Il corpo di Santa Lucia è costituito dai resti mortali e dalle reliquie, conservatisi in parte tramite un processo di mummificazione naturale, storicamente e canonicamente attribuiti a Lucia di Siracusa. Le fonti storiografiche e gli atti martiriali datano la sua esecuzione a Siracusa, durante la persecuzione dell’imperatore Diocleziano e sotto la giurisdizione del prefetto romano Pascasio, intorno all’anno 304 d.C. Le spoglie, originariamente deposte nel nucleo paleocristiano ipogeo situato nell’antica contrada di Akradina e successivamente denominato Catacombe di Santa Lucia, sono state oggetto di documentate traslazioni storiche, geopolitiche e diplomatiche.
Il corpo è rimasto in Sicilia per oltre sette secoli. Nell’XI secolo, precisamente nel 1039, è stato prelevato dalle truppe bizantine del generale Giorgio Maniace e trasferito a Costantinopoli come bottino di guerra. A seguito del sacco della città nell’aprile 1204 durante la Quarta Crociata, le reliquie sono state requisite dalle forze veneziane guidate dal doge Enrico Dandolo e traslate nella Laguna veneta all’inizio del XIII secolo. Attualmente, l’intero corpo, a eccezione delle reliquie minori asportate e donate nel corso dei secoli, è custodito e sottoposto a protocolli di sicurezza presso la chiesa dei Santi Geremia e Lucia a Venezia. La presenza della reliquia ha originato una dispersione di frammenti in Europa, lo sviluppo di tradizioni agiografiche concorrenti e l’apertura di dibattiti accademici e scientifici.
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| Identificazione | Resti mummificati e reliquie ossee di Santa Lucia di Siracusa |
|---|---|
| Datazione | Martirio intorno al 304 d.C. (Persecuzione di Diocleziano) |
| Luogo originario | Catacombe di Santa Lucia, Siracusa (Sicilia) |
| Luogo attuale | Chiesa dei Santi Geremia e Lucia, Venezia (Veneto) |
| Condizione | Mummificazione naturale parziale; volto coperto da maschera d’argento di Minotto (1955) |
| Traslazioni principali | Costantinopoli (1039), Venezia (1204-1205) |
Sepoltura originaria a Siracusa e prime evidenze cultuali (IV-XI secolo)
Le Catacombe di Santa Lucia e l’assenza di dati logistici nella Passio
L’analisi storiografica sulle prime fasi di conservazione del corpo rileva l’assenza di riferimenti topografici nelle fonti primarie. Le due principali recensioni della Passio Sanctae Luciae descrivono i dialoghi processuali e il martirio, omettendo indicazioni logistiche inerenti il cadavere nei giorni successivi all’esecuzione. La redazione greca, catalogata dai Bollandisti come BHG 995 e attestata nel Codice Papadopoulos-Kerameus del V secolo, riporta l’esecuzione tramite decapitazione (apokephalismos). La variante latina, catalogata come BHL 4992 e denominata redazione De eo quod, indica un colpo di spada nella gola (percussio in gutture o jugulatio). Entrambi i testi specificano esclusivamente che la sepoltura avvenne nel luogo dell’esecuzione, area destinata all’edificazione di un tempio a lei intitolato.
I dati archeologici e le prassi funerarie romane indicano che la sepoltura originaria è avvenuta a Siracusa. Il corpo fu deposto in un complesso cimiteriale paleocristiano ipogeo extra moenia, situato all’esterno della cinta muraria nella zona nord di Akradina e denominato successivamente Catacombe di Santa Lucia. Il sito di deposizione è identificato nell’area del “Sepolcro”, un sacello ipogeico su cui, per stratificazione architettonica, è stata edificata la Basilica di Santa Lucia al Sepolcro. Le campagne di scavo condotte dall’archeologo Paolo Orsi alla fine del XIX secolo hanno documentato che il sepolcro originario era costituito da un arcosolio isolato scavato nella roccia calcarea. Attorno ad esso si concentrarono le successive inumazioni della comunità cristiana siracusana, secondo la prassi della sepoltura ad sanctos.

L’Epigrafe di Euskia e l’archeologia del culto paleocristiano
La più antica evidenza materiale del culto presso il sepolcro siracusano è l’Epigrafe di Euskia, rinvenuta da Paolo Orsi il 10 maggio 1894. Il reperto era inserito nel pavimento di un cubicolo adiacente all’arcosolio, nel ramo catacombale denominato “Galleria Euskia” (complesso di San Giovanni). L’epigrafe, conservata nel Settore D del Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi di Siracusa, è un’iscrizione funeraria in marmo incisa in lingua greca con caratteri onciali, datata paleograficamente tra la fine del IV secolo e l’inizio del V secolo d.C.
Il testo dell’epitaffio commemora il decesso di una giovane donna cristiana e riporta: «ΕΥΣΚΙΑ ΑΜΕΜΠΤΟΣ ΕΖΗΣΕΝ ΕΤΗ ΩΣ ΚΕ ΑΠΕΘΑΝΕΝ ΤΗ ΕΟΡΤΗ ΤΗΣ ΕΜΗΣ ΑΓΙΑΣ ΛΟΥΚΙΑΣ» (Euskia, l’irreprensibile, visse circa 25 anni e morì nella festa della mia Santa Lucia). La presenza del termine “festa” (eortè) e dell’aggettivo possessivo “mia” (emès) documenta che, a circa un secolo dalle persecuzioni di Diocleziano, il 13 dicembre era integrato nel calendario liturgico come ricorrenza solenne e che il sepolcro costituiva un santuario istituzionalizzato e una meta di pellegrinaggio.
La custodia di San Zosimo, il Kanon di San Metodio I e l’occultamento arabo
La presenza del corpo a Siracusa in epoca bizantina è attestata dalle fonti biografiche relative al clero locale. Le cronache documentano la vita di Zosimo (vissuto tra il 570 e il 647 d.C. circa), nominato vescovo di Siracusa nel 642 sotto il pontificato di papa Teodoro I. In precedenza, Zosimo operò come oblato, monaco, rettore e custos (custode) del santuario sepolcrale di Lucia. I resoconti descrivono le sue funzioni di vigilanza sulle spoglie e di amministrazione dell’olio per le lampade votive, attestando l’accessibilità del corpo nel VII secolo.
Un’ulteriore documentazione testuale del IX secolo è attribuita a Metodio I, siracusano che ricoprì la carica di Patriarca ecumenico di Costantinopoli tra l’843 e l’847. Metodio compose un Kanon liturgico bizantino dedicato a Lucia. Nel testo greco, l’autore si rivolge alla martire con l’espressione: «Tu con la testa recisa che dormi tra le tombe». Il passaggio certifica che a metà del IX secolo il corpo si trovava nelle catacombe siracusane e presentava le caratteristiche anatomiche descritte nella Passio.
Il 21 maggio dell’anno 878, a seguito di un assedio, Siracusa fu occupata dalle truppe dell’emiro aghlabide Ja’far ibn Muhammad. Contestualmente al saccheggio degli edifici religiosi, documentato dalla cronaca del monaco Teodosio, il clero siracusano rimosse le spoglie dall’arcosolio originario per trasferirle nelle gallerie interne del complesso catacombale. I resti furono murati e nascosti all’interno di un loculo, la cui ubicazione venne trasmessa oralmente a un numero ristretto di custodi. Il corpo mummificato rimase occultato in tale sito per 161 anni, durante l’Emirato di Sicilia.
