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Politi milleottocentoventisei. Sul simulacro di Venere trovato in Siracusa.
Sinossi. Il pittore-architetto siracusano Raffaello Politi pubblica nel milleottocentoventisei ventitré pagine di analisi sulla Venere Landolina, scoperta nel milleottocentoquattro, e replica punto per punto ai giudizi dei viaggiatori francesi.
La scoperta del sette gennaio milleottocentoquattro.
Il simulacro di Venere viene disseppellito a Siracusa il sette gennaio del milleottocentoquattro nel luogo detto Bonavia, fra i resti architettonici della vasta campagna cittadina. Politi attribuisce il merito del ritrovamento, scrive lui stesso, alle provvide cure del dottissimo cavalier Saverio Landolina, di sempre felice ricordanza, e dell'instancabile amatore delle cose patrie, l'abate Giuseppe Capodieci. La statua emerge dalla terra, il testo dice, scassinato e guasto, mancante del destro antibraccio e della testa. Politi spiega l'assenza con un'argomentazione storica precisa. Quando la religione di Gesù Cristo divenne quella dei Cesari e la dominante dell'impero, un male inteso zelo dei nuovi seguaci abbatté i templi pagani e mutilò le statue dei numi falsi. Solo decreti imperiali successivi posero un argine agli eccessi di una poco illuminata pietà.
Inutili furono i ripetuti scavi successivi al milleottocentoquattro per recuperare le parti mancanti. I concittadini scavarono nei dintorni spinti, leggiamo, dall'amore delle arti e da patrio zelo, ma senza esito. Nel milleottocentoventisei, anno della pubblicazione, la statua si trova nel nascente museo siracusano, dove sino dal milleottocentoquattro, epoca del ritrovamento, venne riposta. Politi pubblica quattro tavole da lui stesso disegnate e incise. La prima mostra il simulacro restaurato a sua cura, le altre tre lo riproducono nello stato attuale, mutilato. Il restauro grafico della prima tavola è dichiaratamente ardimentoso, fondato su sicure tracce leggibili nei legamenti del carpo, nelle dita rimaste sotto lo sterno, nella mammella e nel bicipite sinistro.
L'altezza dichiarata in frontespizio è di sei e quattro palmi, esclusa testa e plinto.
La statua. Descrizione fisica e iconografia.
Politi descrive una Venere quasi del tutto ignuda, con la sinistra mano che regge un panno o sudario sollevato sul davanti per due estremità, raccolto, scrive Politi, nella più graziosa forma piramidale dietro le anche. La dea poggia fermamente sul piede sinistro, che serve di sostegno all'intero corpo. Il ginocchio destro non è piegato ma, leggiamo, rientrante per troppa forza. Accanto a lei un delfino, simbolo di Venere e indicazione iconografica della dea nata dalle acque.
Politi contesta l'idea che il sudario indichi una Venere uscita dal bagno. Cita il bronzo di Ercolano dove il delfino sta attorcigliato al tronco accanto a una Venere che si rimette il sandalo, e l'Anadiomène del Canova che spreme la salsa onda con entrambe le mani. Lì il sudario aderisce al ginocchio dritto perché bagnato, mentre nel simulacro siracusano, scrive Politi, il sudario, invece di attaccarsi alle carni, svolazza con leggiadria d'intorno alle gambe.
L'atteggiamento che Politi legge nel marmo è di pudore e sorpresa repentina. La dea, dice il testo, quasi si accorga all'istante dell'arrivo di colui che dee farla felice, nasconder tenta le parti più gelose, ben riflettendo lo scultore al generale sentimento delle donne, in sé stesse quasi stringendosi e inchinata alquanto la superior parte della persona. Politi rinforza l'interpretazione con un distico ovidiano che leggiamo così. La stessa Venere protegge il pube, ogni volta che pone giù le vesti, con la mano sinistra ritratta a metà. La mano sinistra non cade quindi, come scrive Gourbillon, macchinalmente, ma raccoglie deliberatamente il sudario per coprire le parti gelose. Lo stesso concetto esprimeva la destra prima che antibraccio e mano andassero perduti.
