Mario Adorno

Avvocato siracusano (1773–1837), coinvolto nei fatti del colera e fucilato in piazza Duomo.
Aggiornato in data 18 Maggio 2026 da Alessandro Calabrò
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Mario Adorno

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Mario Adorno (Siracusa, 1773; Siracusa, 18 agosto 1837) è stato un avvocato e patriota siciliano, una delle figure centrali del Risorgimento siracusano. Carbonaro nei moti del 1820-1821 e organizzatore della cospirazione liberale clandestina degli anni Trenta, assunse durante l'epidemia di colera del 1837 il ruolo di tribuno popolare nella commissione di sessanta cittadini istituita a Siracusa: redasse il proclama del 21 luglio 1837 «I Siracusani ai confratelli Siciliani», che attribuiva al governo borbonico la diffusione deliberata del morbo come arma politica. All'arrivo del commissario regio Francesco Saverio Del Carretto fu arrestato in via Amalfitania insieme al figlio primogenito Carmelo, al figlio secondogenito Gaetano Adorno Puma e al figlio terzogenito Giuseppe. Processato dalla Corte stataria del maggiore Garzia, fu fucilato in Piazza del Duomo insieme al figlio Carmelo e a Concetto Lanza il 18 agosto 1837, alle spalle come reo di alto tradimento. Riabilitato come «vittima dell'abbattuto dispotismo» dai decreti del Governo provvisorio siciliano del 1848 (Parlamento Siciliano 19 maggio, Ruggero Settimo 29 luglio), è oggi commemorato dalla lapide del 150° dell'Unità d'Italia posta nel 2010-2011 in Piazza Duomo a Siracusa.
Disambiguazione. Da non confondere con Gaetano Adorno Zappalà (1803-1879), suo omonimo per cognome ma di altro ramo familiare (figlio di Corrado Adorno), sindaco di Siracusa dal 1861 al 1865, autore della realizzazione del Passeggio Adorno alla Marina. Il «Passeggio Adorno» è dedicato a Zappalà, non a Mario; il «Viale Mario Adorno» di Ortigia, invece, è dedicato al patriota di questa scheda.
PersonaggioMario Adorno
Lapide commemorativa dedicata a Mario Adorno (Siracusa)Lapide commemorativa apposta nel 2010-2011 in Piazza Duomo per il 150° dell'Unità d'Italia
Nascita1773, Siracusa
Morte18 agosto 1837, Siracusa
Causa morteFucilazione (alle spalle, come reo di alto tradimento)
Luogo esecuzionePiazza del Duomo di Siracusa
ProfessioneAvvocato, giureconsulto
PadreGiovanni Adorno, senatore di Siracusa nel 1796
MadreIgnota, presumibilmente della famiglia Puma
FigliCarmelo (fucilato col padre), Gaetano Adorno Puma, Giuseppe
MovimentoCarboneria (1820-1821), partito liberale pre-1837, tribuno della Commissione di sessanta cittadini (1837)
WikidataQ3293331
MemoriaVia Mario Adorno (Ortigia); lapide commemorativa in Piazza Duomo (2010-2011); Viale degli Eroi (Siracusa)

Profilo biografico

Famiglia di origine e ascendenza siracusana

La famiglia Adorno discende dal ramo siracusano dell'antica casata patrizia e dogale genovese degli Adorno, che diede alla Repubblica di Genova sei dogi tra il 1363 e il 1461 (Antoniotto, Raffaele, Giorgio, Barnaba, Agostino e un secondo Antoniotto). Il blasone familiare reca «d'oro alla banda scaccata di tre file di nero e d'argento», con corona ducale concessa nel 1637. Secondo la tradizione genealogica raccolta nei repertori nobiliari, il ramo siciliano si insediò ad Avola nel Cinquecento (da qui il successivo doppio cognome Adorno Avolio sviluppato in un ramo collaterale) e poi a Siracusa.Capostipite documentato del ramo siracusano fu Giorgio Adorno, patrizio genovese, Cavaliere del Sovrano Militare Ordine di Malta, attestato in Sicilia dopo il 18 settembre 1565. La famiglia entrò stabilmente nella nobiltà cittadina di Siracusa nel corso del Settecento: il bisnonno paterno e omonimo Carmelo Adorno ricoprì la carica di senatore della città negli anni 1746, 1754 e 1757; il padre Giovanni Adorno (le cui date di vita non sono documentate) fu senatore di Siracusa nel 1796. La carica di senatore era allora la più alta espressione politica del ceto patrizio cittadino.

