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Frontespizio di Giuseppe Romano, Iconografia numismatica dei tiranni di Siracusa (1859)
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Iconografia numismatica dei tiranni di Siracusa

di Giuseppe Romano · Palermo, Stab. Tipografico Fr. Lao · 1859
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Giuseppe Romano, Iconografia numismatica dei tiranni di Siracusa (1859)

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# Iconografia numismatica dei tiranni di Siracusa

Edizione consultata: Giuseppe Romano, *Iconografia numismatica dei tiranni di Siracusa. Memoria letta all'Accademia di Scienze e Belle Lettere nella tornata degli undici aprile milleottocentocinquantotto*, Palermo, Stabilimento Tipografico di Francesco Lao, milleottocentocinquantanove, trentuno pagine.

## Sinossi

Padre Giuseppe Romano, gesuita prefetto del Museo Salnitriano di Palermo e segretario generale dell'Accademia di Scienze e Belle Lettere, legge l'undici aprile milleottocentocinquantotto una memoria che ribalta un canone numismatico vecchio di due secoli. La tradizione di Paruta, Havercampo, Torremuzza e Visconti attribuiva i ritratti diademati delle monete siracusane ai tiranni del quinto secolo avanti Cristo: Gelone vincitore di Imera, e suo fratello Gerone Primo, ospite di Pindaro. Romano dimostra che si tratta invece dei sovrani del terzo secolo avanti Cristo: Gerone Secondo, suo figlio Gelone Secondo premorto al padre, e il nipote Geronimo. La prova viene dalla fattura tarda, dalla paleografia con l'omega simonidea, dall'uso del diadema sconosciuto ai primi Dinomenidi, e soprattutto dal confronto fisionomico: i tre profili mostrano lo stesso mento acuto, lo stesso naso sporgente, la stessa attaccatura dei capelli. Romano aggiunge una seconda scoperta. La testa diademata con leone e clava al rovescio, attribuita da Torremuzza al fantomatico stratega Sosistrato, è il ritratto contemporaneo di Agatocle. Lo provano le riconiazioni di Zeus Ellanio e Atena Promachos sovrapposte all'effigie, gli intagli a croce di Sant'Andrea che sfigurano il volto, e il passo di Diodoro Siculo che ricorda come dopo la morte del tiranno i Siracusani confiscarono i beni di Agatocle e ne abbatterono le immagini erette nei luoghi pubblici. La memoria restituisce così quattro ritratti contemporanei della tarda Siracusa: Agatocle, Gerone Secondo, Gelone Secondo, Geronimo.

## Uno. La memoria del milleottocentocinquantotto: contesto accademico palermitano

L'Accademia di Scienze e Belle Lettere di Palermo, fondata in epoca borbonica e attiva sotto Francesco Primo e Ferdinando Secondo, ospita nel terzo volume dei propri Atti la memoria che Giuseppe Romano legge nella tornata dell'undici aprile milleottocentocinquantotto. Lo Stabilimento Tipografico di Francesco Lao, premiato con medaglia d'oro al merito civile, pubblica l'estratto l'anno successivo, nel milleottocentocinquantanove, in trentuno pagine alla Salita Crociferi numero novantanove.

Romano è gesuita della Compagnia di Gesù, segretario generale dell'Accademia e prefetto del Museo Salnitriano nel Collegio Massimo di Palermo. Il Salnitriano, antica raccolta gesuitica di antichità classiche e medaglie, conserva nove esemplari delle monete attribuite a Sosistrato che diventeranno il fulcro della sua dimostrazione su Agatocle. La memoria si inserisce nel solco della grande numismatica siciliana ottocentesca: Gabriele Lancillotto Castelli principe di Torremuzza con la *Siciliae populorum et urbium veterum nummi* del millesettecentoottantuno, il Duca di Serradifalco con le *Antichità della Sicilia* tra il milleottocentotrentaquattro e il milleottocentoquarantadue, volume quarto dedicato a Siracusa; gli interventi di Joseph Eckhel nella *Doctrina numorum veterum* e di Ennio Quirino Visconti nell'*Iconografia greca*.

L'orizzonte critico è quello europeo. Romano dialoga con Ezechiele Spanheim, il celebre numismatico del *De praestantia et usu numismatum antiquorum* del milleseicentosessantaquattro; con Theodor Panofka, che nel milleottocentoventicinque visita le antichità siciliane scrivendo al Duca di Serradifalco sulle iscrizioni del teatro di Siracusa; con Désiré Raoul-Rochette dell'Académie royale des Inscriptions et Belles Lettres, che il sedici dicembre milleottocentotrentuno legge la memoria sulle medaglie siciliane di Pirro. La controversia palermitana ha una posta in gioco precisa: stabilire se le monete con i nomi greci di Gelone e Gerone restituiscano i lineamenti dei vincitori di Imera del quattrocentottanta avanti Cristo, oppure dei sovrani della Siracusa ellenistica vissuti due secoli e mezzo dopo.

## Due. Numismatica come ritratto: il metodo di Romano

Romano apre la memoria con una professione di fede iconografica. Conoscere i lineamenti dei grandi del passato significa, citiamo, evocare dall'oblio dei secoli quei venerandi personaggi, conversare con essi loro come di faccia a faccia, ispirarsi alle loro virtù di una maniera più viva e parlante che non avviene leggendo le studiate pagine della storia, fine citazione. Il ritratto numismatico vale come documento storico al pari della cronaca scritta, anzi la supera per immediatezza percettiva.

Il metodo procede su tre assi. Il primo è l'esame stilistico: la qualità del rilievo, l'andamento dei caratteri epigrafici, la presenza o assenza dello stile perlato, il modo in cui i capelli sono modellati e le orecchie disegnate. Il secondo asse è la paleografia: l'uso dell'omega ricorda l'introduzione delle lettere simonidee a Siracusa sotto Gerone Primo, ma le forme delle lettere sulle monete in questione appartengono a un'epoca successiva. Il terzo asse è la fisionomia comparata: Romano dispone i profili sui suoi tavoli del Museo Salnitriano e cerca somiglianze di famiglia che resistano al pregiudizio.

La preoccupazione filologica è costante. Romano denuncia i disegni di Castelli, citiamo, orribilmente scontraffatti, fine citazione, e raccomanda di tornare sempre agli esemplari originali. Diffida del Goltzio, falsario seicentesco le cui invenzioni inquinano la tradizione di Paruta. Riconosce a Eckhel l'autorità di padre della scienza numismatica e a Spanheim l'acume critico, ma non esita a contraddirli quando i loro argomenti contengono petizioni di principio. Una frase condensa il principio di metodo: le monete vogliono studiarsi a tutto bell'agio per conoscerne la verità, e guarentirsi dalle insidie che l'ingordigia di guadagno tende alla buona fede e alla passione degli amatori.

Il programma della memoria si articola in due tesi. Le teste comunemente attribuite ai primi Dinomenidi appartengono ai tardi Geronidi: Gerone Secondo e Gelone Secondo suo figlio. Le teste diademate con leone e clava attribuite a Sosistrato sono ritratti contemporanei di Agatocle.

