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Frontespizio di Francesco Saverio Cavallari & Adolfo Holm, Topografia archeologica di Siracusa (1883)
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Topografia archeologica di Siracusa

di Francesco Saverio Cavallari e Adolfo Holm · Palermo, Tipografia del Giornale di Sicilia · 1883
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Francesco Saverio Cavallari & Adolfo Holm, Topografia archeologica di Siracusa (1883)

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Topografia archeologica di Siracusa. Francesco Saverio Cavallari, Adolfo Holm, Cristoforo Cavallari. Palermo, Tipografia del Giornale Lo Statuto. Anno milleottocentottantatré. Quattrocentoquarantaquattro pagine, quindici tavole d'atlante, opera fondazionale dell'archeologia siracusana moderna.

Sinossi.

Nel milleottocentottantatré esce a Palermo, dai torchi della Tipografia del Giornale Lo Statuto, l'opera che ha riscritto da capo la mappa dell'antica Siracusa. Quattrocentoquarantaquattro pagine, quindici tavole d'atlante, due autori: l'architetto-archeologo Francesco Saverio Cavallari e lo storico tedesco Adolfo Holm. Più l'ingegnere Cristoforo Cavallari per l'idrografia. Da questo libro, commissionato dal Comune di Siracusa ed eseguito per ordine del Ministero della Pubblica Istruzione, partono per linea diretta tutti i grandi siracusani del Novecento: Favara nel millenovecentocinque, Mauceri nel millenovecentonove, Ciaceri nel millenovecentoquattordici.

La commissione del Comune di Siracusa. Perché un libro fondazionale.

Il libro nasce nel solco di un'esigenza pratica e civile. Holm lo dice nelle prime pagine, con queste parole: la topografia di Siracusa ha per la Storia una grandissima importanza. Tra le città greche del continente italiano, della Sicilia e della Gallia, Siracusa fu la più grande, la più potente, la più influente per politica e civiltà. Fu la città, scrive Holm, contro la quale si spezzò la potenza di Atene. Fu la metropoli che ispirò a Tucidide, sono ancora parole di Holm, le più efficaci delle sue pagine. Fu la patria di Archimede e di Gerone secondo.

Per gli eruditi del Cinquecento e del Seicento, da Arezzo a Fazello, da Mirabella a Bonanni, la mancanza di una pianta esatta era un ostacolo permanente. Holm lo scrive così: quei lavori riuscirono utili per le notizie che si riferiscono alle cose osservate ocularmente, ma divennero meno importanti quando aggiunsero dei commentari. Fu solo quando lo Stato Maggiore italiano pubblicò la carta generale della Sicilia in scala uno a cinquantamila, e una pianta particolare di Siracusa in scala uno a diecimila, che divenne possibile, dice Holm, fare il lavoro che, in grazia della liberalità del governo italiano, promotore dei buoni studi, noi presentiamo al pubblico.

Il libro porta il sottotitolo: eseguita per ordine del Ministero della Pubblica Istruzione dai professori D. Saverio Cavallari e D. Adolfo Holm e dall'Ingegnere Cristoforo Cavallari. In esergo, la promessa di metodo: non abbiamo trascurato nulla per renderlo, quanto era possibile, meno imperfetto. E ancora, scrive Holm: ci è sembrato utile citare estesamente i passi importanti degli autori antichi, affinché coloro che vorranno studiare la topografia di Siracusa coll'aiuto del presente libro, possano con maggior facilità giudicare del valore delle interpretazioni che noi proponiamo. Una dichiarazione di filologia applicata all'archeologia.

Francesco Saverio Cavallari. Milleottocentonove, milleottocentonovantasei. L'architetto-archeologo.

Saverio Cavallari, palermitano, era stato il braccio scientifico del Duca di Serradifalco fin dagli anni Trenta dell'Ottocento. Holm lo riconosce esplicitamente, con queste parole: i disegni e le piante pubblicati in questo come negli altri volumi dell'opera Le antichità di Sicilia esposte ed illustrate, Palermo milleottocentotrentadue-milleottocentoquarantadue, sono dovuti quasi tutti alla solerzia dell'Ingegnere Saverio Cavallari, autore della presente topografia di Siracusa. Il Cavallari diresse a Siracusa gli scavi che misero alla luce non pochi monumenti antichi, prima di lui non conosciuti. Egli misurò e disegnò tutti i monumenti antichi della città. Egli rilevò e incise una pianta di Siracusa migliore di quelle che allora esistevano.

A Cavallari si devono i ritrovamenti del tempio di Diana in Ortigia, dell'edificio romano nella campagna Bufardeci e l'esplorazione sistematica delle catacombe di San Giovanni. Nel milleottocentoquarantacinque, in lingua tedesca, aveva già pubblicato nei Göttinger Studien lo scritto Zur Topographie von Syrakus, con una pianta. La sua carriera è la dimostrazione che a metà Ottocento, in Sicilia, archeologia e ingegneria parlano la stessa lingua: il rilievo, il taccuino, la misura. Nel libro del milleottocentottantatré firma i capitoli secondo, terzo e sesto, e affianca il figlio Cristoforo nel capitolo quarto sull'idrografia.

Adolfo Holm. Milleottocentotrenta, millenovecento. Lo storico tedesco della Sicilia greca.

Adolfo Holm, lubecchese, era arrivato in Sicilia negli anni Cinquanta dell'Ottocento come professore. Aveva già pubblicato i due volumi della Geschichte Siciliens im Alterthum, Lipsia milleottocentosettanta-milleottocentosettantaquattro, opera capitale che fissava per la prima volta un quadro storico unitario della Sicilia antica fino a Gerone secondo. Nel milleottocentottantatré si assume i capitoli primo, storiografia siracusana, e quinto, storia topografica della città dalla fondazione corinzia alle catacombe paleocristiane. Più le pagine sui sepolcri preistorici nel capitolo sesto.

Il metodo di Holm è quello della filologia tedesca applicata ai testi antichi. Quando trova una contraddizione tra Tucidide e Diodoro, sceglie sempre Tucidide. Lo dice con queste parole: egli è l'unico autore contemporaneo dell'assedio, la cui narrazione ci sia pervenuta. Egli è un autore che si mostra sempre coscienzioso. Egli spiega una conoscenza così particolare della topografia dei dintorni di Siracusa e dei fatti dell'assedio, che possiamo supporre aver egli attinto da testimoni oculari ciò che narra. Diodoro invece, scrive Holm, contraddice spesso Tucidide, e, quello che è peggio, è incoerente con se stesso ed oscuro.

Su Livio, che pure è la fonte principale per l'assedio romano del duecentododici avanti Cristo, Holm non risparmia critiche taglienti. Lo dice così: non si può dire che la colpa debba essere interamente dell'autore, che cioè quello che ci dànno i manoscritti sia uscito dalla penna di Livio. La condizione del testo nei manoscritti è assai cattiva.

Capitolo primo. Holm legge la storiografia. Da Mirabella a Schubring.

Il primo capitolo è un saggio di storiografia siracusana. Holm sfila uno per uno i lavori sulla città dal Cinquecento al milleottocentoottanta. Mario Aretio nel millecinquecentoventisette, con la Siciliae Chorographia, dà alcune utili notizie. Leandro Alberti nel millecinquecentocinquanta ci giova meno. Tommaso Fazello nel millecinquecentocinquantotto-millecinquecentosessanta è invece importante, anzi è, secondo Holm, il padre della geografia e della storia di Sicilia.

L'attacco arriva sulla pianta del Mirabella del milleseicentotredici. Holm scrive così: la pianta ideata ed eseguita dal Mirabella si divide in nove fogli e contiene secondo l'uso di quei tempi, la ricostruzione dell'antica città, cogli edifizi pubblici e privati, colle strade, piazze, mura eccetera. È dunque un lavoro di fantasia, basato sopra pochi elementi di fatto.

