il commentatore vitruviano Daniele Barbaro, Cicerone, Seneca, Pausania, Erodoto, Sofocle, Ovidio, Tibullo, lo scrittore antiquario Tertulliano, l'inglese Henry Wotton, l'epigrafista Donati, il Corsini per i bronzi farnesiani. Cita anche, e con orgoglio familiare, il padre Ottavio mio zio, il gesuita Ottavio Gaetani autore della Isagoge sulla storia ecclesiastica siciliana, dove si ricorda che i Romani introdussero in Sicilia il lusso di queste stufe.

Lo stile della relazione mescola precisione di misure e prudenza interpretativa. Gaetani avanza ipotesi, se pur non era un Atrio, o sia Palestra, le abbandona quando la prosecuzione dello scavo le smentisce, le sostituisce con altre. È un metodo che lo distingue dagli antiquari secenteschi, più inclini all'identificazione perentoria. Quando non sa, lo dice. Se avrò colpito nel scopo, scrive, avrò il piacere d'aver trovata una maniera non più saputa di far tai stufe. Se poi mi sarò dipartito dalla verità, sapranno i Letterati illuminarmene.

I marmi ritrovati a Cassibili saranno spediti, su ordine reale, dapprima al viceré a Palermo, il marchese Fogliani, viceré di Sicilia dal millesettecentocinquantacinque al millesettecentosettantaquattro, poi al re a Napoli. Le lettere di gradimento sono trascritte integralmente in coda al volume, a testimoniare l'inserimento dell'erudizione siciliana nel circuito della corte borbonica.

Tre. Cassibili. Il toponimo, il fiume, la storia.

L'incipit del libro è una micro-lezione di toponomastica antica. Il fiume Cassibili, scrive Gaetani, detto anticamente Cacipari, così celebre presso Tucidide al libro ottavo, per la rotta che ebbero gli Ateniesi inseguiti dai Siracusani, divide oggidì il territorio di Avola da quello di Siracusa.

In sette righe Gaetani fissa quattro punti. Il nome moderno, Cassibili, oggi più spesso Cassibile. Il nome antico, Cacipari, forma italianizzata del greco Kakyparis, latinizzato Cacyparis. La fonte, Tucidide. Il fatto storico, la disfatta ateniese del quattrocentotredici avanti Cristo, l'episodio in cui l'esercito di Demostene viene circondato e travolto durante la ritirata da Siracusa.

La geografia che Gaetani descrive corrisponde ancora oggi a quella della contrada Cassibile. Un fiume che scende dai monti Iblei e attraversa l'altopiano calcareo prima di sfociare a sud di Siracusa, un rialzo costiero a sud del fiume, di là del fiume evvi un rialto che si avvicina al mare, e alle spalle una catena di monti, fra i quali il più rinomato è quel della Mola, la Mola di Avola, vetta della scarpata iblea.

L'altopiano è da sempre un crocevia. Sulle sue terre crebbe la Siracusa romana imperiale, che vi insediò ville rustiche e impianti termali. Nella memoria locale è il luogo del cosiddetto armistizio di Cassibile, firmato l'otto settembre del millenovecentoquarantatré, ma quell'eco novecentesca è ovviamente fuori dall'orizzonte di Gaetani. Per il conte siciliano, Cassibile è insieme luogo letterario, la Tucidide della disfatta, luogo paesaggistico, il fiume, la rupe, la Mola, e luogo archeologico, i resti di villa che riemergono.

L'identificazione con la villa di Dionigi è prudente. Gaetani osserva che Fazello, Arezzo, e Cluverio pensarono che la villa fosse altrove, in contrada Steaco, e ammette che il rialzo di Cassibile potrebbe estendere fino al fiume i confini di quella stessa proprietà. Non risolve la questione. La lascia aperta.

Quattro. Tucidide e il fiume. L'eco della disfatta ateniese del quattrocentotredici avanti Cristo.

