Gaetano Adorno Puma, Mario Adorno e le false accuse del sac. Emilio Bufardeci (1869)
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Aretusapedia Libri. Gaetano Adorno Puma, Mario Adorno e le false accuse del sacerdote Emilio Bufardeci, Confutazione, milleottocentosessantanove. Quattordici minuti di ascolto. Buon ascolto.
Un anno dopo che Emilio Bufardeci ha dipinto Mario Adorno come un illuso filoborbonico, suo figlio Gaetano risponde da Siracusa con un libro che è insieme difesa filiale, dossier di documenti e atto d'accusa per plagio. Tre testi di mani diverse, Adorno Puma, De Benedictis, Giaracà, uniti dallo stesso tipografo siracusano per smontare la narrazione fiorentina.
Quando Emilio Bufardeci, sacerdote-deputato della Destra storica e parroco siracusano, pubblica a Firenze nel milleottocentosessantotto Le funeste conseguenze di un pregiudizio popolare, la tesi più scomoda del libro è che Mario Adorno, fucilato in Piazza Duomo il diciotto agosto milleottocentotrentasette a sessantaquattro anni insieme al figlio Carmelo, non fosse stato un cospiratore politico ma un illuso credenzone del veneficio borbonico. Bufardeci spinge oltre: Adorno sarebbe stato perfino filoborbonico. In piena età post-unitaria, mentre la nuova classe dirigente del Regno d'Italia ricostruisce la propria memoria risorgimentale, questa lettura riapre una ferita non rimarginata. La famiglia Adorno reagisce con un libro pubblicato a Siracusa nell'aprile del milleottocentosessantanove presso la tipografia di Antonino Pulejo. A firmarlo è uno dei figli sopravvissuti del martire, Gaetano Adorno Puma, che dichiara in dedica «alla cara e venerata memoria di Mario Adorno, modello di sapienza, di virtù, di patrio amore, vittima di esecrata tirannide».
Gaetano Adorno Puma è il secondo figlio di Mario Adorno, tra Carmelo, primogenito fucilato col padre, e Giuseppe, terzo figlio sopravvissuto. Tutti e tre furono arrestati il nove agosto milleottocentotrentasette nella casa del fratello Carmelo, in via Amalfitania, dove si erano riuniti per tentare la fuga. Gaetano e Giuseppe vennero detenuti ma non passati per le armi. Adorno Puma racconta di sé in prima persona: prima del milleottocentotrentasette copiò manoscritti dei Salmi di Gabriele Rossetti giunti clandestinamente da Malta in casa di Mario Landolina Nava, insieme all'amico Raffaele Lanza. Subì lunga persecuzione in carcere dopo il milleottocentotrentasette, emigrò in Malta nel milleottocentoquarantanove dopo il fallimento della Rivoluzione siciliana, impugnò di nuovo le armi nel milleottocentosessanta e nel milleottocentosessantuno correndo a Palermo dopo il decreto Prodittatoriale. Al momento della stesura, nel milleottocentosessantanove, risiede stabilmente a Noto. Scrive con la legittimità doppia del testimone diretto e del figlio del martire: «debito di sangue e carità di patria mi spinsero».
L'aspetto più dirompente del libro non è tanto la difesa di Mario Adorno quanto la denuncia di un furto intellettuale. In appendice alle Osservazioni di Emmanuele Giaracà, in nove pagine di tabelle sinottiche, si dimostra che Bufardeci ha attinto sistematicamente da un manoscritto inedito di Salvatore Chindemi intitolato Memoria storica degli avvenimenti accaduti in Luglio ed Agosto milleottocentotrentasette in Siracusa. Il manoscritto era stato consegnato dal Chindemi al barone Mario Emanuele Francica Pancali per custodia. Pancali, sindaco di Siracusa del milleottocentotrentasette, intimo amico di Bufardeci fino alla propria morte il dieci maggio milleottocentosessantotto, lo aveva tenuto presso di sé. Bufardeci, recuperandolo dopo la morte di Pancali, ne avrebbe trascritto interi passaggi nel proprio libro pubblicato lo stesso anno. La lettera del dottor Salvatore Brunetti del venti marzo milleottocentosessantanove certifica indipendentemente l'esistenza del manoscritto Chindemi di oltre trent'anni addietro. Giaracà appaia i brani in due colonne dimostrando una sovrapposizione testuale che configura plagio, e chiude richiamando un frammento di Apollodoro tramandato da Diogene Laerzio: chi rubasse dai libri di Crisippo quanto è di altri, si ritroverebbe con carta bianca.
