![]() Il corpo di Santa Lucia nell’urna blindata della chiesa dei Santi Geremia e Lucia a Venezia. | |
| Dati identificativi | |
| Identificazione | Resti mummificati e reliquie ossee di Santa Lucia di Siracusa |
|---|---|
| Datazione | Martirio intorno al 304 d.C. (persecuzione di Diocleziano) |
| Altezza scheletro | 1,43 m (perizia Martelli, 1981) |
| Età stimata al decesso | Circa vent’anni |
| Collocazione | |
| Luogo originario | Catacombe di Santa Lucia, Siracusa |
| Luogo attuale | Chiesa dei Santi Geremia e Lucia, Venezia |
| Condizione | Mummificazione naturale parziale; volto coperto da maschera d’argento (Minotto, 1955) |
| Traslazioni e patronato | |
| Traslazioni principali | Costantinopoli (1039), Venezia (1204-1205) |
| Patronato | Patrona di Siracusa; co-patrona di Venezia |
Il corpo di Santa Lucia è costituito dai resti mortali e dalle reliquie, conservatisi in parte tramite processo di mummificazione naturale, storicamente attribuiti a Lucia di Siracusa, martire cristiana giustiziata nella città siciliana intorno al 304 d.C., durante la persecuzione dell’imperatore Diocleziano. Le fonti agiografiche antiche — la Passio greca (BHG 995) e la Passio latina (BHL 4992), databili tra V e VI secolo — narrano il martirio e menzionano la sepoltura presso il luogo del supplizio, nell’area delle catacombe di Santa Lucia a Siracusa.
Le spoglie rimasero in Sicilia per oltre sette secoli. Nel 1039, truppe bizantine del generale Giorgio Maniace le prelevarono e trasferirono a Costantinopoli. Il cronista Leone Ostiense documenta che il corpo fu collocato “in una teca d’argento” e spedito alla corte imperiale. Nel 1204, durante il sacco di Costantinopoli ad opera della Quarta Crociata, le reliquie furono requisite dalle forze veneziane del doge Enrico Dandolo e giunsero in laguna il 18 gennaio 1205. Da allora il corpo è custodito a Venezia, dove si trova oggi nella chiesa dei Santi Geremia e Lucia. Lo scheletro mummificato, alto 1,43 metri secondo la perizia medico-legale del 1981, è rivestito di una veste rossa e porta sul volto una maschera d’argento commissionata nel 1955 dal Patriarca Angelo Giuseppe Roncalli, futuro papa Giovanni XXIII. Santa Lucia è co-patrona di Venezia.
Sepoltura originaria a Siracusa e prime evidenze cultuali (IV-XI secolo)
Le catacombe di Santa Lucia e la Passio
Secondo la Passio Sanctae Luciae, tramandata in una redazione greca (BHG 995, attribuita a un anonimo del V secolo, talvolta designato come Pseudo-Metodio) e in una redazione latina (BHL 4992, anteriore al VII secolo), il corpo di Lucia fu sepolto nel medesimo luogo del martirio. La Passio greca narra la morte per decapitazione; la versione latina modifica il racconto, facendo morire la santa per un colpo di spada alla gola ricevuto in carcere. Entrambe le versioni concordano sulla sepoltura nel sito del supplizio, corrispondente all’area del complesso catacombale oggi noto come catacombe di Santa Lucia, nella Borgata di Santa Lucia fuori le mura di Siracusa.
Il nome di Lucia compare nel Martirologio Geronimiano (V secolo) e fu inserito nel Canone romano della Messa a partire dal VI secolo, a conferma di una venerazione universale precoce. Sopra la tomba sorse dapprima un martyrion ipogeo, successivamente una basilica che, secondo la Passio, “traeva folle di fedeli dalle città vicine”. L’edificio corrisponde all’odierna Basilica Santuario di Santa Lucia al Sepolcro. Alla fine del VI secolo, in epoca di papa Gregorio Magno, le epistole gregoriane attestano l’esistenza di un monastero presso il sepolcro.
Due oratori bizantini vennero ricavati nella catacomba accanto alla tomba: l’Oratorio dei Quaranta Martiri, con affreschi databili fino alla prima metà dell’VIII secolo, e un secondo oratorio con strati pittorici successivi fino al XIII secolo. Graffiti devozionali e resti di arte sacra in questi ambienti attestano che il culto di Lucia perdurò ininterrottamente a Siracusa almeno fino alla traslazione del corpo nel 1039.
Il loculo originario, scavato nella roccia calcarea, è oggi visibile all’interno del Tempietto del Sepolcro di Santa Lucia, costruzione ottagonale settecentesca progettata dall’architetto Giovanni Vermexio sulla preesistente chiesetta dedicata a Sant’Agata.
L’epigrafe di Euskia e l’archeologia del culto paleocristiano
L’epigrafe di Euskia, rinvenuta nel 1894 durante scavi archeologici nelle catacombe di San Giovanni a Siracusa, è la prima testimonianza materiale del culto di Santa Lucia. L’iscrizione funeraria in lingua greca recita: “Euskia, l’irreprensibile, visse buona e pura per circa 25 anni e morì nella festa della mia Santa Lucia, per la quale non vi è elogio condegno.” Euskia morì il 13 dicembre, data che risulta già integrata nel calendario liturgico circa un secolo dopo il martirio. L’epigrafe originale è conservata al Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi di Siracusa (catalogo SEG XVII, 466). L’archeologo Paolo Orsi diresse parte degli scavi nell’area catacombale: nel suo studio pubblicato nel 1895 sul Bollettino di Paletnologia Italiana, Orsi commentò che si trattava della “più antica menzione esplicita di Santa Lucia”, provando che “la sepoltura venerata come sua esisteva ed era nota ai fedeli”.
La custodia di San Zosimo, il kanon di Metodio I e l’occultamento arabo
San Zosimo (570-647 d.C. circa), nominato vescovo di Siracusa nel 642, operò come custode del santuario sepolcrale durante un periodo di instabilità politica. Il patriarca Metodio I di Costantinopoli (843-847), originario di Siracusa e unico siracusano elevato al patriarcato ecumenico, compose un kanon liturgico in lingua greca dedicato a Santa Lucia. Il testo — un panegirico in nove odi poetiche — esalta la purezza e il potere taumaturgico della martire. In una delle strofe, Metodio invoca Lucia con le parole: “Tu con la testa recisa che dormi tra le tombe”, e altrove: “con le tue preghiere illumina i ciechi, o tu che porti il nome della luce” (in greco: ταῖς σαῖς δεήσεσι φώτισον τοὺς τυφλούς, ὦ τοῦ φωτὸς ἐπώνυμε). Il kanon documenta che nel IX secolo la tradizione orientale considerava ancora Siracusa come sede delle spoglie.
Nell’878, con la caduta di Siracusa per mano degli Aghlabidi — ultimo baluardo bizantino in Sicilia —, il clero locale rimosse le reliquie dal sepolcro originario e le occultò in una galleria secondaria delle catacombe per sottrarle a possibili profanazioni. Le fonti storiche sull’assedio (cronache arabe di Ibn al-Athir, cronache bizantine) descrivono massacri e distruzioni nella città, ma tacciono completamente di Santa Lucia e del suo santuario. Il corpo rimase nascosto per 161 anni, fino al ritrovamento da parte delle truppe bizantine nel 1039.