La menzione di Tucidide al libro ottavo è il punto in cui il libro di Gaetani si aggancia alla grande storiografia greca. La precisazione libro ottavo segue la numerazione di alcune edizioni antiche e moderne dei manoscritti, ma il racconto della rotta di Demostene presso il Cacyparis si trova canonicamente nel libro settimo dell'opera tucididea, nel passo in cui l'esercito ateniese, ridotto alla fuga dopo il fallimento dell'assedio di Siracusa, viene attaccato sul fiume e poi distrutto presso l'Assinaro.

Quel fiume, per Tucidide, è una delle tappe del lento sterminio dell'armata di Demostene. Per Gaetani, è il filo che collega il paesaggio settecentesco di Cassibile alla memoria del quattrocentotredici avanti Cristo. La citazione non è ornamentale, serve a dichiarare che il sito non è muto. Ha già un nome antico, ha già una scena storiografica, ha già una posizione nella geografia degli antichi.

L'elemento che il conte siciliano sottolinea è la continuità del toponimo. Il fiume si chiama oggi Cassibili, si chiamava ieri Cacipari. Il legame tra il nome moderno e il greco Kakyparis è la prova migliore che la zona ha conservato, attraverso i secoli, una stratificazione che merita attenzione antiquaria. Per un erudito del Settecento questo passaggio toponimico vale come prova storica.

Gaetani non sviluppa l'analisi tucididea, gli basta evocarla. Ma il riferimento entra nella retorica del libro come elemento di legittimazione. Lo scavo del bagno romano non è una curiosità contadina, è un episodio inserito in un paesaggio che gli antichi greci conoscevano e raccontavano. È il modo settecentesco di rivendicare dignità a un sito periferico rispetto alle grandi rovine urbane di Siracusa.

Cinque. Il bagno. Tipologia architettonica romana e datazione.

La seconda relazione consente a Gaetani di ricostruire l'intero impianto. Le celle, scavate progressivamente, restituiscono la sequenza tipica di un bagno romano di villa. Un frigidario, la cella esterna, dove ci si ungeva e ci si raschiava con strigili e spugne. Un tepidario, dove ci si asciugava dal sudore e si poteva entrare in vasche di acqua tiepida. Un calidario, la cella più calda. Due piccole sudationes o laconica sopra le bocche degli ipocausti. E infine la cella più ampia con la vasca, scesa da una gradinata.

Si aggiungono un apoditerio o spogliatoio, cella di livello più basso, raggiunta da tre scalini. Una exedra o eschola, ampia sala di sosta, decorata con statue. E un piccolo guardaroba per le persone in attesa. Il pavimento della exedra ospita una fogna per assorbir le acque dei bagnanti che vi rientrano gocciolanti. Una scala interna saliva alla superiore collateral magione del Magnate cui appartenevano, cioè al padrone della villa.

Il riscaldamento avviene per ipocausto. Il pavimento sospeso, alto tre palmi, circa settantacinque centimetri, poggia su pilastrini fabbricati di mattoni disposti a sei a sei. Il calore della fornace passa sotto il pavimento e sale lungo i muri attraverso tubuli di terracotta parallelepipedi, rettangoli, aperti nella parte superiore e inferiore, e forati in due dei fianchi opposti con un pertugio in forma ellittica. I tubuli sono incassati nelle pareti, coperti da uno strato di intonaco e rivestiti di fogli di marmo. Gaetani identifica due ipocausti per la cella più interna e un terzo per quella accanto.

La datazione è cauta. L'epigrafe greca frammentaria, di cui Gaetani trascrive cinque righe, porta a ipotizzare una sigla Scrib... che potrebbe rinviare alla gens Scribonia romana. Se così fosse, il marmo sarebbe stato già di reimpiego, riutilizzato da un sepolcro romano per rivestire il bagno. Il complesso sarebbe quindi tardo, comunque di un'epoca assai posteriore allo stabilimento dei Romani in Sicilia. Lo zio gesuita conferma. I Romani portarono in Sicilia il lusso di queste stufe.

Sei. Vitruvio, Palladio, Barbaro. La cultura archeologica di Gaetani.