## Tre. Gelone, vincitore di Imera: quattrocentottantacinque-quattrocentosettantotto avanti Cristo: le monete

Gelone figlio di Dinomene, tiranno di Gela dal quattrocentonovantuno avanti Cristo e signore di Siracusa dal quattrocentottantacinque avanti Cristo, morì nel quattrocentosettantotto avanti Cristo dopo aver vinto i Cartaginesi di Amilcare presso Imera nel quattrocentottanta avanti Cristo, la stessa estate in cui i Greci della madrepatria battevano i Persiani a Salamina. Diodoro Siculo lo paragona a Leonida e a Temistocle. La storiografia siciliana del Cinquecento e del Seicento aveva attribuito a questo vincitore di Imera i ritratti diademati con la legenda *Siracusani Del Re* in greco, e la biga al rovescio, immaginando che le bighe alludessero ai cocchi olimpici cantati da Pindaro nelle Olimpiche.

Romano contesta in radice l'attribuzione. Le ragioni che Eckhel e Spanheim accumulano contro l'antichità di queste monete, l'arte tarda, l'omega simonidea, l'uso del diadema sconosciuto al quinto secolo, la nota numerale dodici di origine romana, il rame mai impiegato dai primi Dinomenidi, provano sì che le monete sono recenti, ma non bastano a far dei volti effigi onorarie di antichi tiranni. Il salto logico è una petizione di principio: poiché nessun sovrano siracusano prima di Geronimo avrebbe posto la propria immagine sulle monete, le effigi di Gelone e Gerone non possono essere contemporanee e quindi devono essere onorarie. Romano ribatte che basta supporre l'opposto, cioè che i ritratti siano dei sovrani del terzo secolo avanti Cristo, e l'argomento crolla.

C'è poi una ragione politica. Gerone l'antico, fratello di Gelone, fu personaggio controverso e ricordato come tiranno crudele. Citiamo Romano: la memoria del primo non onora, ma deturpa quella del secondo Gerone, personaggio cui la storia non addebita alcun vizio, fine citazione. Perché Gerone Secondo, principe d'ogni parte perfetto, dolce, benefico, amico inviolabile dei Romani, avrebbe dovuto consacrare nelle proprie monete l'immagine di un antenato non amato? La risposta è che non lo fece. Il vero Gelone delle monete è suo figlio, Gelone Secondo, morto prima del padre.

## Quattro. Gerone Primo e la corte di Pindaro: quattrocentosettantotto-quattrocentosessantasei avanti Cristo

Gerone Primo succedette al fratello Gelone nel quattrocentosettantotto avanti Cristo, e regnò fino al quattrocentosessantasei avanti Cristo trasferendosi a Catania, che rifondò col nome di Etna ottenendo come fondatore onori divini. La sua corte accolse Bacchilide, Epicarmo, Simonide di Ceo, Pindaro ed Eschilo. Pindaro gli dedicò la Prima Olimpica, la Prima e la Terza Pitica, celebrando le vittorie equestri del tiranno nei giochi panellenici. Eschilo rappresentò a Siracusa le *Etnee* in occasione della fondazione della nuova città.

L'antica tradizione numismatica vedeva nelle monete con la legenda *Ieronos* in greco, cioè *di Ierone*, il ritratto di questo Gerone, fratello del vincitore di Imera. Romano dimostra che si tratta invece di Gerone Secondo, vissuto due secoli dopo. La paleografia delle monete usa l'omega introdotta sotto Gerone Primo, ma in forme tarde; lo stile mostra una maturità che le monete del quinto secolo non possiedono; il diadema cingerebbe la fronte di un sovrano che, secondo le testimonianze antiche, non lo portò mai. L'arte del quinto secolo, scrive Romano, era citiamo appena uscita dalla sua infanzia, fine citazione, e ripeteva tipi convenzionali applicabili a qualsiasi volto umano. I lineamenti caratteristici, vivi, parlanti delle monete in questione non possono appartenere a quell'epoca.

Resta un argomento di Eckhel: nelle monete consolari romane si trovano restituzioni onorarie dei maggiori. Romano risponde che il parallelo non regge. I magistrati monetali di Roma non potevano apporre la propria effigie sulle monete perché non erano sovrani, e ricorrevano alle immagini degli antenati per magnificare la propria casa. I sovrani ellenistici invece, e in particolare i successori di Alessandro, ponevano regolarmente sulle monete il proprio ritratto. Gerone Secondo segue questa prassi, e non quella consolare romana.

L'idea di un Gerone Secondo che consacrasse le sue monete alla memoria del fratello dell'antico Gelone, di Trasibulo cacciato come tiranno insopportabile, di Polizelo, di una dinastia poco amata dai cittadini, è incongrua. Le monete celebrano il sovrano vivente, e non l'omonimo di tre secoli prima.

## Cinque. Dionisio il Vecchio: quattrocentocinque-trecentosessantasette avanti Cristo: tiranno e iconografo di se stesso

Dionisio Primo governò Siracusa dal quattrocentocinque avanti Cristo al trecentosessantasette avanti Cristo, portandola al massimo dell'estensione territoriale e cingendo la città delle mura dionigiane sull'Epipoli e del Castello Eurialo. Suo figlio Dionisio Secondo il Giovane regnò due volte, dal trecentosessantasette al trecentocinquantasette avanti Cristo e poi dal trecentoquarantasei al trecentoquarantaquattro avanti Cristo, finché Timoleonte di Corinto non lo costrinse all'esilio.

Torremuzza nel suo corpus aveva attribuito alle due figure altrettanti ritratti. Romano li smonta entrambi. Il ritratto del Dionisio maggiore è, citiamo, finto dalla impostura sempre feconda di Goltzio, fine citazione, il falsario fiammingo del Cinquecento che inquinò la numismatica con monete inventate. Il ritratto del Dionisio minore è in realtà una testa di Eracle, come Romano stesso aveva dimostrato in un articolo del milleottocentocinquantatré sulla rivista palermitana *La Rivista*, dedicato alle *Antiche monete inedite di Dionisio Primo*.

Restano dunque i due Dionisi senza ritratto. La cronologia siracusana del quarto secolo avanti Cristo risulta priva di iconografia numismatica certa: a Dionisio Primo succedettero Dionisio Secondo, l'usurpatore Dione, Callippo, Niseo, l'intervento di Iceta di Leontini, finché Timoleonte nel trecentoquarantaquattro avanti Cristo ristabilì la libertà cittadina. Romano segnala che a Timoleonte si deve la coniazione delle monete con la testa e la legenda di Zeus Liberatore, in greco *Zeus Eleutherios*: la lega panellenica posta dal corinzio sotto la tutela di Zeus trova in queste coniazioni la propria espressione iconografica e politica.

Il caso dionisiano serve a Romano come monito di metodo. Le tavole del Torremuzza, pur magnifiche, vanno controllate sugli originali. Le invenzioni del Goltzio circolano da secoli accettate come autentiche. Le teste eroiche, Eracle, Apollo, Atena, sono state ripetutamente scambiate per ritratti di tiranni. Solo l'esame autoptico al Museo Salnitriano, con i nove esemplari delle monete attribuite a Sosistrato sotto gli occhi, permette di distinguere il ritratto vero dalla copia tarda o dal falso moderno.