Le grandi traslazioni storiche (XI-XIII secolo)
Il trafugamento di Giorgio Maniace e l’arrivo a Costantinopoli (1039)
Nel 1038 l’Impero bizantino, guidato dal generale Giorgio Maniace, lanciò una campagna per riconquistare la Sicilia orientale dal dominio arabo. Maniace prese Siracusa nel 1039 e, informato da un anziano del nascondiglio delle reliquie, individuò il luogo in cui erano state occultate. La cronaca di Leone Ostiense (Leo Marsicano), nella Chronica Monasterii Casinensis (II, 66), redatta intorno al 1100, riporta testualmente sotto l’anno 1039:
“Cumque… Siracusana civitas capta [sit], a sene quodam praefato duci mausoleum sanctae virginis Luciae proditum, eiusque sacrum corpus inde sublatum et in argentea theca… Constantinopolim est transmissum.”
Leone attesta che Maniace, una volta localizzato il mausoleo della martire, prelevò l’intero corpo (corpus integrum), lo fece riporre in una teca d’argento e lo spedì a Costantinopoli come trofeo imperiale. L’operazione si inseriva in una prassi consolidata dell’Impero bizantino: le reliquie dei territori riconquistati venivano trasferite alla capitale come segno di legittimazione del potere. Maniace aveva già inviato a Costantinopoli altre reliquie prestigiose, come la Lettera di Cristo ad Abgar, conquistata a Edessa nel 1032.
Secondo la tradizione siracusana, un vecchio custode del sepolcro sottrasse al corpo, prima della partenza, la tunica, il velo e le scarpette, che vennero conservati da una famiglia nobile locale. L’ultima discendente, divenuta badessa, donò questi oggetti alla chiesa di Siracusa. Oggi sono custoditi in un reliquiario d’argento del 1651 e vengono ostesi ogni anno il 13 dicembre nella cattedrale.
Il dibattito storiografico: l’imperatrice Teodora, Ottavio Gaetani e il silenzio delle fonti bizantine
Il gesuita siciliano Ottavio Gaetani (1566-1620), nella sua raccolta Vitae Sanctorum Siculorum, riferisce un racconto secondo cui Maniace avrebbe consegnato il corpo di Lucia all’imperatrice Teodora, che l’avrebbe fatto collocare in un monastero di monache dedicato a Santa Maria a Costantinopoli. Gaetani dichiarò di trarre tale notizia da appunti (schede) del letterato bizantino Costantino Lascaris, rifugiatosi a Messina nel 1465 e depositario di memorie costantinopolitane. La notizia è classificata come tradizione para-storica: Teodora nel 1039 non era imperatrice regnante (lo divenne solo nel 1042 e di nuovo nel 1055-56), e lo storico delle chiese bizantine Raymond Janin contesta l’esistenza di un monastero di Santa Maria nel quartiere dove Teodora risiedeva.
Il cronista Andrea Dandolo, nella sua Chronica Extensa del 1344, conferma la traslazione: scrive che gli imperatori bizantini Basilio e Costantino ordinarono di trasferire a Costantinopoli i corpi di Lucia e Agata dalla Sicilia. Dandolo colloca l’ordine sotto Basilio II e Costantino VIII, in realtà già morti nel 1039, probabilmente confondendo i regnanti.
Negli annalisti bizantini contemporanei mancano riferimenti diretti al trasporto delle spoglie di Santa Lucia: né lo storico Giovanni Scilitze né Giorgio Cedreno ne fanno menzione. La studiosa Marina Caffiero ha notato che nessun cronista bizantino menziona il trasferimento di Lucia, a differenza di quello di Sant’Agata (attestato dal vescovo Maurizio di Catania nel 1126). Resta verosimile che il corpo sia stato venerato a Costantinopoli in un santuario: Lucia figura nei sinassari bizantini come santa del 13 dicembre e compare nel Menologio di Basilio II.
La Quarta Crociata e il definitivo approdo a Venezia (1204-1205)
Durante il sacco di Costantinopoli della Quarta Crociata (aprile 1204), le forze veneziane del doge Enrico Dandolo requisirono numerose reliquie. Il cronista Andrea Dandolo narra nelle sue Chronica che i crociati, “trovati i corpi delle sante Agata e Lucia, che Basilio e Costantino avevano fatto portare da Sicilia a Costantinopoli”, il doge ottenne il corpo di santa Lucia e lo mandò a Venezia nel monastero di San Giorgio. Il cronista Marino Sanudo il Vecchio (Vite de’ duchi di Venezia) registra lo sbarco in laguna al 18 gennaio 1205. Martin da Canal (Les Estoires de Venise, circa 1275) conferma l’arrivo delle reliquie e menziona la processione di accoglienza.
L’arrivo si inseriva in una straordinaria stagione di acquisizione di reliquie per Venezia, che già custodiva il corpo di San Marco (trafugato da Alessandria d’Egitto nell’828). Nel 1204 i Veneziani arricchirono la città con spoglie di innumerevoli santi, tra cui San Nicola, Sant’Agata, San Giovanni Elemosiniere. Il corpo di Sant’Agata, patrona di Catania, fu successivamente restituito ai catanesi. Il corpo di Lucia fu invece trattenuto: la santa fu proclamata co-patrona di Venezia.
La cosiddetta Cronaca Veniera, compilata nel XVII secolo (codice marciano It. VII,17=9277), contiene un errore cronologico che ha generato confusione storiografica: colloca la traslazione a Venezia nell’anno 1026, attribuendola al doge Pietro Centranico. Gli storici concordano che si tratti di un errore meccanico dell’amanuense, che avrebbe letto “1026” invece di “1206”, anno immediatamente successivo al sacco di Costantinopoli.
La permanenza a Venezia: chiese, trasferimenti e vicissitudini (XIII-XX secolo)
San Giorgio Maggiore e il nubifragio del 13 dicembre 1279
Le reliquie furono inizialmente depositate presso il monastero benedettino di San Giorgio Maggiore, sull’isola omonima nella laguna. Il corpo richiamava ogni anno folle di devoti il 13 dicembre. Il 13 dicembre 1279, durante la processione di fedeli che si recavano in barca a San Giorgio per la festa, una tempesta improvvisa fece rovesciare alcune imbarcazioni e causò numerosi morti per annegamento. L’incidente spinse le autorità a trasferire la reliquia in città per ragioni di sicurezza pastorale. Il Senato veneziano decretò lo spostamento “onde evitare il ripetersi di simili sciagure”.
Il trasferimento alla chiesa di Santa Lucia in Cannaregio (1280-1313)
Il 18 gennaio 1280 — data scelta probabilmente perché anniversario dell’arrivo da Costantinopoli nel 1205 — il corpo di Lucia fu solennemente traslato da San Giorgio Maggiore alla terraferma. La destinazione fu la chiesa di Santa Maria Annunziata nel sestiere di Cannaregio, all’estremità occidentale del Canal Grande, piccola parrocchiale già popolarmente nota come chiesa di Santa Lucia per una precedente dedicazione attestata almeno dal 1167. Le reliquie furono accolte con una grande processione. Nel 1313 fu consacrata una nuova chiesa più grande, sempre intitolata a Santa Lucia, e il corpo fu solennemente deposto sotto l’altare maggiore.
Le dispute giurisdizionali e la Scuola dei Ciechi (XIV-XV secolo)
La venerazione di Santa Lucia divenne componente stabile della pietà veneziana: la santa era invocata come protettrice della vista. Accanto alla chiesa sorse nel 1323 una Scuola dei Ciechi posta sotto la protezione della santa, tra le più antiche istituzioni assistenziali per non vedenti in Europa.