Le grandi traslazioni storiche (XI-XIII secolo)
Il periodo di occultamento coincise con le operazioni militari dell’Impero Romano d’Oriente in Sicilia. Tali eventi determinarono l’avvio dei trasferimenti documentati che portarono il corpo al di fuori dell’isola, coinvolgendo Bisanzio e la Repubblica di Venezia.
Il trafugamento di Giorgio Maniace e l’arrivo a Costantinopoli (1039)
La prima traslazione è datata 1039 ed è registrata nella Chronica Monasterii Casinensis, redatta intorno al 1100 da Leone Ostiense (Leone Marsicano) e proseguita da Pietro Diacono. La cronaca indica che l’imperatore d’Oriente Michele IV il Paflagone assegnò al generale Giorgio Maniace (strategos autokrator) il comando di una spedizione in Sicilia, comprendente mercenari normanni, tra cui Guglielmo Braccio di Ferro, e la Guardia Variaga di Harald Hardrada.
A seguito dell’occupazione di Siracusa, Maniace acquisì le reliquie presenti nel territorio. Le fonti riportano che il generale ottenne l’ubicazione del loculo tramite un residente locale. Il corpo esumato, al quale le agiografie bizantine associano il fenomeno dell’osmogènesi (emanazione di profumo), venne collocato in una cassa in argento massiccio (argentea theca). Il reliquiario, insieme alle spoglie di Sant’Agata asportate da Catania, fu trasferito via mare a Costantinopoli come bottino per l’imperatore.
Il dibattito storiografico: l’imperatrice Teodora e il silenzio delle fonti bizantine
All’inizio del XVII secolo, nell’opera Idea Operis de Vitis Sanctorum Siculorum, il gesuita Ottavio Gaetani propose una ricostruzione basata su manoscritti del filologo Costantino Lascaris rinvenuti a Messina nel XV secolo. Gaetani indicò che l’argentea theca fu consegnata all’imperatrice Teodora della dinastia macedone, la quale l’avrebbe collocata all’interno del monastero femminile intitolato alla Vergine Maria (Theotokos) nel quartiere del Petrion.
Tale versione è ritenuta anacronistica dalla storiografia moderna. Lo storico Raymond Janin osserva che nel 1039 Teodora si trovava in esilio monastico per ordine della sorella Zoe e di Michele IV, e i registri topografici non documentano monasteri con tale denominazione nel Petrion in quel periodo.
Gli annalisti bizantini contemporanei, tra cui Giovanni Scilitze (Synopsis Historiarum) e Giorgio Cedreno, registrano l’arrivo a Costantinopoli delle reliquie di Sant’Agata asportate da Maniace, ma non menzionano quelle di Santa Lucia. A causa di tale assenza documentale, gli storici ipotizzano che le spoglie siracusane siano giunte nella capitale in forma privata e depositate in cappelle palatine del Gran Palazzo, senza essere integrate in cerimonie pubbliche ufficiali.
La Quarta Crociata e il definitivo approdo a Venezia (1204-1205)
Il corpo permase a Costantinopoli per 165 anni. Nell’aprile del 1204, durante il sacco della città nel contesto della Quarta Crociata, le forze veneziane, sotto il comando del doge Enrico Dandolo, asportarono opere d’arte e reliquie (pratica codificata come furta sacra).
I veneziani requisirono la teca contenente i resti di Santa Lucia. La traslazione è formalizzata nella storiografia veneziana dal doge Andrea Dandolo nel Chronicon Extensum (1344). Il cronista Marino Sanudo il Vecchio, nell’opera Vite de’ duchi di Venezia, annota la data dello sbarco in Laguna al 18 gennaio 1205, ricorrenza inserita nel calendario liturgico veneto come festa della “Traslazione di Santa Lucia”.
I primi trasferimenti lagunari e il tragico nubifragio (1279-1280)
All’arrivo in Laguna, l’urna fu inizialmente depositata presso il monastero gestito dai monaci benedettini sull’isola di San Giorgio Maggiore. L’edificio registrò flussi di pellegrini provenienti dal Triveneto.
Il cronista Martin da Canal, nell’opera Les Estoires de Venise, documenta che il 13 dicembre 1279 un nubifragio, accompagnato da vento di scirocco e bora, investì il bacino di San Marco. Il moto ondoso causò il capovolgimento di numerose imbarcazioni e l’annegamento dei passeggeri diretti all’isola.
In seguito a tali eventi, nel dicembre 1279 il Senato della Repubblica Veneta, presieduto dal doge Jacopo Contarini, deliberò il trasferimento delle reliquie nell’abitato di Venezia. All’inizio del 1280 il corpo fu sbarcato nel sestiere di Cannaregio e collocato nella chiesa parrocchiale dell’Annunziata. L’edificio fu successivamente ampliato e intitolato esclusivamente a Santa Lucia.
Tradizioni concorrenti, leggende e anacronismi storiografici
La diffusione del culto e la richiesta di reliquie da parte delle diocesi europee favorirono lo sviluppo di narrazioni relative all’ubicazione del corpo intero. L’esegesi filologica condotta dai Bollandisti (autori degli Acta Sanctorum) e la storiografia moderna classificano tali tradizioni come inesattezze documentali, leggende eziologiche o anacronismi.
La pista franca di Metz e l’appello scientifico al Carbonio-14
La tradizione franca legata alla città di Metz esclude l’intervento bizantino ed è riportata in cronache nordeuropee quali gli Annales Mettenses e la Vita Theoderici episcopi Mettensis, redatta all’inizio del XII secolo da Sigeberto di Gembloux (†1112).
Il resoconto di Sigeberto indica che intorno all’anno 970 il vescovo franco Teodorico I di Metz, disceso in Italia al seguito delle campagne militari dell’imperatore Ottone I o Ottone II, acquisì il corpo di Lucia. La fonte specifica che i resti non furono prelevati a Siracusa, bensì a Péntima (identificata con l’antica Corfinium, in Abruzzo). Le reliquie giunsero in Lorena e nel 972 il vescovo consacrò un altare alla martire nella chiesa abbaziale di San Vincenzo (Saint-Vincent) a Metz.
Il 15 dicembre 2002 a Metz si è tenuta una processione per il trasferimento della teca dalla chiesa di San Vincenzo (sconsacrata) a quella di San Clemente. Esponenti del clero metense, tra cui un frate francescano, hanno avanzato richieste al Vaticano per l’autorizzazione di analisi tramite spettrometria di massa (test al Carbonio-14) sui frammenti ossei di entrambi i corpi, allo scopo di verificarne l’autenticità.
La storiografia accademica, il Vaticano e l’Arcidiocesi di Siracusa escludono la validità della tradizione di Metz riguardante l’intero corpo. I Bollandisti formulano due ipotesi storiche: l’acquisizione di reliquie ossee minori da parte di Teodorico nel 970 o un caso di omonimia con una martire abruzzese o campana. Le cronologie relative a San Zosimo e al Patriarca Metodio I attestano che nell’anno 847 il corpo si trovava intatto a Siracusa, escludendo il prelievo in Abruzzo da parte dei franchi nel 970.
L’errore della Cronaca Veniera e le leggende di transito nordeuropee
La Cronaca Veniera, manoscritto veneziano del XVII secolo conservato alla Biblioteca Nazionale Marciana, riporta l’arrivo del corpo a Venezia nell’anno 1026, sotto il dogado di Pietro II Orseolo (Pietro Centranico). Filologi e storici inquadrano tale datazione come un errore materiale di compilazione (lapsus calami) del copista, il quale trascrisse “1026” anziché l’anno corretto “1206”.