Il libro che esce da Pulejo nel milleottocentosessantanove non è un saggio singolo ma un dossier collettivo in tre parti: la Confutazione di Gaetano Adorno Puma, datata Siracusa ventiquattro aprile milleottocentosessantanove, la Lettera di Emanuele De Benedictis al professor Salvatore Chindemi, datata Siracusa tre febbraio milleottocentosessantanove, le Osservazioni di Emmanuele Giaracà a difesa dello zio Chindemi, marzo milleottocentosessantanove, con la lunga appendice del confronto Bufardeci-Chindemi e la lettera di certificazione del dottor Brunetti. Quattro siracusani convergono sul medesimo bersaglio editoriale: il volume fiorentino di Bufardeci. La famiglia Adorno non si difende da sola: trascina con sé i circoli intellettuali liberali della città. Il volume diventa così un manifesto controculturale antiborbonico e anticlericale, pubblicato in città mentre Bufardeci, sacerdote e deputato del Regno d'Italia, ne attraversa le strade.
Il primo capitolo della Confutazione ricostruisce le accuse di Bufardeci. Bufardeci sosteneva: il colera del milleottocentotrentasette era un vero morbo asiatico e non un veneficio borbonico; i liberali siracusani avevano cinicamente alimentato la diceria del colera-veleno come parola d'ordine insurrezionale; Mario Adorno era un buonafede ignaro delle trame, addirittura filoborbonico nel suo discorso del diciotto luglio milleottocentotrentasette. Il vero eroe del milleottocentotrentasette sarebbe stato il barone Francica Pancali, sindaco di Siracusa, di cui Bufardeci prometteva una biografia separata. Bufardeci aggiungeva che l'acido arsenioso trovato in casa Vaccaro sarebbe stato depositato di nascosto da un prete pseudo-liberale per provocare la rivoluzione.
Adorno Puma demolisce questa lettura con cinque tipi di prove. Documentali: i decreti di Ruggero Settimo del ventinove luglio milleottocentoquarantotto e del Parlamento Siciliano del diciannove maggio milleottocentoquarantotto che riconoscono Mario e Carmelo «vittime dell'abbattuto dispotismo», la voce dedicata a Mario Adorno nella Nuova Enciclopedia popolare italiana torinese. Testimoniali: Chindemi nelle deposizioni del Comitato dei Sessanta, De Benedictis come testimone oculare, Pasquale Calvi nelle Memorie storiche e critiche della rivoluzione del milleottocentoquarantotto. Biografici: la militanza carbonica di Adorno dal milleottocentoventi, la collaborazione con Raffaele Lanza, i salvataggi di prigionieri politici operati personalmente. Logici: l'incoerenza interna di Bufardeci, che sostiene il filoborbonismo di Adorno ma ammette altrove che chi negò il movente politico del milleottocentotrentasette o ignorò la vera storia o volle impudentemente mentire. Procedurali: la condanna a morte di Mario Adorno fu pronunciata come cospiratore politico, sulla base dei fatti, delle testimonianze e dell'opinione pubblica. Se Adorno fosse stato un sempliciotto in buona fede, la corte marziale borbonica non lo avrebbe fucilato.
La scena chiave del libro è la sera del diciotto luglio milleottocentotrentasette. Mario Adorno, rientrato in Siracusa dal fondo del Contrasto a sette miglia di distanza, avrebbe scritto di sua mano, secondo la ricostruzione di Adorno Puma, il manifesto-bando dell'insurrezione, stampato dalla tipografia Camparozzi con la firma «Mario Francica Pancali Barone, Presidente Patrizio». Adorno Puma nota l'ambiguità deliberata della firma: Pancali era sindaco, non capo rivoluzionario, e veniva firmato come Patrizio, cioè in qualità di ufficiale del governo borbonico, per coprire i congiurati in caso di restaurazione. Il manifesto resta uno dei pochi documenti scritti della rivolta. La presunta frase di Adorno alla Commissione, scoprire una setta nemica al Governo, è, secondo Adorno Puma, invenzione: «nella sala, ove stava riunita la Commissione, non si vide stenografo che avesse conservato le parole di Adorno».