La chiesa di Santa Lucia in Cannaregio era affiancata da un monastero femminile (monastero della Nunziata), retto da monache agostiniane. Nel 1441 papa Eugenio IV assegnò la parrocchia di Santa Lucia alle monache domenicane del vicino convento di Corpus Domini. Ne nacque una lunga contesa giuridica tra le due comunità religiose per il possesso delle reliquie, protrattasi per circa trent’anni. Intervenne papa Sisto IV: con un diploma del 1478, stabilì in via definitiva che il corpo di Santa Lucia restasse alle monache agostiniane della Nunziata, mentre alle domenicane del Corpus Domini fosse versato un indennizzo annuo di 50 ducati. Da allora il cenobio fu comunemente chiamato Monastero di Santa Lucia.
Il prelievo del 1579 per l’imperatrice Maria d’Austria
Nel 1579, durante un viaggio a Venezia, l’imperatrice Maria d’Asburgo (moglie di Massimiliano II) visitò la chiesa di Santa Lucia. Per farle dono di una reliquia, il Senato veneziano — col consenso del patriarca Giovanni Trevisan — fece prelevare “una piccola porzione di carne dal fianco sinistro del corpo della Santa, poco più d’un dito”, come documentato da Giorgio Polacco nella sua opera Della triplicata traslatione del corpo della gloriosa Vergine & Martire S. Lucia (1617). L’episodio dimostra che a quell’epoca il corpo incorrotto era visibile e accessibile. A seguito dell’evento, il Senato promulgò un decreto di tutela vietando ulteriori prelievi dalle reliquie.
La ricostruzione della chiesa (1609-1611) e le soppressioni napoleoniche
Tra il 1609 e il 1611 la vetusta chiesa gotica fu demolita e riedificata in forme rinascimentali, con facciata ispirata allo stile palladiano e due campanili gemelli. Il corpo della santa fu trasferito nella nuova struttura, collocato sotto l’altare maggiore, visibile ai pellegrini entro una grata.
Il 28 luglio 1806, per decreto di Eugenio di Beauharnais (viceré italico), il monastero di Santa Lucia fu soppresso: le monache agostiniane trovarono rifugio provvisorio presso il monastero di Sant’Andrea della Zirada, portando con sé il corpo. Nel 1807 rientrarono nell’antica sede riportando le spoglie nella chiesa. Nel 1810, con la soppressione definitiva di tutti i conventi veneziani, le religiose furono disperse; il corpo rimase nella chiesa, divenuta rettoria dipendente dalla parrocchia dei Santi Geremia e Biagio. Nel 1813, dopo la fine del dominio napoleonico, l’imperatore d’Austria Francesco I assegnò l’ex monastero a Santa Maddalena di Canossa, che vi insediò le Canossiane. Le suore abitarono il convento dal 1813 al 1846.

La demolizione della chiesa e l’approdo ai Santi Geremia e Lucia (1846-1863)
Nel 1846 iniziarono i lavori per la stazione ferroviaria di Venezia. Il convento di Santa Lucia, che si trovava proprio sul tracciato progettato, fu demolito nel 1848. La chiesa fu risparmiata in un primo momento, ma nel maggio-giugno 1860 anch’essa fu abbattuta per l’ampliamento del fabbricato viaggiatori.
L’11 luglio 1860, il patriarca Angelo Ramazzotti presiedette la traslazione solenne. Il Giornale di Venezia del 29 luglio 1860 riporta che l’urna fu scortata in barca lungo il Canal Grande fino alla vicina chiesa parrocchiale di San Geremia, situata alla confluenza tra Canal Grande e Canale di Cannaregio, a circa 200 metri dalla chiesa demolita. Il corpo fu esposto per sette giorni sull’altare maggiore, poi collocato provvisoriamente in un altare laterale in attesa di approntare una cappella dedicata.
L’11 luglio 1863, il patriarca Giuseppe Trevisanato consacrò la nuova Cappella di Santa Lucia all’interno di San Geremia, costruita riutilizzando marmi e materiali dell’abside della demolita chiesa di Santa Lucia. La parrocchia cambiò denominazione, divenendo Parrocchia dei Santi Geremia e Lucia. La stazione ferroviaria costruita sul sito della chiesa prese il nome di “Venezia Santa Lucia”, a perpetuare la memoria del luogo sacro demolito.
L’altare del 1930, l’incendio del 1998 e l’elevazione a Santuario (2018)
Nel 1930 l’architetto Gaetano Rossi progettò un nuovo altare-cappella, ruotando l’asse espositivo per rendere il corpo visibile da entrambi i lati della navata. Fu collocata un’urna in marmo giallo ambra sormontata da una statua giacente della santa, donata dal parroco monsignor Giovanni Sambo. Il 27 giugno 1998, un incendio colpì la chiesa dei Santi Geremia e Lucia; le fiamme danneggiarono parte dell’edificio, ma il corpo fu messo in salvo e la cappella rimase integra. Nel 2018, il Patriarcato di Venezia elevò la chiesa a Santuario diocesano di Santa Lucia. Sull’abside fu incisa la frase: “Lucia vergine di Siracusa… all’Italia e al mondo implori luce e pace.”
Tradizioni concorrenti, leggende e anacronismi storiografici
La pista franca di Metz
Una tradizione alternativa, radicata in ambito franco-germanico e diffusa a partire dal XII secolo, sostiene che le spoglie di Santa Lucia non sarebbero rimaste a Siracusa fino al 1039, ma sarebbero state traslate già intorno al 718 d.C. Secondo questa ricostruzione, il governatore bizantino di Sicilia Sergio, ribellatosi all’imperatore iconoclasta Leone III, avrebbe portato via il corpo di Lucia durante la fuga da Siracusa. Sergio si sarebbe rifugiato presso il duca longobardo di Benevento Romualdo II; le reliquie sarebbero passate al duca di Spoleto Faroaldo (per confusione dei nomi tra le cronache) e deposte a Corfinio in Abruzzo.
Il cronista Sigeberto di Gembloux (morto nel 1112), nella Vita Theoderici, riferisce che il vescovo Teodorico di Metz, venuto in Italia al seguito dell’imperatore Ottone II intorno al 970, avrebbe trafugato le reliquie da Corfinio e le avrebbe trasferite a Metz. A Metz fu dedicato un altare a Santa Lucia nel 972. Nel 1042, l’imperatore Enrico III chiese e ottenne un braccio della martire per il monastero di Limburg presso Spira.
La narrazione presenta numerose incongruenze: non risulta che Sergio portasse con sé reliquie; Benevento e Spoleto non ne hanno traccia nei propri annali; già lo storico Ottorino Bertolini (1941) notava confusioni tra Romualdo e Faroaldo. L’ipotesi più accreditata è che a Metz si venerasse un’altra santa omonima, forse Santa Lucia di Campania. La pista franca è considerata leggenda dagli storici: per Leone Ostiense il corpo era ancora a Siracusa nel 1039, e Andrea Dandolo afferma che fu portato a Venezia provenendo da Costantinopoli, non dalla Francia. In assenza di un esame al Carbonio-14 su entrambi i corpi, la questione non può dirsi risolta con certezza scientifica assoluta.