Gli Acta Sanctorum documentano tradizioni popolari relative a una permanenza delle spoglie nella città di Verona, datate al 718 o al 970 durante il transito verso la Germania al seguito di Ottone. Tali narrazioni, sebbene prive di riscontri documentali riguardanti lo spostamento dell’intero scheletro, si ricollegano allo sviluppo del culto nelle province di Verona (con i mercatini di Piazza Bra), Brescia, Bergamo, nel Triveneto, in Scandinavia e in Svezia. In queste regioni la figura della martire è celebrata il 13 dicembre associandola al solstizio d’inverno, alla simbologia della luce e alla distribuzione di doni ai bambini accompagnata da un asinello.
La permanenza a Venezia e l’evoluzione logistica (XIII-XX secolo)
L’affidamento istituzionale: dal collegio dei sacerdoti alle monache agostiniane
I documenti dell’archivio patriarcale attestano che nel 1542 la custodia delle spoglie fu formalmente affidata a un collegio ecclesiastico composto da dodici sacerdoti, incaricati di ofiziare le liturgie e garantire la sicurezza del reliquiario sotto la supervisione del Senato della Serenissima.
La giurisdizione della teca e la gestione dell’edificio furono successivamente trasferite al monastero femminile di clausura attiguo alla chiesa, retto dalle monache dell’ordine delle Agostiniane. Le religiose mantennero la custodia per secoli, opponendosi a richieste di traslazione e prelievo. Durante l’amministrazione veneziana, il culto si estese nel territorio della Repubblica Veneta (la Terraferma), dove la martire venne invocata come protettrice universale e legata alle patologie oftalmiche.
La demolizione del 1860 e l’approdo ai Santi Geremia e Lucia
A metà del XIX secolo, durante la giurisdizione dell’Impero Asburgico sul Regno Lombardo-Veneto, fu decretata la costruzione del capolinea della ferrovia e del ponte translagunare. Il progetto ingegneristico incluse l’area della chiesa e del convento di Santa Lucia. Nel 1860 l’edificio sacro fu demolito per consentire l’installazione dei binari e della nuova stazione ferroviaria, la quale ha mantenuto la denominazione ufficiale di “Venezia Santa Lucia”.
L’11 luglio 1860 l’urna fu trasferita tramite una processione cittadina nella chiesa parrocchiale intitolata al profeta Geremia, collocata alla confluenza tra il Canal Grande e il Canale di Cannaregio. La parrocchia assunse la denominazione di “Santi Geremia e Lucia”. Le reliquie sono conservate in questa sede e la gestione è affidata al clero diocesano veneziano (tra cui figura storicamente l’opera di divulgazione e custodia del parroco don Renzo Scarpa).
Il culto internazionale moderno: devozione cattolica, latinoamericana e ortodossa
I registri parrocchiali documentano l’accesso al santuario di pellegrini provenienti dal Veneto, dalla Sicilia (in particolare da Siracusa, associato all’utilizzo dell’espressione dialettale identitaria “Sarausana jè!”) e dai paesi dell’America Latina, segnatamente Argentina e Brasile, in relazione ai flussi emigratori storici italo-veneti.
La devozione coinvolge fedeli e clero della Chiesa Ortodossa (greci, russi, rumeni e serbi), in virtù delle origini paleocristiane della martire (morta sotto Diocleziano, in epoca indivisa) e della permanenza storica delle reliquie a Costantinopoli nell’XI secolo. I pellegrini ortodossi si recano a Venezia compiendo prostrazioni di fronte alla teca cattolica ed esprimendo riconoscenza formale al Patriarcato per la cura delle spoglie.
Lo stato del corpo, le ricognizioni canoniche e gli interventi estetici
Il corpo di Santa Lucia si è preservato in uno stato di mummificazione naturale parziale. Questo processo di disidratazione dei tessuti molli si è innescato a causa del microclima secco dell’arcosolio originario nelle catacombe siracusane e del successivo occultamento, mantenendo le spoglie visibili nella loro integrità anatomica complessiva. Fino alla prima metà del Novecento, la mummificazione risultava evidente in particolare nelle estremità (i piedi) e nel cranio. Per accertare l’autenticità dei resti, documentare gli ammanchi anatomici e definire protocolli di conservazione, l’autorità ecclesiastica veneziana ha autorizzato nel corso del tempo diverse ricognizioni canoniche a teca aperta.

Le ispezioni medico-legali dell’Ottocento (1860) e il verbale del 1904
La prima indagine anatomo-patologica regolarmente verbalizzata si svolse nell’estate del 1860, in concomitanza con il trasferimento delle reliquie nella chiesa di San Geremia dovuto alla costruzione dell’infrastruttura ferroviaria. L’équipe di periti medici incaricata dalla curia ispezionò i resti, attestando che lo scheletro presentava uno stato di mummificazione naturale complessivamente ben conservato. L’esame del cranio documentò che la testa era intatta sul tronco, priva di traumi contusivi o asportazioni ossee rilevanti. Fu annotata unicamente la mancanza di una “parte della cute coprente la mascella inferiore”, asportazione verosimilmente dovuta al distacco causato dalle vibrazioni subite durante le traslazioni storiche o a un prelievo come reliquia da contatto.

Una seconda ricognizione fu autorizzata nel 1904 dal Patriarca di Venezia, Aristide Cavallaro. Sotto giuramento canonico, la commissione procedette all’apertura dei sigilli dell’urna. Nel referto, i medici e i notai attestarono che i resti organici si mantenevano “in uno stato veramente meraviglioso”. L’ispezione dermatologica e tricologica registrò la presenza di “ciocche di capelli di color castano” adese a frammenti di cuoio capelluto essiccato. Relativamente all’area orbitale, l’esame identificò clinicamente la presenza di una “membrana nera formata dagli occhi e dalle palpebre mummificate” posizionata sul fondo delle cavità. Tale reperto ha confutato sul piano medico-legale le tradizioni agiografiche e iconografiche relative all’avulsione dei bulbi oculari durante il martirio, elemento non documentato nelle redazioni greche e latine della Passio.
L’intervento del Patriarca Roncalli, i batuffoli di cotone e la maschera d’argento (1955)
Fino alla metà del XX secolo, il teschio parzialmente scarnificato veniva esposto senza coperture alla vista diretta dei fedeli. Le cronache parrocchiali e le testimonianze orali (tra cui un’intervista rilasciata nel 2017 dal parroco veneziano don Renzo Scarpa) riportano che le suore agostiniane e i sacrestani inserivano periodicamente dei batuffoli di cotone idrofilo bianco all’interno delle cavità oculari del cranio.
Negli anni ’50, il Patriarca di Venezia, cardinale Angelo Giuseppe Roncalli (in seguito papa Giovanni XXIII), effettuò una visita pastorale a San Geremia. Le cronache diocesane riportano che Roncalli, osservando le condizioni del cranio e l’inserimento posticcio del cotone, valutò l’impatto visivo come inadeguato per la sensibilità dei pellegrini e dei minori, commentando che l’esposizione diretta “non fosse un bello spettacolo per una ragazza di vent’anni”.
In base a tali considerazioni, Roncalli commissionò un rivestimento fisionomico allo scultore veneziano Minotto. L’artista realizzò una maschera anatomica modellata in rilievo e rivestita in foglia d’argento massiccio, disegnata per riprodurre i lineamenti giovanili della martire. L’opera, applicata nel 1955, copre il volto mummificato e ne costituisce l’iconografia tridimensionale.

