![]() Il Castello Maniace di Siracusa, prima prigione di Gaetano Abela dopo l’arresto del 21 dicembre 1818. | |
| Nascita | Siracusa, 24 gennaio 1778 |
|---|---|
| Morte | Palermo, 30 dicembre 1826 (48 anni), fucilato nel forte di Castellammare |
| Titoli | Barone, Cavaliere del Sovrano Militare Ordine di Malta |
| Genitori | Giuseppe Abela e Diamante, VI barone del Camelio; Concetta dei principi della Torre |
| Carriera militare | Cavaliere di Malta (1798); colonnello dei corazzieri nell’esercito napoleonico francese; colonnello dell’esercito siciliano nel 1820 |
| Affiliazioni | Carboneria (fondatore a Siracusa, 1817); vendita «Costanza alla prova», Palermo 1820 |
| Figlio | Ilarione Abela (13 anni nel 1826) |
| Toponimo | Via Gaetano Abela, Ortigia, Siracusa |
Gaetano Abela (Siracusa, 24 gennaio 1778 – Palermo, 30 dicembre 1826) fu un patriota siciliano del Risorgimento, barone, Cavaliere del Sovrano Militare Ordine di Malta e colonnello dei corazzieri nell’esercito napoleonico francese. Rientrato in Sicilia nel 1817, fu il principale introduttore della Carboneria a Siracusa e in Val di Noto. Arrestato una prima volta nel dicembre 1818, liberato dai moti del 1820, divenne colonnello dell’esercito siciliano indipendentista durante la rivoluzione palermitana e fondò la vendita carbonara «Costanza alla prova» con intendimenti separatisti. Riarrestato dopo il fallimento della guerriglia del Val di Noto, fu detenuto cinque anni in tre fortezze, condannato a morte dalla Suprema Commissione per i reati di Stato e fucilato all’alba nel forte di Castellammare a Palermo, abbandonato dai compagni carbonari. A Siracusa la sua memoria è ricordata da una via che dal centro di Ortigia raggiunge il lungomare.
Origini e famiglia
La famiglia Abela era di antica origine ispano-sicula, attestata in Sicilia dalla fine del XIII secolo. Si imparentò nei secoli con il governo dell’isola di Malta, dove Raimondo Abela fu maresciallo del regno e governatore nel 1398, e contò fra i suoi membri illustri il commendatore gerosolimitano fra Gianfrancesco Abela, autore della Descrizione di Malta stampata a Malta nel 1647. Lo stemma è blasonato «d’azzurro, al capriolo d’oro, accompagnato da tre stelle di sei raggi dello stesso. Corona di barone». A Siracusa la famiglia possedeva due palazzi nobiliari in Ortigia, uno in via Mirabella con elementi gotici catalani del XIV-XV secolo, l’altro in via Cavour con porta ogivale trecentesca.
La baronia di Camelio, sezione del feudo di Bibbia (a sua volta sezione di Bibino Magno), entrò nella famiglia il 18 maggio 1596 con l’investitura di Giuliano Abela. Si trasmise per via maschile fino al nonno paterno di Gaetano, Ignazio Abela IV barone del Camelio, marito di Costanza Diamante. Antonino Abela, V barone, morì senza eredi a Siracusa il 5 aprile 1799. Il padre di Gaetano, Giuseppe Abela e Diamante, fu investito come VI barone del Camelio il 4 gennaio 1802 in qualità di fratello di Antonino. La madre, Concetta, apparteneva ai principi della Torre.
Gaetano era il secondo di sette fratelli: Ignazio, Gaetano stesso, Giuseppe (compagno di cospirazione carbonara), Melchiorre, Concetta, Caterina e Maria.
Cavaliere di Malta e ufficiale napoleonico
Nel 1795 si arruolò come volontario nel terzo battaglione di stanza a Girgenti, l’odierna Agrigento. Nel 1798 si recò a Malta, dove fu investito Cavaliere del Sacro Ordine Gerosolimitano e partecipò alle ultime operazioni della flotta dell’Ordine contro la pirateria barbaresca. Si recò anche in Terrasanta. Nel 1799 vide rifiutata la propria richiesta di servire nella Real Marina borbonica.