La tradizione pugliese: Maniace a Erchie
Una persistente leggenda locale in Puglia sostiene che Giorgio Maniace, durante il trasferimento del corpo a Costantinopoli nel 1039, abbia fatto tappa in terra pugliese. Il borgo di Erchie (Brindisi) rivendica un passaggio della santa: secondo la tradizione, Maniace sostò nella foresta Oritana, presso una sorgente a Erchie, dove i monaci basiliani locali poterono venerare le reliquie. Maniace avrebbe donato agli eremiti un osso di Lucia; tale osso fu deposto in una grotta trasformata in cappella, divenendo meta di pellegrinaggi medievali.
Questa ricostruzione non è suffragata da alcun documento storico coevo: né fonti bizantine né normanne menzionano soste di Maniace in Puglia con reliquie. Maniace dopo Siracusa combatté altrove e tornò a Costantinopoli per via marittima. Erchie conserva tuttora due piccole reliquie (un lembo di pelle e un frammento osseo di falange) di Santa Lucia, di probabile provenienza veneziana secentesca, non dal passaggio di Maniace. Le peregrinazioni contemporanee a Erchie (2014, 2019) sono riconoscimento di una devozione antica, non di un fatto storico.
L’errore della Cronaca Veniera e le leggende di transito nordeuropee
Come già accennato, la Cronaca Veniera (codice Marciano It. VII,17=9277) anticipa erroneamente la traslazione a Venezia al 1026, attribuendola al doge Pietro Centranico. L’errore — un “1026” letto al posto di “1206” — lega la traslazione ad eventi relativi al trasporto del corpo di San Isidoro dall’Oriente, avvenuto effettivamente in quegli anni. Gli storici la accolgono “con prudenza”.
Un’altra tradizione veronese racconta che le spoglie di Lucia sostarono a Verona nel X secolo, spiegando la popolarissima devozione luciana nella città scaligera e nell’intero nord Europa, dove il 13 dicembre è celebrato come festa della luce nei paesi scandinavi. Con ogni probabilità, si trattava di reliquie minori e non dell’intero corpo.
Lo stato del corpo, le ricognizioni canoniche e gli interventi estetici

La ricognizione del 1860 e il verbale del 1904
Nel 1860, in occasione del trasferimento ai Santi Geremia e Lucia, l’équipe medica incaricata dalla curia attestò lo stato di mummificazione naturale ben conservato. Fu documentata la mancanza di “una parte della cute coprente la mascella inferiore”.
Nel novembre 1904, sotto il Patriarca Aristide Cavallaro, fu condotta una ricognizione medica ufficiale del corpo. Il verbale — conservato inedito nell’Archivio del Patriarcato e citato dalla storica Maddalena Buscaino — descrive: “Il corpo aveva una tinta giallastra; il capo annerito con capelli neri sulla fronte; orbite coperte da membrana nera morbida con palpebre mummificate; pelle liscia e cedevole al tatto.” I medici certificarono che i resti si mantenevano “in uno stato veramente meraviglioso”. Furono documentate “ciocche di capelli di color castano” adese a frammenti di cuoio capelluto. L’esame identificò clinicamente una “membrana nera formata dagli occhi e dalle palpebre mummificate” nelle cavità orbitali: dato che confuta la tradizione agiografica dell’avulsione dei bulbi oculari durante il martirio, in quanto le strutture oculari, benché disidratate, risultavano presenti.
La ricognizione del 1904 documentò anche la mancanza di “buona parte del braccio sinistro, donato come reliquia a Papi e Sovrani” nel corso dei secoli. Non erano inoltre presenti la veste, il fazzoletto e i sandali originari, probabilmente rimossi al momento del prelievo di Maniace nel 1039 e rimasti a Siracusa.
La maschera d’argento di Minotto (1955)
Nel 1953 fu applicata al volto del corpo una maschera di cera fisiognomica, con l’intento di coprire le parti più deteriorate del cranio e delle cavità orbitali, in cui erano stati inseriti batuffoli di cotone. Il Patriarca Angelo Giuseppe Roncalli (futuro papa Giovanni XXIII), osservando le condizioni del corpo — come riportato nell’intervista del 2017 al parroco don Renzo Scarpa: “una ragazza di vent’anni con il teschio e con dei batuffoli di cotone sugli occhi” — disse: “Non è bello che una ragazza di quell’età si veda così, facciamo una maschera d’argento che ricopra i suoi resti mortali.”
Roncalli commissionò una nuova maschera allo scultore veneziano Sante (Santin) Minotto. L’opera in foglia d’argento massiccio fu modellata sulla base di un calco del volto e applicata nel 1955, previa autorizzazione della Congregazione dei Riti. La maschera copre il volto mummificato originario lasciando volutamente scoperta una piccola porzione di pelle mummificata dietro l’orecchio sinistro. Conferisce al corpo l’aspetto con cui è noto ai visitatori odierni.

I piedi mummificati restano la porzione dell’anatomia originaria mantenuta permanentemente visibile nella chiesa dei Santi Geremia e Lucia. Dal Canal Grande, una scritta sull’esterno della chiesa indica ai passanti dove riposa la Vergine Siracusana.
Il furto del 1981 e le perizie scientifiche
La dinamica del trafugamento (7 novembre 1981)
La sera del 7 novembre 1981, intorno alle ore 20:00, due malviventi armati fecero irruzione nella chiesa dei Santi Geremia e Lucia. Il parroco don Giovanni Manzato (John Mansato), in carica da appena quindici giorni, stava chiudendo la chiesa. All’interno si trovava anche una coppia di sposi in viaggio di nozze: Annamaria Muci di Nardò (provincia di Lecce) e il marito, entrati attratti dal grande lampadario della navata.
I due banditi — uno armato di pistola, con accento probabilmente veneto — gridarono “muoviti, muoviti”, tennero sotto minaccia il sacerdote e la coppia e li fecero distendere a terra faccia in giù. Uno dei malviventi raggiunse l’urna dove era custodito il corpo: la teca non disponeva ancora di vetri antiproiettile né antisfondamento. Infransero le lastre di cristallo e asportarono il tronco del corpo mummificato avvolto nelle vesti rosse, considerato la parte più preziosa dal punto di vista del riscatto. La testa con la maschera d’argento di Minotto e la corona furono lasciate sul pavimento, con ammaccature visibili.
Le indagini e i 36 giorni di angoscia
Nei giorni successivi giunsero diverse comunicazioni: una richiesta di riscatto di 200 milioni di lire con ultimatum al 30 novembre, inoltrata all’agenzia ANSA di Bologna; una richiesta bizzarra di lettura pubblica di brani di Primo Levi (Se questo è un uomo) nelle scuole del Veneto; minacce di ordigni esplosivi nella chiesa; false segnalazioni, tra cui una valigia lungo l’Aurelia tra Grosseto e Follonica segnalata alla redazione RAI di Milano il 1° dicembre, rivelatasi pista falsa.
Il questore di Venezia Ililio Cirfone coordinò le indagini con posti di blocco, intercettazioni telefoniche e pedinamenti. Emerse e fu smentita l’ipotesi della “mano siracusana”: il Patriarcato di Venezia smentì immediatamente qualsiasi coinvolgimento siracusano, bollando tale ipotesi come infondata. Da Siracusa giunsero solidarietà e preghiere: si organizzarono processioni penitenziali e veglie, e il Consiglio Comunale si mobilitò per invocare la restituzione della reliquia qualora fosse stata recuperata. Il frangente drammatico saldò un nuovo legame tra le due diocesi.