## Sei. Agatocle: trecentodiciassette-duecentoottantanove avanti Cristo: e il titolo di basileus

Agatocle figlio di Carcino, ceramista di origine reggina trasferitosi a Siracusa, sale al potere nel trecentodiciassette avanti Cristo; spedisce nel trecentodieci avanti Cristo la sua spedizione punica sulle coste africane, portando per primo la guerra in casa cartaginese; assume il titolo regale nel trecentosette avanti Cristo, dopo che Antigono, Demetrio, Tolomeo, Seleuco, Lisimaco e Cassandro si erano proclamati re; muore avvelenato nel duecentoottantanove avanti Cristo da Menone con uno stuzzicadenti, poi bruciato vivo su ordine di Demetrio Poliorcete da un certo Oxitemis, quando si accorgono che la voce gli è soffocata in gola dalla veemenza del morbo.

Diodoro Siculo testimonia che Agatocle, ascoltato l'esempio dei Diadochi, non ritenne di essere da meno per forza di eserciti né per estensione di paese, e si fece chiamare re. Però non giudicò di usare il diadema, e portò sempre una corona di carattere sacerdotale che aveva indossato fin dai tempi precedenti al potere, anche perché aveva pochi capelli ed era calvo. Sulla base di questo passo, Eckhel aveva escluso che le teste diademate appartenessero ad Agatocle.

Romano ribatte. Il testo di Diodoro dice che Agatocle non portò il diadema sulla propria fronte fisica, ma non vieta che la zecca apponesse il diadema all'immagine del re. È pratica documentata nei sovrani moderni: Ferdinando Primo delle Due Sicilie non cinse mai la corona in cerimonia solenne, ma la zecca la pose su tutte le monete impresse dopo il Congresso di Vienna del milleottocentoquindici. La distinzione tra l'uso personale del diadema e la sua rappresentazione iconografica permette di restituire ad Agatocle le monete diademate del Museo Salnitriano.

Lo conferma anche la calvizie. La capellatura del profilo sulle monete è, citiamo, distinta in piccole ciocche e scarsa quanto basta a coprire la nudità della calvarie, fine citazione, in contrasto evidente con la chioma ricca dei profili di Gerone Secondo, Gelone Secondo e Geronimo. La scarsità della chioma corrisponde alla descrizione diodorea della corona sacerdotale adottata per nascondere il difetto. Romano richiama in nota i casi paralleli di Otone, di Vespasiano, di Giulio Cesare con la sua grande corona laurea calata sulla fronte a celare la stempiatura.

Il leone con la clava sul rovescio allude alla pretesa discendenza eraclide di Agatocle, costruita sulla figura dello zio materno Eraclide, che lo aveva allevato dopo l'esposizione e gli aveva salvato la vita. Le antiche dinastie spartane si dicevano eraclidi; Agatocle, asceso al trono da figlio di vasaio, si fabbricò un blasone dinastico iscrivendo nelle proprie monete il leone e la clava, armi gentilizie della stirpe di Eracle.

## Sette. Pirro d'Epiro a Siracusa: duecentosettantotto-duecentosettantacinque avanti Cristo

Pirro re di Epiro passò in Sicilia nel duecentosettantotto avanti Cristo chiamato dai Siracusani contro i Cartaginesi, dopo la sua avventura italiana contro Roma a Eraclea e ad Ascolo. Tenne l'isola per soli tre anni, fino al duecentosettantacinque avanti Cristo, quando ripartì per l'Italia meridionale. Ottenne dapprima il suffragio e l'obbedienza di tutti i siciliani, ma il suo dispotismo lo alienò presto le città greche.

Visconti aveva visto in una bella moneta d'argento, disegnata nella memoria di Raoul-Rochette letta all'Académie il sedici dicembre milleottocentotrentuno, il ritratto contemporaneo di Pirro. Raoul-Rochette però dimostra che si tratta di una testa eroica, probabilmente di Achille, capostipite della stirpe eacide a cui apparteneva la dinastia molossa di Epiro, e da cui prendeva nome anche il padre dello stesso Pirro. Tre prove sostengono l'attribuzione achillea: il confronto con una moneta di Ophryntion in Troade che reca il ritratto di Achille con la legenda *Achilleus* in greco; il rovescio della stessa moneta pirrica, che presenta Teti portata su un ippocampo con tra le mani lo scudo del figlio; la lettera alfa che ricorre costantemente nel campo di questa e di altre monete di Pirro.

Romano accetta la dimostrazione di Raoul-Rochette. Le monete di Pirro coniate in Sicilia non offrono dunque un ritratto del re epirota, ma evocano la mitologia genealogica della casa eacide, alla maniera dei sovrani ellenistici che si proclamavano discendenti di eroi omerici. La testa diademata che Romano studia con tanta cura non può essere di Pirro per ragioni cronologiche. La diversità della fattura tra i nove esemplari del Salnitriano e la varietà delle fisionomie attestano un regno lungo, mentre, citiamo, l'avventuriere epirota non tenne la Sicilia che soli due anni quanti certamente non bastano a spiegar le accennate varietà, fine citazione: Romano abbrevia il triennio duecentosettantotto-duecentosettantacinque avanti Cristo. Tra Agatocle morto nel duecentoottantanove avanti Cristo e Gerone Secondo proclamato stratega nel duecentosettantacinque avanti Cristo e re nel duecentosessantanove avanti Cristo, l'unico governante di Siracusa con regno abbastanza lungo da spiegare l'evoluzione stilistica resta Agatocle stesso.

## Otto. Iceta, Filistide, Nereide: i ritratti femminili

Iceta tenne il potere a Siracusa per otto anni, dal duecentoottantanove al duecentottanta avanti Cristo, dopo la morte di Agatocle. Romano possiede sue monete d'oro e d'argento dove il nome compare nella formula modesta in greco *Epi Iketa*, cioè *sotto Iceta*, propria di un semplice magistrato repubblicano. Iceta non avrebbe mai osato apporsi sulle monete il diadema regale, che neppure Agatocle aveva indossato sul proprio capo. Di lui restano coniazioni dal carattere repubblicano. Tirannione e Sostrato, gli ultimi tirannelli prima di Pirro, governarono per tre anni dal duecentosettantanove al duecentosettantasette avanti Cristo, e neppure loro coniarono ritratti diademati.

Il caso di Nereide è diverso. Nereide era figlia di Pirro e moglie di Gelone Secondo, figlio di Gerone Secondo. Gli storici Diodoro, Polibio, Plutarco e Pausania la ricordano. Una iscrizione cubitale incisa su uno dei cunei del teatro siracusano la chiama *della regina Nereide* in greco, parallela all'altra iscrizione che intitola *della regina Filistide*. Romano deriva da questa epigrafia un argomento decisivo. Se alle mogli fu dato il titolo di basilissa nel monumento pubblico, a maggior ragione ai mariti spettò il titolo di basileus. Le lettere beta e alfa che precedono il nome di Gelone sulle monete vanno dunque sciolte in *basileos*, cioè *del re*: Gelone Secondo fu davvero re corregnante col padre Gerone Secondo.

