Ermocrate

Stratega e statista siracusano del V secolo a.C.: guido la resistenza che anniento la spedizione ateniese (413 a.C.) e fu suocero e modello di Dionisio I.
Aggiornato in data 8 Giugno 2026 da Alessandro Calabrò
Ermocrate
Dipinto della distruzione dell'esercito ateniese a Siracusa nel 413 a.C.
La distruzione dell’esercito ateniese a Siracusa (413 a.C.) in un’illustrazione di J. Steeple Davis (1900 circa): la vittoria che fu l’apice della carriera di Ermocrate. (Pubblico dominio.)
Nome grecoἙρμοκράτης (Hermokrates)
RuoloStratega e statista siracusano
PadreErmone
MorteSiracusa, circa 407 a.C.
EpocaV secolo a.C.
Noto perIl Congresso di Gela; la vittoria sulla spedizione ateniese (413 a.C.)

Ermocrate (in greco Ἑρμοκράτης, Hermokrates; figlio di Ermone; morto a Siracusa intorno al 407 a.C.) fu uno stratega e uomo politico siracusano, la figura di maggior rilievo della città nell’ultimo trentennio del V secolo a.C. Guidò la resistenza che annientò la grande spedizione ateniese del 415-413 a.C., la più grave disfatta mai subita da Atene.

Sostenitore dell’unità dei Greci di Sicilia contro le ingerenze straniere, abile oratore e comandante, Ermocrate concluse la sua parabola in esilio e morì tentando di rientrare con la forza nella città che aveva salvato. La sua eredità passò al giovane Dionisio I, suo partigiano e poi genero, che su quelle premesse avrebbe costruito la tirannide.

Il Congresso di Gela (424 a.C.)

Le notizie sicure su Ermocrate cominciano nel 424 a.C., quando le città greche di Sicilia si riunirono a Gela per porre fine alle proprie guerre intestine. Quelle guerre avevano offerto ad Atene il pretesto per un primo intervento nell’isola: la ionica Leontini, in lotta con la dorica Siracusa, aveva mandato ad Atene come ambasciatore il celebre retore Gorgia, ottenendone l’invio di una squadra navale (427 a.C.). In quell’occasione Ermocrate pronunciò il discorso che Tucidide gli attribuisce (e che, come tutti i discorsi dello storico, è una rielaborazione): un appello all’unità dei Sicelioti e alla diffidenza verso gli Ateniesi, venuti col pretesto di aiutare gli alleati ma in realtà per dominare l’isola. «Apparteniamo tutti allo stesso nome di Sicelioti», fece dire Tucidide, in quello che è considerato il primo enunciato di una coscienza siciliana.

L’appello ebbe successo: i Sicelioti fecero la pace lasciando a ciascuno ciò che possedeva, e gli Ateniesi furono costretti a ritirarsi; al loro ritorno Atene processò e punì i comandanti per non aver saputo sottomettere la Sicilia, segno di quanto già mirasse all’isola. Ermocrate ne uscì come il principale uomo politico siceliota, fautore di una linea che si potrebbe riassumere nel principio «la Sicilia ai Siciliani».

L’allarme della spedizione ateniese (415 a.C.)

Carta dell'assedio ateniese di Siracusa del 415-413 a.C. con le Epipoli e il Porto Grande
L’assedio ateniese di Siracusa (415-413 a.C.): l’altopiano delle Epipoli, i muri e il Porto Grande. (Pubblico dominio.)

Nel 415 a.C. Atene lanciò contro Siracusa la più grande spedizione mai allestita, oltre cento navi e migliaia di opliti, guidata da tre strateghi dalle vedute opposte: il prudente Nicia, contrario all’impresa, l’ambizioso Alcibiade e Lamaco, che proponeva di assalire subito Siracusa finché era nel panico. Prevalse la linea attendista, e il tempo così perduto si sarebbe rivelato provvidenziale per i Siracusani. Quando la notizia della spedizione giunse in città, l’assemblea era incredula. Ermocrate prese la parola (Tucidide, VI, 33-34) per avvertire che il pericolo era reale e che bisognava prepararsi e affrontare gli Ateniesi perfino per mare; il demagogo Atenagora lo derise, negando la minaccia, finché un magistrato chiuse il dibattito disponendo comunque i preparativi.

La previsione di Ermocrate si avverò. Egli fu eletto tra gli strateghi e, per dare unità al comando, fece ridurre i generali a tre, lui compreso, con Eraclide e Sicano. Intanto Atene si privava del suo capo più brillante: Alcibiade, richiamato in patria per lo scandalo della mutilazione delle Erme e della profanazione dei misteri, preferì fuggire e passare agli Spartani, ai quali consigliò proprio di inviare un comandante in soccorso di Siracusa. La lucidità di Ermocrate nel valutare il nemico fu, fin dall’inizio, la risorsa principale dei Siracusani, mentre gli Ateniesi sprecavano tempo nelle esitazioni di Nicia.