Il recupero del 13 dicembre 1981
Nella notte tra il 12 e il 13 dicembre 1981 — vigilia della festa liturgica della santa — un conciliabolo strettissimo tra il questore Cirfone e il patriarca Marco Cé portò alla svolta. Alle ore 7:30 del mattino del 13 dicembre, il Questore convocò una conferenza stampa straordinaria per le 8:00. Il corpo era stato ritrovato all’interno di un capanno da caccia in una “barena” (zona lagunare paludosa tipica di Venezia). Le spoglie erano “sostanzialmente integre”.
Intorno alle 12:00, gli agenti scesero dal vaporetto e consegnarono formalmente al patriarca Cé il corpo di Santa Lucia. A Siracusa, l’arcivescovo fu informato dalla prefettura e sospese la messa in corso per dare l’annuncio. Circa un migliaio di persone affluirono nella Basilica di Santa Lucia al Sepolcro, poi durante la processione serale alla Marina circa 20.000 persone accolsero la notizia agitando fazzoletti bianchi. Il giornalista Pino Filippelli, capo cronista del quotidiano La Sicilia e corrispondente RAI e ANSA, portò per primo la notizia a Siracusa. Le fotografie dell’evento sono di Pippo Saraceno.
Lo stesso giorno fu arrestato Gianfranco Tiozzo, con l’accusa di essere uno degli autori del trafugamento. Nei mesi successivi fu arrestata anche la sua compagna per favoreggiamento. Nel maggio 1982, al processo di primo grado, entrambi furono assolti per insufficienza di prove.
L’autopsia del prof. Carlo Martelli e i rilievi biometrici (17 dicembre 1981)
A seguito del recupero, il 17 dicembre 1981 il prof. Carlo Martelli eseguì un’autopsia medico-legale completa. I rilievi documentarono:
- Altezza dello scheletro: 1,43 metri
- Parametri compatibili con accrescimento femminile siciliano di epoca tardo-antica
- Proporzioni del bacino e degli arti corrispondenti a soggetto biologico femminile adulto
- Età apparente al decesso: circa vent’anni
- Cute mummificata con caratteristiche strutturali originarie conservate
- Tenuta strutturale dello scheletro confermata; nessuna asportazione anatomica recente
I danni riportati durante il sequestro compresero escoriazioni superficiali, accumulo di polvere calcarea e fioritura micotica da condensa, causata dal trasporto in sacchi di nylon nell’ambiente umido della barena lagunare. Da allora la teca fu sostituita con un’urna blindata dotata di vetri antisfondamento e sistema di allarme.
La ricostruzione fisiognomica al computer di Tanino Golino

Il ricercatore Tanino Golino utilizzò i dati biometrici rilevati dal prof. Martelli per elaborare una ricostruzione tridimensionale forense del volto di Santa Lucia. L’analisi digitale produsse un modello fisiognomico basato sulle misurazioni craniche e sulle proporzioni anatomiche documentate, offrendo per la prima volta un’ipotesi visiva dell’aspetto originario della martire.
Aldo Mantineo pubblicò nel 2014 L’Oltraggio e l’angoscia. I 36 giorni del rapimento del corpo di Santa Lucia (casa editrice Santognaro e Pupi, 64 pagine), basato su fonogrammi questurili, ricostruendo in dettaglio le fasi investigative. Il libro include un capitolo dedicato alla testimonianza di Annamaria Muci e le fotografie di Pippo Saraceno.
Dispersione anatomica e mappa europea delle reliquie minori
Le acquisizioni diplomatiche di padre Innocenzo Marcinò (1644-1650)
Tra il 1644 e il 1650, il padre cappuccino siciliano Innocenzo Marcinò (al secolo Giuseppe Marcinò da Caltagirone, 1589-1655) intraprese una sistematica ricerca di reliquie luciane presso le corti europee, viaggiando in Austria, Germania e Spagna. Marcinò — conosciutissimo in tutte le corti europee, nominato generale dei Cappuccini nel 1644 — acquisì e autenticò oltre 150 reliquie di vari santi. Per Santa Lucia documentò nel suo catalogo:
- Un pezzo dell’osso del braccio, donato dall’arciduchessa Claudia de’ Medici (oggi nella chiesa di Santa Maddalena a Caltagirone)
- Un pezzo della cannella (avambraccio), dall’arciduchessa Anna d’Austria
- Un pezzo della cannella da fra’ Cassiano di Anversa
- Un frammento della spalla, dal duca Massimiliano I di Baviera
- Una particella di braccio in custodia d’argento, autenticata dal nunzio apostolico Agnello
Marcinò aveva anche tentato di ottenere da Venezia il corpo intero o frammenti significativi, ma la Serenissima rifiutò. Le reliquie raccolte furono in parte destinate a Siracusa, in parte al convento dei Cappuccini di Caltagirone. Il frammento conservato a Caltagirone fu trafugato nel 2002 e restituito anonimamente nel 2019.
Le reliquie a Siracusa: la cannella del braccio e il simulacro
Grazie all’opera di Marcinò, entro il XVII secolo il Tesoro di Santa Lucia a Siracusa possedeva già due frammenti della cannella del polso sinistro, custoditi dal Seicento in reliquiari argentei nel Santuario. A Siracusa si conservano anche: un reliquiario con il dito che, secondo la leggenda, Lucia levò contro il giudice Pascasio; tre frammenti di costole inseriti in una teca d’oro all’interno del petto del simulacro argenteo processionale nel Duomo; le scarpette, il velo e la tunica della santa, conservati in un reliquiario d’argento del 1651 e ostesi ogni anno il 13 dicembre.
Le donazioni cinquecentesche e seicentesche
Nel 1556, la veneziana Eleonora de Vega ottenne alcune ossa di Santa Lucia per la Sicilia, tramite l’ambasciatore veneziano a Roma. Nel 1654, un reliquiario in argento a forma di braccio fu commissionato per la chiesa di Palazzolo Acreide (provincia di Siracusa), destinato a contenere l’osso del braccio con il dito proteso. Nel 1656, il padre cappuccino Innocenzo da Caltagirone ottenne ulteriori frammenti per la Sicilia orientale. Ad Aci Catena (provincia di Catania) si conserva una reliquia della spalla della santa.
La donazione dell’omero del patriarca Marco Cé (13 dicembre 1988)
Nel 1988, il patriarca di Venezia Marco Cé — d’intesa con la Santa Sede — operò una deroga storica al veto di intangibilità vigente dal 1579. Fu distaccato un frammento consistente dell’omero sinistro integro dal corpo di Santa Lucia. La reliquia fu consegnata il 13 dicembre 1988 all’arcivescovo di Siracusa monsignor Giuseppe Costanzo. Il gesto fu percepito come una “restituzione parziale” dopo quasi mille anni. L’omero sinistro — racchiuso in un reliquiario argenteo a raggiera — è oggi custodito nella Chiesa Cattedrale di Siracusa, in Piazza Duomo a Ortigia, e viene portato solennemente nelle processioni patronali. La donazione corrispose a una lacuna scheletrica già riscontrata durante la ricognizione del 1904, quando era stata documentata la mancanza di gran parte del braccio sinistro.
Rapporti diplomatici Siracusa-Venezia e storiche istanze di restituzione
Le ragioni teologiche e giuridiche del rifiuto veneziano
Per secoli, la Chiesa veneziana ha opposto alle richieste di restituzione quattro ordini di ragioni ricorrenti:
- Possesso legittimo: le reliquie furono acquisite iure belli durante la Quarta Crociata, secondo le consuetudini giuridiche medievali.