La regina Filistide pone un caso ancora più delicato. Le monete che portano il suo nome mostrano una testa velata. Raoul-Rochette aveva sostenuto che la testa non rappresenta la regina ma Demetra, nume tutelare della Sicilia, e che le osservazioni di Torremuzza e Visconti sul progressivo invecchiamento della fisionomia da giovinezza ad età senile cadono. Romano aderisce all'opinione del francese, e aggiunge un argomento: la stretta somiglianza tra la testa velata creduta di Filistide e quelle delle monete di Melita, Panormo, Etna e dell'asse romano-siculo pubblicato dai fratelli Landolina di Siracusa, dove la stessa figura velata appare come divinità ctonia. Filistide fu moglie di Gerone Secondo, probabilmente figlia del rinomato Leptine; potrebbe essere morta giovane, ricevendo dal marito una sorta di apoteosi monetaria sotto le forme di Demetra, come Ftia madre di Pirro fu raffigurata sotto le sembianze di Era in una bella moneta di rame.

## Nove. Gerone Secondo: duecentosessantanove-duecentoquindici avanti Cristo: e la «regina Filistide»

Gerone Secondo salì al potere come stratega nel duecentosettantacinque avanti Cristo, dopo la partenza di Pirro; fu proclamato re nel duecentosessantanove avanti Cristo, e regnò per oltre cinquant'anni fino alla morte nel duecentoquindici avanti Cristo, a oltre novant'anni di età. Strinse un'alleanza inviolabile con Roma all'inizio della Prima Guerra Punica, e la mantenne fino alla fine, fornendo grano e supporto navale ai Romani contro Cartagine. Beneficò anche i Cartaginesi affinché Roma non degenerasse in egemonia incontrastata. Mantenne una pace lunga e fiorente. Affidò ad Archimede la costruzione delle macchine da guerra che dopo la sua morte difesero Siracusa contro Marcello, costringendo l'ammiraglio romano a esclamare, citiamo, fuggiamo da questo geometra Briareo, fine citazione, secondo l'episodio narrato da Plutarco nella *Vita di Marcello*.

Pausania nel libro sesto testimonia che a Gerone Secondo i suoi figli innalzarono una statua equestre in Olimpia, opera di Micone siracusano figlio di Nicotrate, accanto a una statua pedestre dedicatagli forse a nome dei Siracusani. Gerone Secondo non ebbe altro figlio maschio che Gelone Secondo, premorto al padre. Polibio in plurale parla dei doni inviati da Gerone e Gelone ai Rodii colpiti da un orribile terremoto, settantacinque talenti, e di altre singolari offerte. Lo stesso Polibio narra dell'arbitrio col quale Gelone Secondo disponeva delle forze militari, e prometteva ai Greci ventimila fanti e duecento navi a condizione di averne il comando.

Le monete di Gerone Secondo al rovescio recano una figura a cavallo. Romano osserva nei migliori esemplari un dettaglio decisivo: il cavaliere tiene la lancia in modo non naturale, col ferro all'indietro e il calcio dell'asta in avanti. L'atteggiamento non è quello del guerriero che si lancia all'assalto, ma del principe pacifico che cavalca per esercizio ginnico. Corrisponde al carattere di Gerone Secondo, che non vuole la guerra ma ne mantiene gli appresti. Il cavaliere riproduce la statua olimpica di Micone, eretta dai figli mentre il sovrano era ancora vivo.

Filistide, regina di Gerone Secondo, fu dunque la madre di Gelone Secondo, e suocera di Nereide figlia di Pirro. Il teatro siracusano ne conserva il titolo regale inciso su uno dei cunei. Le sue monete con il velo demetriaco, ridiscusse da Raoul-Rochette come testa divina e non come ritratto, restano oggetto di controversia; ma il regno cinquantennale di Gerone Secondo ne attesta la realtà storica al di là dell'iconografia monetaria.

## Dieci. Le leggende greche: Siracusani, Del Re, Salvatrice, della Fanciulla

La memoria di Romano ricostruisce e legge una sequenza di leggende monetarie greche che restituiscono la dimensione politica e religiosa della Siracusa ellenistica.

La legenda *Syrakosion* in greco, *dei Siracusani*, genitivo plurale del nome del popolo, è la legenda della cittadinanza. Compare sulle monete autonome, e ricompare in posizione dominante sulle monete del periodo di Agatocle, riconiate dopo la morte del tiranno dai democratici in segno di rivendicazione popolare. Visconti aveva proposto di leggerla con un'ellissi: *I Siracusani alla memoria di Gelone*. Romano corregge: *I Siracusani alla vittoria, o al nome, di Gelone Re*.

La legenda *Basileos* in greco, *del re*, genitivo di basileus, è il titolo regale. Compare per esteso sulle monete di Agatocle nella formula *Agathokleos Basileos*, *del re Agatocle*, e sulle monete di Geronimo. Compare abbreviato nelle lettere beta e alfa premesse al nome di Gelone sulle monete di Gelone Secondo, e nella iniziale beta del titolo premessa al nome *Ieronos*, *di Ierone*, in una bella moneta d'argento di Gerone Secondo acquistata di recente dal Museo Salnitriano. La presenza del titolo regale conferma l'identità delle teste diademate con i sovrani della Siracusa ellenistica, e non con i primi Dinomenidi del quinto secolo avanti Cristo.

La legenda *Soteira* in greco, *la Salvatrice*, è epiteto di Artemide. Compare sulle monete di Agatocle in rame, con la testa della dea al diritto e il fulmine al rovescio, accanto al nome *del re Agatocle*. Artemide Soteira era venerata a Siracusa come divinità tutelare; il fulmine al rovescio richiama il culto di Zeus e l'apparato simbolico del potere ellenistico.

La legenda *Koras* in greco, *della Fanciulla*, genitivo di Kore, è epiteto di Persefone. Compare sulle monete d'argento di Agatocle nella prima epoca, con la testa di Persefone al diritto, e una Vittoria che scolpisce un trofeo al rovescio, accompagnata dalla trinacria nel campo, simbolo dell'intera isola che Agatocle aspirò a soggiogare, e di cui fu in gran parte signore nel trecentosette avanti Cristo, l'anno in cui assunse il titolo regale, e batté gli Eracliesi e i Termitani, entrò a Centuripe ed espugnò Apollonia.

A queste leggende si aggiungono *Dios Hellaniou* in greco, *di Zeus Ellanio*, sulle monete repubblicane riconiate sulle teste di Agatocle dopo la sua morte, e *Zeus Eleutherios*, *Zeus Liberatore*, sulle monete di Timoleonte coniate dopo l'espulsione dei tiranni nel trecentoquarantaquattro avanti Cristo. La sequenza *Siracusani*, *Del Re*, *Salvatrice*, *della Fanciulla*, con i suoi corollari di *Zeus Ellanio* e *Zeus Liberatore*, ricostruisce il paesaggio politico-religioso della Siracusa tra Timoleonte e Geronimo: dal trionfo della libertà cittadina alla parabola dei Geronidi, che si chiude nel duecentoquindici avanti Cristo con la morte di Gerone Secondo, e nel duecentododici avanti Cristo con la caduta della città sotto le mura di Marcello.