L'apparato di citazioni mostra la biblioteca dell'antiquario siracusano. Vitruvio, il De Architectura, è citato al libro quinto capitolo dieci, per la nomenclatura calidario e per l'organizzazione delle terme, e al libro sesto capitolo due, per le fauces, i condotti delle stufe. Palladio fornisce il modello descrittivo della suspensura. Gli antichi, scrive Palladio citato da Gaetani, solevano riscaldare le loro stanze con certi doccioni segreti, che passavano per i muri.

Daniele Barbaro, patriarca eletto d'Aquileia e umanista veneto del Cinquecento, è il commentatore vitruviano di riferimento. Gaetani lo cita due volte. Per la descrizione dei tubuli forati che mettono in comunicazione il calore dell'ipocausto con la volta della cella, e per il vocabolario tecnico delle fauces. Il Vitruvio tradotto e commentato di Barbaro, stampato a Venezia nel millecinquecentocinquantasei, era allora il manuale standard per chi volesse leggere l'architettura antica sul terreno.

Henry Wotton, ambasciatore inglese a Venezia e autore degli Elements of Architecture del milleseicentoventiquattro, entra nel libro per il confronto culturale. Il sistema dei doccioni romani, scrive Gaetani citandolo, sorpassa di molto così nel profitto, come nell'uso, le stufe Tedesche. È la maniera settecentesca di valutare gli antichi a confronto con la tecnica europea moderna.

Seneca, Cicerone, Galeno e Papinio Silvano entrano per legittimare la tipologia. Seneca, epistola centoundici, parla dei sudatori. Cicerone, ad Quintum fratrem libro terzo capitolo primo, del vaporario. Galeno richiede tre celle, una calda, una temperata, una fredda, per la salubrità del bagno. Lo Stazio della Silvae, libro quinto verso cinquantotto, descrive un fuoco languido che si insinua nelle case e ipocausti che fanno girare un tenue vapore. Per il vocabolario delle parti, Gaetani ricorre anche al greco. Apoditerio, spogliatoio. Eschola, sala grande. Laconico, cella semicircolare.

È una cultura archeologica che combina filologia, terminologia tecnica e osservazione diretta. Gaetani non si limita a riconoscere il bagno, lo legge come un dispositivo descritto dai trattati antichi, ne riconosce le componenti sul terreno, le nomina con il lessico antico, le confronta con i ritrovamenti analoghi.

Sette. Il bagno oggi. Dispersione e archeologia ottocentesca.

Il destino dei reperti è documentato nel libro stesso. Il torso di alabastro, quasi tripalmare, cioè quasi tre palmi, ovvero circa settantacinque centimetri, il bassorilievo marmoreo rotto in tre pezzi con Eracle Fenicio davanti al tripode di Delfo, il frammento con Eracle Tauricida, che vince il toro di Creta, furono inviati al re a Napoli per ordine sovrano. Le lettere di accompagnamento riportano la data. Palermo, ventitré giugno millesettecentosettantadue. E la registrazione del Senato di Siracusa del sei luglio.

I marmi del bagno restano sul sito o vengono dispersi tra collezioni private. La copia della relazione viene mandata in Palermo al viceré, l'opuscolo viene stampato a Siracusa nel millesettecentosettantatré. Le murature della villa, già parzialmente smantellate dai fornaciai, continuano a degradarsi nel corso dell'Ottocento. La distinzione tra scoperta settecentesca e scavo scientifico ottocentesco è qui evidente. Gaetani descrive, misura, interpreta, ma non protegge.

Nel corso dell'Ottocento Cassibile diventa terreno di interesse per gli archeologi più sistematici. Paolo Orsi, alla fine del secolo, condurrà nella vasta area di Cassibile le campagne di scavo che porteranno alla luce la necropoli protostorica e la stratificazione successiva. Il bagno romano descritto da Gaetani, però, non riemerge come oggetto centrale di quelle campagne. La sua collocazione precisa nel territorio resta in parte da reidentificare sulla base delle indicazioni topografiche del millesettecentosettantatré.