Si salvano Filippo Cluverio, autore della Sicilia antiqua del milleseicentodiciannove, per la sua retta intelligenza e la sana critica dei testi. E Giacomo Bonanni e Colonna, duca di Montalbano, autore di L'antica Siracusa illustrata, Messina milleseicentoventiquattro, che corregge molti errori di Mirabella.

Dopo il Bonanni, scrive Holm, gli studi sulla topografia di Siracusa vennero meno durante un secolo. Holm passa in rassegna i viaggiatori del Settecento: D'Orville, Houel, Saint-Non, Bartels, Brydone, Münter. Il cavaliere Saverio Landolina e il Conte Gaetani della Torre. Giuseppe Logoteta e Giuseppe Maria Capodieci, con gli Antichi monumenti di Siracusa del milleottocentosedici.

Nel primo Ottocento arrivano i lavori critici. Letronne nel milleottocentododici. Göller nel milleottocentodiciotto. Boettcher di Dresda nel milleottocentotrentotto. E poi il Duca di Serradifalco, con le sue Antichità di Sicilia in cinque volumi, milleottocentotrentadue-milleottocentoquarantadue, e il quarto volume interamente dedicato a Siracusa.

L'ultimo nome dell'elenco è Julius Schubring, direttore del Catharineum di Lubecca, che aveva passato mesi interi a Siracusa pubblicando memorie sull'irrigazione, sull'Acradina, sul tempio nuovamente scavato. Holm scrive di lui, con queste parole: quegli però tra gli eruditi moderni che ha più di ogni altro contribuito al progresso della topografia di Siracusa, sia per le indagini fatte sui luoghi, sia per lo studio critico dei testi antichi, è Giulio Schubring. Ma Schubring, aggiunge Holm, non ha scritto il libro che da lui si aspettava, né sembra disposto a scriverlo. Il libro lo scriveranno Cavallari e Holm.

Capitolo secondo. Cavallari mappa la città antica. Le cinque città di Cicerone.

Il secondo capitolo è la grande mappa topografica firmata da Saverio Cavallari. Si apre con le coste orientali: il movimento delle onde sul tufo calcareo, le caverne dei Cappuccini, la celebre Grotta del Cannone. La descrizione è di Cavallari: nella quale, a causa dell'infrangersi continuo dei marosi, si produce un rimbombo simile a quello dello scoppio di un cannone.

Poi Ortigia. Superficie attuale di duecentosessantasettemila settecentocinquanta metri quadrati. Il piano della Cattedrale, creduto tempio di Minerva, a diciassette virgola cinquantasei metri sul livello del mare. Il tempio detto di Diana a uno virgola ottanta metri. Il celebre canale navigabile che oggi divide l'isola dalla terraferma, scrive Cavallari, non fu artificialmente scavato. Lo dice così: le correnti che agiscono in questo canale sono notevoli non solo quando con violenza spirano i venti di libeccio, o quelli di greco e tramontana, ma ancora nelle calme, per sola opera delle alte e basse maree.

Il Porto Grande misura, sono parole di Cavallari, tre milioni trecentoventiquattromila metri quadrati circa. La larghezza al suo ingresso, presa dalla punta meridionale di Ortigia sino a quella dello scoglio della Galera presso il Faro di Massoliveri, mille e cinquanta metri. Cavallari verifica la celebre misura di Tucidide, otto stadi all'ingresso del porto, e la trova esatta. Adottando lo stadio itinerario di centoquarantotto virgola centoquarantotto metri, la distanza sta perfettamente fra le due misure date, cioè fra i milleduecentodieci e i millecentoquaranta metri. Anche le mura di Dionisio, lunghe trenta stadi dal Castello Eurialo a Tica secondo Diodoro, corrispondono allo stadio itinerario.

Seguono i capitoli su Acradina, la grande terrazza nord di Ortigia con il muro di Gelone. Su Tica, l'antico santuario della Fortuna, oggi sparito. Su Neapolis, con il teatro, l'ara, l'anfiteatro. Su Epipoli, l'altopiano sospeso che domina la città, dal greco epi-polis. E sul castello Eurialo.

Le mura che cingevano la Pentapoli, ovvero Ortigia, Acradina, Tica, Neapolis, Epipoli, misuravano secondo Cavallari circa ventisettemila trecentoventi metri. Holm aggiunge: un po' più di centoottanta stadi itinerari. Esattamente quanto dice Strabone nel sesto libro della Geografia. La conferma topografica del passo straboniano è uno dei risultati maggiori del libro.

Le tavole dell'Atlante. Quindici piante che cambiano l'archeologia siracusana.

Il capitolo terzo, firmato da Saverio e Cristoforo Cavallari, è la spiegazione delle quindici tavole dell'Atlante. La numerazione segue una logica precisa. La Tavola prima copre la maggior parte di Ortigia, l'ingresso del Porto e la punta del Plemmirio. La Tavola seconda contiene il resto di Ortigia con le fortificazioni moderne, il Porto Piccolo, le catacombe e parte della terrazza di Acradina. Le Tavole terza, quarta e quinta coprono Acradina, la Neapolis con il colle Temenite e la palude Lisimelia, e il limite occidentale di Acradina con la contrada Terracate. La Tavola sesta mostra parte dell'Epipoli, la contrada Tremilia e la Galera. La settima la Targia, Targetta e le mura settentrionali dell'Epipoli. La ottava la fortezza dell'Epipoli, il Belvedere e Bufalaro. La nona è dedicata al teatro, all'anfiteatro, all'ara e alle latomie del Paradiso e di Santa Venera.

La Tavola decima è la pianta della fortezza Eurialo. Per la prima volta una restituzione misurata di un castello che Cavallari definisce nel testo, con queste parole, opera stupenda e quasi unica nel genere delle fortificazioni antiche. La undicesima mostra l'edificio romano scoperto da Cavallari nella campagna Bufardeci. Le Tavole dodicesima, tredicesima e quattordicesima sono dedicate ai sepolcri: tipi anteriori ai Greci, vari tipi di sepolcri, stanze mortuarie. La quindicesima chiude con le sezioni altimetriche e geologiche della terrazza siracusana.

Queste piante diventano il riferimento canonico per tutta l'archeologia siracusana del Novecento. Quando Paolo Orsi avvia i suoi scavi sistematici alla fine del secolo, parte sempre da queste tavole. Quando Mauceri nel millenovecentonove ricostruisce in carta la cinta dionigiana, lavora sull'atlante Cavallari-Holm. Quando Ciaceri nel millenovecentoquattordici traccia la Storia della Magna Grecia siracusana, cita Cavallari-Holm tavola per tavola.

Capitolo quarto. Idrografia antica. Gli acquedotti Galermi e Tremilia.

Il capitolo quarto, sull'idrografia, è firmato da Cristoforo Cavallari, l'ingegnere del gruppo. Il problema centrale è la provenienza delle acque di Siracusa. Per secoli si era discusso se esistesse un grande acquedotto sotterraneo proveniente dal monte Crimiti. Schubring lo sosteneva, basandosi su una serie di pozzi quadrangolari trovati lungo un asse di sedici chilometri.

Cristoforo Cavallari smonta la tesi. Per costruire un'opera del genere ci sarebbero voluti circa cinquecentonovantatré spiragli. Schubring ne aveva trovati sette, e per alcuni di essi lo stesso autore tedesco dubitava che facessero parte dell'opera.

L'acquedotto reale, scrive Cristoforo, è il Galermi. Lo dice così: la lunghezza di questo acquedotto è di metri ventinovemila. Riceve le prime acque dalla Grotta delle Maraviglie nel burrone che trovasi fra Sortino e Pantalica. Le prime acque sgorgano a quota centonovanta metri sul livello del mare. Arrivano alla casa dell'acqua sopra il Ninfeo a quota cinquantasette metri. Pendenza media: zero virgola zero zero quarantacinque per metro lineare. Quasi il mezzo per cento, scrive Cristoforo. Una misura conforme alle prescrizioni di Vitruvio, libro ottavo, capitolo settimo del De architectura, che il libro cita per esteso in latino.