Il clamoroso furto del 1981 e le perizie scientifiche
Il 7 novembre 1981, le spoglie furono oggetto di un trafugamento presso il santuario dei Santi Geremia e Lucia.
La dinamica del trafugamento e i 36 giorni di indagini
Durante la notte del 7 novembre 1981, individui successivamente identificati come criminali comuni mossi da fini estorsivi forzarono gli accessi della navata e infransero le lastre di cristallo (non ancora antiproiettile all’epoca) della teca situata sull’altare absidale. Lo scheletro mummificato, avvolto nelle vesti rosse, venne asportato. Sul pavimento furono abbandonati i frammenti di vetro, la corona e la maschera d’argento di Minotto, la quale riportò ammaccature. Il corpo fu collocato all’interno di sacchi di nylon scuro e i responsabili si allontanarono utilizzando un’imbarcazione lungo i canali lagunari.
L’evento fu classificato dalle autorità e dalla stampa come rapimento a scopo di estorsione e vilipendio di cadavere. A Siracusa e Venezia furono espresse preoccupazioni in merito alla possibilità di uno smembramento doloso delle ossa per l’invio di prove ai fini del riscatto o alla potenziale distruzione della reliquia.
Le indagini, comprendenti posti di blocco, interrogatori, e la gestione di false rivendicazioni e depistaggi, si protrassero per 36 giorni. La cronologia di questi eventi è documentata nel volume d’inchiesta “L’Oltraggio e l’angoscia. I 36 giorni del rapimento del corpo di Santa Lucia”, pubblicato a Siracusa nel 2014 dal saggista e giornalista Aldo Mantineo, basato su fonogrammi della questura e articoli di cronaca.
A metà dicembre 1981, un’operazione interforze della Polizia di Stato, condotta tramite intercettazioni e pedinamenti, portò all’individuazione dei responsabili e al recupero dei resti, rinvenuti all’interno di un capanno da caccia situato nelle barene lagunari. Il corpo fu restituito alla curia, ripulito e ricollocato in esposizione per le celebrazioni liturgiche del 13 dicembre.
Il recupero, i danni riportati e l’autopsia del prof. Carlo Martelli (17 dicembre 1981)
Il recupero richiese una valutazione clinica del reperto, a seguito della forzata manipolazione, del trasporto e della conservazione per 36 giorni all’interno di sacchi di nylon in un ambiente salmastro e non climatizzato. Il Patriarcato dispose una perizia medico-legale urgente per verificare l’integrità della struttura osteo-articolare ed escludere l’asportazione non autorizzata di falangi o porzioni di vestiario.
Le ispezioni rilevarono alterazioni imputabili all’inserimento nei sacchi: escoriazioni e abrasioni superficiali sui tessuti mummificati, un accumulo di polvere calcarea da sfregamento e una fioritura micotica (muffa) causata dalla condensa. L’esame autoptico a porte chiuse si svolse la sera del 17 dicembre 1981, sotto la direzione del professor Carlo Martelli, primario anatomo-patologo dell’Ospedale al Mare di Venezia, coadiuvato dal dottor Roberto Brugiolo e alla presenza dei notai vescovili.
L’équipe medica eseguì il trattamento delle formazioni micotiche e la ricomposizione delle articolazioni, certificando la tenuta strutturale dello scheletro e l’assenza di asportazioni anatomiche recenti. I rilievi antropometrici eseguiti da Martelli registrarono un’altezza dell’asse corporeo disteso di 1,43 metri, misura compatibile con i parametri di accrescimento femminile siciliano di epoca tardo-antica. Le proporzioni del bacino e degli arti corrispondevano a quelle di un soggetto di sesso femminile biologico adulto. L’analisi dell’ossificazione epifisaria e dell’usura dentaria condusse Martelli a stimare l’età apparente al decesso a circa vent’anni, dato coincidente con le indicazioni della Passio. Il referto documentò infine che la “cute mummificata” superstite conservava le proprie caratteristiche strutturali e organolettiche originarie.

I rilievi biometrici e la ricostruzione fisiognomica al computer di Tanino Golino
I dati metrici cranici e mascellari (comprensivi di calibri orbitali e diametri bizigomatici) registrati nel 1981 dall’équipe di Martelli sono stati successivamente utilizzati per indagini biometriche e di ricostruzione forense.
Adottando metodologie di restauro fisiognomico analoghe a quelle applicate dall’Università di Padova sui resti di Sant’Antonio, il ricercatore siracusano Tanino Golino ha elaborato un progetto antropologico di ricostruzione del volto. Impiegando i dati clinici di Martelli tramite software di modellazione e algoritmi di rendering tridimensionale utilizzati in ambito forense, il progetto ha generato un modello 3D.
La procedura si è articolata in quattro fasi: la riproduzione del cranio nudo e delle asimmetrie anatomiche (fase 1); l’applicazione dei marcatori di spessore dei tessuti molli relativi a un fenotipo femminile mediterraneo (fase 2); lo sviluppo della muscolatura facciale e dello strato adiposo (fase 3); l’aggiunta della pigmentazione epidermica, dei capelli castani (documentati nel referto del 1904) e della colorazione oculare (fase 4). Il risultato costituisce una restituzione forense tridimensionale basata su parametri misurabili.
Dispersione anatomica e mappa europea delle reliquie minori
L’architettura osteo-articolare primaria e la maggior parte dei tessuti mummificati sono conservati a Venezia; tuttavia, l’indagine storiografica e i referti autoptici documentano una dispersione di reliquie minori nel corso dei secoli. Tale frammentazione, consistente nell’asportazione di frammenti ossei, lembi di epidermide essiccata o porzioni di vestiario, è derivata dalle prassi diplomatiche della Repubblica di Venezia, finalizzate ad assecondare le richieste delle corti europee. Tale politica ha favorito la diffusione del culto in diverse cattedrali, abbazie e diocesi del continente.
Il prelievo del 1579 per l’imperatrice Maria d’Austria e i veti del Senato Veneto
Il primo prelievo di materiale organico tracciabile nei registri istituzionali di Stato è datato 1579. La procedura è documentata dal teologo veneziano Giorgio Polacco nel trattato monografico Della triplicata traslatione del corpo della gloriosa Vergine & Martire S. Lucia, pubblicato nel 1617.
In base alla documentazione citata da Polacco, in occasione di una visita di Stato a Venezia, l’imperatrice consorte Maria d’Austria (figlia di Carlo V e sposa di Massimiliano II d’Asburgo) richiese l’assegnazione di una reliquia per le proprie cappelle imperiali. Il Senato della Serenissima deliberò la concessione come atto di diplomazia politica e il Patriarca Giovanni Trevisan rilasciò la licenza canonica per l’apertura dell’urna.
I verbali trascritti da Polacco attestano che l’asportazione interessò i tessuti molli: i delegati recisero «una piccola porzione di carne dal lato sinistro, poco più d’un dito». La reliquia cutanea fu sigillata in un reliquiario e consegnata a Maria d’Austria. A seguito di tale evento, il Senato Veneto e le autorità patriarcali promulgarono un decreto di tutela che istituiva il divieto perpetuo di effettuare ulteriori prelievi, escissioni o mutilazioni dalle spoglie.