Resta il libro. Le ventitré pagine del millesettecentosettantatré sono oggi una delle poche testimonianze descrittive di un complesso termale romano dell'agro siracusano scavato prima dell'archeologia ottocentesca. Le misure in palmi siracusani, il disegno della pianta che accompagnava l'opuscolo originale, l'identificazione delle celle e la trascrizione dell'epigrafe greca costituiscono un dossier che, anche con tutti i limiti dell'antiquaria settecentesca, ha valore di documento primario.

Otto. Eredità. Dalle antiquaria settecentesche al parco di Cassibile.

Il libro di Gaetani si colloca nel momento in cui l'antiquaria siciliana smette di essere appannaggio dei soli eruditi locali e comincia a dialogare con le corti europee. Le lettere di gradimento del viceré Fogliani, la spedizione dei marmi a Napoli, la citazione dell'Antologia Romana nella lunga nota a piè di pagina nove e dieci inseriscono Cassibile in una rete che va da Palermo a Roma a Napoli.

Un secolo più tardi, l'archeologia siciliana avrà un metodo, una scuola, un nome, Paolo Orsi. Ma le radici di quella attenzione al territorio sono qui, nel millesettecentosettantatré, in un opuscolo di ventitré pagine pubblicato da un conte siracusano che firma del Signor Conte Cesare Gaetani sul frontespizio e dedica al re i propri ritrovamenti. La sequenza di celle, ipocausti, tubuli e marmi che descrive non è una galleria erudita. È la struttura tecnica di un edificio romano restituita con la stessa serietà che, alla stessa data, Winckelmann e gli antiquari napoletani applicavano a Ercolano e Pompei.

Per il territorio di Cassibile, oggi area di interesse paesaggistico e archeologico nel comune di Siracusa, il volume del millesettecentosettantatré conserva un doppio significato. È la prima descrizione organica di un complesso termale di villa nell'altopiano ibleo. Ed è una delle testimonianze di come il toponimo antico, Cacipari, Cacyparis, fosse riconosciuto ininterrottamente come quello del fiume di Tucidide, di Demostene, della rotta del quattrocentotredici avanti Cristo.

Il bagno di Gaetani non è più visitabile nella forma che lui descrisse. Ma le sue ventitré pagine restano leggibili. Rendono visibile un sito ormai disperso, ricostruiscono la tipologia di un edificio antico, registrano l'ingresso di Siracusa nella geografia archeologica della Sicilia settecentesca.

Autore: Cesare Gaetani della Torre

Anno: 1773

Estensione: 23 pagine

Sinossi

Nel 1771 un erudito siciliano scende carponi in un cunicolo di Cassibile e ritrova, intatte, le ipocausti di un bagno romano sepolto nel territorio dove Tucidide collocò la rotta degli Ateniesi.

1. La scoperta del 1771: il bagno romano emerge dal terreno di Cassibili

Cesare Gaetani della Torre redige due relazioni distinte, oggi raccolte nell'opuscolo del 1773. La prima descrive il primo accesso ai resti, ancora parziali; la seconda riferisce lo scavo completo, condotto «per Sovrano comando» tra il 1771 e il 1772.

Il sito sorge oltre il fiume Cassibili, su un rialzo che si avvicina al mare e che ha alle spalle la catena di monti dominata dal monte della Mola. Sulla sommità del pianoro affiorano da tempo «vestigj di antiche fabbriche», resti che Gaetani attribuisce alle ville suburbane della Siracusa antica e collega, per ipotesi, alla villa di Dionigi di cui parla Plutarco nella Vita di Dione.

I primi a intervenire non sono archeologi. Sono i fornaciai locali, che cercano «pietra da far calce» e iniziano a smontare le murature antiche per cuocerle nei forni. La seconda cella del complesso viene distrutta prima che chiunque possa documentarla. La distruzione si ferma per l'iniziativa dei cittadini di Avola, che accorrono «con sollecitudine» e strappano «dalle mani di quegli ignoranti la terza, ed una gran parte della quarta» cella.