L'attribuzione. Il problema dell'autore.
Politi colloca la statua nel solco della scultura greca antica, ma non, scrive lui, dei più felici tempi dell'arte. Per la cronologia propone il regno di Gerone secondo, che fiorì tre secoli prima di Cristo. Il testo dice, la sua antichità non avanza forse l'epoca del nostro, non mai abbastanza lodato principe, Gerone secondo. L'argomento è duplice. Sul piano del contesto siracusano, Gerone secondo accordò sempre protezione a lettere e arti, e fece erigere sontuosi templi e magnifiche fabbriche in Siracusa e nel resto dei suoi dominii. Sul piano funzionale, la dea della bellezza riceveva culto quanto maggiore era il lusso e l'amore dei piaceri, e il lungo regno pacifico di cinquantaquattro anni di Gerone secondo fu epoca di prosperità e lusso.
Politi avanza poi un'ipotesi specifica. La statua potrebbe essere copia di quella che ornava il sacrario di Venere sulla famosa nave di Gerone, descritta da Ateneo. Cita il passo latino, che in italiano suona così. Per i piaceri di Venere fu costruito un Afrodisio, con pavimento composto di agate, gemme e altre pietre bellissime quante mai se ne trovano in Sicilia, ornato di pitture, statue, vari calici, più di quanto si possa credere.
L'attribuzione cronologica resta cauta. Politi non firma il marmo con il nome di uno scultore preciso. Lo iscrive in un'area culturale e in un'epoca, lasciando aperta la possibilità che sia copia di originale più antico o lavoro indipendente del periodo ieroniano.
Confronto con altre Veneri antiche.
Politi apre il confronto con la Venere Medicea di Firenze. La somiglianza, scrive, potrebbe indurci a crederla una copia alquanto libera della Medicea, o entrambe imitazioni della rinomata Venere di Prassitele, come gli antiquari hanno congetturato sulla Medicea stessa. Il problema della copia diventa pretesto per una difesa generale dell'imitazione nell'arte. Politi cita Cleomene, scultore della Medicea, che a sua volta trasse assai partito da Prassitele. Cita Scrofani. A che giova inventar nuove forme? Ripetere il bello non è egli lo stesso che variarlo?
Cita l'episodio di Giulio Romano davanti alla copia che Andrea del Sarto aveva fatto del ritratto di Leone decimo dipinto da Raffaello. Giulio Romano, leggiamo, rimase da prima ingannato per la fedeltà e maestria della esecuzione, e confessar gli fu d'uopo che la copia avanzava in merito l'originale. L'imitazione fedele è dunque tradizione onorevole presso i greci e presso i moderni, non plagio.
Sul confronto diretto Politi prende distanza dal conte de Forbin, che nelle Memorie sulla Sicilia del milleottocentoventitré aveva dichiarato il marmo siracusano superiore alla Medicea. Forbin scriveva di una Callipiga assai giovane, dal seno nascente, con torso, anche e linea sinuosa istessa nelle proporzioni inferiori. Politi obietta che Forbin ha forse osservato, scrive Politi, con troppa fretta, come d'ordinario far sogliono i viaggiatori, o in qualche tarda ora del giorno, scarso essendo di luce quel museo. Per lui la Venere siracusana, e leggiamo, par che avanzi in età la Medicea. Ella è una Venere non più vergine, ma già madre di Enea talun la sospetta. Il suo seno lungi dall'esser nascente, com'egli dice, è ben turgido e carnoso.
Politi nota inoltre che la parte inferiore non corrisponde punto alla metà di sopra, risultando alquanto più gigantesca e più triviale, soprattutto nelle anche e nelle ginocchia. Una concessione critica che lui stesso anticipa. Ha definito il marmo famoso monumento di greca scultura e ora, scrive, venga ora a censurarne alcune parti da altri lodate.