<!-- QA CITAZIONI v2-audio — APPROVATO Verificate 25 citazioni (di cui 16 greche, traslitterate in TTS-friendly) Fix applicati: 8 (paralleli a v2.md): citazione Diodoro parafrasata; «scontraffatte» → «scontraffatti»; aggiunta marcatura citiamo/fine citazione per «appena uscita dalla sua infanzia»; concord «distinta…scarsa»; citazione Pirro «due anni» come canonico; data Agatocle re trecentosette; statua equestre Olimpia corretta; *Gelonos* rimosso da §8 e §10. Inventate rimosse: 0 Greco confermato: 16 leggende traslitterate (Siracusani, Siracusani Del Re, Basileos, Ieronos, Epi Iketa, della regina Nereide, della regina Filistide, BA, Achilleus, alfa, Agathokleos Basileos, Soteira, Koras, Dios Hellaniou, Zeus Eleutherios, B) Data: 2026-05-18 -->

Edizione consultata: Giuseppe Romano, Iconografia numismatica dei tiranni di Siracusa. Memoria letta all'Accademia di Scienze e Belle Lettere nella tornata degli 11 aprile 1858, Palermo, Stabilimento Tipografico di Fr. Lao, 1859, 31 pp.

Sinossi

Padre Giuseppe Romano, gesuita prefetto del Museo Salnitriano di Palermo e segretario generale dell'Accademia di Scienze e Belle Lettere, legge l'11 aprile 1858 una memoria che ribalta un canone numismatico vecchio di due secoli. La tradizione di Paruta, Havercampo, Torremuzza e Visconti attribuiva i ritratti diademati delle monete siracusane ai tiranni del V secolo a.C., Gelone vincitore di Imera e suo fratello Gerone I, ospite di Pindaro. Romano dimostra che si tratta invece dei sovrani del III secolo a.C.: Gerone II, suo figlio Gelone II premorto al padre e il nipote Geronimo. La prova viene dalla fattura tarda, dalla paleografia con l'omega simonidea, dall'uso del diadema sconosciuto ai primi Dinomenidi, e soprattutto dal confronto fisionomico: i tre profili mostrano lo stesso mento acuto, lo stesso naso sporgente, la stessa attaccatura dei capelli. Romano aggiunge una seconda scoperta. La testa diademata con leone e clava al rovescio, attribuita da Torremuzza al fantomatico stratega Sosistrato, è il ritratto contemporaneo di Agatocle. Lo provano le riconiazioni di Giove Ellanio e Atena Promachos sovrapposte all'effigie, gli intagli a croce di Sant'Andrea che sfigurano il volto, e il passo di Diodoro Siculo che ricorda come dopo la morte del tiranno i Siracusani confiscarono i beni di Agatocle e ne abbatterono le immagini erette nei luoghi pubblici. La memoria restituisce così quattro ritratti contemporanei della tarda Siracusa: Agatocle, Gerone II, Gelone II, Geronimo.

1. La memoria del 1858: contesto accademico palermitano

L'Accademia di Scienze e Belle Lettere di Palermo, fondata in epoca borbonica e attiva sotto Francesco I e Ferdinando II, ospita nel terzo volume dei propri Atti la memoria che Giuseppe Romano legge nella tornata dell'11 aprile 1858. Lo Stabilimento Tipografico di Francesco Lao, premiato con medaglia d'oro al merito civile, pubblica l'estratto l'anno successivo, nel 1859, in trentuno pagine alla Salita Crociferi 99.

Romano è gesuita della Compagnia di Gesù, segretario generale dell'Accademia e prefetto del Museo Salnitriano nel Collegio Massimo di Palermo. Il Salnitriano, antica raccolta gesuitica di antichità classiche e medaglie, conserva nove esemplari delle monete attribuite a Sosistrato che diventeranno il fulcro della sua dimostrazione su Agatocle. La memoria si inserisce nel solco della grande numismatica siciliana ottocentesca: Gabriele Lancillotto Castelli principe di Torremuzza con la Siciliae populorum et urbium veterum nummi (1781), il Duca di Serradifalco con le Antichità della Sicilia (1834-1842, volume IV dedicato a Siracusa), gli interventi di Joseph Eckhel nella Doctrina numorum veterum e di Ennio Quirino Visconti nell'Iconografia greca.

L'orizzonte critico è quello europeo. Romano dialoga con Ezechiele Spanheim (il Spanheimius del De praestantia et usu numismatum antiquorum del 1664), con Theodor Panofka che nel 1825 visita le antichità siciliane scrivendo al Duca di Serradifalco sulle iscrizioni del teatro di Siracusa, con Désiré Raoul-Rochette dell'Académie royale des Inscriptions et Belles Lettres che il 16 dicembre 1831 legge la memoria Sur les médailles siciliennes de Pyrrhus. La querelle palermitana ha una posta in gioco precisa: stabilire se le monete con i nomi greci di Gelone e Gerone restituiscano i lineamenti dei vincitori di Imera del 480 a.C. o dei sovrani della Siracusa ellenistica vissuti due secoli e mezzo dopo.

2. Numismatica come ritratto: il metodo di Romano

Romano apre la memoria con una professione di fede iconografica. Conoscere i lineamenti dei grandi del passato significa «evocare dall'obblio de' secoli quei venerandi personaggi, conversare con esso loro come di faccia a faccia, inspirarsi alle loro virtù di una maniera più viva e parlante che non avviene leggendo le studiate pagine della storia». Il ritratto numismatico vale come documento storico al pari della cronaca scritta, anzi la supera per immediatezza percettiva.

Il metodo procede su tre assi. Il primo è l'esame stilistico: la qualità del rilievo, l'andamento dei caratteri epigrafici, la presenza o assenza dello stile perlato, il modo in cui i capelli sono modellati e le orecchie disegnate. Il secondo asse è la paleografia: l'uso dell'omega ricorda l'introduzione delle lettere simonidee a Siracusa sotto Gerone I, ma le forme delle lettere sulle monete in questione appartengono a un'epoca successiva. Il terzo asse è la fisionomia comparata: Romano dispone i profili sui suoi tavoli del Museo Salnitriano e cerca somiglianze di famiglia che resistano al pregiudizio.

La preoccupazione filologica è costante. Romano denuncia i disegni di Castelli «orribilmente scontraffatti», e raccomanda di tornare sempre agli esemplari originali. Diffida del Goltzio, falsario seicentesco le cui invenzioni inquinano la tradizione di Paruta. Riconosce a Eckhel l'autorità di padre della scienza numismatica e a Spanheim l'acume critico, ma non esita a contraddirli quando i loro argomenti contengono petizioni di principio. Una frase condensa il principio di metodo: «Le monete vogliono studiarsi a tutto bell'agio per conoscerne la verità e guarentirsi dalle insidie che l'ingordigia di guadagno tende alla buona fede e alla passione degli amatori».