Oltre al Galermi, Cristoforo descrive l'acquedotto di Tremilia, ottocentoquindici metri di lunghezza, venti spiragli. L'acquedotto del Ninfeo, milletrecentoottantacinque metri, quaranta spiragli. E quello del Paradiso, millecinquecento sessantacinque metri, trenta spiragli. Sull'acquedotto del Paradiso compare una particolarità affascinante: in taluni lastroni che coprono i pozzi di questo acquedotto, scrive Cristoforo, trovasi scolpita sopra la lettera Pi greca. Forse un segno per distinguere i corsi d'acqua. Il libro si trasforma, nella parte idrologica, in un trattato di archeologia tecnica.

Capitolo quinto. Fondazione corinzia e l'età dei Dinomenidi.

Il capitolo quinto, di Holm, è la storia topografica vera e propria. Si apre con la fondazione corinzia del settecentotrentaquattro avanti Cristo. Tucidide, nel sesto libro, capitolo terzo, racconta che Archia di Corinto e i suoi compagni cacciarono i Sicoli dall'isola di Ortigia. Holm aggiunge una nota importante: la parte di terraferma dirimpetto all'isola, quella che diventerà Acradina, fu cominciata ad abitare subito dopo la fondazione, e fu compresa nelle fortificazioni di Siracusa già prima del seicentosessantaquattro avanti Cristo, anno della colonia di Akrai sopra Palazzolo.

Su Ortigia stanno i due grandi santuari. Il tempio di Diana, oggi inglobato nella chiesa di San Pietro al Carmine ma identificato dagli avanzi in via Salibra. E il tempio di Minerva, che Holm, sulle orme della tradizione, identifica con la Cattedrale. Lo dice così: è la Cattedrale che è fabbricata sul punto più elevato dell'Ortigia, sicché un oggetto posto in cima al frontone di un tempio edificato in questo luogo, poteva meglio servire all'uso indicato nel passo di Polemone. Sul continente, gli altri due punti chiave sono l'Olimpieo, il tempio di Giove Olimpico a sud dell'Anapo, con le sue due colonne monolitiche superstiti. E il Temenite, l'altura sopra il teatro, dove sorgeva il santuario di Apollo.

Sotto Gelone, dal quattrocentoottantacinque al quattrocentosettantotto avanti Cristo, Siracusa diventa grande nel senso pieno della parola. Erodoto, nel settimo libro, capitolo centocinquantasei, racconta del massiccio trasferimento forzato di popolazione: tutti i Camarinei, più della metà dei Geloi, la nobiltà di Megara ed Eubea. Holm calcola con queste parole: tra vecchi Siracusani, Camarinesi, Geloi metà, Megaresi ed Eubei nobili e mercenari sarà difficilmente stata inferiore ai duecentomila. Probabilmente superiore. Pindaro, nella seconda Pizia, chiama Siracusa Megalopolis.

Sotto Gelone si fissa l'attuale istmo tra Ortigia e Acradina, si costruisce l'Arsenale sui due lati, e si fonda il Foro nella pianura tra l'istmo e le alture del Temenite. Holm colloca con precisione l'Ara della Concordia della futura repubblica del duecentoquattordici avanti Cristo proprio in quel Foro.

L'assedio ateniese, quattrocentoquindici-quattrocentotredici avanti Cristo. Holm rilegge Tucidide.

La terza parte del capitolo quinto, l'assedio ateniese del quattrocentoquindici-quattrocentotredici avanti Cristo, è il vertice del libro. Holm dichiara apertamente di seguire Tucidide quasi esclusivamente. Lo dice con queste parole: la base della topografia dell'assedio di Siracusa dev'essere la narrazione di Tucidide. Il racconto comincia nell'estate del quattrocentoquindici, quando la flotta ateniese di Nicia, Lamaco e Alcibiade arriva davanti a Siracusa.

Lo sbarco iniziale avviene a sud dell'Anapo, presso l'Olimpieo. Tucidide, sesto libro, capitolo sessantacinque, scrive in greco: kata to Olympieion os to stratopedon katalepsomenoi. Gli Ateniesi prendono posizione su un altopiano protetto da muri, case, alberi e una palude. Dall'altro lato da pendii scoscesi. Holm identifica il punto preciso, con queste parole: sul primo altopiano, a scirocco dell'Olimpieo, noi mettiamo l'accampamento principale degli Ateniesi. Sul secondo, vicino alla Punta Caderini, la stazione navale dei medesimi. La prima battaglia campale, sulla via Elorina, viene vinta dagli Ateniesi ma senza esito strategico. Si ritirano a Catania.

L'inverno quattrocentoquindici-quattrocentoquattordici i Siracusani fortificano il Temenite e Megara, mettono palizzate nel porto. Nella primavera del quattrocentoquattordici gli Ateniesi tornano, questa volta sbarcando a nord, in un luogo che Tucidide chiama Leon, sesto libro, capitolo novantasette. A sei o sette stadi dall'Epipoli. Salgono all'altopiano per l'Eurialo, prima che i Siracusani, schierati per una rivista nel prato dell'Anapo, possano accorrere.

Comincia il celebre assedio dell'Epipoli, con i tre forti, Labdalo, Syke, il muro circolare, descritti minuziosamente da Tucidide. Holm li ricostruisce sulla pianta. Arriva poi Gilippo da Sparta, e con lui la fortuna degli Ateniesi gira. La sezione si chiude con la ritirata e la disfatta del settembre quattrocentotredici. Sono parole di Cicerone, quarta Verrina, paragrafo novantotto, che Holm cita più avanti, e che fissano per sempre il significato di quel porto: in hoc portu Atheniensium nobilitatis, imperii, gloriae naufragium factum existimatur. In questo porto si compì il naufragio della nobiltà, dell'impero e della gloria di Atene.

Dionisio primo e le grandi mura. Il primato delle Epipoli.

La quarta parte del capitolo quinto è dedicata a Dionisio primo, che governa Siracusa dal quattrocentocinque al trecentosessantasette avanti Cristo. Holm racconta la presa del potere, la costruzione del palazzo dentro l'Arsenale, secondo Diodoro tredicesimo libro, capitolo novantasei, e la fortificazione di Ortigia.

Il fatto topografico centrale è la costruzione del grande muro delle Epipoli, su cui Diodoro nel quattordicesimo libro, capitolo diciotto, è esplicito. Scrive in greco: heora gar tas kaloumenas Epipolas hyperdexious holes tes poleos ton Syrakouson. Vedeva infatti che le cosiddette Epipoli sovrastavano l'intera città di Siracusa. Dionisio prende gli architetti, sceglie il punto, in venti giorni costruisce le mura tra l'Esapilo e l'Eurialo.

Le mura coprono complessivamente, secondo Cavallari, sessanta stadi. Più dell'intera cinta di Atene con il Pireo. Holm sintetizza la struttura della città con queste parole: Tucidide sesto libro, capitolo terzo, distingue in Siracusa due parti: la entos polis e la exo polis. La prima è Ortigia, la seconda Acradina coi sobborghi. Alla exo polis si aggiungevano due sobborghi: Tica, nemmeno questo nome si trova in Tucidide, ed il Temenite.

Sotto Dionisio, la struttura della Pentapoli si stabilizza: Ortigia, l'isola, sede del tiranno. Acradina, con il Foro, il bouleuterion, il pritaneo. Tica. Neapolis con il Temenite. Epipoli con il Castello Eurialo.

Nel trecentonovantasei avanti Cristo arriva il grande assedio cartaginese di Imilcone. I Cartaginesi si accampano intorno alla Ciane. L'Olimpieo diventa il quartier generale di Imilcone. I sepolcri di Gelone e di Demarete vengono distrutti. Dionisio compie la grande sorpresa notturna, attacca da tre lati, vince. La narrazione di Diodoro, quattordicesimo libro, capitoli settantadue e settantatré, è riportata da Holm con precisione topografica. Nell'altopiano di Acradina e Tica, e nelle Epipoli, si decide il destino della città.