Dopo l’occupazione napoleonica di Malta, strinse amicizia con il generale L. Girard, aiutante di campo di Napoleone, e si arruolò nell’esercito francese. Servì la Francia per tredici anni, fra impieghi militari e civili, salendo dal grado di tenente a quello di colonnello dei corazzieri. Partecipò all’occupazione napoleonica di Napoli sotto Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat; a Calais aderì alla Massoneria. Nel 1812 si dimise dall’esercito imperiale e passò all’amministrazione civile come ricevitore nel Dipartimento Toscano, controllore delle dogane a Napoli, capo divisione di polizia e ispettore capo della sanità.
Nel 1803 era stato sospeso temporaneamente dall’Ordine di Malta per condotta scorretta, ma ottenne la grazia per intercessione dell’Ordine stesso.
La Carboneria a Siracusa (1817)
Caduto Napoleone, nel 1817 rientrò in Sicilia con il fratello Giuseppe. Il Dizionario Biografico degli Italiani lo indica come «fra i primi a diffondere nell’isola le idee della Carboneria napoletana». Lo storico Valentino Labate, nel suo Un decennio di Carboneria in Sicilia 1821-1831 (1904), scrive: «La Carboneria fu installata a Siracusa fin dal 1817 dai fratelli Abela, da Daniello Caporosso, chirurgo del Reggimento Borbone, dal tenente Coccoli e da altri ufficiali».
Le quattro vendite carbonare siracusane nacquero in quegli anni:
- una nel quartier Nuovo, detta Cianea
- una nel Castello Maniace, detta Vezzosa
- una nel quartier Vecchio
- una nell’infermeria dei Padri Cappuccini
Bartolomeo Sestini, poeta improvvisatore pistoiese, fu uno dei primi emissari della rete; fu arrestato a Palermo nell’aprile 1819 e imbarcato per Livorno il 31 luglio 1819 fra gli esiliati. Il fratello Giuseppe Abela transitò per Caltagirone nell’aprile 1818 promettendo che «da suo fratello don Gaetano Abela avrebbe fatto mandare istruzioni e carte».
Primo arresto e prigionia a Napoli (1818-1820)
Il 21 dicembre 1818 Gaetano fu arrestato a Siracusa insieme al fratello Giuseppe in seguito a una denuncia: il commissario di polizia Franco aveva individuato un suo manoscritto sedizioso che dichiarava illegittima la dinastia borbonica in Sicilia. Trasferito al Castello Maniace, fu poi imbarcato nel marzo 1819 sul pacchetto Leone per Napoli, dove fu rinchiuso a Castel Sant’Elmo. Il fratello Giuseppe fu deportato al forte dell’Aquila. Senza processo formale, Ferdinando I lo condannò a cinque anni di reclusione.
Durante la prigionia napoletana proseguì l’attività cospirativa, redigendo il manoscritto anti-borbonico già citato. Lo scoppio della rivoluzione napoletana del luglio 1820 lo liberò improvvisamente.
La rivoluzione siciliana del 1820 e la vendita «Costanza alla prova»
Il 6 luglio 1820 Abela si imbarcò per la Sicilia. A Palermo era già in corso l’insurrezione indipendentista, distinta da quella napoletana per il carattere separatista: il 14 luglio era giunta in città notizia della Costituzione spagnola; il 18 luglio si era insediata una Giunta provvisoria presieduta dal cardinale Pietro Gravina; il 24 luglio Giuseppe Alliata principe di Villafranca era stato accolto «in trionfo» e posto al vertice della Giunta.