- Consolidamento devozionale: il culto veneziano si era radicato in oltre otto secoli di custodia ininterrotta; Santa Lucia è co-patrona di Venezia.
- Unità del corpo: la Chiesa scoraggia la frammentazione dei corpi dei santi; i patriarchi adducevano la responsabilità di tutelare l’incolumità e l’integrità delle spoglie.
- Motivo giuridico: la traslazione definitiva di un corpo santo richiede un decreto della Congregazione delle Cause dei Santi; senza istruttoria canonica, la richiesta non poteva essere accolta.
La quasi-restituzione del 1643 e l’opposizione delle monache
Nel 1634, il Senato siracusano avanzò formale richiesta a Venezia per la restituzione del corpo. Lo storico Giuseppe Maria Capodieci (Santa Lucia nella tradizione, storia ed arte, Siracusa 1813) documenta che nel 1643 si giunse a “una determinazione di restituire il corpo ai Siciliani”, ma la restituzione fu bloccata dall’opposizione delle monache agostiniane custodi delle reliquie, che si rifiutarono di consegnare il corpo. L’episodio segnò il momento di maggiore prossimità storica a un effettivo trasferimento. La Serenissima, in decadenza, aveva valutato di compiacere i siciliani, ma le suore si opposero in modo risolutivo.
L’iscrizione di Luigi Bignami nel Sepolcro vuoto (1912)
Nel 1912, l’arcivescovo di Siracusa Luigi Bignami, durante i restauri della cappella sepolcrale di Santa Lucia al Sepolcro, fece apporre un’iscrizione nel sarcofago vuoto delle catacombe: “Lucia sponsa Christi, omnis plebs te expectat” (“Lucia sposa di Cristo, tutto il popolo ti attende”). L’iscrizione trasformò il desiderio plurisecolare di restituzione in un segno permanente inciso nella pietra.
La petizione dei vescovi siciliani (1935) e l’intervento di Mussolini (1937)
Nel 1935, tutti i vescovi di Sicilia, sostenuti dal clero, dalle autorità locali e dai comuni dell’isola, sottoscrissero una petizione unitaria per riottenere il corpo. Per la prima volta, la richiesta era avanzata a livello collegiale dall’intero episcopato siciliano.
Nell’agosto 1937, Benito Mussolini visitò Siracusa per l’inaugurazione del Pantheon ai caduti. L’arcivescovo Ettore Baranzini presentò direttamente al capo del governo la richiesta di restituzione. Mussolini si mostrò favorevole e incaricò il gesuita padre Pietro Tacchi Venturi, suo intermediario presso la Santa Sede, di esplorare la questione a Venezia. Tacchi Venturi si recò dal patriarca Adeodato Giovanni Piazza, il quale oppose un netto rifiuto. In una lettera del 1938 indirizzata al comitato siracusano, Piazza scrisse che “le reliquie di Santa Lucia godono a Venezia di immemorabile venerazione, onde spostarle sarebbe contro la volontà dei Sommi Pontefici e del sensus fidelium”. L’operazione sfumò, nonostante la forte sponsorizzazione politica.
La leggenda del “colpo di mano” degli anni Quaranta
Nel clima esasperato delle mancate restituzioni, circolò la voce — trasmessa oralmente da padre Pippo Lombardo e riferita alla conferenza stampa del 2014 — di un gruppo di tre sacerdoti siracusani partiti in treno per Venezia negli anni Quaranta con l’intento di riprendersi il corpo con la forza. L’episodio non risulta documentato in fonti scritte e non ebbe seguito.
La mobilitazione civica contemporanea: Francesco Candelari (2016-2024)
Dal 2016 al 2021, il farmacista siracusano Francesco Candelari inviò missive annuali protocollate alla Casa Santa Marta in Vaticano, chiedendo l’intervento pontificio. Nel febbraio 2022, la Segreteria di Stato Vaticana rispose dichiarando che la questione “non è di competenza della Santa Sede”.
Il 10 novembre 2024, nella Borgata di Santa Lucia a Siracusa, si tenne una raccolta firme certificata in Piazza Santa Lucia. Furono raccolte oltre 400 firme. Nel giugno 2024, il Consiglio Comunale di Siracusa approvò una mozione chiedendo formalmente la restituzione definitiva delle spoglie alla città.
I rapporti istituzionali e il decreto di Leone XIV (2025)
Nel 2025, il pontefice Leone XIV promulgò una formale direttiva canonica stabilendo che l’iter per qualsiasi decisione riguardante le reliquie competa esclusivamente all’Arcivescovo Metropolita di Siracusa pro tempore, riconoscendo di fatto la legittimità procedurale della rivendicazione siracusana e chiarendo che la questione ricade nell’ambito di competenza dell’Arcidiocesi.
Le peregrinazioni temporanee contemporanee (1975-2024)
Dopo secoli di rigorosa stanzialità a Venezia, il divieto storico di spostamento delle spoglie ha conosciuto deroghe specifiche a partire dall’ultimo quarto del Novecento. L’autorità patriarcale ha autorizzato le cosiddette peregrinationes, trasferimenti temporanei per assecondare le richieste pastorali di diverse diocesi.
La prima uscita assoluta: Pesaro (1975)
La prima traslazione ufficiale del corpo al di fuori dei confini lagunari non ebbe come meta la Sicilia, bensì le Marche. Nel giugno 1975, il patriarca di Venezia Albino Luciani (futuro papa Giovanni Paolo I) accolse la richiesta dell’arcivescovo di Pesaro monsignor Gaetano Michetti, in occasione di festeggiamenti giubilari diocesani. Il decreto patriarcale consentì il trasferimento delle reliquie a Pesaro. Il corpo rimase esposto alla pubblica venerazione per circa una settimana, collocato sull’altare maggiore della cattedrale pesarese. Nel 1976, fu affissa una lapide commemorativa all’interno del duomo marchigiano a memoria dell’evento. Fu la prima uscita documentata delle reliquie dalla chiesa veneziana di San Geremia.
Il primo ritorno a Siracusa: XVII centenario del martirio (2004)
Per il XVII centenario del martirio (304-2004), maturò un accordo formale tra il patriarca cardinale Angelo Scola e l’arcivescovo di Siracusa Giuseppe Costanzo. La Santa Sede concesse il permesso di traslazione. Papa Giovanni Paolo II accordò speciali indulgenze ai fedeli. Il 14 dicembre 2004, un volo speciale riportò per la prima volta dopo 965 anni le spoglie di Lucia nella sua città natale.
Ad accompagnare il corpo furono inviati da Venezia il vicario patriarcale monsignor Orlando Barbaro, don Renzo Scarpa (parroco della chiesa dei Santi Geremia e Lucia) e il responsabile per le reliquie veneziano, monsignor Giuseppe Costantini. A Siracusa l’accoglienza fu trionfale: migliaia di fedeli e autorità accolsero l’urna al Foro Italico. Il corpo rimase esposto dal 14 al 20 dicembre nella Basilica di Santa Lucia al Sepolcro, poi partecipò alla processione annuale verso la Cattedrale, precedendo il simulacro argenteo. Il 21 dicembre l’urna fece ritorno a Venezia. Il giornalista Corrado Di Pietro documentò l’esperienza nel volume Cronaca di un ritorno (Editore Morrone, Siracusa, 2014).