La ricerca e le acquisizioni diplomatiche di padre Innocenzo Marcinò (1644-1650)
L’acquisizione di frammenti reliquiari proseguì tramite canali diplomatici. Tra il 1644 e il 1650, il frate cappuccino siciliano Innocenzo Marcinò da Caltagirone (successivamente nominato Ministro Generale dell’Ordine) condusse una missione diplomatica nelle corti e cattedrali dell’Europa centrale.
Marcinò ottenne, inventariò e autenticò tramite l’emissione di bolle episcopali oltre 150 reliquie. Tale inventario includeva frammenti osteologici di Santa Lucia, che Marcinò acquisì rivolgendosi alle collezioni private imperiali asburgiche e bavaresi (Wunderkammer), le quali avevano ricevuto tali frammenti tramite donazioni veneziane antecedenti al divieto o mediante lasciti ereditari familiari.
I registri di inventario e gli appunti autografi redatti da Marcinò, analizzati dalla Deputazione della Cappella siracusana, documentano l’acquisizione dei seguenti reperti anatomici:
- Un omero integro: la reliquia fu concessa e autenticata con sigilli in ceralacca dall’arciduchessa d’Austria e reggente del Tirolo, Claudia de’ Medici. Marcinò la destinò alla venerazione presso la chiesa di Santa Maria Maddalena a Caltagirone.
- Un frammento del radio (indicato come “pezzo di cannella”) e un segmento dell’ulna: utilizzando il termine arcaico “cannella” per l’osso lungo dell’avambraccio, Marcinò registra la concessione di tali frammenti da parte dell’arciduchessa Anna d’Austria.
- Un frammento dell’osso della spalla: clinicamente identificabile come porzione della clavicola o della scapola, acquisito dalla collezione palatina del duca Massimiliano I di Baviera.
I frammenti scheletrici, riposti in stauroteche e teche d’argento, furono trasportati in Sicilia da Marcinò intorno alla metà del XVII secolo, formando il primo nucleo di reliquie corporee di ritorno sull’isola di Siracusa e nel Val di Noto.
L’ammanco del braccio e la storica donazione dell’omero del Cardinale Marco Cé (1988)
L’asportazione di porzioni anatomiche è documentata dai referti delle ricognizioni scientifiche eseguite sul corpo. L’ispezione anatomica del 1904, presieduta dal Patriarca Aristide Cavallaro, e l’autopsia del 1981 diretta dal professor Martelli, registrarono a verbale la mancanza macroscopica dell’intera articolazione e del braccio sinistro dallo scheletro. Tale lacuna strutturale indica che il lato sinistro del corpo costituì l’area di estrazione principale per i prelievi diplomatici precedenti al divieto del 1579.
Il 13 dicembre 1988, il Patriarca di Venezia, cardinale Marco Cé (talvolta trascritto per errore materiale con l’accento grave), operò una deroga al veto di intangibilità. Tramite un atto formale di donazione ufficiale, Cé dispose il distacco e la consegna alla Chiesa siracusana di un frammento integro dell’omero sinistro della martire. La reliquia ossea di prima classe è stata trasferita in Sicilia ed è custodita all’interno di un reliquiario argenteo a raggiera collocato nel tesoro della Cattedrale metropolitana di Siracusa (Duomo di Ortigia).
Il simulacro polimaterico, i dettagli sartoriali e la devozione “post-pasquale” di Erchie
In epoca contemporanea si registra la commissione di riproduzioni scultoree a grandezza naturale del reliquiario lagunare, concepite come sarcofagi per la custodia di reliquie originali. Un esempio è documentato nel comune di Erchie (provincia di Brindisi, Puglia), centro agricolo di circa 8.600 abitanti legato da un gemellaggio istituzionale con Siracusa. La parrocchia locale custodisce una reliquia cutanea di prima classe. A partire dal 13 dicembre 2014, l’amministrazione parrocchiale espone permanentemente sull’altare laterale della cappella basiliana del paese un simulacro a grandezza naturale del corpo veneziano.
La scultura è stata realizzata dallo scultore e cartapestaio Pietro Balsamo di Francavilla Fontana. L’opera rispetta le proporzioni antropometriche e la statura clinica di 1,43 metri rilevata dal professor Martelli nel 1981. Il simulacro si configura come una scultura polimaterica: l’intelaiatura interna portante è in filigrana di ferro saldato; le mani conserte e i piedi sono modellati in terracotta policroma. Il volto riproduce i lineamenti della maschera introdotta nel 1955 ed è rifinito con l’applicazione di foglia d’argento massiccio.
L’abbigliamento (tunica e manto cremisi) è stato confezionato dalle sarte Giusy Balsamo e Maria Bruni, utilizzando strati di raso, taffetà di seta e misto cotone damascato. I cuscini di appoggio, provvisti di nappe, e i materassi interni sono stati realizzati riadattando tessuti in broccato di seta damascata provenienti da paramenti sacri storici dismessi.
Al centro del petto della statua è inserita una teca circolare, bordata da due metri lineari di tessuto plissettato. Il perimetro è adornato con 21 cristalli Swarovski, numero selezionato dal clero e dalle sarte per indicare l’età di 21 anni stimata per la giovane al momento dell’esecuzione. All’interno della teca pettorale, appoggiata su un cuscino in velluto e protetta da un vetro, è incastonata la reliquia originale costituita da un frammento di epidermide essiccata.
Sotto l’amministrazione del parroco e rettore del santuario don Franco Candita, il calendario liturgico di Erchie prevede che i festeggiamenti patronali principali in onore di Santa Lucia non si limitino alla ricorrenza del 13 dicembre, ma vengano traslati temporalmente e celebrati nel periodo successivo alla Pasqua. Tale scelta dottrinale e pastorale mira a inquadrare la figura della martire in una prospettiva cristologica, correlando l’evento del martirio alla Resurrezione di Cristo.
Rapporti diplomatici Siracusa-Venezia e storiche istanze di restituzione
La permanenza delle spoglie a Venezia è disciplinata dal diritto canonico universale in base ai principi di custodia storica e usucapione spirituale. Dalla traslazione avvenuta in seguito alla Quarta Crociata (1204-1205), le istituzioni religiose e civili di Siracusa, insieme alle confraternite laiche, alla nobiltà e alla cittadinanza, hanno ripetutamente richiesto la restituzione definitiva dei resti. Tali rivendicazioni hanno generato un prolungato confronto diplomatico, epistolare e burocratico tra le diocesi di Siracusa e Venezia, con il coinvolgimento della Santa Sede, storicamente caratterizzato da dinieghi istituzionali.
I tentativi storici: dalle suppliche seicentesche all’intervento di Mussolini (1937)
Gli archivi storici e vescovili siciliani e veneziani documentano un primo tentativo diplomatico strutturato per la restituzione dell’urna nel biennio 1643-1644. In tale periodo, il clero e la nobiltà siciliana, con il supporto di fondi economici deliberati dal Senato aretuseo, esercitarono pressioni sulle nunziature pontificie romane per ottenere il trasferimento del corpo. La trattativa giunse in prossimità della ratifica di un provvedimento ufficiale, ma si interruppe a causa dell’opposizione dell’ordine delle monache agostiniane di clausura di Venezia. Le religiose, che detenevano la custodia materiale esclusiva della teca all’interno del proprio monastero nel sestiere di Cannaregio, negarono l’accesso agli inviati siciliani e ai delegati papali, impedendo il trasferimento.