Nascita, formazione e prima carriera

Mario Adorno nacque a Siracusa nel 1773 (giorno e mese non documentati nelle fonti accessibili). Compì gli studi giuridici e si dedicò all'esercizio forense fra Palermo e Siracusa, professione che la stessa fonte ostile di Bufardeci nel 1868 riconosce gli «procacciava tesori e rispetto». Il figlio Gaetano lo qualifica come «specchio dell'onore, sino a rifiutare onorari per le cause ove non trovava ragioni ad assisterle». L'avvocato siciliano Pasquale Calvi, esule a Malta negli anni 1850, lo descriverà come «uomo di curia, cuor libero e puro, e solo, o pressochè solo nella corrotta sua casta impugnava la penna».A Siracusa Mario gestiva uno scrittoio legale con apprendisti, fra cui Vincenzo Blanco, in seguito affiliato alla congrega dei giovani liberali e usato come latore di lettere clandestine nei mesi finali della cospirazione del 1837. Le fonti coeve concordano nel descriverlo come «giureconsulto sagace ed eloquentissimo, di molta erudizione», dotato di carisma personale, oratore di rara efficacia.

Matrimonio e discendenza

Mario Adorno sposò una donna della famiglia Puma, la cui identità precisa non è documentata nelle fonti accessibili: il cognome materno è dedotto dal doppio cognome del figlio secondogenito Gaetano Adorno Puma, secondo l'uso onomastico siciliano per cui i figli cadetti univano al cognome paterno quello materno. Il decreto del Parlamento siciliano del 19 maggio 1848 menziona esplicitamente «le due vedove di Don Mario e D. Carmelo Adorno straziate in Siracusa nel 1837», confermando che sia Mario sia il figlio primogenito Carmelo lasciarono mogli sopravvissute.Mario ebbe tre figli maschi noti, tutti presenti all'arresto del 1837:
  • Carmelo Adorno, primogenito (data di nascita non documentata, presumibilmente fra il 1795 e il 1810), sposato e «padre anche egli di numerosa famiglia», fucilato in Piazza Duomo a Siracusa il 18 agosto 1837 prima del padre;
  • Gaetano Adorno Puma, secondogenito (presumibilmente nato fra il 1810 e il 1815), sopravvissuto agli arresti del 1837, autore nel 1869 della Mario Adorno e le false accuse del sac. Emilio Bufardeci. Confutazione, principale fonte familiare sulla figura del padre;
  • Giuseppe Adorno, terzogenito, anch'egli arrestato il 1837 e sopravvissuto, di cui non si hanno altri dati biografici documentati.

Carattere e ritratto fisico

La descrizione più dettagliata della persona di Mario Adorno proviene dal libro di Emilio Bufardeci del 1868, che pure ne attacca duramente l'operato politico. Bufardeci scrive che Adorno «era un uomo d'ingegno non volgare, giureconsulto sagace ed eloquentissimo, di molta erudizione, conoscitore della plebe, di calda immaginazione, fermo, tenace, imperterrito», nato «da illustre ed opulenta famiglia». Quanto all'aspetto: «Egli era bello della persona, di forme imponenti, franco, leale, e possedeva quel fascino che natura a pochi largisce». La voce era «sonora, come quella di un uomo che si slancia ad una santa impresa».Il giudizio bufardeciano si chiude però con la critica che a 60 anni Mario «conservava il fuoco e la inesperienza di un giovane a 18 anni», con il cervello «impaniato» dalla credenza nel veneficio borbonico. Il figlio Gaetano nella Confutazione del 1869 ribatte: «come mai può supporsi che un uomo di ingegno non volgare, un giureconsulto di molta erudizione, e sagace, a 60 anni, e con lunga carriera forense, dove scaltriscono le menti più ottuse, poteva conservare la inesperienza di un giovane a 18 anni?».