La Confutazione ricostruisce la cronologia dal diciotto luglio al nove agosto milleottocentotrentasette. Secondo Chindemi citato da Adorno Puma, l'anarchia siracusana fa ventun vittime, tra cui il commissario Vico, l'intendente Vaccaro, la famiglia tedesca Lepik, i fratelli sacerdoti Felice e Baldassare Campisi. Adorno Puma osserva che il padre Mario, in quei giorni, era in letto ammalato, incapace di partecipare ai linciaggi: lo riconosce involontariamente lo stesso Bufardeci in una pagina del suo libro. Il nove agosto sbarca a Siracusa il commissario plenipotenziario del re, generale Francesco Saverio Del Carretto, già responsabile dei massacri del Cilento del milleottocentoventotto. Verso le tre del pomeriggio, i gendarmi arrestano nella casa di via Amalfitania Mario Adorno e i tre figli Carmelo, Gaetano e Giuseppe. Il Consiglio di Guerra subitaneo condanna Mario e Carmelo alla fucilazione del sedici agosto, eseguita il diciotto in Piazza Duomo. L'avvocato Giuseppe Failla assume la difesa formale. Insieme agli Adorno vengono fucilati Silvestro e Pasquale Sollecito, capitano mercantile il primo, e Pasquale Romano.
Il secondo testo del libro è la lettera di Emanuele De Benedictis al professor Salvatore Chindemi. De Benedictis è archivista provinciale di Siracusa, eletto per concorso, autore già nel milleottocentosessantuno a Torino di un libro sulle persecuzioni borboniche. Confessa di aver fornito gran parte dei documenti del processo del milleottocentotrentasette proprio a Bufardeci, attraverso il copista Paolo Cesareo, e di essere stato ripagato con un'aggressione personale nelle pagine del libro fiorentino. La lettera è densa di ricordi diretti: De Benedictis nel milleottocentotrentasette aveva diciotto anni, assistette in Cappella del Seminario alla riunione del Comitato sui plichi catanesi, ricevette il nastro giallo rivoluzionario dal signor Vincenzo Mancarella, fu testimone oculare dell'uccisione del commissario Vico al palazzo del Comune, dei tre giorni in cui il dottor Naro si nascose nella chiesa della Graziella, salvato dai fratelli Santoro. La domanda finale al Bufardeci è demolitoria: «qual fu il Giugno e l'anno in cui, lasciando gli ozi saporiti della campagna, e affrontando ogni rischio, fu egli ammesso nella pericolosa palestra politica?». Tradotto: dove era lui, sacerdote ventiduenne, nel luglio milleottocentotrentasette?
Il terzo testo del libro è di Emmanuele Giaracà, nipote del professor Salvatore Chindemi. Bufardeci aveva accusato Chindemi di essere stato un ammiserito trastullatore di parole incomplete e vane e privo di coraggio civile. Giaracà ricorda invece i nove mesi di carcere di Chindemi nel milleottocentotrentanove, la prigione Conte Lapis, il rifugio ad Aidone tra il milleottocentoquarantanove e il milleottocentocinquantuno, la fuga in Malta sotto le spoglie di un contadino, l'esilio successivo a Sassari e Pallanza. Difende l'onore intellettuale e politico dello zio. Lo scandalo del plagio, già descritto in apertura, è il colpo finale di Giaracà: nove pagine di colonne sinottiche che mostrano la copia letterale Bufardeci-Chindemi.