Gerone secondo e l'assedio di Marcello. La morte di Archimede.

Il regno di Gerone secondo, dal duecentosettanta al duecentoquindici avanti Cristo, è il periodo dell'apogeo. Il teatro greco viene ampliato nella forma che ancora oggi vediamo. Le iscrizioni dei sedili lo confermano. Si costruisce l'Ara di Gerone secondo lunga uno stadio. L'edificio romano nella campagna Bufardeci. Holm passa rapidamente. Per la storia topografica decisivo è l'assedio romano del duecentotredici-duecentododici avanti Cristo, condotto da Marco Claudio Marcello.

Le fonti sono Polibio, ottavo libro, capitolo nono e seguenti. Livio, venticinquesimo libro, capitolo ventitré e seguenti. E Plutarco, Vita di Marcello. Holm le critica una per una.

La presa dell'Epipoli nella notte della festa di Diana viene raccontata da Livio, venticinquesimo libro, capitolo ventiquattro. Sono parole in latino: già mille armati avevano occupato una parte. Dato il segnale dall'Esapilo, dove si era giunti attraverso una grande solitudine, perché gran parte dei soldati nelle torri erano ubriachi di vino e di sonno. I Romani salgono il muro a est dell'Esapilo, sfruttando un punto in cui il terreno è più alto.

Marcello, dall'alto, vede la città sottostante. E, racconta Livio, si dice che pianse, in parte per la gioia di aver portato a termine un'impresa così grande, in parte per l'antica gloria della città. Inlacrimasse dicitur, partim gaudio tantae perpetratae rei, partim vetusta gloria urbis. Gli vengono in mente la flotta ateniese affondata e i due eserciti distrutti.

Marcello stabilisce tre accampamenti contro Acradina. Per mesi la città resiste, grazie alle macchine di Archimede. Poi arriva la peste, che falcidia l'esercito cartaginese di Imilcone e Ippocrate. Infine il tradimento di Merico, lo spagnolo capitano della porta presso la fonte Aretusa. La città viene presa nel duecentododici avanti Cristo. Archimede muore. La sezione finale del capitolo è dedicata a un'analisi serrata delle contraddizioni di Livio. Holm scrive: chi conosce la topografia di Siracusa, non giunge a giustificare la narrazione di Livio. Holm propone una sua ricostruzione: Merico apre Ortigia di notte. Marcello simula un attacco a Acradina. Nello sguarnimento, i Romani entrano in Ortigia.

Cicerone e la tomba di Archimede. Il settantacinque avanti Cristo.

La sezione su Cicerone è una delle più dense del libro. Quando nel settantacinque avanti Cristo Cicerone arriva a Siracusa come questore di Lilibeo, la città è già una colonia romana, ridotta rispetto alla Pentapoli del quarto-terzo secolo. Le Verrine, scritte nel settanta avanti Cristo contro Verre, contengono la celebre descrizione delle quattro città di Siracusa, quarta Verrina, paragrafi centodiciassette-centodiciannove, che Holm cita per esteso in latino. Lo dice Cicerone così: avete spesso sentito dire, o giudici, che Siracusa è la più grande delle città greche, la più bella di tutte. È così, o giudici, come si dice. Urbem Syracusas maximam esse Graecarum, pulcherrimam omnium, saepe audistis. Est, iudices, ita ut dicitur.

Quattro le città secondo Cicerone. L'isola, con Aretusa e i templi di Diana e Minerva. L'Acradina, con il Foro, il pritaneo, la curia, il tempio di Giove Olimpio. La Tica, con il ginnasio e il santuario della Fortuna. La Neapolis, con il teatro, i templi di Cerere e Libera, e la statua di Apollo Temenite. Holm riconosce che la descrizione non è di prima mano. Lo dice così: questa descrizione di Siracusa dev'essere tolta da qualche autore che conosceva bene la città. E non è dubbio che essa sia dovuta a Timeo.

Il passo che però fa entrare il libro nella memoria culturale è quello sulla tomba di Archimede, dalle Tuscolane disputazioni, quinto libro, paragrafi sessantaquattro-sessantasei. Cicerone scrive in latino: da quella stessa città evocherò un piccolo uomo umile, sollevato dalla polvere e dalla bacchetta da disegno: Archimede. Del quale io, da questore, ignorato dai siracusani, quando dicevano che non era esistito affatto, ritrovai il sepolcro chiuso da ogni parte e coperto di rovi e di sterpi. Ex eadem urbe humilem homunculum a pulvere et radio excitabo, Archimedem. Cuius ego quaestor ignoratum ab Syracusanis, cum esse omnino negarent, septum undique et vestitum vepribus et dumetis indagavi sepulcrum.

Cicerone trova la colonnetta, in latino non multum e dumis eminentem, ovvero che non sporgeva molto dai rovi, con la sfera e il cilindro scolpiti. Fa pulire il luogo. Identifica l'iscrizione mezza consumata. Holm commenta con queste parole: le parole ad portas Achradinas sorprendono grammaticalmente, perché Achradina è sostantivo, non aggettivo. Il sepolcro che da secoli viene chiamato di Archimede presso lo stradale di Catania, scrive Holm, non è punto identico a quello descritto da Cicerone. Non permette di attribuirlo al grande matematico.

Catacombe paleocristiane. San Giovanni e San Marziano.

La parte finale del capitolo quinto tocca la transizione all'età cristiana. Holm chiude bruscamente. Lo dice con queste parole: colla decadenza dell'impero soffrirono pure le singole provincie. Nell'anno duecentosettantotto un drappello di Franchi, che erano stabiliti nella Tracia, ritornando da lì per mare, saccheggiò Siracusa.

Su Siracusa nell'antichità classica il discorso si ferma qui. Holm aggiunge: non tratteremo qui le questioni topografiche che potrebbero risultare dalla storia dello stabilimento della nuova religione in Siracusa, contenti di aver condotta la topografia di essa dalla fondazione della città sino alla fine dell'epoca classica.

Le catacombe, però, restano nelle pagine di Cavallari. Sia nel capitolo sesto, parte sui sepolcri, sia nelle annotazioni topografiche sparse. Saverio Cavallari aveva personalmente esplorato le vaste catacombe di San Giovanni, con la chiesa e l'antica cripta di San Marziano, primo vescovo di Siracusa secondo la tradizione, e il luogo della predicazione di San Paolo. Le iscrizioni greche scoperte da Cavallari erano state pubblicate dal canonico Isidoro Carini. La pianta delle catacombe entra nelle tavole topografiche dell'Atlante, attorno al Cozzo del Romito e alla casa Landolina.

Cavallari descrive nel testo la geografia del versante con queste parole: cominciando dalla parte meridionale dell'Anfiteatro e la casa Ottone a poca distanza da quella di Spagna, si ripiega verso tramontana, s'interna verso la parte sottostante della casa Leone e, ricurvandosi in senso inverso, circonda l'avvallamento in cui restano la chiesa di San Giovanni e le Catacombe cristiane dette di San Marziano. È una topografia che ancora oggi qualunque visitatore può percorrere a piedi. Chiesa di San Giovanni, ipogei, criptoportico. E poi giù verso il Mazzarrone.

Eredità. Come Cavallari-Holm milleottocentottantatré ha cambiato Aretusapedia.

Cavallari-Holm milleottocentottantatré è il libro-cerniera. Da una parte chiude il filone erudito che inizia con Mirabella nel milleseicentotredici, con la Dichiarazione della pianta delle antiche Siracuse, dove la pianta è ancora, scrive Holm, di fantasia. Passa per Bonanni nel milleseicentoventiquattro, con L'antica Siracusa illustrata. Per l'Antica Siracusa di Capodieci nel milleottocentosedici. Per Avolio sulle lucerne nel milleottocentotrentotto e su Tucidide tradotto da Capodieci nel milleottocentotrentadue. Fino al Brydone, allo Houel, al Capodieci della seconda generazione, e ai tedeschi Letronne e Goeller.