Vita politica anteriore al 1837

Carboneria e moti del 1820-1821

La partecipazione di Mario Adorno alla Carboneria è confermata dalla stessa fonte avversa: Bufardeci nel 1868 ammette che Adorno «era stato, è vero, al 1820 in mezzo alle comiche scene dei Carbonari». La Carboneria a Siracusa era attiva almeno dal 1817, fondata dai fratelli Gaetano e Salvatore Abela, dal chirurgo Daniello Caporosso del reggimento borbonico, dal tenente Coccoli e da altri ufficiali. I moti del 1820-1821 in Sicilia, conseguenti all'insurrezione napoletana di Guglielmo Pepe e al Parlamento delle Due Sicilie aperto a Napoli, coinvolsero ampi settori della borghesia urbana e dell'esercito. La repressione austro-borbonica del 1821 portò a processi, esili e condanne capitali in tutta l'isola.Bufardeci sostiene che Adorno, «dopo quell'epoca disingannato o, forse meglio, occupato dalle liti di famiglia e dalla professione che gli procacciava tesori e rispetto, non amò avvolgersi fra le tenebre delle cospirazioni politiche». Il figlio Gaetano nella Confutazione respinge questa lettura come tendenziosa e rivendica una continuità ininterrotta dell'impegno liberale paterno fino al 1837.

Cospirazione clandestina degli anni Trenta

Negli anni precedenti il 1837 lo scrittoio di Mario in Siracusa funse da snodo della corrispondenza clandestina liberale. Nel 1835 o 1836, il figlio Gaetano e l'amico Raffaele Lanza si chiusero in casa Adorno per una notte intera e un giorno per copiare clandestinamente i Salmi di Gabriele Rossetti (esule a Londra dopo i moti del 1820-1821, poeta antiborbonico e padre del pittore preraffaellita Dante Gabriel Rossetti), manoscritto giunto da Malta: il numismatico Mario Landolina Nava aveva ottenuto il prestito per sole ventiquattro ore. Episodi di questo genere documentano l'integrazione di Mario nella rete cospirativa, anche se egli stesso, per ragioni di prudenza, evitava la frequentazione diretta dei vertici del partito Pancali, lasciando ai più giovani (figli, apprendisti, sodali) le esposizioni rischiose.

Rapporti con Emanuele Francica Pancali

Emanuele Francica Pancali (Siracusa, 13 marzo 1783; Siracusa, 10 maggio 1868), barone, carbonaro e massone della Loggia Timoleonte, sindaco di Siracusa nel 1837, fu insieme rivale politico e poi alleato di Adorno. Bufardeci scrive che Mario fu «nemico personale, per privati interessi, del barone Pancali e del cavaliere Vico» nel periodo immediatamente precedente i moti. La riconciliazione avvenne pubblicamente il 18 luglio 1837, con una stretta di mano davanti alla Commissione dei Sessanta che entrò nella memoria storica del Risorgimento siracusano.

L'epidemia di colera e i moti del 1837

L'arrivo del colera a Siracusa

Il colera asiatico, partito dall'India nel 1817, raggiunse l'Europa nel 1830 e l'Italia nel 1835 (Genova, Livorno). Nel 1836-1837 invase il Regno delle Due Sicilie, con bilanci catastrofici: oltre 20.000 morti a Palermo, circa 200.000 in tutto il Mezzogiorno. A Siracusa il morbo arrivò nell'estate del 1837 nonostante i cordoni sanitari marittimi disposti dal sindaco Pancali. Le stime divulgative attribuiscono al colera siracusano circa duemila vittime e un drastico spopolamento urbano per fuga e mortalità, ma cifre rigorosamente documentate sull'epidemia siracusana del 1837 non emergono nelle fonti coeve consultate.