Mario Adorno e le false accuse del sacerdote Emilio Bufardeci è la seconda metà inseparabile del libro di Bufardeci del milleottocentosessantotto: insieme formano il dittico polemico più aspro della storiografia siracusana sul milleottocentotrentasette. La voce della Treccani su Mario Adorno cita entrambi i libri nella bibliografia. Privitera nel milleottocentosettantanove, nella Storia di Siracusa antica e moderna, riprende molti elementi della Confutazione di Adorno Puma per la propria narrazione della rivolta. Nel Novecento il dittico è stato letto sempre meno: la versione vulgata si è limitata a Bufardeci. La riscoperta di Adorno Puma è oggi importante per due ragioni. La prima è documentale: ricostruisce con precisione la militanza carbonica di Mario Adorno dal milleottocentoventi. La seconda è metodologica: l'accusa di plagio mostra che le narrazioni storiche post-unitarie su Siracusa sono spesso opera di trasposizioni e copiature di manoscritti circolanti, da Chindemi a Pancali a Bufardeci.
In Piazza Duomo, in Ortigia, il piano davanti al portale della Cattedrale fu sede della fucilazione di Mario e Carmelo Adorno il diciotto agosto milleottocentotrentasette. Adorno Puma colloca con precisione il quadrato di fanteria: di fronte alla casa Bosco, al palazzo del Comune, con accesso dal portone della casa Gargallo, luogo allora dei Tribunali. La via Amalfitania, dove il nove agosto milleottocentotrentasette i gendarmi arrestarono gli Adorno nella casa del fratello Carmelo, attraversa ancora Ortigia ed è una delle strade del centro storico. La Chiesa della Graziella, dove il dottor Naro si nascose tre giorni dopo l'uccisione di Vico, è ancora in Ortigia, nel rione omonimo. La tipografia di Antonino Pulejo del milleottocentosessantanove è scomparsa, ma la stampa siracusana ottocentesca è tracciabile nelle collezioni della Biblioteca Alagoniana di Siracusa.
Il libro completo, citazioni e bibliografia su aretusapedia punto it, alla voce libri. Buon proseguimento.
Sinossi. Un anno dopo che Emilio Bufardeci ha dipinto Mario Adorno come un illuso filoborbonico, suo figlio Gaetano risponde da Siracusa con un libro che è insieme difesa filiale, dossier di documenti e atto d'accusa per plagio. Tre testi di mani diverse (Adorno Puma, De Benedictis, Giaracà) uniti dallo stesso tipografo siracusano per smontare la narrazione fiorentina.
01. Un figlio risponde, un anno dopo
Quando Emilio Bufardeci (Siracusa, 1816 – 1899), sacerdote-deputato della Destra storica e parroco siracusano, pubblica a Firenze nel 1868 Le funeste conseguenze di un pregiudizio popolare, la tesi più scomoda del libro è che Mario Adorno, fucilato in Piazza Duomo il 18 agosto 1837 a sessantaquattro anni insieme al figlio Carmelo, non fosse stato un cospiratore politico ma un illuso «credenzone» del veneficio borbonico. Bufardeci spinge oltre: Adorno sarebbe stato perfino filoborbonico, perché nel suo discorso alla Commissione dei Sessanta avrebbe parlato di «una setta infernale nemica a noi, nemica al Governo». In piena età post-unitaria, mentre la nuova classe dirigente del Regno d'Italia ricostruisce la propria memoria risorgimentale, questa lettura riapre una ferita non rimarginata. La famiglia Adorno reagisce con un libro pubblicato a Siracusa nell'aprile del 1869 presso la tipografia di Antonino Pulejo. A firmarlo è uno dei figli sopravvissuti del martire, Gaetano Adorno Puma, che dichiara in dedica «alla cara e venerata memoria di Mario Adorno, modello di sapienza, di virtù, di patrio amore, vittima di esecrata tirannide».
02. L'autore: il figlio del martire, sopravvissuto a tre persecuzioni
Gaetano Adorno Puma è il secondo figlio di Mario Adorno, fra Carmelo (primogenito, fucilato col padre) e Giuseppe (terzo figlio sopravvissuto). Tutti e tre furono arrestati il 9 agosto 1837 nella casa del fratello Carmelo, in via Amalfitania, dove si erano riuniti per tentare la fuga. Gaetano e Giuseppe vennero detenuti ma non passati per le armi. Adorno Puma racconta di sé in prima persona: prima del 1837 copiò manoscritti dei Salmi di Gabriele Rossetti giunti clandestinamente da Malta in casa di Mario Landolina Nava, insieme all'amico Raffaele Lanza. Subì «lunga persecuzione in carcere» dopo il 1837, emigrò in Malta nel 1849 dopo il fallimento della Rivoluzione siciliana, impugnò di nuovo le armi nel 1860 e 1861 correndo a Palermo dopo il decreto Prodittatoriale. Al momento della stesura, nel 1869, risiede stabilmente a Noto. Scrive con la legittimità doppia del testimone diretto e del figlio del martire: «debito di sangue e carità di patria mi spinsero».