Le traslazioni in Puglia: Erchie e Taranto (aprile-maggio 2014)
Nella primavera del 2014, il Patriarcato di Venezia concesse una peregrinatio in Puglia, promossa dalla diocesi di Oria. Già nel 2009, Erchie aveva ospitato l’ostensione di un reliquiario (omero del braccio destro) proveniente da Siracusa, con un afflusso di 60.000 pellegrini in nove giorni. Il successo di quell’esperienza portò il vescovo Vincenzo Pisanello a chiedere al Patriarca la traslazione del corpo intero.
Il 23 aprile 2014 alle ore 16:00, il corpo di Santa Lucia giunse per la prima volta a Erchie (Brindisi), accolto dal vescovo Pisanello e dal delegato patriarcale monsignor Sebastiano Amenta. L’urna rimase esposta nel Santuario di Santa Lucia di Erchie fino al 2 maggio, con messe solenni, veglie, conferenze e manifestazioni. Papa Francesco concesse l’indulgenza plenaria ai visitatori del santuario. L’afflusso complessivo fu stimato dalle forze dell’ordine in circa 100.000 pellegrini.
Terminata la sosta a Erchie, dal 2 al 4 maggio 2014 il corpo fu trasferito a Taranto, presso la parrocchia di Santa Lucia in via Millo. L’arcivescovo Filippo Santoro organizzò celebrazioni straordinarie. Domenica 4 maggio, le reliquie furono portate in processione su un carro infiorato dalla chiesa di Santa Lucia alla Cattedrale di San Cataldo nella città vecchia. Il corpo rimase esposto in Cattedrale fino alle ore 21:00 di domenica sera, poi ripartì per Venezia.
Il secondo ritorno a Siracusa (dicembre 2014)
Nel dicembre 2014, il corpo tornò nella città natale per la seconda volta. Il patriarca Francesco Moraglia accompagnò personalmente le reliquie, sottolineando la comunione ritrovata tra le due Chiese e definendo Siracusa “seconda casa” di Santa Lucia. Il 14 dicembre, l’urna atterrò a Siracusa e fu portata dapprima al Santuario della Madonna delle Lacrime per una messa solenne, poi trasferita in serata alla Basilica di Santa Lucia al Sepolcro per la durata dell’Ottavario. Il 20 dicembre, le spoglie presero parte alla processione verso la Cattedrale insieme al simulacro patronale. Il 22 dicembre, dopo la messa conclusiva presieduta dall’arcivescovo Salvatore Pappalardo, le spoglie rientrarono a Venezia.
In quell’occasione si formalizzò la prassi di una relazione fraterna tra le diocesi, con scambio di doni e la presenza costante del “prefetto delle reliquie” monsignor Costantini a tutela dell’urna. Fu concordata una cadenza indicativa decennale per le future peregrinazioni.
L’uscita locale a Zelarino (2019)
Il 5 maggio 2019, per la prima volta nella storia recente, le reliquie lasciarono il centro storico veneziano restando però in diocesi. Furono traslate nel quartiere di Zelarino, nella terraferma del comune di Venezia, presso la parrocchia di Santa Lucia per celebrare il 50° anniversario di fondazione. Il Patriarca presiedette la concelebrazione. L’episodio testimonia una mentalità più aperta maturata nel nuovo millennio.
Il tour siciliano e l’incontro con Sant’Agata (dicembre 2024)
Nel dicembre 2024, proclamato “Anno Luciano” dall’arcivescovo di Siracusa Francesco Lomanto, il corpo compì un pellegrinaggio regionale esteso, per la prima volta articolato in più tappe diocesane. Dopo la permanenza presso la Basilica di Santa Lucia al Sepolcro a Siracusa (dal 14 al 26 dicembre), l’urna visitò il comune di Carlentini — di cui Lucia è patrona — e poi Belpasso (provincia di Catania), dove l’arrivo era atteso, secondo le cronache parrocchiali, da oltre tre secoli.
L’apice simbolico della peregrinatio siciliana si svolse il 28 e 29 dicembre nel Duomo di Catania, dove le reliquie veneziane di Santa Lucia furono affiancate fisicamente a quelle di Sant’Agata, patrona di Catania. L’evento realizzò un incontro materiale inedito tra i resti delle due grandi martiri siciliane dell’antichità — trafugate insieme da Costantinopoli nel 1204 ma destinate a sorti divergenti — prima del rientro del corpo a Venezia il 30 dicembre. Papa Francesco inviò una lettera pastorale per l’occasione e concesse a Siracusa l’anticipo dell’Anno Santo 2025 di alcuni giorni in concomitanza con l’arrivo della Santa.
La meccanica istituzionale e i protocolli di traslazione
L’iter burocratico canonico e il Prefetto delle Reliquie
Lo spostamento di un corpo incorrotto di tale importanza è un processo complesso, regolato da norme di diritto canonico e codificato dal Patriarcato veneziano in appositi vademecum. Ogni traslazione necessita, in via preliminare, dell’emanazione di un decreto formale di autorizzazione firmato dal Patriarca di Venezia e, per i trasferimenti interdiocesani, di un nihil obstat emesso dalla Santa Sede (tramite la Congregazione delle Cause dei Santi). Il corpo viaggia costantemente accompagnato dalla sua authentica, il documento ecclesiastico provvisto di sigilli che ne certifica l’identità.
La responsabilità giuridica della movimentazione è affidata a un delegato patriarcale designato, il “Prefetto delle Reliquie”. Dal 2004, questo ruolo è ricoperto da don Gianmatteo Costantini, canonico veneziano e cappellano della Polizia di Stato. Costantini accompagna personalmente il corpo in ogni viaggio, custodisce le authenticae, appone e rimuove i sigilli patriarcali, e redige i verbali tecnici. La custodia legale dell’urna transita temporaneamente all’arcivescovo della diocesi ospitante, con passaggio formalizzato mediante verbali quotidiani di consegna e riconsegna firmati congiuntamente.
Misure di sicurezza, blindatura e polizze “fine arts”
Le spoglie non viaggiano mai esposte in modo diretto. Vengono sigillate all’interno di una teca da trasporto blindata e climatizzata, con cristalli ad alta resistenza balistica e sistemi per mantenere costanti umidità e temperatura interna. L’involucro è ancorato a una base dotata di supporti ammortizzati e sospensioni meccaniche, per ridurre al minimo vibrazioni e sollecitazioni cinetiche.
I portelloni della teca vengono chiusi e le giunture sigillate con ceralacca, sulla quale viene impresso lo stemma araldico del Patriarcato. La rottura dei sigilli è severamente vietata in assenza delle autorità preposte. L’intero tragitto — manovre di carico aeroportuale, fasi di sosta notturna, ostensioni pubbliche — si svolge sotto scorta armata ininterrotta della Polizia di Stato. Nel 2014, un aereo della Polizia fu messo a disposizione per il trasporto in Sicilia, con picchetto in alta uniforme all’imbarco.
Ogni sera, terminata l’esposizione ai fedeli, la teca viene chiusa, posta sotto sigillo in un luogo sicuro (spesso la sacrestia maggiore) con vigilanza armata notturna. Il mattino seguente, un verbale di “presa in carico” viene firmato prima della riapertura al culto. L’intera operazione è coperta da specifiche polizze assicurative internazionali con clausola “fine arts” (applicata per le opere d’arte di valore inestimabile), i cui oneri ricadono a totale carico della diocesi richiedente. Al rientro a Venezia, un ultimo verbale di riconsegna certifica l’integrità dei sigilli.