Gaetani, conte e antiquario, riceve l'incarico di ispezionare il sito per «Real Ordine». Visita le quattro camerette superstiti, le misura in palmi (l'unità locale), descrive i pavimenti lastricati di marmo e le pareti «impellicciate di marmi di vari colori». Per ricostruire il sistema di riscaldamento, si infila «carpone» nel cunicolo sotterraneo che collega due celle, e ritrova intatti i pilastrini di mattoni che reggevano la suspensura: una camera d'aria di tre palmi sotto il pavimento.

Lo scavo procede per fasi. Dopo la prima relazione corregge sé stesso: l'arco che aveva creduto «bocca dell'acquidotto» è in realtà l'imboccatura dell'ipocausto, cioè la fornace. La ritrattazione è esplicita, anteposta al racconto, e diventa una delle pagine più nitide del libro.

2. Cesare Gaetani della Torre: chi era l'erudito siciliano

Cesare Gaetani della Torre (Siracusa, 1718-1805) appartiene alla nobiltà siracusana e fa parte di quella generazione di antiquari siciliani che nel secondo Settecento applica il metodo erudito alle rovine dell'isola. Conte e poi marchese, prima accademico e poi corrispondente di istituti palermitani e napoletani, è uno dei protagonisti del passaggio dall'antiquaria locale alla protoarcheologia.

Il suo orizzonte di riferimento è esplicito. Nelle ventitré pagine dell'opuscolo del 1773 cita Vitruvio (libri V e VI), Palladio, il commentatore vitruviano Daniele Barbaro, Cicerone, Seneca, Pausania, Erodoto, Sofocle, Ovidio, Tibullo, lo scrittore antiquario Tertulliano, l'inglese Henry Wotton, l'epigrafista Donati, il Corsini per i bronzi farnesiani. Cita anche, e con orgoglio familiare, «il P. Ottavio mio zio», il gesuita Ottavio Gaetani autore della Isagoge sulla storia ecclesiastica siciliana, dove si ricorda che «i Romani introdussero in Sicilia il lusso di queste stufe».

Lo stile della relazione mescola precisione di misure e prudenza interpretativa. Gaetani avanza ipotesi («se pur non era un Atrio, o sia Palestra»), le abbandona quando la prosecuzione dello scavo le smentisce, le sostituisce con altre. È un metodo che lo distingue dagli antiquari secenteschi, più inclini all'identificazione perentoria. Quando non sa, lo dice: «Se avrò colpito nel scopo, avrò il piacere d'aver trovata una maniera non più saputa di far tai stufe: se poi mi sarò dipartito dalla verità, sapranno i Letterati illuminarmene.»

I marmi ritrovati a Cassibili saranno spediti, su ordine reale, dapprima al viceré a Palermo (il marchese Fogliani, viceré di Sicilia dal 1755 al 1774), poi al re a Napoli. Le lettere di gradimento sono trascritte integralmente in coda al volume, a testimoniare l'inserimento dell'erudizione siciliana nel circuito della corte borbonica.

3. Cassibili: il toponimo, il fiume, la storia

L'incipit del libro è una micro-lezione di toponomastica antica. «Il Fiume Cassibili, detto anticamente Cacipari, così celebre presso Tucidide al libro VIII, per la rotta, che ebbero gli Ateniesi inseguiti dai Siracusani, divide oggidì il territorio di Avola da quello di Siracusa.»

In sette righe Gaetani fissa quattro punti. Il nome moderno: Cassibili (oggi più spesso Cassibile). Il nome antico: Cacipari, forma italianizzata del greco Kakyparis (Καχύπαρις), latinizzato Cacyparis. La fonte: Tucidide. Il fatto storico: la disfatta ateniese del 413 a.C., l'episodio in cui l'esercito di Demostene viene circondato e travolto durante la ritirata da Siracusa.

La geografia che Gaetani descrive corrisponde ancora oggi a quella della contrada Cassibile: un fiume che scende dai monti Iblei e attraversa l'altopiano calcareo prima di sfociare a sud di Siracusa, un rialzo costiero a sud del fiume («di là del fiume evvi un rialto, che si avvicina al mare»), e alle spalle «una catena di monti, fra i quali il più rinomato è quel della Mola» (la Mola di Avola, vetta della scarpata iblea).