Il programma della memoria si articola in due tesi. Le teste comunemente attribuite ai primi Dinomenidi appartengono ai tardi Geronidi, Gerone II e Gelone II suo figlio. Le teste diademate con leone e clava attribuite a Sosistrato sono ritratti contemporanei di Agatocle.

3. Gelone, vincitore di Imera (485-478 a.C.): le monete

Gelone figlio di Dinomene, tiranno di Gela dal 491 a.C. e signore di Siracusa dal 485 a.C., morì nel 478 a.C. dopo aver vinto i Cartaginesi di Amilcare presso Imera nel 480 a.C., la stessa estate in cui i Greci della madrepatria battevano i Persiani a Salamina. Diodoro Siculo lo paragona a Leonida e a Temistocle. La storiografia siciliana del Cinquecento e del Seicento aveva attribuito a questo vincitore di Imera i ritratti diademati con la legenda ΣΥΡΑΚΟΣΙΩΝ ΒΑΣΙΛΕΩΣ e la biga al rovescio, immaginando che le bighe alludessero ai cocchi olimpici cantati da Pindaro nelle Olimpiche.

Romano contesta in radice l'attribuzione. Le ragioni che Eckhel e Spanheim accumulano contro l'antichità di queste monete (l'arte tarda, l'omega simonidea, l'uso del diadema sconosciuto al V secolo, la nota numerale XII di origine romana, il rame mai impiegato dai primi Dinomenidi) provano sì che le monete sono recenti, ma non bastano a far dei volti effigi onorarie di antichi tiranni. Il salto logico è una petizione di principio: poiché nessun sovrano siracusano prima di Geronimo avrebbe posto la propria immagine sulle monete, le effigi di Gelone e Gerone non possono essere contemporanee e quindi devono essere onorarie. Romano ribatte che basta supporre l'opposto, cioè che i ritratti siano dei sovrani del III secolo a.C., e l'argomento crolla.

C'è poi una ragione politica. Gerone l'antico, fratello di Gelone, fu personaggio controverso e ricordato come tiranno crudele. «La memoria del primo non onora, ma deturpa quella del secondo Gerone, personaggio cui la storia non addebita alcun vizio». Perché Gerone II, principe d'ogni parte perfetto, dolce, benefico, amico inviolabile dei Romani, avrebbe dovuto consacrare nelle proprie monete l'immagine di un antenato non amato? La risposta è che non lo fece. Il vero Gelone delle monete è suo figlio, Gelone II, morto prima del padre.

4. Gerone I e la corte di Pindaro (478-466 a.C.)

Gerone I succedette al fratello Gelone nel 478 a.C. e regnò fino al 466 a.C. trasferendosi a Catania, che rifondò col nome di Aitne ottenendo come fondatore onori divini. La sua corte accolse Bacchilide, Epicarmo, Simonide di Ceo, Pindaro ed Eschilo. Pindaro gli dedicò la Prima Olimpica, la Prima e la Terza Pitica, celebrando le vittorie equestri del tiranno nei giochi panellenici. Eschilo rappresentò a Siracusa le Etnee in occasione della fondazione della nuova città.

L'antica tradizione numismatica vedeva nelle monete con la legenda ΙΕΡΩΝΟΣ il ritratto di questo Gerone, fratello del vincitore di Imera. Romano dimostra che si tratta invece di Gerone II, vissuto due secoli dopo. La paleografia delle monete usa l'omega introdotta sotto Gerone I ma in forme tarde, lo stile mostra una maturità che le monete del V secolo non possiedono, il diadema cingerebbe la fronte di un sovrano che secondo le testimonianze antiche non lo portò mai. L'arte del V secolo, scrive Romano, era «appena uscita dalla sua infanzia» e ripeteva tipi convenzionali applicabili a qualsiasi volto umano. I lineamenti caratteristici, vivi, parlanti delle monete in questione non possono appartenere a quell'epoca.

Resta un argomento di Eckhel: nelle monete consolari romane si trovano restituzioni onorarie dei maggiori. Romano risponde che il parallelo non regge. I magistrati monetali di Roma non potevano apporre la propria effigie sulle monete perché non erano sovrani, e ricorrevano alle immagini degli antenati per magnificare la propria casa. I sovrani ellenistici invece, e in particolare i successori di Alessandro, ponevano regolarmente sulle monete il proprio ritratto. Gerone II segue questa prassi, non quella consolare romana.

L'idea di un Gerone II che consacrasse le sue monete alla memoria del fratello dell'antico Gelone, di Trasibulo cacciato come tiranno insopportabile, di Polizelo, di una dinastia poco amata dai cittadini, è incongrua. Le monete celebrano il sovrano vivente, non l'omonimo di tre secoli prima.

5. Dionisio il Vecchio (405-367 a.C.): tiranno e iconografo di se stesso

Dionisio I governò Siracusa dal 405 a.C. al 367 a.C., portandola al massimo dell'estensione territoriale e cingendo la città delle mura dionigiane sull'Epipoli e del Castello Eurialo. Suo figlio Dionisio II il Giovane regnò due volte, 367-357 a.C. e 346-344 a.C., finché Timoleonte di Corinto non lo costrinse all'esilio.

Torremuzza nel suo corpus aveva attribuito alle due figure altrettanti ritratti. Romano li smonta entrambi. Il ritratto del Dionisio maggiore è «finto dalla impostura sempre feconda di Goltzio», il falsario fiammingo del Cinquecento che inquinò la numismatica con monete inventate. Il ritratto del Dionisio minore è in realtà una testa di Eracle, come Romano stesso aveva dimostrato in un articolo del 1853 sulla rivista palermitana La Rivista dedicato alle Antiche monete inedite di Dionisio I.

Restano dunque i due Dionisi senza ritratto. La cronologia siracusana del IV secolo a.C. risulta priva di iconografia numismatica certa: a Dionisio I succedettero Dionisio II, l'usurpatore Dione, Callippo, Niseo, l'intervento di Iceta di Leontini, finché Timoleonte nel 344 a.C. ristabilì la libertà cittadina. Romano segnala che a Timoleonte si deve la coniazione delle monete con la testa e la legenda di Zeus Eleutherios, Giove Liberatore, in cui la lega panellenica posta dal corinzio sotto la tutela di Zeus trova espressione iconografica e politica.

Il caso dionisiano serve a Romano come monito di metodo. Le tavole del Torremuzza, pur magnifiche, vanno controllate sugli originali. Le invenzioni del Goltzio circolano da secoli accettate come autentiche. Le teste eroiche (Eracle, Apollo, Atena) sono state ripetutamente scambiate per ritratti di tiranni. Solo l'esame autoptico al Museo Salnitriano, con i nove esemplari delle monete attribuite a Sosistrato sotto gli occhi, permette di distinguere il ritratto vero dalla copia tarda o dal falso moderno.