Dall'altra parte apre la stagione di archeologia scientifica del Novecento. Favara nel millenovecentocinque. Mauceri nel millenovecentonove sulle mura dionigiane. Ciaceri nel millenovecentoquattordici sulla Magna Grecia. E in mezzo Paolo Orsi, con i suoi scavi sistematici dal milleottocentoottantotto.

Su Aretusapedia il libro Cavallari-Holm è la fonte non dichiarata di moltissime schede luogo. Quando la scheda dell'Acradina parla di un'estensione che arriva fino ai Cappuccini, prende da Cavallari. Quando la scheda dell'Eurialo descrive le opere avanzate della fortezza, prende dalla Tavola decima dell'Atlante. Quando la scheda della Galermi indica i ventinovemila metri di acquedotto, viene da Cristoforo Cavallari. Quando il Mirabella milleseicentotredici viene citato come fonte madre, lo è di Mirabella, ma nel passaggio per Cavallari-Holm. Quando la scheda della Neapolis colloca i templi di Cerere e Libera, segue Holm sui passi di Cicerone, quarta Verrina, paragrafi cinquantatré e centodiciannove.

L'edizione del milleottocentottantatré, Topografia archeologica di Siracusa, Palermo, Tipografia del Giornale Lo Statuto, quattrocentoquarantaquattro pagine, resta il punto di passaggio obbligato. Per la genealogia dei libri di Aretusapedia, è il quinto anello della catena: milleseicentotredici Mirabella, milleseicentoventiquattro Bonanni, milleottocentotredici Capodieci, milleottocentottantatré Cavallari e Holm, millenovecentocinque Favara, millenovecentonove Mauceri, millenovecentoquattordici Ciaceri. Senza Cavallari-Holm, nessuno degli altri tre libri Aretusapedia del Novecento avrebbe potuto esistere nella forma in cui esiste.

Sinossi

Nel 1883 esce a Palermo, dai torchi della Tipografia del Giornale «Lo Statuto», l'opera che ha riscritto da capo la mappa dell'antica Siracusa: 444 pagine, quindici tavole d'atlante, due autori — l'architetto-archeologo Francesco Saverio Cavallari e lo storico tedesco Adolfo Holm — più l'ingegnere Cristoforo Cavallari per l'idrografia. Da questo libro, commissionato dal Comune di Siracusa ed eseguito per ordine del Ministero della Pubblica Istruzione, partono per linea diretta tutti i grandi siracusani del Novecento: Favara nel 1905, Mauceri nel 1909, Ciaceri nel 1914.

1. La commissione del Comune di Siracusa: perché un libro fondazionale

Il libro nasce nel solco di un'esigenza pratica e civile. Holm lo dice nelle prime pagine: «la topografia di Siracusa ha per la Storia una grandissima importanza». Tra le città greche del continente italiano, della Sicilia e della Gallia, Siracusa fu la più grande, la più potente, la più influente per politica e civiltà; fu la città «contro la quale si spezzò la potenza di Atene», la metropoli che ispirò a Tucidide «le più efficaci delle sue pagine», la patria di Archimede e di Gerone II.

Per gli eruditi del Cinquecento e del Seicento — Arezzo, Fazello, Mirabella, Bonanni — la mancanza di una pianta esatta era un ostacolo permanente: «quei lavori riuscirono utili per le notizie che si riferiscono alle cose osservate ocularmente, ma divennero meno importanti quando aggiunsero dei commentari». Fu solo quando «lo Stato Maggiore italiano ha fatto, pubblicato e messo in vendita la carta generale della Sicilia, da 1:50.000, ed ha inoltre fatto (non pubblicato) una pianta particolare di Siracusa in più larga scala (1:10.000)» — scrive Holm — «oggi è divenuto possibile fare il lavoro che, in grazia della liberalità del governo italiano, promotore dei buoni studi, noi presentiamo al pubblico».

Il libro porta il sottotitolo: «Eseguita per ordine del Ministero della Pubblica Istruzione dai professori D. F. Saverio Cavallari e D. Adolfo Holm e dall'Ingegnere Cristoforo Cavallari». In esergo, la promessa di metodo: «Non abbiamo trascurato nulla per renderlo, quanto era possibile, meno imperfetto»; e ancora: «ci è invece sembrato utile citare estesamente i passi importanti degli autori antichi, affinché coloro che vorranno studiare la topografia di Siracusa coll'aiuto del presente libro, possano con maggior facilità giudicare del valore delle interpretazioni che noi proponiamo». È una dichiarazione di filologia applicata all'archeologia.

2. Francesco Saverio Cavallari (1809-1896): l'architetto-archeologo

Saverio Cavallari, palermitano, era stato il braccio scientifico del Duca di Serradifalco fin dagli anni Trenta. Holm lo riconosce esplicitamente: «I disegni e le piante pubblicati in questo come negli altri volumi dell'opera [Le antichità di Sicilia esposte ed illustrate, Palermo 1832-42] sono dovuti quasi tutti alla solerzia dell'Ingegnere Fr. Sav. Cavallari autore della presente topografia di Siracusa. Il Cavallari diresse a Siracusa gli scavi che misero alla luce non pochi monumenti antichi, prima di lui non conosciuti; egli misurò e disegnò tutti i monumenti antichi della città; egli rilevò e incise una pianta di Siracusa migliore di quelle che allora esistevano».

A Cavallari si devono i ritrovamenti del tempio di Diana in Ortigia, dell'edificio romano nella campagna Bufardeci e l'esplorazione sistematica delle catacombe di San Giovanni. Nel 1845, in lingua tedesca, aveva già pubblicato nei Göttinger Studien lo scritto Zur Topographie von Syrakus con una pianta. La sua carriera è la dimostrazione che a metà Ottocento, in Sicilia, archeologia e ingegneria parlano la stessa lingua: il rilievo, il taccuino, la misura. Nel libro del 1883 firma i capitoli II, III e VI (la parte topografica e quella sui monumenti), e affianca il figlio Cristoforo nel capitolo IV sull'idrografia.

3. Adolfo Holm (1830-1900): lo storico tedesco della Sicilia greca

Adolfo Holm, lubecchese, era arrivato in Sicilia negli anni Cinquanta come professore. Aveva già pubblicato i due volumi della Geschichte Siciliens im Alterthum (Lipsia, 1870-74), opera capitale che fissava per la prima volta un quadro storico unitario della Sicilia antica fino a Gerone II. Nel 1883 si assume i capitoli I (storiografia siracusana) e V (storia topografica della città dalla fondazione corinzia alle catacombe paleocristiane), oltre alle pagine sui sepolcri preistorici nel capitolo VI.

Il metodo di Holm è quello della filologia tedesca applicata ai testi antichi. Quando trova una contraddizione tra Tucidide e Diodoro, sceglie sempre Tucidide: «egli è l'unico autore contemporaneo dell'assedio, la cui narrazione ci sia pervenuta; egli è un autore che si mostra sempre coscienzioso. Egli spiega una conoscenza così particolare della topografia dei dintorni di Siracusa e dei fatti dell'assedio, che possiamo supporre aver egli attinto da testimoni oculari ciò che narra». Diodoro invece «contraddice spesso Tucidide, e, quello che è peggio, è incoerente con se stesso ed oscuro». Su Livio, che pure è la fonte principale per l'assedio romano del 212 a.C., Holm non risparmia critiche taglienti: «non si può dire che la colpa debba essere interamente dell'autore, che cioè quello che ci dànno i manoscritti sia uscito dalla penna di Livio. La condizione del testo nei Mss. è assai cattiva».

4. Cap. I — Holm legge la storiografia: da Mirabella a Schubring

Il primo capitolo è un saggio di storiografia siracusana. Holm sfila uno per uno i lavori sulla città dal Cinquecento al 1880. Mario Aretio nel 1527 (Siciliae Chorographia) dà «alcune utili notizie». Leandro Alberti nel 1550 «ci giova meno». Tommaso Fazello nel 1558-60 (De rebus Siculis decades II) è invece «importante», anzi è «il padre della geografia e della storia di Sicilia».