La difesa di Siracusa

Veduta del Porto Grande di Siracusa dall'altopiano delle Epipoli
Il Porto Grande di Siracusa visto dalle Epipoli: qui si decise la guerra contro Atene. (Foto Verity Cridland, CC BY 2.0.)

La guerra si combatté soprattutto sull’altopiano delle Epipoli. Gli Ateniesi se ne impadronirono salendo per l’Eurialo, prima che il corpo scelto di seicento Siracusani guidato da Diomilo potesse fermarli, e di lassù cominciarono a chiudere la città con un muro di circonvallazione; i Siracusani risposero con contromuri, in una serie di assalti in cui cadde il generale ateniese Lamaco. Decisivo fu l’appello a Corinto e a Sparta, che Ermocrate sostenne: il comandante spartano Gilippo, sbarcato a Himera e risalito proprio per l’Eurialo che Nicia aveva lasciato incustodito, riorganizzò la difesa e ribaltò le sorti dell’assedio (414 a.C.). Le fonti antiche attribuiscono a lui il merito militare della riscossa; Ermocrate, deposto dalla carica di stratega, gli restò accanto come consigliere.

Sul mare, fu proprio Ermocrate a persuadere i Siracusani che il dominio navale di Atene non era né ereditario né eterno e che potevano sfidarla (Tucidide, VII, 21). Nello spazio chiuso del Porto Grande, dove le manovre ateniesi perdevano efficacia, i Siracusani accorciarono e rinforzarono le prore delle navi per lo scontro frontale, sfondando quelle più leggere degli avversari. La conquista del forte ateniese di Plemmirio, che Tucidide giudica la prima e principale causa della rovina di Atene, e una serie di vittorie navali chiusero progressivamente la trappola. L’arrivo dei rinforzi guidati da Demostene (413 a.C.) non cambiò le sorti: un disperato assalto notturno alle Epipoli, condotto al buio e nel caos, si risolse in un massacro.

La disfatta di Atene (413 a.C.)

La Latomia del Paradiso a Siracusa, antica cava di pietra
La Latomia del Paradiso: nelle cave di pietra di Siracusa furono rinchiusi i settemila prigionieri ateniesi. (Foto Palickap, CC BY-SA 4.0.)

Quando gli Ateniesi si decisero infine a ritirarsi via mare, un’eclissi di luna li bloccò: Nicia, superstizioso, impose di attendere un nuovo ciclo lunare, e quel ritardo costò la flotta. Nel settembre del 413 a.C., nella grande battaglia navale del Porto Grande, di cui i Siracusani avevano sbarrato l’imboccatura, quasi duecento navi si scontrarono nello spazio più angusto, mentre i due eserciti seguivano la lotta dalla riva con angoscia opposta; la flotta ateniese fu annientata. Non restava che la ritirata via terra. Fu allora che Ermocrate mise in atto il suo stratagemma più celebre (Tucidide, VII, 73): poiché i Siracusani, presi dai festeggiamenti per un sacrificio a Eracle, non erano pronti a muoversi, e temendo che il nemico fuggisse di notte, mandò di nascosto a Nicia dei falsi messaggeri che, fingendosi suoi informatori segreti, lo avvertirono di non partire perché le strade erano sorvegliate. Nicia, ingannato, rinviò la partenza, e i Siracusani ebbero il tempo di bloccare i passi.

La ritirata si trasformò in catastrofe. L’esercito, diviso in due colonne, fu inseguito e fatto a pezzi: si arrese prima Demostene, poi Nicia, dopo che il grosso degli uomini era stato sterminato al fiume Assinaro, dove gli Ateniesi assetati continuavano a bere l’acqua mista al sangue mentre venivano massacrati. I due generali furono messi a morte, contro il parere di chi avrebbe voluto risparmiarli; secondo Diodoro fu proprio Ermocrate a chiedere clemenza per i prigionieri, opponendosi alla durezza del demagogo Diocle. Le migliaia di soldati catturati, settemila secondo Tucidide, furono ammassati nelle latomie, le cave di pietra della città, esposti al sole e al freddo e decimati dalla fame e dal fetore dei cadaveri; alcuni, si disse, ebbero salva la vita perché sapevano recitare i versi di Euripide. Per Atene fu un colpo da cui non si sarebbe più ripresa, una svolta nella guerra del Peloponneso.

Nell’Egeo e l’esilio

Decadramma d'argento di Siracusa firmato da Eveneto, fine V secolo a.C.
Decadramma d’argento di Siracusa firmato da Eveneto: la splendida monetazione legata alla vittoria su Atene. (Foto Carl Malamud, CC BY 2.0.)