6. Agatocle (317-289 a.C.) e il titolo di basileus

Agatocle figlio di Carcino, ceramista di origine reggina trasferitosi a Siracusa, sale al potere nel 317 a.C., spedisce nel 310 a.C. la sua spedizione punica sulle coste africane portando per primo la guerra in casa cartaginese, assume il titolo regale nel 307 a.C. dopo che Antigono, Demetrio, Tolomeo, Seleuco, Lisimaco e Cassandro si erano proclamati re, e muore avvelenato nel 289 a.C. da Menone con uno stuzzicadenti, poi bruciato vivo su ordine di Demetrio Poliorcete da un certo Oxitemis quando si accorgono che la voce gli è soffocata in gola dalla veemenza del morbo.

Diodoro Siculo testimonia che Agatocle, ascoltato l'esempio dei Diadochi, non ritenne di essere da meno per forza di eserciti né per estensione di paese, e si fece chiamare re. Però non giudicò di usare il diadema, e portò sempre una corona di carattere sacerdotale che aveva indossato fin dai tempi precedenti al potere, anche perché aveva pochi capelli ed era calvo. Sulla base di questo passo Eckhel aveva escluso che le teste diademate appartenessero ad Agatocle.

Romano ribatte. Il testo di Diodoro dice che Agatocle non portò il diadema sulla propria fronte fisica, ma non vieta che la zecca apponesse il diadema all'immagine del re. È pratica documentata nei sovrani moderni: Ferdinando I delle Due Sicilie non cinse mai la corona in cerimonia solenne, ma la zecca la pose su tutte le monete impresse dopo il Congresso di Vienna del 1815. La distinzione tra l'uso personale del diadema e la sua rappresentazione iconografica permette di restituire ad Agatocle le monete diademate del Museo Salnitriano.

Lo conferma anche la calvizie. La capellatura del profilo sulle monete è «distinta in piccole ciocche e scarsa quanto basta a coprire la nudità della calvarie», in contrasto evidente con la chioma ricca dei profili di Gerone II, Gelone II e Geronimo. La scarsità della chioma corrisponde alla descrizione diodorea della corona sacerdotale adottata per nascondere il difetto. Romano richiama in nota i casi paralleli di Otone, di Vespasiano, di Giulio Cesare con la sua grande corona laurea calata sulla fronte a celare la stempiatura.

Il leone con la clava sul rovescio allude alla pretesa discendenza eraclide di Agatocle, costruita sulla figura dello zio materno Eraclide che lo aveva allevato dopo l'esposizione e gli aveva salvato la vita. Le antiche dinastie spartane si dicevano eraclidi; Agatocle, asceso al trono da figlio di vasaio, si fabbricò un blasone dinastico iscrivendo nelle proprie monete le armi gentilizie della stirpe di Eracle.

7. Pirro d'Epiro a Siracusa (278-275 a.C.)

Pirro re di Epiro passò in Sicilia nel 278 a.C. chiamato dai Siracusani contro i Cartaginesi, dopo la sua avventura italiana contro Roma a Eraclea e ad Ascolo. Tenne l'isola per soli tre anni, fino al 275 a.C., quando ripartì per l'Italia meridionale. Ottenne dapprima il suffragio e l'obbedienza di tutti i siciliani, ma il suo dispotismo lo alienò presto le città greche.

Visconti aveva visto in una bella moneta d'argento, disegnata nella memoria di Raoul-Rochette letta all'Académie il 16 dicembre 1831, il ritratto contemporaneo di Pirro. Raoul-Rochette però dimostra che si tratta di una testa eroica, probabilmente di Achille, capostipite della stirpe eacide a cui apparteneva la dinastia molossa di Epiro e da cui prendeva nome anche il padre dello stesso Pirro. Tre prove sostengono l'attribuzione achillea: il confronto con una moneta di Ophryntion in Troade che reca il ritratto di Achille con la legenda ΑΧΙΛΛΕΥΣ; il rovescio della stessa moneta pirrica che presenta Teti portata su un ippocampo con tra le mani lo scudo del figlio; la lettera Α che ricorre costantemente nel campo di questa e di altre monete di Pirro.

Romano accetta la dimostrazione di Raoul-Rochette. Le monete di Pirro coniate in Sicilia non offrono dunque un ritratto del re epirota ma evocano la mitologia genealogica della casa eacide, alla maniera dei sovrani ellenistici che si proclamavano discendenti di eroi omerici. La testa diademata che Romano studia con tanta cura non può essere di Pirro per ragioni cronologiche. La diversità della fattura tra i nove esemplari del Salnitriano e la varietà delle fisionomie attestano un regno lungo, mentre «l'avventuriere epirota non tenne la Sicilia che soli due anni quanti certamente non bastano a spiegar le accennate varietà» (Romano abbrevia il triennio 278-275 a.C.). Tra Agatocle morto nel 289 a.C. e Gerone II proclamato stratega nel 275 a.C. e re nel 269 a.C., l'unico governante di Siracusa con regno abbastanza lungo da spiegare l'evoluzione stilistica resta Agatocle stesso.

8. Iceta, Filistide, Nereide: i ritratti femminili

Iceta tenne il potere a Siracusa per otto anni, dal 289 a.C. al 280 a.C., dopo la morte di Agatocle. Romano possiede sue monete d'oro e d'argento dove il nome compare nella formula modesta ΕΠΙ ΙΚΕΤΑ, «sotto Iceta», propria di un semplice magistrato repubblicano. Iceta non avrebbe mai osato apporsi sulle monete il diadema regale che neppure Agatocle aveva indossato sul proprio capo; di lui restano coniazioni dal carattere repubblicano. Tirannione e Sostrato, gli ultimi tirannelli prima di Pirro, governarono per tre anni dal 279 a.C. al 277 a.C. e neppure loro coniarono ritratti diademati.

Il caso di Nereide è diverso. Nereide era figlia di Pirro e moglie di Gelone II figlio di Gerone II. Gli storici Diodoro, Polibio, Plutarco e Pausania la ricordano. Una iscrizione cubitale incisa su uno dei cunei del teatro siracusano la chiama ΒΑΣΙΛΙΣΣΑΣ ΝΗΡΗΙΔΟΣ, «della regina Nereide», parallela all'altra iscrizione che intitola ΒΑΣΙΛΙΣΣΑΣ ΦΙΛΙΣΤΙΔΟΣ, «della regina Filistide». Romano deriva da questa epigrafia un argomento decisivo. Se alle mogli fu dato il titolo di basilissa nel monumento pubblico, a maggior ragione ai mariti spettò il titolo di basileus. Le lettere ΒΑ che precedono il nome di Gelone sulle monete vanno dunque sciolte in ΒΑΣΙΛΕΩΣ, «del re»: Gelone II fu davvero re corregnante col padre Gerone II.