L'attacco arriva sulla pianta del Mirabella del 1613: «la pianta ideata ed eseguita dal Mirabella si divide in 9 fogli e contiene secondo l'uso di quei tempi, la ricostruzione dell'antica città, cogli edifizi pubblici e privati, colle strade, piazze, mura ecc. È dunque un lavoro di fantasia, basato sopra pochi elementi di fatto». Si salvano Filippo Cluverio (Sicilia antiqua, 1619) per la sua «retta intelligenza e la sana critica dei testi» — e Giacomo Bonanni e Colonna, duca di Montalbano (L'antica Siracusa illustrata, Messina 1624), che corregge molti errori di Mirabella.

Dopo il Bonanni «gli studi sulla topografia di Siracusa vennero meno durante un secolo». Holm passa in rassegna i viaggiatori del Settecento (D'Orville, Houel, Saint-Non, Bartels, Brydone, Münter), il cavaliere Saverio Landolina e il Conte Gaetani della Torre, Giuseppe Logoteta e Giuseppe Maria Capodieci (Antichi monumenti di Siracusa, 1816). Nel primo Ottocento arrivano i lavori critici: Letronne nel 1812 (Essai critique sur la topographie de Syracuse), Göller nel 1818, Arnold nel 1816, Boettcher di Dresda nel 1838-39. E poi il Duca di Serradifalco, con le sue Antichità di Sicilia in cinque volumi (1832-42) e il IV volume interamente dedicato a Siracusa.

L'ultimo nome dell'elenco è Julius Schubring, direttore del Catharineum di Lubecca, che aveva passato mesi interi a Siracusa pubblicando memorie sull'irrigazione, sull'Acradina, sul tempio nuovamente scavato. Holm scrive di lui: «Quegli però tra gli eruditi moderni che ha più di ogni altro contribuito al progresso della topografia di Siracusa, sia per le indagini fatte sui luoghi, sia per lo studio critico dei testi antichi, è Giulio Schubring». Ma Schubring «non ha scritto il libro che da lui si aspettava, né sembra disposto a scriverlo». Il libro lo scriveranno Cavallari e Holm.

5. Cap. II — Cavallari mappa la città antica: le 5 città di Cicerone

Il secondo capitolo è la grande mappa topografica firmata da Saverio Cavallari. Si apre con le coste orientali — il movimento delle onde sul tufo calcareo, le caverne dei Cappuccini, la celebre Grotta del Cannone «nella quale, a causa dell'infrangersi continuo dei marosi, si produce un rimbombo simile a quello dello scoppio di un cannone». Poi Ortigia: superficie attuale di 267.750 metri quadrati, il piano della Cattedrale (creduto tempio di Minerva) a 17,56 metri sul livello del mare, il tempio detto di Diana a 1,80 metri. Il celebre canale navigabile che oggi divide l'isola dalla terraferma — scrive Cavallari — non fu artificialmente scavato: «le correnti che agiscono in questo canale sono notevoli non solo quando con violenza spirano i venti di libeccio, o quelli di greco e tramontana, ma ancora nelle calme, per sola opera delle alte e basse maree».

Il Porto Grande misura «mq. 3.324.000 circa; la larghezza al suo ingresso, presa dalla punta meridionale di Ortigia sino a quella dello scoglio della Galera presso il Faro di Massoliveri, m. 1050». Cavallari verifica la celebre misura di Tucidide — otto stadi all'ingresso del porto — e la trova esatta: adottando lo stadio itinerario di m. 148,148, la distanza «sta perfettamente fra quelle due misure da noi date, cioè fra i m. 1210 e 1140». Anche le mura di Dionisio, lunghe trenta stadi dal Castello Eurialo a Tica secondo Diodoro, corrispondono allo stadio itinerario.

Seguono i capitoli su Acradina (la grande terrazza nord di Ortigia, con il muro di Gelone segnato dallo spianamento di roccia in direzione nord-sud), Tica (l'antico santuario della Fortuna, oggi sparito), Neapolis (con il teatro, l'ara, l'anfiteatro), Epipoli (l'altopiano «sospeso» che domina la città, dal greco epi-polis) e il castello Eurialo. Le mura che cingevano la Pentapoli — Ortigia, Acradina, Tica, Neapolis, Epipoli — misuravano secondo Cavallari circa 27.320 metri, «un po' più di 180 stadi itinerari», esattamente quanto dice Strabone (VI, 270). La conferma topografica del passo straboniano è uno dei risultati maggiori del libro.

6. Le tavole dell'Atlante: 15 piante che cambiano l'archeologia siracusana

Il capitolo III, firmato da Saverio e Cristoforo Cavallari, è la spiegazione delle 15 tavole dell'Atlante. La numerazione segue una logica precisa. La Tavola I copre la maggior parte di Ortigia, l'ingresso del Porto e la punta del Plemmirio. La Tavola II contiene il resto di Ortigia con le fortificazioni moderne, il Porto Piccolo, le catacombe e parte della terrazza di Acradina. Le Tavole III, IV e V coprono Acradina, la Neapolis con il colle Temenite e la palude Lisimelia, e il limite occidentale di Acradina con la contrada Terracate. La Tavola VI mostra parte dell'Epipoli, la contrada Tremilia e la Galera; la VII la Targia, Targetta e le mura settentrionali dell'Epipoli; la VIII è la fortezza dell'Epipoli, il Belvedere e Bufalaro. La IX è dedicata al teatro, all'anfiteatro, all'ara e alle latomie del Paradiso e di Santa Venera.

La Tavola X è la pianta della fortezza Eurialo: per la prima volta una restituzione misurata di un castello che Cavallari definisce nel testo «opera stupenda e quasi unica nel genere delle fortificazioni antiche». La XI mostra l'edificio romano scoperto da Cavallari nella campagna Bufardeci. Le Tavole XII, XIII e XIV sono dedicate ai sepolcri: tipi anteriori ai Greci (XII), vari tipi di sepolcri (XIII), stanze mortuarie (XIV). La XV chiude con le sezioni altimetriche e geologiche della terrazza siracusana.

Queste piante diventano il riferimento canonico per tutta l'archeologia siracusana del Novecento. Quando Paolo Orsi avvia i suoi scavi sistematici alla fine del secolo, parte sempre da queste tavole. Quando Mauceri nel 1909 ricostruisce in carta la cinta dionigiana, lavora sull'atlante Cavallari-Holm. Quando Ciaceri nel 1914 traccia la Storia della Magna Grecia siracusana, cita Cavallari-Holm tavola per tavola.

7. Cap. IV — Idrografia antica: gli acquedotti Galermi e Tremilia

Il capitolo IV, sull'idrografia, è firmato da Cristoforo Cavallari, l'ingegnere del gruppo. Il problema centrale è la provenienza delle acque di Siracusa: per secoli si era discusso se esistesse un grande acquedotto sotterraneo proveniente dal monte Crimiti. Schubring lo sosteneva, basandosi su una serie di pozzi quadrangolari trovati lungo un asse di sedici chilometri. Cristoforo Cavallari smonta la tesi: per costruire un'opera del genere ci sarebbero voluti circa 593 spiragli; Schubring ne aveva trovati sette, e per alcuni di essi lo stesso autore tedesco dubitava che facessero parte dell'opera.

L'acquedotto reale, scrive Cristoforo, è il Galermi: «la lunghezza di questo acquedotto è di metri 29 mila; riceve le prime acque dalla Grotta delle Maraviglie nel burrone che trovasi fra Sortino e Pantalica». Le prime acque sgorgano a quota 190 metri sul livello del mare; arrivano alla casa dell'acqua sopra il Ninfeo a quota 57 metri. Pendenza media: 0,004586 per metro lineare, «quasi il mezzo per cento». Una misura conforme alle prescrizioni di Vitruvio (De architectura, libro VIII, capitolo VII), che il libro cita per esteso in latino.