Forte del prestigio della vittoria, Siracusa inviò nel 412 a.C. una squadra navale nell’Egeo, in aiuto di Sparta contro Atene, e ne affidò il comando a Ermocrate. Nelle operazioni sul fronte microasiatico egli si distinse anche per l’indipendenza: fu l’unico a protestare contro i tagli alla paga imposti dal satrapo persiano Tissaferne e ne denunciò poi apertamente il doppio gioco. Nella battaglia di Cizico (410 a.C.) la flotta peloponnesiaca fu annientata e gli equipaggi siracusani diedero alle fiamme le proprie navi per non lasciarle al nemico.

Proprio mentre era lontano, a Siracusa la fazione democratica radicale guidata da Diocle prese il sopravvento, instaurò una democrazia piena con le magistrature estratte a sorte e le severe «leggi di Diocle», e fece decretare l’esilio di Ermocrate e degli altri comandanti, troppo potenti e di orientamento aristocratico. La notizia lo raggiunse a Mileto; egli cedette il comando rispettando la legge, nonostante i soldati lo volessero trattenere. Per tornare in patria ottenne il sostegno finanziario del satrapo Farnabazo.

Il ritorno e la morte (407 a.C.)

Erano gli anni della grande offensiva cartaginese: nel 409 a.C. l’esercito di Annibale Magone aveva raso al suolo Selinunte e Himera. Rientrato in Sicilia col denaro di Farnabazo, Ermocrate fece proprio di Selinunte, in parte rifortificata, la base da cui raccolse esuli e mercenari, fino a seimila uomini. Si presentò come difensore dei Greci conducendo scorrerie contro i territori cartaginesi della Sicilia occidentale, da Mozia a Panormo, e, con un gesto calcolato, raccolse le ossa dei caduti siracusani di Himera rimaste insepolte e le riportò solennemente in città su carri sontuosi, screditando Diocle, accusato di averle abbandonate, che fu a sua volta esiliato.

I Siracusani, però, lo temevano come un aspirante tiranno e non lo richiamarono. Chiamato dai suoi sostenitori, nel 407 a.C. Ermocrate tentò di entrare in città con la forza, di notte, attraverso la porta dell’Acradina; ma indugiò ad aspettare i ritardatari, e i cittadini in armi, accorsi nell’agorà, lo uccisero insieme alla maggior parte dei suoi. Tra i suoi seguaci feriti e dati per morti c’era il giovane Dionisio, che pochi anni dopo, divenuto tiranno, ne avrebbe sposato la figlia, sua prima moglie, destinata a una fine tragica durante una rivolta. La parabola di Ermocrate, capo carismatico appoggiato a mercenari e a clientele personali, prefigurò la tirannide dionisiana; ma, a differenza del genero, egli aveva agito quasi sempre entro le istituzioni, e solo l’ultimo, fatale colpo di mano ne fu l’eccezione.

Le fonti

Busto marmoreo dello storico Tucidide
Busto di Tucidide, la fonte principale sulla carriera di Ermocrate. (Pubblico dominio.)

La fonte cardine è Tucidide (La guerra del Peloponneso), che segue Ermocrate dal Congresso di Gela (libro IV) alla spedizione ateniese (libri VI-VII) e alle operazioni nell’Egeo (libro VIII), riportandone i discorsi. La vicenda prosegue in Senofonte (Elleniche, I) per l’esilio e in Diodoro Siculo (libri XII-XIII) per il ritorno e la morte; episodi della guerra siciliana sono anche in Plutarco (Nicia). La fama di Ermocrate era tale che Platone progettò di dedicargli un dialogo, l’Ermocrate, terzo di una trilogia dopo il Timeo e il Crizia, che però non scrisse mai. Romanzato, Ermocrate divenne perfino il padre della protagonista nel più antico romanzo greco a noi giunto, Cherea e Calliroe di Caritone. Tra gli studi moderni: M. Intrieri, Ermocrate. Siceliota, stratego, esule (2021); H. D. Westlake, «Hermocrates the Syracusan» (1958); D. Kagan, The Peace of Nicias and the Sicilian Expedition (1981).

Voci collegate

Fonti e bibliografia

  • Tucidide, La guerra del Peloponneso, IV (58-65), VI-VII, VIII
  • Senofonte, Elleniche, I; Diodoro Siculo, Biblioteca storica, XII-XIII (XIII, 63 e 75)
  • Plutarco, Vita di Nicia
  • M. Intrieri, Ermocrate. Siceliota, stratego, esule, Pisa, ETS, 2021
  • Wikidata: Q367407 · Wikipedia: Ermocrate (IT), Hermocrates (EN)

📷 Foto della community

Carico le foto…

Da non perdere a Siracusa

Le voci più cercate di Aretusapedia.