Nel corso dell’Ottocento, furono presentate ai Patriarchi di Venezia ulteriori richieste formali da parte dei vescovi e petizioni civiche, sistematicamente respinte. Nel 1860, in concomitanza con la demolizione della chiesa palladiana di Santa Lucia a Venezia (disposta dal governo asburgico per la costruzione della stazione ferroviaria e del ponte translagunare), la curia siracusana avanzò la richiesta formale di imbarcare l’urna per la Sicilia via mare. La proposta non fu accolta dal governo asburgico e dal Patriarcato, che disposero invece il trasferimento d’urgenza dell’urna nella vicina chiesa dei Santi Geremia e Lucia. La persistenza delle istanze siracusane nei primi decenni del Novecento è documentata da un’incisione dedicatoria realizzata nel 1912 dal canonico, scultore e futuro arcivescovo Luigi Bignami, il quale incise una richiesta di restituzione sulla parete calcarea del sepolcro originario vuoto nelle catacombe.
Nel 1937, durante il regime fascista, la questione della restituzione fu sottoposta all’attenzione della Presidenza del Consiglio a Roma, in seguito alle istanze presentate dalle gerarchie civili e dai dirigenti locali del Partito Nazionale Fascista siracusano. Il Capo del Governo, Benito Mussolini, intervenne incaricando il gesuita Pietro Tacchi Venturi di operare come mediatore fiduciario per sondare la disponibilità della Chiesa veneziana alla traslazione. La missione non ottenne esito positivo: il Patriarca di Venezia, cardinale carmelitano Adeodato Giovanni Piazza, si appellò al diritto canonico e oppose un rifiuto istituzionale al mediatore e al governo, bloccando ulteriori iniziative per la restante durata del Ventennio fascista.
La mobilitazione civica contemporanea: le istanze di Francesco Candelari (2016-2021)
Nel XXI secolo, in parallelo alla prassi delle traslazioni temporanee autorizzate dai vescovi, le istanze per la restituzione definitiva in Sicilia sono state riprese a livello civico dal farmacista e scrittore siracusano Francesco Candelari. Già vicepresidente del Consiglio di Circoscrizione “Santa Lucia” (l’ente di decentramento comunale della Borgata, quartiere in cui ha sede la Basilica del Sepolcro), eletto nelle liste di Forza Italia, Candelari si è fatto promotore di un’iniziativa volta al rientro permanente della reliquia.
Denunciando l’assenza di iniziative da parte delle istituzioni laiche locali (i sindaci di Palazzo Vermexio e i partiti politici provinciali) e della curia siracusana, Candelari ha condotto una campagna mediatica ed epistolare rivolta direttamente al Vaticano. Dal 2016 al 2021, con cadenza annuale in concomitanza con i festeggiamenti patronali del 13 dicembre, ha inviato missive formali, suppliche e memorandum storici protocollati alla Casa Santa Marta in Vaticano, indirizzati a Papa Francesco. Nelle comunicazioni, ha richiesto la convocazione di un’udienza privata per il proprio comitato e l’intervento diretto del Pontefice per disporre, tramite atto ex cathedra, l’annullamento della custodia veneziana e la restituzione delle spoglie nel sepolcro paleocristiano originario.
La risposta della Segreteria di Stato Vaticana (2022) e la raccolta firme alla Borgata (2024)
Nel febbraio 2022, la Segreteria di Stato Vaticana ha fornito una risposta scritta ufficiale alle missive inviate da Siracusa. Il documento è pervenuto sotto forma di cartoncino prestampato, privo di firma autografa da parte del clero e sprovvisto di numero di protocollo di registrazione. Il testo dattiloscritto attestava la ricezione della documentazione e precisava che la questione giuridica, storica, diplomatica e logistica relativa alla traslazione definitiva inter-regionale delle reliquie «non è di competenza della Santa Sede», demandando la risoluzione della controversia ai rapporti bilaterali diretti tra le due diocesi.
A seguito della ricezione della comunicazione, Francesco Candelari ha contestato pubblicamente la posizione del Vaticano tramite la stampa e le emittenti locali. Nei suoi interventi, ha rilevato un’incongruenza giurisprudenziale tra il diniego di competenza della Segreteria di Stato e i poteri direttivi attribuiti al Papa dal Diritto Canonico in materia di amministrazione dei beni della Chiesa Universale. Ha inoltre evidenziato l’impossibilità procedurale per un cittadino privato laico di condurre una trattativa negoziale diretta con gli uffici legali del Patriarcato di Venezia.
In concomitanza con l'”Anno Luciano” (anno giubilare proclamato per il 1720º anniversario del martirio nel 2024), la mobilitazione civica è proseguita. Domenica 10 novembre 2024, il comitato ha organizzato una raccolta firme cartacea posizionando un banchetto al centro di Piazza Santa Lucia, nel quartiere della Borgata, durante lo svolgimento del mercatino rionale domenicale dell’usato.
L’attività ha registrato la collaborazione dei volontari della Pro Loco di Siracusa. All’evento ha presenziato il consigliere comunale in carica Damiano De Simone, il quale, in veste di pubblico ufficiale e certificatore legale, ha verificato i documenti d’identità dei firmatari e garantito la validità formale delle sottoscrizioni. Nel corso della giornata, sono state raccolte e certificate oltre 400 firme di cittadini siracusani residenti, allegate a una nuova petizione destinata alla Santa Sede per richiedere il trasferimento del corpo.
I rapporti istituzionali con l’Arcidiocesi e il decreto pontificio di Leone XIV (2025)
Le iniziative promosse da Candelari hanno indotto l’Arcidiocesi metropolitana di Siracusa, guidata dall’Arcivescovo Monsignor Francesco Lomanto, a intervenire per chiarire la propria posizione istituzionale. La curia aretusea ha diffuso comunicati stampa per distanziarsi dalle mobilitazioni laiche non autorizzate e ha richiesto al clero diocesano l’osservanza di una linea di prudenza diplomatica nei rapporti inter-episcopali.
Nelle note ufficiali, l’Arcidiocesi ha precisato che le relazioni istituzionali con il Patriarcato di Venezia (retto dal Patriarca Francesco Moraglia) permangono «cordiali, fraterni e costanti». Tale posizione è stata assunta per evitare che i toni rivendicativi potessero compromettere le relazioni interdiocesane, rischiando di indurre il Patriarcato a sospendere le autorizzazioni per i prestiti temporanei e le ostensioni decennali e giubilari. Tali trasferimenti aerei, vincolati da complesse polizze assicurative “fine arts” e protocolli di sicurezza, si erano già svolti nel 2004 (per il XVII centenario del martirio) e nel 2014, ed erano stati programmati per il dicembre 2024, con un itinerario comprendente Carlentini, Belpasso e Catania, per un incontro storico con le reliquie di Sant’Agata. Per tale evento del 2024, Papa Francesco ha inviato una lettera pastorale recante la propria firma autografa, indirizzata all’Arcivescovo Lomanto (definito «caro fratello»).
Alla fine di novembre 2025, Candelari ha convocato una conferenza stampa per annunciare l’emanazione di un provvedimento vaticano. Il nuovo pontefice, Leone XIV, ha preso in esame il dossier siracusano, analizzando la supplica e i registri con le centinaia di firme certificate raccolte alla Borgata.