La regina Filistide pone un caso ancora più delicato. Le monete che portano il suo nome mostrano una testa velata. Raoul-Rochette aveva sostenuto che la testa non rappresenta la regina ma Demetra, nume tutelare della Sicilia, e che le osservazioni di Torremuzza e Visconti sul progressivo invecchiamento della fisionomia da giovinezza ad età senile cadono. Romano aderisce all'opinione del francese e aggiunge un argomento: la stretta somiglianza tra la testa velata creduta di Filistide e quelle delle monete di Melita, Panormo, Etna e dell'asse romano-siculo pubblicato dai fratelli Landolina di Siracusa, dove la stessa figura velata appare come divinità ctonia. Filistide fu moglie di Gerone II, probabilmente figlia del rinomato Leptine, e potrebbe essere morta giovane, ricevendo dal marito una sorta di apoteosi monetaria sotto le forme di Demetra, come Ftia madre di Pirro fu raffigurata sotto le sembianze di Era in una bella moneta di rame.

9. Gerone II (269-215 a.C.) e la «regina Filistide»

Gerone II salì al potere come stratega nel 275 a.C. dopo la partenza di Pirro, fu proclamato re nel 269 a.C. e regnò per oltre cinquant'anni fino alla morte nel 215 a.C., a oltre novant'anni di età. Strinse un'alleanza inviolabile con Roma all'inizio della Prima Guerra Punica e la mantenne fino alla fine, fornendo grano e supporto navale ai Romani contro Cartagine. Beneficò anche i Cartaginesi affinché Roma non degenerasse in egemonia incontrastata. Mantenne una pace lunga e fiorente. Affidò ad Archimede la costruzione delle macchine da guerra che dopo la sua morte difesero Siracusa contro Marcello, costringendo l'ammiraglio romano a esclamare «fuggiamo da questo geometra Briareo» secondo l'episodio narrato da Plutarco nella Vita di Marcello.

Pausania nel libro VI testimonia che a Gerone II i suoi figli innalzarono una statua equestre in Olimpia, opera di Micone siracusano figlio di Nicotrate, accanto a una statua pedestre dedicatagli forse a nome dei Siracusani. Gerone II non ebbe altro figlio maschio che Gelone II, premorto al padre. Polibio in plurale parla dei doni inviati da Gerone e Gelone ai Rodii colpiti da un orribile terremoto, settantacinque talenti, e di altre singolari offerte. Lo stesso Polibio narra dell'arbitrio col quale Gelone II disponeva delle forze militari e prometteva ai Greci ventimila fanti e duecento navi a condizione di averne il comando.

Le monete di Gerone II al rovescio recano una figura a cavallo. Romano osserva nei migliori esemplari un dettaglio decisivo: il cavaliere tiene la lancia in modo non naturale, col ferro all'indietro e il calcio dell'asta in avanti. L'atteggiamento non è quello del guerriero che si lancia all'assalto, ma del principe pacifico che cavalca per esercizio ginnico. Corrisponde al carattere di Gerone II, che non vuole la guerra ma ne mantiene gli appresti. Il cavaliere riproduce la statua olimpica di Micone, eretta dai figli mentre il sovrano era ancora vivo.

Filistide, regina di Gerone II, fu dunque la madre di Gelone II e suocera di Nereide figlia di Pirro. Il teatro siracusano ne conserva il titolo regale inciso su uno dei cunei. Le sue monete con il velo demetriaco, ridiscusse da Raoul-Rochette come testa divina e non come ritratto, restano oggetto di controversia, ma il regno cinquantennale di Gerone II ne attesta la realtà storica al di là dell'iconografia monetaria.

10. Le leggende greche: ΣΥΡΑΚΟΣΙΩΝ, ΒΑΣΙΛΕΩΣ, ΣΩΤΕΙΡΑ, ΚΟΡΑΣ

La memoria di Romano ricostruisce e legge una sequenza di leggende monetarie greche che restituiscono la dimensione politica e religiosa della Siracusa ellenistica.

ΣΥΡΑΚΟΣΙΩΝ, genitivo plurale del nome del popolo, «dei Siracusani», è la legenda della cittadinanza. Compare sulle monete autonome e ricompare in posizione dominante sulle monete del periodo di Agatocle, riconiate dopo la morte del tiranno dai democratici in segno di rivendicazione popolare. Visconti aveva proposto di leggerla con un'ellissi: «I Siracusani (alla memoria) di Gelone». Romano corregge: «I Siracusani (alla vittoria, o al nome) di Gelone Re».

ΒΑΣΙΛΕΩΣ, genitivo di basileus, «del re», è il titolo regale. Compare per esteso sulle monete di Agatocle nella formula ΑΓΑΘΟΚΛΕΟΣ ΒΑΣΙΛΕΩΣ e sulle monete di Geronimo. Compare abbreviato nelle lettere ΒΑ premesse al nome di Gelone sulle monete di Gelone II, e nella iniziale Β del nome ΒΑΣΙΛΕΩΣ premessa al nome ΙΕΡΩΝΟΣ in una bella moneta d'argento di Gerone II acquistata di recente dal Museo Salnitriano. La presenza del titolo regale conferma l'identità delle teste diademate con i sovrani della Siracusa ellenistica e non con i primi Dinomenidi del V secolo a.C.

ΣΩΤΕΙΡΑ, «la Salvatrice», è epiteto di Artemide. Compare sulle monete di Agatocle in rame, con la testa della dea al diritto e il fulmine al rovescio, accanto al nome ΑΓΑΘΟΚΛΕΟΣ ΒΑΣΙΛΕΩΣ. Artemide Soteira era venerata a Siracusa come divinità tutelare; il fulmine al rovescio richiama il culto di Zeus e l'apparato simbolico del potere ellenistico.

ΚΟΡΑΣ, genitivo di Kore, «della Fanciulla», è epiteto di Persefone. Compare sulle monete d'argento di Agatocle nella prima epoca, con la testa di Persefone al diritto e una Vittoria che scolpisce un trofeo al rovescio, accompagnata dalla trinacria nel campo, simbolo dell'intera isola che Agatocle aspirò a soggiogare e di cui fu in gran parte signore nel 307 a.C., l'anno in cui assunse il titolo regale e batté gli Eracliesi e i Termitani, entrò a Centuripe ed espugnò Apollonia.

A queste leggende si aggiungono ΔΙΟΣ ΕΛΛΑΝΙΟΥ, «di Zeus Ellanio», sulle monete repubblicane riconiate sulle teste di Agatocle dopo la sua morte, e ΖΕΥΣ ΕΛΕΥΘΕΡΙΟΣ, «Zeus Liberatore», sulle monete di Timoleonte coniate dopo l'espulsione dei tiranni nel 344 a.C. La sequenza ΣΥΡΑΚΟΣΙΩΝ, ΒΑΣΙΛΕΩΣ, ΣΩΤΕΙΡΑ, ΚΟΡΑΣ con i suoi corollari di ΔΙΟΣ ΕΛΛΑΝΙΟΥ e ΖΕΥΣ ΕΛΕΥΘΕΡΙΟΣ ricostruisce il paesaggio politico-religioso della Siracusa tra Timoleonte e Geronimo, dal trionfo della libertà cittadina alla parabola dei Geronidi che si chiude nel 215 a.C. con la morte di Gerone II e nel 212 a.C. con la caduta della città sotto le mura di Marcello.

Audio-riassunto curato da Alessandro Calabrò il 17 maggio 2026.

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