Oltre al Galermi, Cristoforo descrive l'acquedotto di Tremilia (815 metri di lunghezza, venti spiragli), del Ninfeo (1385 metri, quaranta spiragli) e del Paradiso (1565 metri, trenta spiragli). Sull'acquedotto del Paradiso compare una particolarità affascinante: «in taluni lastroni che coprono i pozzi di questo acquedotto trovasi scolpita sopra la lettera Π», forse un segno per distinguere i corsi d'acqua. Il libro si trasforma, nella parte idrologica, in un trattato di archeologia tecnica.

8. Cap. V — Fondazione corinzia e l'età dei Dinomenidi

Il capitolo V, di Holm, è la storia topografica vera e propria. Si apre con la fondazione corinzia del 734 a.C. Tucidide (VI, 3) racconta che Archia di Corinto e i suoi compagni cacciarono i Sicoli dall'isola di Ortigia. Holm aggiunge una nota importante: la parte di terraferma dirimpetto all'isola — quella che diventerà Acradina — fu cominciata ad abitare subito dopo la fondazione, e fu compresa nelle fortificazioni di Siracusa già prima del 664 a.C. (anno della colonia di Akrai sopra Palazzolo).

Su Ortigia stanno i due grandi santuari: il tempio di Diana (oggi inglobato nella chiesa di San Pietro al Carmine, ma identificato dagli avanzi in via Salibra) e il tempio di Minerva, che Holm — sulle orme della tradizione — identifica con la Cattedrale: «è la Cattedrale che è fabbricata sul punto più elevato dell'Ortigia, sicché un oggetto posto in cima al frontone di un tempio edificato in questo luogo, poteva meglio servire all'uso indicato nel passo di Polemone». Sul continente, gli altri due punti chiave sono l'Olimpieo (il tempio di Giove Olimpico a sud dell'Anapo, con le sue due colonne monolitiche superstiti) e il Temenite (l'altura sopra il teatro, dove sorgeva il santuario di Apollo).

Sotto Gelone (485-478 a.C.) Siracusa diventa grande nel senso pieno della parola. Erodoto (VII, 156) racconta del massiccio trasferimento forzato di popolazione: tutti i Camarinei, più della metà dei Geloi, la nobiltà di Megara ed Eubea. Holm calcola: «tra vecchi Siracusani, Camarinesi, Geloi (metà), Megaresi ed Eubei (nobili) e mercenari sarà difficilmente stata inferiore ai 200.000; probabilmente superiore». Pindaro, nella seconda Pizia, chiama Siracusa Μεγαλόπολις. Sotto Gelone si fissa l'attuale istmo tra Ortigia e Acradina, si costruisce l'Arsenale sui due lati, e si fonda il Foro nella pianura tra l'istmo e le alture del Temenite. Holm colloca con precisione il «fanum Concordiae» della futura repubblica del 214 a.C. proprio in quel Foro.

9. L'assedio ateniese 415-413 a.C.: Holm rilegge Tucidide

La terza parte del capitolo V — l'assedio ateniese del 415-413 a.C. — è il vertice del libro. Holm dichiara apertamente di seguire Tucidide quasi esclusivamente: «la base della topografia dell'assedio di Siracusa dev'essere la narrazione di Tucidide». Il racconto comincia nell'estate del 415, quando la flotta ateniese di Nicia, Lamaco e Alcibiade arriva davanti a Siracusa.

Lo sbarco iniziale avviene a sud dell'Anapo, presso l'Olimpieo. Tucidide (VI, 65) scrive: «κατὰ τὸ Ὀλυμπιεῖον ὡς τὸ στρατόπεδον καταληψόμενοι». Gli Ateniesi prendono posizione su un altopiano protetto da muri, case, alberi e una palude; dall'altro lato da pendii scoscesi. Holm identifica il punto preciso: «sul primo [altopiano], a scirocco dell'Olimpieo, noi mettiamo l'accampamento principale degli Ateniesi; sul secondo, vicino alla Punta Caderini, la stazione navale dei medesimi». La prima battaglia campale, sulla via Elorina, viene vinta dagli Ateniesi ma senza esito strategico: si ritirano a Catania.

L'inverno 415-414 i Siracusani fortificano il Temenite e Megara, mettono palizzate nel porto. Nella primavera del 414 gli Ateniesi tornano, questa volta sbarcando a nord, in un luogo che Tucidide chiama Leon (VI, 97), a sei o sette stadi dall'Epipoli. Salgono all'altopiano per l'Eurialo, prima che i Siracusani, schierati per una rivista nel prato dell'Anapo, possano accorrere. Comincia il celebre assedio dell'Epipoli, con i tre forti — Labdalo, Syke, il muro circolare — descritti minuziosamente da Tucidide. Holm li ricostruisce sulla pianta. Arriva poi Gilippo da Sparta, e con lui la fortuna degli Ateniesi gira. La sezione si chiude con la ritirata e la disfatta del settembre 413: «in hoc portu Atheniensium nobilitatis, imperii, gloriae naufragium factum existimatur» — sono parole di Cicerone (Verr. IV, 98) che Holm cita più avanti, e che fissano per sempre il significato di quel porto.

10. Dionisio I e le grandi mura: il primato delle Epipoli

La quarta parte del capitolo V è dedicata a Dionisio I (405-367 a.C.). Holm racconta la presa del potere, la costruzione del palazzo dentro l'Arsenale (Diodoro XIII, 96), la fortificazione di Ortigia. Ma il fatto topografico centrale è la costruzione del grande muro delle Epipoli, su cui Diodoro (XIV, 18) è esplicito: «ἑώρα γὰρ τοὺς καλουμένας Ἐπιπολὰς ὑπερδεξίους ὅλης τῆς πόλεως τῶν Συρακουσῶν». Dionisio prende gli architetti, sceglie il punto, in venti giorni costruisce le mura tra l'Esapilo e l'Eurialo.

Le mura coprono complessivamente, secondo Cavallari, sessanta stadi — più dell'intera cinta di Atene con il Pireo. Holm sintetizza: «Tucidide VI, 3 distingue in Siracusa due parti: ἡ ἐντὸς πόλις ed ἡ ἔξω: quella è Ortigia, questa Acradina coi sobborghi. [...] Alla ἔξω πόλις si aggiungevano due sobborghi: Tica (nemmeno questo nome si trova in Tucidide) ed il Temenite». Sotto Dionisio, la struttura della Pentapoli si stabilizza: Ortigia (l'isola, sede del tiranno), Acradina (con il Foro, il bouleuterion, il pritaneo), Tica, Neapolis con il Temenite, Epipoli con il Castello Eurialo.

Nel 396 a.C. arriva il grande assedio cartaginese di Imilcone. I Cartaginesi si accampano intorno alla Ciane, l'Olimpieo diventa il quartier generale di Imilcone, i sepolcri di Gelone e di Demarete vengono distrutti. Dionisio compie la grande sorpresa notturna, attacca da tre lati, vince. La narrazione di Diodoro (XIV, 72-73) è riportata da Holm con precisione topografica. Nell'altopiano di Acradina e Tica, e nelle Epipoli, si decide il destino della città.

11. Gerone II e l'assedio di Marcello: la morte di Archimede

Il regno di Gerone II (270-215 a.C.) è il periodo dell'apogeo: il teatro greco viene ampliato nella forma che ancora oggi vediamo (le iscrizioni dei sedili lo confermano), si costruisce l'Ara di Gerone II lunga uno stadio, l'edificio romano nella campagna Bufardeci. Holm passa rapidamente: per la storia topografica decisivo è l'assedio romano del 213-212 a.C. condotto da Marco Claudio Marcello.