Il culto internazionale moderno
La devozione cattolica, ortodossa e scandinava
Il culto di Santa Lucia è diffuso in ambito cattolico, ortodosso e, in forme secolarizzate, nei paesi scandinavi, dove il 13 dicembre è celebrato come festa della luce. La tradizione nordica fu influenzata dalla Legenda Aurea di Jacopo da Varazze (XIII secolo), che diffuse il culto in tutta Europa.
La Chiesa ortodossa venera Santa Lucia nel calendario dei santi, riconoscendola come martire della Chiesa indivisa. Come riferito dal parroco don Renzo Scarpa nell’intervista del 2017, nella chiesa dei Santi Geremia e Lucia a Venezia la Chiesa ortodossa “viene sempre a pregare presso la Santa… con una devozione particolarissima per le reliquie”.
In America Latina, la devozione è radicata in Brasile, Colombia, Venezuela e Argentina, dove comunità di origine italiana hanno esportato il culto. A Buenos Aires, nel quartiere di Sant’Egidio, gli emigrati siracusani hanno fatto realizzare una copia del simulacro identica a quella siracusana e celebrano annualmente la festa della santa.
A Siracusa, il grido devozionale dei fedeli durante le processioni è “Evviva Santa Lucia, siracusana sì!” — unica città, secondo la tradizione locale, in cui si grida il nome della città stessa durante la festa patronale, come espressione di identità inscindibile tra la santa e il popolo.
Domande frequenti
Dove si trova il corpo di Santa Lucia?
Il corpo di Santa Lucia si trova nella chiesa dei Santi Geremia e Lucia a Venezia (Campo San Geremia, Cannaregio). È esposto permanentemente in un’urna blindata presso l’altare dedicato, a pochi passi dalla stazione ferroviaria di Venezia Santa Lucia.
Il corpo di Santa Lucia è mummificato?
Il corpo è parzialmente mummificato per un processo naturale di essiccazione avvenuto nelle catacombe siracusane. Lo scheletro conserva porzioni di cute e tessuti disidratati. Il volto è coperto da una maschera d’argento dal 1955, mentre i piedi mummificati sono visibili.
Perché il corpo di Santa Lucia è a Venezia e non a Siracusa?
Il corpo fu portato a Costantinopoli dai bizantini nel 1039 e successivamente a Venezia nel 1204-1205, durante la Quarta Crociata. Venezia ha trattenuto le reliquie per oltre otto secoli, respingendo le richieste di restituzione avanzate da Siracusa.
Il corpo di Santa Lucia è stato rubato?
Il 7 novembre 1981, due malviventi armati trafugarono il corpo dalla chiesa dei Santi Geremia e Lucia. Fu recuperato dopo 36 giorni di indagini, il 13 dicembre 1981, giorno della festa liturgica della santa, in un capanno nelle barene della laguna veneta.
Santa Lucia aveva gli occhi strappati?
La tradizione agiografica attribuisce alla santa l’avulsione dei bulbi oculari durante il martirio. Le ricognizioni mediche del 1904 e del 1981 hanno riscontrato la presenza di membrane oculari mummificate nelle cavità orbitali, dato che smentisce l’asportazione degli occhi.
Quanto era alta Santa Lucia?
L’autopsia del 1981 condotta dal prof. Carlo Martelli misurò un’altezza dello scheletro di 1,43 metri, compatibile con i parametri di accrescimento femminile in Sicilia nel IV secolo d.C.
Si può visitare il corpo di Santa Lucia?
La chiesa dei Santi Geremia e Lucia è aperta al pubblico tutti i giorni (08:30-12:00 e 16:00-18:00). L’ingresso è libero. È richiesto silenzio e abbigliamento consono. La chiesa si trova a circa 300 metri dalla stazione ferroviaria Venezia Santa Lucia.
Esistono reliquie di Santa Lucia a Siracusa?
Siracusa custodisce diversi frammenti: due porzioni di avambraccio (cannella) del polso sinistro, presenti dal XVII secolo grazie alle acquisizioni di padre Innocenzo Marcinò; un frammento dell’omero sinistro donato dal patriarca Marco Cé nel 1988; tre frammenti di costole inseriti nel simulacro argenteo processionale; un reliquiario con il dito della santa; la tunica, il velo e le scarpette, conservati in un reliquiario d’argento del 1651.
Fonti
- Passio Sanctae Luciae (redazione greca BHG 995 e redazione latina BHL 4992, V-VI sec.).
- Leone Ostiense (Leo Marsicano). Chronica Monasterii Casinensis. c. 1100. (MGH Scr. VII, p.675; Migne PL 173).
- Sigeberto di Gembloux. Vita Theoderici episcopi Mettensis. c. 1112.
- Andrea Dandolo. Chronicon Extensum. 1344. (RIS XII,1 p.280).
- Marino Sanudo il Vecchio. Vite de’ duchi di Venezia.
- Martin da Canal. Les Estoires de Venise. c. 1275.
- Gaetani, Ottavio. Vitae Sanctorum Siculorum. Palermo, 1657.
- Polacco, Giorgio. Della triplicata traslatione del corpo della gloriosa Vergine & Martire S. Lucia. Venezia, 1617.
- Bollandisti. Acta Sanctorum, vol. December II. Bruxelles, 1864.
- Capodieci, Giuseppe Maria. Santa Lucia nella tradizione, storia ed arte. Siracusa, 1813.
- Orsi, Paolo. «Insigne epigrafe di Euschia». Bollettino di Paletnologia Italiana, 1895.
- Agnello, Salvatore. Siracusa Sacra. Palermo, 1896.
- Niero, Antonio. Santa Lucia vergine e martire. Stamperia di Venezia, 1957.
- Buscaino, Maddalena. Santa Lucia. Trapani, 1995.
- Amore, Agostino. Voce «Lucia» in Bibliotheca Sanctorum, vol. VIII. Roma, 1966.
- Caffiero (Cafà), Marina M. «Sulla translatio di S. Agata…». Synaxis, 26. 2008.
- Bertolini, Ottorino. Roma di fronte a Bisanzio e ai Longobardi. 1941.
- Musolino, Giovanni. Santa Lucia a Venezia: storia, culto, arte. Venezia, 1987.
- Ferrara, Salvatore. Santa Lucia vergine e martire nella devozione del popolo siracusano. 1958.
- Mantineo, Aldo. L’Oltraggio e l’angoscia. I 36 giorni del rapimento del corpo di Santa Lucia. Santognaro e Pupi, 2014.
- Di Pietro, Corrado. Cronaca di un ritorno. Editore Morrone, Siracusa, 2014.
- Golino, Tanino. Ricostruito al computer il probabile volto di Santa Lucia (studio forense 3D basato sulle misurazioni del 1981).
- Gervasi, Noemi. Culto di S. Lucia a Siracusa. Tesi, Università di Padova, 2020.
- Archivio Storico del Patriarcato di Venezia: fascicoli decreti di traslazione (1975, 2004, 2014, 2024); referti di ricognizione canonica (1860, 1904, 1981).
- Archivio Storico dell’Arcidiocesi di Siracusa e Deputazione della Cappella di S. Lucia: carteggio di padre Innocenzo Marcinò (1644-1650); atto di donazione dell’omero (card. Marco Cé, 13 dicembre 1988).
Scheda aggiunta da Alessandro Calabrò il 21 febbraio 2026.