La testa che manca, le braccia mutilate.
Sulla mancanza della testa Politi è prudente. Gourbillon aveva scritto che la testa era segata fosse stata nel collo e non rotta, secondo l'uso che, scrive Politi, praticar solevano i Romani che mossi da vile adulazione alle antiche teste sostituivano quelle dei principi loro più cari. Politi non esclude l'ipotesi ma non la fa propria. Il testo dice, io non so poi se la testa della nostra Venere sia stata segata, dacché non vi sono segni sicuri per poterlo affermare.
Il buco poco profondo e irregolare nel collo gli sembra piuttosto compatibile con un marmo scheggiato nello staccarsi della prima testa, o per un colpo di martello o altro datogli, scrive Politi, dal sacrilego distruttore, al quale il furore fornisce le armi. Politi ammette che in certe epoche poco felici per le arti si facevano teste amovibili, ma sempre consolari e togate. Per le dee, l'adulazione dei Romani degenerati operava la trasformazione. Giulia, Soemia, Sallustia amavano farsi raffigurare in sembianza di Venere, Semiramide e Domizia in forma di Diana.
In alternativa, la mutilazione può essere effetto della distruzione cristiana di età tardoantica. Politi cita Cicognara, e leggiamo. Il fanatismo religioso e le guerre civili hanno ben portato la distruzione nelle arti. I conquistatori nelle loro incursioni rubano e saccheggiano, mentre li fanatici distruggono e seppelliscono. Quelli fanno la guerra alle ricchezze, questi la portano contro ogni memoria, e l'impero dei primi non è tanto feroce come il lento e crudele astio dei secondi.
Quanto al destro antibraccio, Politi lo ricostruisce nella prima tavola appoggiandosi alle sicure tracce della superficie marmorea. Riguardo al sudario, contesta a Gourbillon l'idea che fosse aggiunta posteriore di alcuno ignorante scultore. Il viaggiatore francese, leggiamo, invano però cercò scoprirne incastratura e dovette riconoscere che il lavoro era originalmente di uno stesso artefice. Politi spiega anche la funzione strutturale. Il sudario serve da sostegno al marmo, restando la statua isolata dal delfino.
Il contesto di Siracusa nel milleottocentoquattro. Landolina e l'archeologia regia.
Politi non costruisce un trattato di archeologia siracusana, ma dissemina riferimenti al contesto istituzionale in cui la Venere fu trovata e custodita. Il cavalier Saverio Landolina dirigeva nel milleottocentoquattro le ricerche regie e firma di fatto la scoperta insieme all'abate Giuseppe Capodieci. La sua memoria torna sotto la formula, scrive Politi, di sempre felice ricordanza, che indica un Landolina già morto al momento della pubblicazione del milleottocentoventisei.
Il nascente museo siracusano dove la statua viene riposta sin dal milleottocentoquattro è la prima forma istituzionale del patrimonio archeologico cittadino. Politi lo chiama nostro, sottolineando un'appartenenza che è insieme municipale e siciliana. La dedica del libro è al dottor Gaspare Vaccari, Intendente della Valle di Girgenti, sotto la cui amministrazione, leggiamo, Girgenti a gran passi va riprendendo lo antico suo lustro. Politi stesso è Regio Custode delle antichità del distretto di Girgenti, agente commerciale e reale del re di Baviera, socio collaboratore dell'Accademia Gioenia di Catania. Le sue cariche disegnano una rete istituzionale borbonica e bavarese che presidia le antichità siciliane nel primo Ottocento.
La nota lunga al testo di Gourbillon, undici righe a piè di pagina, è un attacco frontale alle sciocche e false relazioni riferite dai ciceroni di Girgenti, i quali, scrive Politi, altro non sono in Sicilia, come altrove, che servitori di piazza. Politi corregge Gourbillon su quattro punti. Il restauro dei templi di Girgenti fu fatto a spese del beneficente nostro Sovrano Ferdinando nel millesettecentoottantotto e non di un privato. La collezione di vasi nella decentoria del duomo non esiste. Il sarcofago con elefante era stato chiuso, leggiamo, contro ogni religioso decoro, per contenere l'acqua battesimale. Le patere d'oro e la collezione numismatica della libreria lucchesiana erano scomparse trent'anni prima dell'arrivo di Gourbillon.