La teoria del «colera-veleno»

La popolazione siciliana, ostile al governo borbonico di Ferdinando II, rifiutò la spiegazione epidemiologica del contagio e sposò la teoria del veleno deliberatamente diffuso da agenti governativi per punire la Sicilia indipendentista o per ridurne la popolazione. La diceria circolava già da mesi quando l'epidemia raggiunse Siracusa, ma fu sistematizzata e accreditata pubblicamente nella città proprio da Mario Adorno e dai liberali siracusani, che la trasformarono in arma politica e parola d'ordine insurrezionale.

Le commissioni di emergenza

Il sindaco Pancali, in collaborazione con il giudice circondariale Francesco Mistretta (di Alcamo), istituì due organismi straordinari per gestire l'emergenza:
  • una Commissione di sessanta cittadini, incaricata di vigilare sui presunti «untori», raccogliere denunce, redigere proclami;
  • una Sotto-Commissione ristretta, formata da Adorno, Felice Moscuzza, Salvatore Giaracà, Gaetano Perez e Santo Mollica, dedicata all'inchiesta giudiziaria sui sospetti di veneficio.
Mario Adorno fu eletto a entrambi gli organismi e presto ne divenne la figura più visibile, alla guida operativa della Sotto-Commissione.

Mandato d'arresto del 16 luglio e fuga in villa

Il commissario di polizia Giovanni Vico, già in conflitto personale con Adorno, spiccò contro di lui mandato d'arresto il 16 luglio 1837 in seguito a una concione pubblica in piazza contro i venefizi. Avvertito da «amica persona», Mario fuggì immediatamente in una villa di campagna distante tre miglia da Siracusa, dove rimase rifugiato per due giorni.

Rientro del 18 luglio: discorso e patto con Pancali

Il 18 luglio 1837, mentre a Siracusa avveniva l'uccisione popolare dell'intendente Andrea Vaccaro, la Commissione dei Sessanta riunita in palazzo comunale elesse Adorno a sua insaputa fra i propri membri e inviò una delegazione a richiamarlo. Mario tornò in città la sera stessa «con un codazzo di amici, di conoscenti, di popolani», secondo la cronaca di Bufardeci.Entrato nella sala dove la Commissione era riunita, pronunciò l'allocuzione che rimane il documento centrale della sua biografia politica:

«Signori! Io sentiva l'obbligo mio di cittadino di aiutare i miei fratelli nella grande sventura in cui versavamo; sentiva il dovere di scoprire una setta infernale, nemica a noi, nemica al Governo; piena la mente di fede e di amore per la patria mia, presagiva che ai figli di Ortigia era serbato il trionfo di seppellire per sempre, in questa classica terra, la infame trama di veneficio, che per venti anni ha desolato l'Europa intera. Però, malgrado il servizio che io credeva rendere al popolo e al Governo, fui costretto a fuggire, per evitare un arresto arbitrario ed ingiusto. Ora che la patria mi chiama, in questi supremi momenti, io corro volentieri a servirla e a consacrare a lei l'opera mia, il mio sangue, le mie passioni.»

Subito dopo, stringendo la mano al barone Pancali, sigillò pubblicamente la riconciliazione:

«Rispettabile barone, cancelliamo entrambi dalla memoria i passati risentimenti: un solo patto ci unisca per sempre, il bene dell'umanità, e la speranza di far ricordare ai venturi il nome della patria nostra; e perchè la nostra terra meriti in faccia all'universo il suo trionfo, io amerei che nessuno si permettesse di venire alle vie di fatto, o di turbare l'ordine pubblico.»

