![]() Salvatore Chindemi. CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons. | |
| Dati anagrafici | |
| Nascita | 19 gennaio 1808, Siracusa |
|---|---|
| Morte | 3 febbraio 1874, Palermo |
| Sepoltura | Cimitero comunale di Siracusa |
| Professione | Storico, patriota, drammaturgo, professore universitario |
| Carriera | |
| Cattedra | Eloquenza (Catania, 1842); Storia (Univ. Palermo, 1861-1869) |
| Deputato | Parlamento siciliano (1848); VIII legislatura, collegio di Augusta (annullata) |
| Massoneria | Loggia Timoleonte, Siracusa |
| Famiglia | |
| Padre | Giuseppe Chindemi |
| Sorella | Carmela Chindemi (madre di Emanuele Giaracà) |
| Opera principale | |
| Opera | Siracusa dal 1826 al 1860 (1869, 420 pp.) |
| Codici identificativi | |
| VIAF | 72931217 |
| Wikidata | Q63969410 |
| Camera deputati | Scheda storica |
Salvatore Chindemi (Siracusa, 19 gennaio 1808 – Palermo, 3 febbraio 1874) è stato uno storico, patriota, drammaturgo e professore universitario italiano. Figura di primo piano nel Risorgimento siracusano, fu deputato al Parlamento siciliano del 1848, poi deputato all’VIII legislatura del Regno d’Italia per il collegio di Augusta. Professore di storia alla Regia Università di Palermo e membro della Loggia Timoleonte di Siracusa, la sua opera storiografica Siracusa dal 1826 al 1860 (1869) resta una delle fonti primarie per la storia della città. Fu zio e mentore del poeta e educatore Emanuele Giaracà e collaboratore del patriota Emilio Bufardeci.
Origini e formazione
Nasce a Siracusa il 19 gennaio 1808 da Giuseppe Chindemi, descritto come «illetterato ma mite e buono», in una famiglia di condizione sociale modesta. Seguendo i desideri del padre, il giovane Salvatore entra nell’Ordine dei Frati Minori, dove trascorre quattro anni. La rigidità della vita claustrale e la mancanza di una vocazione autentica lo spingono ad abbandonare la tonaca. Autodidatta per necessità, impara l’inglese da solo e si dedica alla traduzione di opere pedagogiche americane.
Sostenuto dalla protezione delle nobili famiglie Montenero e Landolina, intraprende la carriera di insegnante privato. Il contatto con la cultura classica e la lettura delle opere di Vittorio Alfieri accendono in lui il fuoco del patriottismo. Nel 1842 vince la cattedra di eloquenza al Liceo di Catania, con facoltà di insegnare anche all’università, e viene nominato Ispettore di tutte le scuole. Nelle sue lezioni educa i giovani — figli di nobili e di popolani — ai valori del patriottismo, della democrazia e della libertà, facendo circolare fra gli studenti il giornale mazziniano Giovane Italia.
L’epidemia del 1837 e la perdita del capoluogo
L’anno 1837 segna una frattura nella vita di Chindemi e nella storia di Siracusa. L’epidemia di colera uccide il padre Giuseppe, la madre e le sorelle Concetta e Nunzia. Chindemi, coinvolto nei disordini, viene processato ma assolto perché fuori città durante i fatti di sangue. Nel 1838 viene arrestato con l’accusa di carboneria.
Come punizione per la rivolta, il governo borbonico trasferisce la sede dell’Intendenza della Valle da Siracusa a Noto. La ferita è profonda e segnerà la politica siracusana per decenni: il capoluogo tornerà brevemente a Siracusa durante la rivoluzione del 1848, verrà nuovamente spostato a Noto con la restaurazione, e sarà restituito a Siracusa solo nel 1865 (legge 20 marzo 1865, n. 2248, governo La Marmora II).