L'altopiano è da sempre un crocevia. Sulle sue terre crebbe la Siracusa romana imperiale, che vi insediò ville rustiche e impianti termali; nella memoria locale è il luogo del cosiddetto armistizio di Cassibile, firmato l'8 settembre 1943, ma quell'eco novecentesca è ovviamente fuori dall'orizzonte di Gaetani. Per il conte siciliano, Cassibile è insieme luogo letterario (la Tucidide della disfatta), luogo paesaggistico (il fiume, la rupe, la Mola) e luogo archeologico (i resti di villa che riemergono).

L'identificazione con la villa di Dionigi è prudente. Gaetani osserva che «Fazello, Arezzo, e Cluverio pensarono» che la villa fosse altrove, in contrada Steaco, e ammette che il rialzo di Cassibile potrebbe estendere fino al fiume i confini di quella stessa proprietà. Non risolve la questione: la lascia aperta.

4. Tucidide e il fiume: l'eco della disfatta ateniese del 413 a.C.

La menzione di Tucidide al libro VIII è il punto in cui il libro di Gaetani si aggancia alla grande storiografia greca. La precisazione «libro VIII» segue la numerazione di alcune edizioni antiche e moderne dei manoscritti, ma il racconto della rotta di Demostene presso il Cacyparis si trova canonicamente nel libro VII dell'opera tucididea, nel passo in cui l'esercito ateniese, ridotto alla fuga dopo il fallimento dell'assedio di Siracusa, viene attaccato sul fiume e poi distrutto presso l'Assinaro.

Quel fiume, per Tucidide, è una delle tappe del lento sterminio dell'armata di Demostene; per Gaetani, è il filo che collega il paesaggio settecentesco di Cassibile alla memoria del 413 a.C. La citazione non è ornamentale: serve a dichiarare che il sito non è muto. Ha già un nome antico, ha già una scena storiografica, ha già una posizione nella geografia degli antichi.

L'elemento che il conte siciliano sottolinea è la continuità del toponimo. Il fiume si chiama oggi Cassibili, si chiamava ieri Cacipari. Il legame tra il nome moderno e il greco Kakyparis è la prova migliore che la zona ha conservato, attraverso i secoli, una stratificazione che merita attenzione antiquaria. Per un erudito del Settecento, questo passaggio toponimico vale come prova storica.

Gaetani non sviluppa l'analisi tucididea; gli basta evocarla. Ma il riferimento entra nella retorica del libro come elemento di legittimazione: lo scavo del bagno romano non è una curiosità contadina, è un episodio inserito in un paesaggio che gli antichi greci conoscevano e raccontavano. È il modo settecentesco di rivendicare dignità a un sito periferico rispetto alle grandi rovine urbane di Siracusa.

5. Il bagno: tipologia architettonica romana e datazione

La seconda relazione consente a Gaetani di ricostruire l'intero impianto. Le celle, scavate progressivamente, restituiscono la sequenza tipica di un bagno romano di villa: un frigidario (la cella esterna, dove ci si ungeva e ci si raschiava con strigili e spugne), un tepidario (dove ci si asciugava dal sudore e si poteva entrare in vasche di acqua tiepida), un calidario (la cella più calda), due piccole sudationes o laconica sopra le bocche degli ipocausti, e infine la cella più ampia con la vasca, scesa da una gradinata.

Si aggiungono un apoditerio o spogliatoio (cella di livello più basso, raggiunta da tre scalini), una exedra o eschola (ampia sala di sosta) decorata con statue, e un piccolo guardaroba per le persone in attesa. Il pavimento della exedra ospita una «fogna per assorbir le acque» dei bagnanti che vi rientrano gocciolanti. Una scala interna saliva alla «superiore collateral magione del Magnate cui appartenevano», cioè al padrone della villa.