03. L'accusa più grave: Bufardeci ha plagiato Chindemi
L'aspetto più dirompente del libro non è tanto la difesa di Mario Adorno quanto la denuncia di un furto intellettuale. In appendice alle Osservazioni di Emmanuele Giaracà, in nove pagine di tabelle sinottiche, si dimostra che Bufardeci ha attinto sistematicamente da un manoscritto inedito di Salvatore Chindemi intitolato Memoria storica degli avvenimenti accaduti in Luglio ed Agosto 1837 in Siracusa. Il manoscritto era stato consegnato dal Chindemi al barone Mario Emanuele Francica Pancali per custodia. Pancali, sindaco di Siracusa del 1837, intimo amico di Bufardeci fino alla propria morte il 10 maggio 1868, lo aveva tenuto presso di sé. Bufardeci, recuperandolo dopo la morte di Pancali, ne avrebbe trascritto interi passaggi nel proprio libro pubblicato lo stesso anno. La lettera del dottor Salvatore Brunetti del 20 marzo 1869 certifica indipendentemente l'esistenza del manoscritto Chindemi «di oltre trent'anni addietro». Giaracà appaia i brani in due colonne dimostrando una sovrapposizione testuale che configura plagio, e chiude citando in greco un frammento di Apollodoro tramandato da Diogene Laerzio (VII, 181): «se a qualcuno venga il licchio di tor via da' libri di Crisippo quello che è di altri, ei diventeranno carta netta».
04. Tre testi, tre autori, un solo bersaglio
Il libro che esce da Pulejo nel 1869 non è un saggio singolo ma un dossier collettivo in tre parti: la Confutazione di Gaetano Adorno Puma (datata Siracusa 24 aprile 1869), la Lettera di Emanuele De Benedictis al professor Salvatore Chindemi (Siracusa, 3 febbraio 1869), le Osservazioni di Emmanuele Giaracà a difesa dello zio Chindemi (marzo 1869) con la lunga appendice del confronto Bufardeci-Chindemi e la lettera di certificazione del dottor Brunetti. Quattro siracusani (Adorno Puma, De Benedictis, Giaracà, Brunetti) convergono sul medesimo bersaglio editoriale: il volume fiorentino di Bufardeci. La famiglia Adorno non si difende da sola: trascina con sé i circoli intellettuali liberali della città. Il volume diventa così un manifesto controculturale antiborbonico e anticlericale, pubblicato in città mentre Bufardeci, sacerdote e deputato del Regno d'Italia, ne attraversa le strade.
05. La tesi di Bufardeci che fa scandalo
Il primo capitolo della Confutazione ricostruisce le accuse di Bufardeci. Bufardeci sosteneva: il colera del 1837 era un vero morbo asiatico e non un veneficio borbonico; i liberali siracusani avevano cinicamente alimentato la diceria del «colèra-veleno» come parola d'ordine insurrezionale; Mario Adorno era un buonafede ignaro delle trame, addirittura filoborbonico nel suo discorso del 18 luglio 1837. Il vero eroe del 1837 sarebbe stato il barone Francica Pancali, sindaco di Siracusa, di cui Bufardeci prometteva una biografia separata. Bufardeci aggiungeva che l'acido arsenioso trovato in casa Vaccaro sarebbe stato depositato di nascosto «da un prete pseudo-liberale» per provocare la rivoluzione: i cospiratori avrebbero agito alle spalle dei loro stessi compagni di partito.