La rivoluzione del 1848
Quando Palermo insorge il 12 gennaio 1848, Siracusa è colpita il giorno prima da un terremoto. Chindemi, scelto insieme a Raffaele Lanza, parte per Palermo in rappresentanza di Siracusa presso il Comitato Generale della Rivoluzione. Il suo intervento diplomatico porta a un risultato storico: il 23 marzo 1848 Siracusa riottiene la sede del capoluogo di provincia.
Rientrato nella sua città, guida un movimento insurrezionale che, cacciati i Borboni, instaura un governo liberale. Viene eletto senatore nel Parlamento siciliano. Fonda il Circolo Patriottico di Siracusa insieme a Luigi Spagna, Sebastiano Nicastro, Emanuele De Benedictis e il nipote Emanuele Giaracà, che il 6 gennaio 1849 ne diventa segretario.
Condanna a morte ed esilio
Con la restaurazione borbonica del maggio 1849, Chindemi è fra i patrioti siciliani condannati a morte ed esclusi dall’amnistia. Riesce a fuggire: si rifugia prima ad Aidone, poi a Malta — dove trascorre quindici mesi in condizioni economiche difficili, insieme al Barone Pancali — e infine a Torino, dove vive in esilio fino al 1860.
A Malta rivede le proprie opere e compone nuovi drammi: Il Conte di Modica, Il vespro siciliano, Alaimo da Lentini, Andrea Chénier. Scrive le proprie memorie fino al 1847. A Torino frequenta i circoli liberali e, nel settembre 1856, visita la casa di Vittorio Alfieri. Sul piano ideologico è un cavouriano convinto: monarchico-costituzionale, critico verso Mazzini, che giudica «accecato dall’odio contro i Savoia». Le sue posizioni lo avvicinano a Massimo D’Azeglio, Vincenzo Gioberti e Cesare Balbo.
Il ritorno e la carriera universitaria
Dopo lo sbarco di Garibaldi in Sicilia (11 maggio 1860), Chindemi parte dal Piemonte con altri esuli. Nel dicembre 1860 ottiene la cattedra di eloquenza (poi di storia) alla Regia Università di Palermo, che tiene fino al 1869.
Viene eletto deputato all’VIII legislatura del Regno d’Italia per il collegio di Augusta (18 febbraio 1861 – 7 settembre 1865), ma l’elezione è annullata il 13 marzo 1861 per incompatibilità: ricopre l’incarico di capo sezione nella segreteria della Luogotenenza a Palermo. Nonostante sia considerato la guida naturale dei liberali siracusani, rifiuta la candidatura al primo Parlamento italiano e consiglia di candidare Filippo Cordova.
Rapporto con Emilio Bufardeci e il Barone Pancali
Chindemi appartiene alla Loggia Timoleonte di Siracusa insieme a Emilio Bufardeci e al Barone Emilio Francica di Pancali. Il rapporto con Bufardeci è intenso ma non privo di tensioni: nel 1868, alla morte di Pancali, Chindemi scrive la commemorazione funebre e la dedica a Bufardeci, che pochi mesi prima lo aveva criticato nelle sue Memorie Storiche. Nonostante le polemiche storiografiche, il legame politico e massonico resta saldo.
Con Pancali il rapporto è di reciproca stima: Chindemi lo descrive come «uomo di carattere di ferro, scaltro, animoso e intraprendente», mentre Pancali giudica Chindemi «uomo retto, che esercita da molti anni la delicatissima professione di pubblico istruttore della gioventù». Condividono l’esilio a Malta dopo la condanna a morte del 1849.
Opere
Storiografia e saggistica
- Siracusa dal 1826 al 1860 (Tipografia Antonino Pulejo, Siracusa, 1869, 420 pp.). Opera principale. Digitalizzata su Google Books.
- Siracusa e l’ex-prefetto di polizia di Palermo (1848, 64 pp.). Digitalizzata su Google Books. Consulta online.
- Riflessioni politiche sul cholera morbus epidemico (ristampa: Ediprint, Siracusa, 1988, 91 pp.).