Il riscaldamento avviene per ipocausto. Il pavimento sospeso, alto tre palmi (circa 75 cm), poggia su «pilastrini fabbricati di mattoni» disposti a sei a sei. Il calore della fornace passa sotto il pavimento e sale lungo i muri attraverso tubuli di terracotta «parallelepipedi, rettangoli, aperti nella parte superiore, e inferiore, e forati in due de' fianchi opposti con un pertugio in forma ellittica». I tubuli sono incassati nelle pareti, coperti da uno strato di intonaco e rivestiti di fogli di marmo. Gaetani identifica due ipocausti per la cella più interna e un terzo per quella accanto.

La datazione è cauta. L'epigrafe greca frammentaria, di cui Gaetani trascrive cinque righe (ΣΙΣP / CKPΣIB / ΓIHCIΛ / HMAC / HM), porta a ipotizzare una sigla «Scrib...» che potrebbe rinviare alla gens Scribonia romana. Se così fosse, il marmo sarebbe stato già di reimpiego, riutilizzato da un sepolcro romano per rivestire il bagno: il complesso sarebbe quindi tardo, comunque «di un'epoca assai posteriore allo stabilimento de' Romani in Sicilia». Lo zio gesuita conferma: i Romani portarono in Sicilia «il lusso di queste stufe».

6. Vitruvio, Palladio, Barbaro: la cultura archeologica di Gaetani

L'apparato di citazioni mostra la biblioteca dell'antiquario siracusano. Vitruvio, il De Architectura, è citato al libro V capitolo 10 (per la nomenclatura calidarium e per l'organizzazione delle terme) e al libro VI capitolo 2 (per le fauces, i condotti delle stufe). Palladio fornisce il modello descrittivo della suspensura: «gli antichi solevano riscaldare le loro stanze con certi doccioni segreti, che passavano pe' muri».

Daniele Barbaro, patriarca eletto d'Aquileia e umanista veneto del Cinquecento, è il commentatore vitruviano di riferimento. Gaetani lo cita due volte: per la descrizione dei tubuli forati che mettono in comunicazione il calore dell'ipocausto con la volta della cella, e per il vocabolario tecnico delle fauces. Il Vitruvio tradotto e commentato di Barbaro, stampato a Venezia nel 1556, era allora il manuale standard per chi volesse leggere l'architettura antica sul terreno.

Henry Wotton, ambasciatore inglese a Venezia e autore degli Elements of Architecture (1624), entra nel libro per il confronto culturale: il sistema dei doccioni romani, scrive Gaetani citandolo, «sorpassa di molto così nel profitto, come nell'uso, le stufe Tedesche». È la maniera settecentesca di valutare gli antichi a confronto con la tecnica europea moderna.

Seneca, Cicerone, Galeno e «Papinio Silvano» entrano per legittimare la tipologia: Seneca (epistola 111) parla dei sudatoria, Cicerone (ad Quintum fratrem III, 1) del vaporarium, Galeno richiede tre celle (una calda, una temperata, una fredda) per la salubrità del bagno, lo Stazio della Silvae (V, 58) descrive «languidus ignis inerret aedibus, et tenuem volvant hypocausta vaporem». Per il vocabolario delle parti, Gaetani ricorre anche al greco: apoditerio (spogliatoio), eschola (sala grande), laconico (cella semicircolare).

È una cultura archeologica che combina filologia, terminologia tecnica e osservazione diretta. Gaetani non si limita a riconoscere il bagno: lo legge come un dispositivo descritto dai trattati antichi, ne riconosce le componenti sul terreno, le nomina con il lessico antico, le confronta con i ritrovamenti analoghi.

7. Il bagno oggi: dispersione e archeologia ottocentesca

Il destino dei reperti è documentato nel libro stesso. Il torso di alabastro («quasi tripalmare», cioè quasi tre palmi, ovvero circa 75 cm), il bassorilievo marmoreo rotto in tre pezzi con Eracle Fenicio davanti al tripode di Delfo, il frammento con Eracle Tauricida (che vince il toro di Creta) furono inviati al re a Napoli per ordine sovrano. Le lettere di accompagnamento riportano la data: Palermo, 23 giugno 1772, e la registrazione del Senato di Siracusa del 6 luglio.