Abela divenne, secondo Labate, «uno dei più strenui sostenitori dell’indipendenza» e fu promosso colonnello dell’esercito siciliano, posto al comando della IV Divisione Val di Noto, forte di circa quattrocento uomini, destinata a operare contro Siracusa. Fondò una propria vendita carbonara denominata «Costanza alla prova», esplicitamente separatista. Partecipò il 22 settembre 1820 alla capitolazione di Termini Imerese, accordo fra il generale napoletano Florestano Pepe e il principe di Villafranca, che però «abbandonò il programma separatista»: secondo il DBI, «l’Abela non ebbe più seguito».
La sua divisione si ammutinò durante la marcia, a Licata fu assalito dalla popolazione, salvò la vita per poco e venne catturato sulla via di Palermo dalle truppe del generale Pietro Colletta.
Secondo arresto, processo e fucilazione (1820-1826)
Riarrestato a Palermo il 28 ottobre 1820, Abela fu trasferito nel febbraio 1821 alla cittadella di Messina. Il 28 settembre 1822 beneficiò di un’amnistia, ma una serie di lettere sequestrate alle sorelle Avallone nel luglio 1822 a Napoli (oggi conservate all’Archivio di Stato di Palermo) lo riportarono in carcere per la prosecuzione dell’attività cospirativa.
Il caso Abela è studiato dalla storiografia giuridica come esempio dell’uso politico del diritto penale borbonico: passò davanti a magistrature ordinarie, straordinarie e a una commissione militare, prima di approdare alla Suprema Commissione per i reati di Stato di Palermo. Dopo la cittadella di Messina fu nuovamente ricondotto nelle prigioni di Palermo, dove il 1° aprile 1824 tentò invano, con altri detenuti, di far saltare una parte del fabbricato carcerario con una mina per evadere.
La sentenza di morte fu pronunciata il 22 dicembre 1826. La mattina del 30 dicembre 1826, all’alba, Abela fu fucilato nel forte di Castellammare a Palermo, l’antica fortezza usata come prigione politica (da non confondere con Castellammare del Golfo). Durante il trasferimento al patibolo i gendarmi della scorta furono assaliti da altri gendarmi affiliati alla setta carbonara: il tentativo di liberazione fallì. Come ultime volontà chiese tempo per scrivere alla madre, al fratello Giuseppe e al figlio Ilarione, allora tredicenne. I Cavalieri del Sovrano Militare Ordine di Malta recuperarono il suo corpo e lo seppellirono con onori nella propria chiesa.
Valentino Labate lo descrisse come «vecchio carbonaro, vecchio cospiratore, entusiasta e sincero, ma più sognatore che altro».
Il figlio Ilarione (Placido) Abela
L’unico figlio di Gaetano documentato dalle fonti è Joseph-Hilarion Abela (italianizzato Giuseppe Ilarione o Ilarione), nato a Napoli nel 1814 da una madre della quale le fonti non conservano il nome (la moglie sposata a Napoli nel 1814 morì poco dopo il parto). Ilarione, entrato a sedici anni nell’abbazia di Montecassino e fatta professione nel 1835, fu ribattezzato in religione Placido Abela, divenne organista, priore e compositore di musica sacra, e morì a Montecassino il 6 luglio 1876. La voce della Wikipedia tedesca su Placido Abela attesta la filiazione fra il carbonaro siracusano e il monaco compositore.
Memoria e toponomastica
A Siracusa una via Gaetano Abela attraversa Ortigia da piazza Federico II di Svevia fino al lungomare. Una via Gaetano Abela esiste anche a Palermo. Il sito didattico del Liceo Vittorini di Siracusa, nell’ambito del progetto I Siracusani e il Risorgimento, gli dedica una scheda. È sepolto a Palermo nella chiesa dei Cavalieri di Malta.