06. La controtesi: Mario Adorno carbonaro dal 1820
Adorno Puma demolisce questa lettura con cinque tipi di prove: documentali (i decreti di Ruggero Settimo del 29 luglio 1848 e del Parlamento Siciliano del 19 maggio 1848 che riconoscono Mario e Carmelo «vittime dell'abbattuto dispotismo», la voce dedicata a Mario Adorno nella Nuova Enciclopedia popolare italiana torinese); testimoniali (Chindemi nelle deposizioni del Comitato dei Sessanta, De Benedictis come testimone oculare, Pasquale Calvi nelle Memorie storiche e critiche della rivoluzione del 1848); biografici (la militanza carbonica di Adorno dal 1820, la collaborazione con Raffaele Lanza, i salvataggi di prigionieri politici operati personalmente); logici (l'incoerenza interna di Bufardeci che sostiene il filoborbonismo di Adorno ma ammette altrove che chi negò il movente politico del 1837 «o ignorò la vera storia, o volle impudentemente mentire»); procedurali (la condanna a morte di Mario Adorno fu pronunciata come cospiratore politico, sulla base dei fatti, delle testimonianze e dell'opinione pubblica). Se Adorno fosse stato un sempliciotto in buona fede, la corte marziale borbonica non lo avrebbe fucilato.
07. Il manifesto del 18 luglio: la prova dimenticata
La scena chiave del libro è la sera del 18 luglio 1837. Mario Adorno, rientrato in Siracusa dal fondo del Contrasto (sette miglia di distanza, non tre come scrive Bufardeci), avrebbe scritto di sua mano, secondo la ricostruzione di Adorno Puma, il manifesto-bando dell'insurrezione, stampato dalla tipografia Camparozzi con la firma «Mario Francica Pancali Barone, Presidente Patrizio». Adorno Puma nota l'ambiguità deliberata della firma: Pancali era sindaco, non capo rivoluzionario, e veniva firmato come «Patrizio», cioè in qualità di ufficiale del governo borbonico, per coprire i congiurati in caso di restaurazione. Il manifesto resta uno dei pochi documenti scritti della rivolta. La presunta frase di Adorno alla Commissione («scoprire una setta nemica al Governo») è, secondo Adorno Puma, invenzione: «nella sala, ove stava riunita la Commissione, non si vide stenografo che avesse conservato le parole di Adorno».
08. I ventidue giorni di anarchia
La Confutazione ricostruisce la cronologia del 18 luglio - 9 agosto 1837. Secondo Chindemi citato da Adorno Puma, l'anarchia siracusana fa ventuno vittime: fra le altre il commissario Vico, l'intendente Vaccaro, la famiglia tedesca Lepik, i fratelli sacerdoti Felice e Baldassare Campisi. Adorno Puma osserva che il padre Mario, in quei giorni, era «in letto ammalato», incapace di partecipare ai linciaggi: lo riconosce involontariamente lo stesso Bufardeci in una pagina del suo libro. Il 9 agosto sbarca a Siracusa il commissario Alter-Ego del re, generale Francesco Saverio Del Carretto, già responsabile dei massacri del Cilento del 1828. Verso le tre del pomeriggio, i gendarmi arrestano nella casa di via Amalfitania Mario Adorno e i tre figli Carmelo, Gaetano e Giuseppe. Il Consiglio di Guerra subitaneo condanna Mario e Carmelo alla fucilazione del 16 agosto, eseguita il 18 in Piazza Duomo. L'avvocato Giuseppe Failla assume la difesa formale. Insieme agli Adorno vengono fucilati Silvestro e Pasquale Sollecito, capitano mercantile il primo (che aveva offerto invano a Mario una fuga via mare), e Pasquale Romano, condannato «atteso che Pasquale Sollecito è fratello di Silvestro».