I marmi del bagno restano sul sito o vengono dispersi tra collezioni private. La copia della relazione viene mandata in Palermo al viceré; l'opuscolo viene stampato a Siracusa nel 1773. Le murature della villa, già parzialmente smantellate dai fornaciai, continuano a degradarsi nel corso dell'Ottocento. La distinzione tra «scoperta» settecentesca e «scavo scientifico» ottocentesco è qui evidente: Gaetani descrive, misura, interpreta, ma non protegge.

Nel corso dell'Ottocento Cassibile diventa terreno di interesse per gli archeologi più sistematici. Paolo Orsi, alla fine del secolo, condurrà nella vasta area di Cassibile le campagne di scavo che porteranno alla luce la necropoli protostorica e la stratificazione successiva. Il bagno romano descritto da Gaetani, però, non riemerge come oggetto centrale di quelle campagne: la sua collocazione precisa nel territorio resta in parte da reidentificare sulla base delle indicazioni topografiche del 1773.

Resta il libro. Le ventitré pagine del 1773 sono oggi una delle poche testimonianze descrittive di un complesso termale romano dell'agro siracusano scavato prima dell'archeologia ottocentesca. Le misure in palmi siracusani, il disegno della pianta che accompagnava l'opuscolo originale, l'identificazione delle celle e la trascrizione dell'epigrafe greca costituiscono un dossier che, anche con tutti i limiti dell'antiquaria settecentesca, ha valore di documento primario.

8. Eredità: dalle antiquaria settecentesche al parco di Cassibile

Il libro di Gaetani si colloca nel momento in cui l'antiquaria siciliana smette di essere appannaggio dei soli eruditi locali e comincia a dialogare con le corti europee. Le lettere di gradimento del viceré Fogliani, la spedizione dei marmi a Napoli, la citazione dell'Antologia Romana (la lunga nota a piè di pagina 9 e 10) inseriscono Cassibile in una rete che va da Palermo a Roma a Napoli.

Un secolo più tardi, l'archeologia siciliana avrà un metodo, una scuola, un nome (Orsi). Ma le radici di quella attenzione al territorio sono qui, nel 1773, in un opuscolo di ventitré pagine pubblicato da un conte siracusano che firma «del Signor Conte Cesare Gaetani» sul frontespizio e dedica al re i propri ritrovamenti. La sequenza di celle, ipocausti, tubuli e marmi che descrive non è una galleria erudita: è la struttura tecnica di un edificio romano restituita con la stessa serietà che, alla stessa data, Winckelmann e gli antiquari napoletani applicavano a Ercolano e Pompei.

Per il territorio di Cassibile, oggi area di interesse paesaggistico e archeologico nel comune di Siracusa, il volume del 1773 conserva un doppio significato. È la prima descrizione organica di un complesso termale di villa nell'altopiano ibleo; ed è una delle testimonianze di come il toponimo antico — Cacipari, Cacyparis — fosse riconosciuto ininterrottamente come quello del fiume di Tucidide, di Demostene, della rotta del 413 a.C.

Il bagno di Gaetani non è più visitabile nella forma che lui descrisse. Ma le sue ventitré pagine restano leggibili: rendono visibile un sito ormai disperso, ricostruiscono la tipologia di un edificio antico, registrano l'ingresso di Siracusa nella geografia archeologica della Sicilia settecentesca.

Fonti

  • Cesare Gaetani della Torre, Descrizione di un antico bagno scoperto in Cassibili presso a Siracusa nel 1771, Siracusa, 1773, 23 pp.
  • Tucidide, La guerra del Peloponneso, libro VII (battaglia del Cacyparis e dell'Assinaro, 413 a.C.).
  • Vitruvio, De Architectura, libri V e VI; con il commento di Daniele Barbaro, Venezia, 1556.
  • Plutarco, Vita di Dione.
  • Tommaso Fazello, De rebus siculis decades duae, Palermo, 1558.
  • Filippo Cluverio, Sicilia antiqua, Leida, 1619.
  • Paolo Orsi, campagne di scavo a Cassibile, fine XIX secolo.
  • Ottavio Gaetani S.J., Isagoge ad historiam sacram siculam, cap. XXIX.

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