- Rudimenti generali intorno alla Sicilia
- Considerazioni sulla pedagogia in Sicilia (1843, Giornale del gabinetto letterario dell’Accademia Gioenia).
- Il conte di Platen e l’Italia. Cenni critici e biografici.
- Estetica cristiana. Trattato: l’arte ha per oggetto il vero, per mezzo il bello, per scopo Dio.
- Memoria sopra Emmanuele Francica Barone di Pancali (Francesco Miuccio, Siracusa, 1868). Dedicata a Emilio Bufardeci. L’opera genera una risposta polemica: Gaetano Adorno Puma pubblica le Osservazioni alla memoria sopra Emmanuele Francica barone di Pancali scritta dal professore Salvatore Chindemi (1868).
- Elogio funebre del poeta Tommaso Gargallo (1844).
- Sui nuovi scavi e ritrovamenti archeologici di Siracusa.
- Contributo alla strenna La rosa e la viola (1846), in cui sostiene la causa dell’educazione femminile.
Teatro
Composti in buona parte durante l’esilio a Malta e Torino:
- La vendetta dei fratelli siracusani (1830). Primo dramma, successo teatrale.
- Il Conte di Modica
- Il vespro siciliano
- Alaimo da Lentini
- Andrea Chénier
Poesia
Fra le composizioni: Il genio, La lacrima pia, Il dolore, Disinganno, La musica, Il mar Ionio dal baluardo S. Giacomo in Siracusa, Italia, Italia. Nel 1849 compone un inno musicato da Vincenzo Moscuzza.
Famiglia
La sorella Carmela (o Nunzia) Chindemi sposa Angelo Giaracà, capitano di marina. Dal matrimonio nasce Emanuele Giaracà (1825-1881), che Chindemi alleva come un figlio dopo la morte prematura del cognato. Il rapporto fra zio e nipote segna la cultura siracusana dell’Ottocento: Giaracà eredita la passione per le antichità classiche e l’impegno civile. Nel 1869 Giaracà scrive il saggio Il prof. Chindemi e le memorie storiche di Emilio Bufardeci, opera che intreccia le biografie dei tre intellettuali.
Morte e memoria
Salvatore Chindemi muore a Palermo la sera del 3 febbraio 1874, all’età di 66 anni. I funerali vedono una partecipazione massiccia: l’intera cittadinanza colta, i professori di tutti gli istituti, la Società Operaia e gli alunni seguono la salma preceduta dalla banda municipale. Il giornale locale Opinione lo onora come uomo di «intemerata coscienza», stimato anche dagli avversari politici. Le spoglie vengono trasferite al cimitero comunale di Siracusa.
Toponomastica e intitolazioni
- Via Salvatore Chindemi, Ortigia (dal n. 47 di Via Savoia al n. 6 di Largo XXV Luglio).
- Lapide commemorativa sulla casa natale in Via Roma 65, Siracusa.
- Istituto Comprensivo «K. Wojtyla – C. Chindemi» (ex XVI IC S. Chindemi), attivo dal 1961-62.
Fonti
- Chindemi, Salvatore. Siracusa dal 1826 al 1860. Tipografia Antonino Pulejo, Siracusa, 1869. Consulta online.
- Chindemi, Salvatore. Riflessioni politiche sul cholera morbus epidemico. Ediprint, Siracusa, 1988. Consulta online.
- Voce «Salvatore Chindemi». Wikipedia. Consulta online.
- Randazzo, Antonio. «Chindemi Salvatore». antoniorandazzo.it. Consulta online.
- Randazzo, Antonio. «Chindemi Salvatore – Personaggi storici». antoniorandazzo.it. Consulta online.
- Voce «Emanuele Giaracà». Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani. Consulta online.
- Pagina autore su Wikisource. Consulta online.
- Portale storico della Camera dei deputati, storia.camera.it.
Scheda aggiunta da Alessandro Calabrò il 09 aprile 2026.