Superando la comunicazione della Segreteria di Stato del 2022, nell’autunno 2025 Papa Leone XIV ha promulgato una formale direttiva canonica, notificata alle curie interessate. Il rescritto vaticano definisce i parametri normativi per l’istruzione della pratica canonica finalizzata alla richiesta di restituzione permanente delle reliquie in Sicilia e alla revoca della detenzione veneziana. La direttiva pontificia stabilisce in modo inappellabile che l’iter burocratico e la negoziazione diplomatica non possono essere avviati, istruiti o promossi presso le sedi vescovili da cittadini privati, comitati spontanei, associazioni, giornalisti o esponenti delle amministrazioni politiche locali. Tali figure sono state dichiarate irricevibili in quanto prive di autorità ecclesiale di magistero, rappresentanza giuridica canonica di mandato e competenza in diritto reliquiario sacro.
Il decreto sancisce che la responsabilità di avviare l’iter canonico formale e l’istruzione della pratica di rivendicazione compete in via esclusiva al clero e deve essere esercitata unicamente dall’Arcivescovo Metropolita pro tempore della diocesi di Siracusa, in accordo con Roma. In osservanza a tale statuto, l’Arcivescovo Francesco Lomanto è stato formalmente investito dalla Santa Sede quale unico referente apostolico, diplomatico e giurisdizionale. A lui è stato conferito il potere canonico per incardinare procedimenti legali, redigere atti formali e condurre le trattative tecniche con il Patriarca di Venezia e i dicasteri di Roma in merito alla traslazione perpetua della reliquia.
In risposta al pronunciamento, Candelari ha dichiarato in conferenza stampa di accogliere la direttiva pontificia, valutando positivamente l’ottenimento di un intervento diretto del Papa come risultato dell’attività civica. Ha annunciato la conclusione delle proteste pubbliche, lo smantellamento del presidio nel quartiere Borgata e l’interruzione della campagna mediatica. Candelari ha dichiarato di rimettere interamente la gestione legale e burocratica dell’istanza all’Arcivescovo e agli uffici della cancelleria vescovile. Ha concluso l’intervento esprimendo l’attesa del comitato affinché la diocesi avvii celermente l’iter canonico autorizzato dal Vaticano, con l’auspicio di ottenere un verdetto definitivo per il ricollocamento delle ceneri e delle ossa di Santa Lucia nell’originario sepolcro di roccia.
Nel decennio compreso tra il 2014 e il 2024, parallelamente all’attività sulle reliquie, l’impegno civico promosso da Francesco Candelari ha interessato la tutela e la collocazione museale del patrimonio artistico del quartiere siracusano della Borgata.
Candelari, in qualità di ex vicepresidente della Circoscrizione, ha organizzato sit-in, petizioni e interventi sui media locali per sollecitare il trasferimento logistico di un bene pittorico secentesco. Supportato da storici dell’arte, docenti, guide turistiche e critici d’arte (tra cui il critico e deputato Vittorio Sgarbi, recatosi a Siracusa per visionare le sedi espositive), ha promosso presso le istituzioni regionali e ministeriali il ritorno alla collocazione originaria del dipinto a olio su tela di canapa intitolato Il Seppellimento di Santa Lucia. L’opera fu realizzata nel 1608 dal pittore lombardo Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, ospitato dal pittore siracusano Mario Minniti nei mesi precedenti alla sua fuga verso Malta.
Il comitato civico richiedeva il trasferimento dell’opera dalla sua collocazione espositiva temporanea presso l’ex Chiesa di Santa Lucia alla Badia. Tale edificio, ricostruito in stile barocco e rococò in pietra calcarea post-terremoto, è situato in Piazza Duomo, nell’area pedonale dell’isola di Ortigia. Candelari e i critici contestavano tale sede valutandola decontestualizzata sul piano architettonico e utilizzata prevalentemente per assecondare i flussi turistico-commerciali del centro cittadino, a discapito della corretta godibilità estetica e spirituale della tela.
L’iniziativa si è opposta anche alle direttive dell’Istituto Centrale del Restauro (ICR) riguardanti i prestiti temporanei del dipinto per esposizioni nel nord Italia (tra cui il trasferimento al Mart di Rovereto), segnalando i rischi legati alla documentata fragilità della pellicola pittorica e ai problemi di umidità della tela.
L’obiettivo della campagna era la ricollocazione inalienabile del dipinto all’interno della Basilica Parrocchiale e Collegiata di Santa Lucia al Sepolcro, situata nel quartiere extraurbano della Borgata. L’opera fu commissionata nel 1608 dal Senato siracusano appositamente per la parete absidale posteriore di tale tempio (di origine normanna, sveva e aragonese), per essere installata sopra l’altare maggiore in pietra di travertino grezzo. La composizione chiaroscurale fu concepita dal Caravaggio in base alle fonti di luce provenienti dai finestroni originari (poi murati).
La Basilica sorge in diretta corrispondenza topografica e strutturale con il complesso ipogeo delle Catacombe di Santa Lucia, edificata al di sopra delle gallerie della necropoli paleocristiana, che includono il sepolcro di Euskia e l’altare ottagonale del sepolcro vuoto della martire. Gli storici dell’arte argomentavano che la ricollocazione nella Basilica al Sepolcro rispondesse a una necessità filologica, ricongiungendo la scena pittorica dell’inumazione con lo scavo dei cavamonti al luogo storico della sepoltura.
In base al progetto sostenuto dal comitato, a seguito del trasferimento l’opera è stata inserita all’interno di una teca climatica di preservazione termoregolata, dotata di sistemi di monitoraggio della temperatura, dell’igrometria e di sicurezza. Sul piano urbanistico, il ricollocamento dell’opera ha conferito una nuova centralità culturale al quartiere periferico della Borgata, canalizzando flussi di turismo storico-artistico nell’abitato e promuovendo la riqualificazione socio-culturale del rione, storicamente penalizzato nei piani di investimento pubblico delle amministrazioni comunali rispetto ai circuiti commerciali di Ortigia.
Le peregrinazioni temporanee contemporanee (1975-2024)
A partire dall’ultimo quarto del Novecento, l’autorità patriarcale di Venezia ha autorizzato specifiche deroghe al divieto storico di spostamento delle spoglie. Sono state concesse traslazioni temporanee, denominate peregrinationes, per consentire il trasferimento del corpo in risposta a formali richieste pastorali avanzate da altre diocesi.
La prima uscita assoluta: Pesaro (1975)
La prima traslazione ufficiale del corpo al di fuori della Laguna veneta è avvenuta nella regione Marche. Nel giugno del 1975, il Patriarca di Venezia Albino Luciani (successivamente papa Giovanni Paolo I) ha accolto la richiesta formale dell’arcivescovo di Pesaro, monsignor Gaetano Michetti, presentata in occasione dei festeggiamenti giubilari diocesani. Tramite decreto patriarcale, le reliquie sono state trasferite a Pesaro ed esposte alla venerazione per circa una settimana sull’altare maggiore della Cattedrale. A memoria del trasferimento, nel 1976 è stata affissa una lapide commemorativa all’interno del duomo pesarese.
I ritorni a Siracusa e le traslazioni in Puglia e Veneto
Nel dicembre del 2004, in occasione del XVII centenario della data tradizionale del martirio, il Patriarcato di Venezia ha autorizzato il primo ritorno storico del corpo a Siracusa, registrando la partecipazione di decine di migliaia di fedeli.