09. De Benedictis: il testimone oculare a diciotto anni
Il secondo testo del libro è la lettera di Emanuele De Benedictis al prof. Salvatore Chindemi. De Benedictis è archivista provinciale di Siracusa, eletto per concorso, autore già nel 1861 a Torino di un libro sulle persecuzioni borboniche. Confessa di aver fornito gran parte dei documenti del processo del 1837 proprio a Bufardeci, attraverso il copista Paolo Cesareo, e di essere stato ripagato con un'aggressione personale nelle pagine del libro fiorentino. La lettera è densa di ricordi diretti: De Benedictis nel 1837 aveva diciott'anni, assistette in Cappella del Seminario alla riunione del Comitato sui plichi catanesi, ricevette il «nastro giallo» rivoluzionario dal signor Vincenzo Mancarella «a noi scolaretti», fu testimone oculare dell'uccisione del commissario Vico al palazzo del Comune, dei tre giorni in cui il dottor Naro si nascose nella chiesa della Graziella, salvato dai fratelli Santoro. La domanda finale al Bufardeci è demolitoria: «qual fu il Giugno e l'anno in cui, lasciando gli ozi saporiti della campagna, e affrontando ogni rischio, fu egli ammesso nella pericolosa palestra politica?». Tradotto: dove era lui, sacerdote ventiduenne, nel luglio 1837?
10. Giaracà difende lo zio Chindemi
Il terzo testo del libro è di Emmanuele Giaracà, nipote del prof. Salvatore Chindemi: «io l'ebbi maestro e padre, consolator benevolo ed educatore sia dalla mia fanciullezza». Bufardeci aveva accusato Chindemi di essere stato un «ammiserito trastullatore di parole incomplete e vane» e privo di coraggio civile. Giaracà ricorda invece i nove mesi di carcere di Chindemi nel 1839, la prigione «Conte Lapis», il rifugio ad Aidone tra il 1849 e il 1851, la fuga in Malta sotto le spoglie di un contadino, l'esilio successivo a Sassari e Pallanza. Difende l'onore intellettuale e politico dello zio. Lo scandalo del plagio, già descritto in apertura, è il colpo finale di Giaracà: nove pagine di colonne sinottiche che mostrano la copia letterale Bufardeci-Chindemi.
11. La retorica forense del Risorgimento siracusano
La prosa di Adorno Puma è quella del foro ottocentesco, costruita per accumulo di prove e per apostrofi al lettore. L'avversario è apostrofato come «il sedicente storico contemporaneo», «il malaugurato autore», «romanziere». Le note al testo sono violente: «Verità in bocca di Bufardeci?», «Quanta arte nel simulare!». La citazione finale chiude alta: «Il popolo siracusano, con l'alto senso del giusto che lo distingue, ha pronunziato il suo verdetto: la storia farà il resto». De Benedictis e Giaracà alternano il forense alla testimonianza orale, dando al volume tre voci complementari: il figlio del martire, il testimone oculare di rango, il nipote dell'erudito. Il tono complessivo è quello di un libro-tribunale a porte aperte: la famiglia chiama in causa l'opinione pubblica come terzo giudice.
12. Il dittico polemico che la storiografia ha quasi dimenticato
Mario Adorno e le false accuse del sac. Emilio Bufardeci è la seconda metà inseparabile del libro di Bufardeci del 1868: insieme formano il dittico polemico più aspro della storiografia siracusana sul 1837. La voce della Treccani su Mario Adorno (Dizionario Biografico degli Italiani) cita entrambi i libri nella bibliografia. Privitera nel 1879, nella Storia di Siracusa antica e moderna, riprende molti elementi della Confutazione di Adorno Puma per la propria narrazione della rivolta. Nel Novecento il dittico è stato letto sempre meno: la versione vulgata si è limitata a Bufardeci. La riscoperta di Adorno Puma è oggi importante per due ragioni. La prima è documentale: ricostruisce con precisione la militanza carbonica di Mario Adorno dal 1820. La seconda è metodologica: l'accusa di plagio mostra che le narrazioni storiche post-unitarie su Siracusa sono spesso opera di trasposizioni e copiature di manoscritti circolanti, da Chindemi a Pancali a Bufardeci. Ricostruire la filiera dei testi siracusani dell'Ottocento è ancora un lavoro aperto.
Citazioni
«Alla cara e venerata memoria di Mario Adorno, modello di sapienza, di virtù, di patrio amore, vittima di esecrata tirannide, per cui storica ne è la fama» (dedica).
«Io, la Dio grazia, sono ancora sano di mente, e ricordo bene i fatti del 1837, perché non ero bambino in quell'epoca: Bufardeci, più giovane di me, se ne stava tranquillamente in campagna con la famiglia» (Adorno Puma a Bufardeci).
