![]() La Venere Landolina nella sala del Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi. Foto di Alessandro Calabrò, 2026. | |
| Dati identificativi | |
| Tipo | Venere «pudica», letta anche come Anadiomène |
|---|---|
| Inventario | n. 694 |
| Materiale | Marmo insulare (greco delle isole egee) |
| Altezza | 165,5 cm |
| Stato | Acefala, priva dell’avambraccio destro |
| Datazione | |
| Esecuzione | Copia romana, II secolo d.C. |
| Modello | Originale ellenistico (II secolo a.C.), ambito rodio-asiatico |
| Ritrovamento | |
| Luogo | Akradina (Orto Bonavia), Siracusa |
| Data | 7 gennaio 1804 |
| Scopritore | Saverio Landolina Nava |
| Conservazione | |
| Sede | Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi, Siracusa |
La Venere Landolina è una statua marmorea di Afrodite conservata nel Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi di Siracusa, dove costituisce una delle opere più note. È una copia di età romana, del II secolo d.C., da un originale greco ellenistico, del tipo della «Venere pudica». Prende il nome dall’archeologo siracusano Saverio Landolina Nava, che la riportò alla luce nel 1804. Priva della testa e di parte delle braccia, è celebre per la bellezza del nudo femminile e per le pagine che le dedicò Guy de Maupassant.
La scoperta (1804)

La statua fu scoperta il 7 gennaio 1804 nel quartiere di Akradina, in un terreno detto Orto Bonavia, durante uno scavo diretto da Saverio Landolina Nava, allora Regio Custode delle Antichità del Val Demone e Val di Noto. Ornava in origine il ninfeo di un edificio termale di età romana. Venne alla luce già priva della testa e di parte delle braccia, nello stato in cui si trova ancora oggi.
Il ritrovamento ebbe grande risonanza. Per custodire la Venere ed evitarne il trasferimento a Palermo, a Siracusa nacque un primo museo pubblico, il Museo Patrio, inaugurato nel 1811 negli spazi del Seminario. La statua ne divenne subito l’immagine simbolo, ruolo che ha mantenuto attraverso tutte le sedi successive.
Descrizione

La Venere Landolina raffigura la dea nuda, colta nel gesto di chi tenta di coprirsi, secondo lo schema della «Venere pudica» che risale all’Afrodite Cnidia di Prassitele e che accomuna la statua ad altri celebri esemplari come la Venere Capitolina e la Venere de’ Medici. Manca la testa, che non è mai stata ritrovata, e l’avambraccio destro, che doveva sollevarsi a coprire il seno; la mano sinistra trattiene invece un lembo del manto, lavorato come una stoffa bagnata, che scende dietro le gambe e si apre quasi a conchiglia facendo da sostegno alla figura.
Accanto alla gamba sinistra è scolpito un delfino, attributo marino che richiama la nascita di Afrodite dal mare e fa leggere la statua anche come una Venere Anadiomène, la dea che sorge dalle acque. L’opera è alta 165,5 centimetri ed è scolpita in marmo insulare, greco delle isole egee. La qualità della modellazione del nudo, morbido e vivo nonostante la durezza del marmo, è tale che gli studiosi hanno fatto della statua il prototipo di un autonomo «tipo Landolina».
Datazione e modello

La scheda del museo classifica la Venere come una copia di età romana, del II secolo d.C., tratta da un originale greco ellenistico del II secolo a.C. di ambito rodio-asiatico, cioè legato alla grande scuola scultorea di Rodi e dell’Asia Minore. È a quella stagione dell’arte greca, sensuale e realistica, che risale il modello perduto. Su datazione e provenienza precise le fonti non concordano del tutto, ma l’inquadramento come replica romana di un prototipo ellenistico è quello accolto dal museo e dalla critica.
Dal Museo Patrio al Museo Paolo Orsi
Dalla prima sede del Museo Patrio del 1811 la statua passò, nella seconda metà dell’Ottocento, al Museo Archeologico Nazionale allestito presso piazza Duomo, in Ortigia. La collocazione attuale risale al 1988, con l’apertura del nuovo Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi, costruito nel parco di Villa Landolina, l’antica tenuta della stessa famiglia dello scopritore. Il museo, intitolato al grande archeologo Paolo Orsi, è uno dei maggiori d’Europa per l’archeologia greca e siceliota. La Venere è esposta nel settore dedicato all’età ellenistica e romana, fuori da ogni vetrina, in una sala che ne porta il nome.
La Venere di Maupassant

Lo scrittore francese Guy de Maupassant, in viaggio in Sicilia nel 1885, dedicò alla statua una pagina rimasta celebre, pubblicata prima come articolo di giornale e poi nel libro di viaggio La Vie errante (1890). Davanti alla Venere siracusana Maupassant vide l’immagine della donna desiderabile e in carne, «la femme telle qu’elle est, telle qu’on l’aime, telle qu’on la désire», la donna così com’è, come la si ama, come la si desidera.
Proprio nell’assenza della testa lo scrittore colse, anziché una perdita, un compimento: «Elle n’a pas de tête ! Qu’importe ! Le symbole en est devenu plus complet», non ha la testa, che importa, il simbolo ne è diventato più completo. Privata del volto, la statua si riduce a puro corpo, e proprio per questo, secondo Maupassant, esprime per intero la poesia del desiderio. Da allora la pagina di Maupassant accompagna la fama della Venere Landolina come icona della bellezza femminile classica.
Copie e calchi
Esistono varianti e riproduzioni della statua. Una replica dotata di testa è conservata al Museo Archeologico Nazionale di Atene; una variante del «tipo Landolina» si trova alla Galleria Borghese di Roma; un calco in gesso ottocentesco, donato nel 1897, è alla Gipsoteca dell’Accademia di Belle Arti di Palermo.
Fonti
- Maupassant, Guy de. La Vie errante. Paris, Ollendorff, 1890 (il brano sulla Venere, nato come cronaca «Sur une Vénus», Gil Blas, 1886).
- Lévêque, Pierre. «Syracuse: les monuments». In Nous partons pour: La Sicile. Presses Universitaires de France, 1989, pp. 219-242.
- De Vecchi, Pierluigi; Cerchiari, Elda. I tempi dell’arte, vol. 1. Bompiani, 1999.
- Scheda dei beni culturali della Regione Siciliana, Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi (inv. 694).
- Wikidata: Q4009559 · Wikipedia: Venere Landolina (IT), Vénus Landolina (FR).
Scheda aggiunta da Alessandro Calabrò l’8 giugno 2026.
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