L'interpretazione di queste parole costituisce il cuore della polemica storiografica tra Bufardeci e Adorno Puma. Bufardeci sostiene che «nemica al Governo» riferisca a Mario un'intenzione di servire il governo borbonico contro una vera setta filo-rivoluzionaria, cioè configurerebbe Adorno come ingenuo filoborbonico. Adorno Puma replica che la «setta infernale» di cui parla il padre era proprio il governo borbonico stesso, e che il discorso è da leggersi in chiave massonico-iniziatica: l'«infame trama di veneficio» è l'operazione di Ferdinando II contro il popolo siciliano.

I salvataggi dei linciaggi

Fra il 18 luglio e il 6 agosto 1837 Mario Adorno intervenne in numerose occasioni per fermare o limitare la violenza popolare, salvando di persona vite umane minacciate dalla folla. La Confutazione del figlio Gaetano e il libro stesso di Bufardeci documentano:
  • Il tentativo di salvataggio del padre e figlio Li Greci il 19 luglio: Adorno, «sempre di buona fede convinto del veneficio, voleva ad ogni costo che s'instruisse un formale processo» e impedì momentaneamente il linciaggio, ottenendo dal popolo una sospensione dell'esecuzione capitale. Il salvataggio fallì in seguito quando il padre Li Greci, sotto tortura, pronunciò una falsa confessione che lo fece comunque trucidare.
  • Il salvataggio del direttore di dogana Filippo Padronaggi il 20 luglio, condotto da Mario insieme a Pancali: i due notabili intercettarono la folla sul limitare di casa Navanteri e impegnarono la propria parola d'onore di tradurlo in carcere, evitando così il linciaggio. Padronaggi fu condotto vivo al carcere centrale.
  • Il salvataggio di Carlo Azzoppardi, maltese, intimo amico di Padronaggi.
  • Il salvataggio di Nunzio Munna, tenente d'ordine doganale e cognato del commissario Vico.
  • Il salvataggio del patrocinatore Andrea Corpaci, segretario della Commissione dei Sessanta. Adorno Puma riferisce nella Confutazione che il padre lo scagionò in Consiglio di Guerra subitaneo «del reato che gli si attribuiva, punibile con pena di morte, e che Adorno fece suo; atto magnanimo». Mario si sarebbe cioè assunto formalmente la responsabilità del capo di imputazione capitale di Corpaci pur di salvarlo.
Adorno Puma elenca questi salvataggi come prova della coerenza liberale del padre, contro la tesi di Bufardeci che lo dipingeva come incendiario della folla.

Il processo Schwentzer

Il 20 luglio 1837 la Commissione interrogò nel carcere centrale Giuseppe Schwentzer (firma autografa «Joseph»), nato a Tolone, in servizio del Governo francese, 36 anni, proprietario di un cosmorama, accusato di essere uno degli untori; il verbale, redatto dal commesso giurato Carmelo Flaccavento, fu firmato da Mario Adorno come componente della Commissione. Lo stesso giorno la Commissione interrogò la moglie di Schwentzer, Maria Lepik (nel verbale «Anna Maria»), 18 anni, di famiglia circense tirolese. Nella casa di residenza, presso il palazzo del cavalier Vincenzo Oddo, fu rinvenuta una sostanza arsenicale (bianco o nitrato di arsenico secondo le diverse perizie dell'epoca) provata su un cane.Il 22 luglio Adorno firmò un secondo verbale di interrogatorio dello Schwentzer e gli inviò una lettera scritta in nome della Commissione:

«Io qui sottoscritto, in nome della Commissione, e sulla santità del mio onore, prometto che, se il sig. Schwentzer, ritenuto in queste prigioni come imputato di pubblico veneficio, paleserà in iscritto i veri fatti che riguardano l'infernale cospirazione, sarà tosto messo in libertà, e quindi imbarcato per il continente. Mario Adorno»

Il 5 agosto Schwentzer e la moglie Lepik furono comunque linciati dalla folla in Piazza Duomo (futura «scellerata colonna»).