«Un Mario Adorno, uomo di curia, cuor libero e puro, e solo, o pressoché solo nella corrotta sua casta, impugnava la penna, e quel famoso bando dettava» (Pasquale Calvi citato).
«In ventidue giorni di piena anarchia, poiché la Commissione non ebbe impero sul popolo, si contarono ventun vittime innocenti, immolate al sospetto di veneficio» (Salvatore Chindemi citato).
«Il popolo siracusano, con l'alto senso del giusto che lo distingue, ha pronunziato il suo verdetto: la storia farà il resto» (chiusura).
Da ricordare
Gaetano Adorno Puma è il secondo figlio di Mario Adorno, sopravvissuto all'arresto del 9 agosto 1837 mentre il fratello Carmelo veniva fucilato con il padre il 18 agosto. Scrive il libro a Siracusa nel 1869.
Il libro è un dossier collettivo in tre parti: la Confutazione di Adorno Puma, la lettera di Emanuele De Benedictis al prof. Salvatore Chindemi, le Osservazioni di Emmanuele Giaracà a difesa dello zio Chindemi.
Mario Adorno è ricostruito come carbonaro fin dal 1820, autore consapevole, secondo la Confutazione, del manifesto-bando dell'insurrezione del 18 luglio 1837 firmato dal barone Pancali per ambiguità di copertura.
L'accusa più grave a Bufardeci: avere attinto a un manoscritto inedito di Salvatore Chindemi, ottenuto attraverso il barone Pancali, morto il 10 maggio 1868. La parte Giaracà appaia in due colonne i passaggi sovrapposti e li configura come plagio.
Insieme al libro di Bufardeci del 1868, le Confutazioni del 1869 formano il dittico polemico più aspro della storiografia siracusana sul 1837. La Treccani li cita entrambi nella bibliografia di Mario Adorno.
Cosa vedere oggi a Siracusa con Adorno Puma in tasca
In Piazza Duomo (Ortigia), il piano davanti al portale della Cattedrale fu sede della fucilazione di Mario e Carmelo Adorno il 18 agosto 1837. Adorno Puma colloca con precisione il quadrato di fanteria: di fronte alla casa Bosco, al palazzo del Comune, con accesso dal portone della casa Gargallo «luogo allora dei Tribunali». La via Amalfitania, dove il 9 agosto 1837 i gendarmi arrestarono gli Adorno nella casa del fratello Carmelo, attraversa ancora Ortigia ed è una delle strade del centro storico. La Chiesa della Graziella, dove il dottor Naro si nascose tre giorni dopo l'uccisione di Vico, è ancora in Ortigia, nel rione omonimo. La tipografia di Antonino Pulejo del 1869 è scomparsa, ma la stampa siracusana ottocentesca è tracciabile nelle collezioni della Biblioteca Alagoniana di Siracusa.
Edizione consultata: Gaetano Adorno Puma, Mario Adorno e le false accuse del sac. Emilio Bufardeci. Confutazione. Con allegata lettera di Emanuele De Benedictis al prof. Salvatore Chindemi (3 febbraio 1869) e Osservazioni di Emmanuele Giaracà (marzo 1869) con appendice e lettera del dott. Salvatore Brunetti (20 marzo 1869). Siracusa, Tipografia di Antonino Pulejo, 1869. 146 pagine. Esemplare digitalizzato Internet Archive, ID `marioadornoelef00pumagoog`. Bequest H. Nelson Gay, Risorgimento Collection, Harvard College Library, 1931.
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Il testo originale di Mario Adorno e le false accuse del sac. Emilio Bufardeci di Gaetano Adorno Puma è di pubblico dominio.
La trascrizione integrale è stata ricavata via OCR Apple Vision dal facsimile e successivamente rivista con cleanup agentico multi-round e verifica filologica a campione contro il PDF originale. È disponibile come Edizione Aretusapedia: un PDF accessibile, ricercabile e ottimizzato per VoiceOver.
L'audio-riassunto narrato e la sintesi testuale in dodici sezioni sono opere derivate originali.