Politi pittore-archeologo. La sua voce critica.
Il frontespizio dichiara Politi pittore ed architetto siracusano. Lo scritto del milleottocentoventisei è opera di un professionista delle arti del disegno che si misura con l'archeologia e con la critica francese da una posizione doppia, tecnica e patriottica. La citazione di Plinio il Giovane in epigrafe, in italiano, suona così. Del pittore, dello scultore, del fonditore non può giudicare se non l'artefice. Politi rivendica l'autorità del giudizio artistico in mano agli artisti. Più avanti la richiama, scrive che molte cose scorgono gli artisti nei lumi e nelle ombre che non scorgono gl'imperiti.
Politi adotta una postura modesta solo in apparenza. Premette di non fidarsi, leggiamo, di produrre il mio giudizio sulle cose dell'arte in un'epoca sì sapiente e sì colta. Ma poi non esita a smontare punto per punto Gourbillon e a correggere Forbin. La motivazione che dichiara è duplice, scrive Politi, l'amor delle arti e lo zelo per le cose patrie, manomesse assai volte dagli esteri viaggiatori, o prevenuti da falsi giudizii, o poco diligenti e meno istruiti. Il libro è quindi pamphlet di patriottismo culturale siciliano contro la disinvoltura dei Grand Tour francesi.
Le quattro tavole disegnate e incise da Politi accompagnano lo scritto. La prima è restauro grafico ardito. Le altre tre documentano lo stato reale del marmo. Il piano è insieme scientifico e divulgativo, mettere sotto gli occhi del lettore europeo la prova visiva contro la quale verificare i giudizi dei viaggiatori. La firma Raffaello Politi chiude la dedica con la formula consueta dell'omaggio ottocentesco, ma il tono del trattato è quello di chi sa di parlare con autorità tecnica al cospetto della corte palermitana e della repubblica delle lettere europea.
Eredità. Dal museo borbonico al museo nazionale.
La Venere Landolina, già riposta nel milleottocentoquattro nel nascente museo siracusano, entrerà nel patrimonio del Regno delle Due Sicilie e poi del Regno d'Italia. Politi nel milleottocentoventisei ne fissa lo statuto, scrive, famoso monumento del vetusto siracusano splendore, documento dell'antica grandezza della città e oggetto di confronto continentale con le Veneri del Pio-Clementino, della Galleria di Firenze, dell'Anadiomène del Canova.
Il libro lascia tre eredità all'archeologia siciliana ottocentesca. Eredità documentaria, con le quattro tavole incise che diventano la prima edizione visiva sistematica del simulacro. Eredità interpretativa, con l'attribuzione all'età di Gerone secondo e l'ipotesi della nave gerontea come contesto plausibile dell'originale. Eredità polemica, con la replica articolata ai viaggiatori francesi e la difesa della filiera istituzionale borbonica delle antichità.
L'opera testimonia il momento in cui la Siracusa borbonica trasforma una scoperta archeologica in materia di pubblicistica europea, e in cui un pittore-architetto siracusano si autorizza a parlare con la stessa lingua tecnica di Forbin, Gourbillon, Cicognara, Canova. La firma di Politi sulla Venere Landolina, ventidue anni dopo la scoperta, registra il passaggio della statua dallo scavo al canone.
Edizione consultata. Raffaello Politi, Sul simulacro di Venere trovato in Siracusa il dì sette gennaio milleottocentoquattro, alto palmi sei e quattro non compresi la testa e il plinto. Cenni artistici, Palermo, Reale Stamperia, milleottocentoventisei, ventitré pagine.
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