Nella primavera del 2014, le spoglie sono state trasferite in Puglia, con tappe nella città di Taranto e nel comune di Erchie (provincia di Brindisi). L’esposizione a Erchie, promossa dall’amministrazione comunale e dal parroco don Franco Candita in virtù dello storico gemellaggio con Siracusa, ha registrato un afflusso stimato dalle Forze dell’Ordine in circa 100.000 presenze, provenienti prevalentemente dalle province di Bari e Lecce. Nel dicembre del 2014, durante il patriarcato di Francesco Moraglia, il corpo è stato nuovamente traslato a Siracusa; le fasi organizzative dell’evento sono documentate nel volume Cronaca di un ritorno di Corrado Di Pietro.
I registri patriarcali documentano inoltre un trasferimento a corto raggio all’interno della regione Veneto, effettuato nel 2019 a Zelarino, frazione della terraferma del comune di Venezia.
Il tour siciliano e l’incontro con Sant’Agata (2024)
Nel dicembre del 2024, in concomitanza con l'”Anno Luciano”, la traslazione in Sicilia si è articolata in un itinerario regionale esteso oltre la giurisdizione dell’Arcidiocesi siracusana. L’urna è stata ospitata presso la Basilica di Santa Lucia al Sepolcro nel quartiere della Borgata a Siracusa dal 14 al 26 dicembre, per poi essere trasferita nei comuni di Carlentini e Belpasso.
A Belpasso, le fonti parrocchiali riportano che l’arrivo della reliquia era atteso dall’epoca in cui il comune ottenne l’autonomia amministrativa da Paternò (oltre tre secoli prima). Nelle omelie pronunciate durante l’evento, la figura della martire è stata definita teologicamente “colonna salda nella fede”, in contrapposizione all’espressione “canna sbattuta dal vento”, utilizzata per indicare la debolezza umana.
Il 28 e 29 dicembre 2024, la peregrinatio ha previsto l’esposizione all’interno della navata del Duomo di Catania. In tale circostanza istituzionale, le reliquie veneziane di Santa Lucia sono state collocate fisicamente accanto a quelle di Sant’Agata, determinando un incontro materiale tra i resti delle due martiri siciliane. Il corpo è stato imbarcato per il rientro a Venezia il 30 dicembre.
La meccanica istituzionale e i protocolli di traslazione
Il trasferimento logistico delle reliquie è disciplinato dal diritto canonico e da specifici protocolli di sicurezza interforze, codificati dal Patriarcato veneziano all’interno di appositi vademecum.
L’iter burocratico canonico e il Prefetto delle Reliquie
Ogni traslazione richiede l’emanazione preliminare di un decreto formale di autorizzazione a firma del Patriarca di Venezia. Per i trasferimenti interdiocesani, qualora richiesto dalla normativa canonica, il decreto è integrato dal Nihil obstat (nulla osta) emesso dalla Santa Sede. Durante l’intero tragitto, il corpo viaggia provvisto dell’authentica, il documento ecclesiastico munito di sigilli che ne certifica in modo inequivocabile l’identità materiale.
La responsabilità giuridica delle operazioni logistiche è assegnata a un delegato patriarcale, formalmente designato con la qualifica di “Prefetto delle reliquie”. I manuali organizzativi e le fonti menzionano in tale ruolo membri del clero lagunare, tra cui don Gianmatteo Costantini. Durante i trasferimenti, la custodia legale dell’urna è delegata temporaneamente all’arcivescovo della diocesi ospitante. Il passaggio di giurisdizione richiede la compilazione e la firma congiunta di verbali quotidiani di consegna e riconsegna, redatti per attestare lo stato clinico di conservazione dei resti e l’integrità strutturale dell’urna al termine di ogni fase logistica.
Misure di sicurezza, blindatura e polizze “fine arts”
Sul piano tecnico, le spoglie non sono esposte direttamente durante il trasporto, ma vengono sigillate all’interno di una teca da trasporto blindata e climatizzata. La struttura è dotata di cristalli a resistenza balistica e sistemi per il mantenimento costante dell’umidità e della temperatura interna. L’involucro protettivo è ancorato a una base provvista di supporti ammortizzati e sospensioni meccaniche, progettati per ridurre le vibrazioni e le sollecitazioni cinetiche derivanti dai trasferimenti stradali o dal volo aereo.
I portelloni della teca vengono messi in trazione tramite cinghie di sicurezza, e le giunture sono sigillate con ceralacca fusa, su cui viene impresso a freddo lo stemma araldico del Patriarcato. I regolamenti vietano rigorosamente la rottura dei sigilli in assenza delle autorità preposte. I tragitti logistici, le operazioni di carico aeroportuale, le soste notturne e le esposizioni pubbliche si svolgono sotto la scorta armata ininterrotta della Polizia di Stato e di altri reparti delle Forze dell’Ordine. Le operazioni richiedono obbligatoriamente la stipula di specifiche polizze assicurative internazionali provviste della clausola “fine arts” (applicata per le opere d’arte di valore inestimabile), i cui oneri finanziari ricadono a carico della diocesi o dell’ente richiedente.
Fonti e bibliografia essenziale
- Fonti agiografiche e cronistiche antiche: Passio Sanctae Luciae (versioni in lingua greca e latina, V-VI sec.); Leone Ostiense e Pietro Diacono, Chronica Monasterii Casinensis (c. 1100); Sigeberto di Gembloux, Vita Theoderici episcopi Mettensis (c. 1112); Andrea Dandolo, Chronicon Extensum (1344); Marino Sanudo il Vecchio, Vite de’ duchi di Venezia; Martin da Canal, Les Estoires de Venise.
- Polacco, Giorgio, Della triplicata traslatione del corpo della gloriosa Vergine & Martire S. Lucia, Venezia, 1617.
- Archivio Storico Patriarcato di Venezia: fascicoli relativi ai decreti di traslazione (1975, 2004, 2014, 2024); referti autoptici e di ricognizione canonica (1860, 1904, 1981); Vademecum per le peregrinazioni delle reliquie di S. Lucia.
- Archivio Storico Arcidiocesi di Siracusa e Deputazione della Cappella di S. Lucia: inventario reliquiario secentesco; carteggio di padre Innocenzo Marcinò (1644-1650); atto formale di donazione della reliquia dell’omero (Card. Marco Cé, 13 dicembre 1988); comunicazioni della Segreteria di Stato Vaticana (2022) e pronunce pontificie di Papa Leone XIV (2025).
- Di Pietro, Corrado, Cronaca di un ritorno, Editore Morrone, Siracusa, 2014.
- Mantineo, Aldo, L’Oltraggio e l’angoscia. I 36 giorni del rapimento del corpo di Santa Lucia, presentazione alla città di Siracusa, 2014.
- Lentini, Mariella, Santa Lucia (Sezione patronati, dizionario dei santi).
- Randazzo, Antonio, Culto e reliquie di Santa Lucia – Santi siracusani (ricerca storiografica).
- Golino, Tanino, Ricostruito al computer il probabile volto di Santa Lucia (studio forense e ricostruzione 3D basata sulle misurazioni autoptiche del 1981).
- Documentazione audiovisiva e testimonianze orali: interviste a don Renzo Scarpa (parroco della Chiesa dei Santi Geremia e Lucia, Venezia, 2017) e don Franco Candita (Santuario di Erchie, 2014).
- Cronache giornalistiche e resoconti d’archivio sulle peregrinationes: articoli tratti da Gente Veneta, L’Osservatore Romano (annate 1975, 2004, 2014); testate locali siracusane, etnee e pugliesi per la copertura degli eventi di Belpasso, Carlentini, Erchie, Pesaro, Zelarino e l’incontro con Sant’Agata a Catania nel dicembre 2024.
Scheda aggiunta da Alessandro Calabrò il 21 febbraio 2026.