Le fonti sono Polibio (VIII, 9 e seguenti), Livio (XXV, 23 e seguenti) e Plutarco (Vita di Marcello). Holm le critica una per una. La presa dell'Epipoli nella notte della festa di Diana viene raccontata da Livio (XXV, 24): «Iam mille armatorum ceperant partem [...] signo ab Hexapylo dato, quo per ingentem solitudinem erat perventum, quia magna pars in turribus epulati aut sopiti vino erant». I Romani salgono il muro a est dell'Esapilo, sfruttando un punto in cui il terreno è più alto. Marcello, dall'alto, vede la città sottostante e — racconta Livio — «inlacrimasse dicitur, partim gaudio tantae perpetratae rei, partim vetusta gloria urbis». Gli vengono in mente la flotta ateniese affondata e i due eserciti distrutti.

Marcello stabilisce tre accampamenti contro Acradina. Per mesi la città resiste, grazie alle macchine di Archimede. Poi arriva la peste, che falcidia l'esercito cartaginese di Imilcone e Ippocrate. Infine il tradimento di Merico, lo spagnolo capitano della porta presso la fonte Aretusa. La città viene presa nel 212 a.C. Archimede muore. La sezione finale (capitolo 8) è dedicata a un'analisi serrata delle contraddizioni di Livio: «chi conosce la topografia di Siracusa, non giunge a giustificare la narrazione di Livio». Holm propone una sua ricostruzione: Merico apre Ortigia di notte; Marcello simula un attacco a Acradina; nello sguarnimento, i Romani entrano in Ortigia.

12. Cicerone e la tomba di Archimede: il 75 a.C.

La sezione su Cicerone è una delle più dense del libro. Quando nel 75 a.C. Cicerone arriva a Siracusa come questore di Lilibeo, la città è già una colonia romana (lo diventerà formalmente sotto Augusto), una colonia ridotta rispetto alla Pentapoli del IV-III secolo. Le Verrine, scritte nel 70 a.C. contro Verre, contengono la celebre descrizione delle quattro città di Siracusa (Verr. IV, 117-119), che Holm cita per esteso in latino: «urbem Syracusas maximam esse Graecarum, pulcherrimam omnium, saepe audistis. Est, iudices, ita ut dicitur».

L'isola con Aretusa e i templi di Diana e Minerva; l'Acradina con il Foro, il pritaneo, la curia, il tempio di Giove Olimpio; la Tica con il ginnasio e il santuario della Fortuna; la Neapolis con il teatro, i templi di Cerere e Libera, e la statua di Apollo Temenite. Holm riconosce che la descrizione non è di prima mano: «questa descrizione di Siracusa dev'essere tolta da qualche autore che conosceva bene la città; e non è dubbio che essa sia dovuta a Timeo».

Il passo che però fa entrare il libro nella memoria culturale è quello sulla tomba di Archimede, dalle Tusculanae Disputationes (V, 64-66): «Ex eadem urbe humilem homunculum a pulvere et radio excitabo, Archimedem. Cuius ego quaestor ignoratum ab Syracusanis, cum esse omnino negarent, septum undique et vestitum vepribus et dumetis indagavi sepulcrum». Cicerone trova la colonnetta «non multum e dumis eminentem» con la sfera e il cilindro scolpiti, fa pulire il luogo, identifica l'iscrizione mezza consumata. Holm commenta: «le parole "ad portas Achradinas" sorprendono grammaticalmente. Ché Achradina è sostantivo, non aggettivo». Il sepolcro che da secoli viene chiamato «di Archimede» presso lo stradale di Catania «non è punto identica a quella descritta da Cicerone, non permette di attribuirlo al grande matematico».

13. Catacombe paleocristiane: S. Giovanni e S. Marziano

La parte finale del capitolo V tocca la transizione all'età cristiana. Holm chiude bruscamente: «colla decadenza dell'impero soffrirono pure le singole provincie. Nell'an. 278 un drappello di Franchi, che erano stabiliti nella Tracia, ritornando da lì per mare, saccheggiò Siracusa». Su Siracusa nell'antichità classica il discorso si ferma qui: «non tratteremo qui le questioni topografiche che potrebbero risultare dalla storia dello stabilimento della nuova religione in Siracusa, contenti di aver condotta la topografia di essa dalla fondazione della città sino alla fine dell'epoca classica».

Le catacombe, però, restano nelle pagine di Cavallari, sia nel capitolo VI (parte sui sepolcri), sia nelle annotazioni topografiche sparse. Saverio Cavallari aveva personalmente esplorato le vaste catacombe di San Giovanni, con la chiesa e l'antica cripta di San Marziano, primo vescovo di Siracusa secondo la tradizione, e il luogo della predicazione di San Paolo. Le iscrizioni greche scoperte da Cavallari erano state pubblicate dal canonico Isidoro Carini. La pianta delle catacombe entra nelle tavole topografiche dell'Atlante, attorno al Cozzo del Romito e alla casa Landolina.

Cavallari descrive nel testo la geografia del versante: «cominciando dalla parte meridionale dell'Anfiteatro e la casa Ottone a poca distanza da quella di Spagna, si ripiega verso tramontana, s'interna verso la parte sottostante della casa Leone e, ricurvandosi in senso inverso, circonda l'avvallamento in cui restano la chiesa di San Giovanni e le Catacombe cristiane dette di San Marziano». È una topografia che ancora oggi qualunque visitatore può percorrere a piedi: chiesa di San Giovanni, ipogei, criptoportico, e poi giù verso il Mazzarrone.

14. Eredità: come Cavallari-Holm 1883 ha cambiato Aretusapedia

Cavallari-Holm 1883 è il libro-cerniera. Da una parte chiude il filone erudito che inizia con Mirabella nel 1613 (la Dichiarazione della pianta delle antiche Siracuse, dove la pianta è ancora «di fantasia»), passa per Bonanni nel 1624 (L'antica Siracusa illustrata), per la Antica Siracusa di Capodieci nel 1816, per Avolio sulle lucerne nel 1838 e su Tucidide tradotto da Capodieci nel 1832, fino al Brydone, allo Houel, al Capodieci della seconda generazione, e ai tedeschi Letronne e Goeller. Dall'altra parte apre la stagione di archeologia scientifica del Novecento: Favara 1905, Mauceri 1909 sulle mura dionigiane, Ciaceri 1914 sulla Magna Grecia, e in mezzo Paolo Orsi con i suoi scavi sistematici dal 1888.

Su Aretusapedia il libro Cavallari-Holm è la fonte non dichiarata di moltissime schede luogo. Quando la scheda dell'Acradina parla di un'estensione che arriva fino ai Cappuccini, prende da Cavallari. Quando la scheda dell'Eurialo descrive le opere avanzate della fortezza, prende dalla Tavola X dell'Atlante. Quando la scheda della Galermi indica i ventinovemila metri di acquedotto, viene da Cristoforo Cavallari. Quando il Mirabella 1613 viene citato come fonte madre, lo è di Mirabella, ma nel passaggio per Cavallari-Holm. Quando la scheda della Neapolis colloca i templi di Cerere e Libera, segue Holm sui passi di Cicerone (Verr. IV, 53, 119).

L'edizione del 1883, Topografia archeologica di Siracusa, Palermo, Tipografia del Giornale «Lo Statuto», 444 pp., resta il punto di passaggio obbligato. Per la genealogia dei libri di Aretusapedia, è il quinto anello della catena: 1613 (Mirabella) → 1624 (Bonanni) → 1813 (Capodieci) → 1883 (Cavallari & Holm) → 1905 (Favara) → 1909 (Mauceri) → 1914 (Ciaceri). Senza Cavallari-Holm, nessuno degli altri tre libri Aretusapedia del Novecento avrebbe potuto esistere nella forma in cui esiste.

Audio-riassunto curato da Alessandro Calabrò il 17 maggio 2026.

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L'edizione di Palermo, Tipografia del Giornale di Sicilia, 1883

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Sull'edizione Aretusapedia

Il testo originale di Topografia archeologica di Siracusa di Francesco Saverio Cavallari e Adolfo Holm è di pubblico dominio.

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L'audio-riassunto narrato e la sintesi testuale in dodici sezioni sono opere derivate originali.

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