| 24 gennaio 1778 | Nasce a Siracusa |
|---|---|
| 1795 | Volontario nel terzo battaglione di Girgenti |
| 1798 | Cavaliere del Sovrano Militare Ordine di Malta |
| 1799 | Rifiutata l’ammissione nella Real Marina borbonica |
| post 1800 | Ufficiale dell’esercito napoleonico francese, fino al grado di colonnello dei corazzieri |
| 1812 | Dimissioni dall’esercito imperiale |
| 1817 | Rientro in Sicilia; fondazione della Carboneria a Siracusa |
| 21 dicembre 1818 | Primo arresto a Siracusa; detenuto al Castello Maniace |
| marzo 1819 | Trasferito a Castel Sant’Elmo, Napoli |
| 6 luglio 1820 | Liberato dalla rivoluzione napoletana, sbarca a Palermo; colonnello dell’esercito siciliano |
| 22 settembre 1820 | Capitolazione di Termini Imerese; abbandono del programma separatista |
| 28 ottobre 1820 | Riarrestato a Palermo |
| febbraio 1821 | Trasferito alla cittadella di Messina |
| 1° aprile 1824 | Tentata evasione con mina, fallita |
| 22 dicembre 1826 | Condanna a morte della Suprema Commissione per i reati di Stato |
| 30 dicembre 1826 | Fucilato all’alba nel forte di Castellammare di Palermo |
Discordanze e cautele filologiche
Sulla data della morte le fonti divergono: il Dizionario Biografico degli Italiani indica 30 dicembre 1826, mentre la voce sintetica di Treccani e Wikipedia in italiano riportano 28 dicembre 1826. La voce in tedesco di Wikipedia colloca la fucilazione a Castellammare del Golfo, ma si tratta di un errore di lettura: il forte di Castellammare citato dalle fonti coeve è la fortezza palermitana, lo stesso edificio noto anche come Castello a Mare. La fonte di Antonio Randazzo afferma che fu «decapitato», dato contraddetto da tutte le fonti accademiche, che concordano sulla fucilazione.
Bibliografia
Fonti coeve e ottocentesche
- Gabriele d’Amato, Panteon dei martiri della libertà italiana, Torino, Fontana, 1852, pp. 180-191. Contiene una lettera di Gaetano Abela alla famiglia.
- Valentino Labate, Un decennio di Carboneria in Sicilia 1821-1831, Roma-Milano, 1904. Digitalizzato su Eleaml.org.
- Francesco Guardione, Di Gaetano Abela e degli avvenimenti politici di Sicilia dal 1820 al 1826, 1897.
Letteratura secondaria
- Salvatore Santuccio, Gaetano Abela. Storia di un carbonaro 1778-1826, Acireale, Morrone Editore, 2021, 300 pp., ISBN 9788832209549. Monografia recente di riferimento.
- Salvatore Santuccio, Uno Stato nello Stato. Sette segrete, complotti e rivolte nella Sicilia di primo Ottocento, Acireale, Bonanno, 2020.
- Dizionario Biografico degli Italiani, voce ABELA, Gaetano, Treccani: treccani.it.
- Riti ordinari e straordinari allo specchio nel Regno delle Due Sicilie: i processi contro Gaetano Abela (1826), rivista Iurisdictio: iurisdictio.it. Studio giuridico sulle tre giurisdizioni concorrenti.
Identificatori autoritativi
Voci correlate
- Emanuele Francica Pancali, patriota siracusano cresciuto nello stesso ambiente carbonaro; amico di Abela nell’attività cospirativa.
- Mario Adorno, avvocato siracusano fucilato nel 1837 nello stesso filone antiborbonico.
- Salvatore Chindemi, storico siracusano e cronista delle vicende carbonare cittadine.
- Emilio Bufardeci, canonico siracusano e memorialista del periodo.
- Chiesa di Santa Maria della Misericordia e dei Pericoli, sede di una delle quattro vendite carbonare siracusane.
Collegamenti esterni
- Voce ABELA, Gaetano sul Dizionario Biografico degli Italiani (Treccani)
- Voce su Wikipedia in italiano
- Voce su Wikipedia in tedesco (la più estesa)
- Voce su Wikipedia in francese
- Scheda didattica del Liceo Vittorini di Siracusa
- Labate, Un decennio di Carboneria in Sicilia 1821-1831 (testo integrale)