Il manifesto del 21 luglio 1837

Dopo l'analisi chimica del 21 luglio che confermò la natura tossica delle sostanze rinvenute in casa Schwentzer, Adorno fu incaricato dal sindaco Pancali della redazione di un proclama da indirizzare alle altre città siciliane. Il testo, intitolato «I Siracusani ai confratelli Siciliani», fu materialmente scritto da Mario e firmato come «Il Presidente Patrizio Barone Pancali». Il proclama, che sosteneva la teoria del colera deliberatamente diffuso dal governo borbonico, fu letto al popolo dal segretario Andrea Corpaci «accompagnando coi gesti, e con le lagrime, che gli cadevano dagli occhi, quelle parole sonore ed entusiastiche».Salendo su una sedia, Adorno (rauco per le perorazioni dei giorni precedenti) tenne un breve discorso al popolo:

«Figli miei! Mi spiace che la mia voce non si presta. Sarò breve. I Siciliani nostri sono minacciati anch'essi di veneficio. Forse a quest'ora l'infame Bainard è sul punto di sterminarli. Per amore del prossimo, e per nostro decoro ci conviene pubblicare, e spedire ovunque questo manifesto. Volete che si stampi?»

Il popolo rispose acclamando: «Si stampi! si stampi subito! Viva Santa Lucia! Viva Adorno!». Il manifesto fu stampato in migliaia di copie, distribuito a Catania, Messina, Palermo, e all'estero. La sua tesi è ricordata nella formula sintetica «il colera-morbus non era asiatico, ma borbonico».

Le pattuglie e il comando dell'ordine pubblico

Sempre il 21 luglio, Pancali affidò ad Adorno il comando della ricomposizione delle pattuglie cittadine, con l'obiettivo di sostituire i birri compromessi e contenere la violenza popolare. Adorno organizzò una pattuglia di marinai sotto il comando di Silvestro Sollecito e Matteo Roggio. Negli stessi giorni cominciò a rilasciare ordinativi in frumento e denaro ai bisognosi, cercando di placare il bisogno alimentare della popolazione povera.

La riunione segreta nella Cappella del Seminario

All'inizio di agosto la Commissione si trasferì in seduta segreta nella Cappella del Seminario di Siracusa, dove Mario Adorno la presiedette mentre Orazio Musumeci ne teneva la segreteria. L'archivista Emanuele De Benedictis, nella lettera del 3 febbraio 1869 inclusa nella Confutazione di Gaetano, ha lasciato la testimonianza diretta della riunione: arrivarono dispacci da Catania con i proclami della Giunta provvisoria della «compiuta riscossa», che furono letti pubblicamente. Mario «scagliava minacce contro il nemico chiuso, il Generale Tanzi» (comandante della guarnigione borbonica del Castello) e propose di prendere alcuni dei cannoni delle batterie cittadine per collocarli nel campanile della Chiesa dello Spirito Santo. La proposta non passò ma servì a registrare il carattere apertamente politico, non sanitario, della rivolta. Nella stessa occasione il signor Vincenzo Mancarella distribuì nastri gialli, simbolo dell'indipendenza siciliana già del 1820, a De Benedictis e all'amico Ferdinando Blanco (allora quindicenne) come riconoscimento del loro patriottismo. Secondo lo stesso Adorno Puma, ulteriori riunioni segrete sull'attacco al Castello si tennero a casa Pancali, ma furono interrotte dall'arrivo della notizia dello sbarco imminente di Del Carretto.

L'arsenico e il prete pseudo-liberale

Sull'origine dell'arsenico rinvenuto in casa Schwentzer, lo storico Salvatore Chindemi, in una nota dei Cenni biografici sul Barone Pancali pubblicati a Palermo nel giugno 1868 e ripresa da Adorno Puma nella Confutazione del 1869, sostiene che la sostanza tossica vi fu deliberatamente immessa di nascosto da «un prete pseudo-liberale» con l'intenzione di provocare la rivoluzione. Adorno Puma ricostruisce questo dato come prova che la teoria del «veneficio» non era frutto di superstizione popolare ma piuttosto operazione mirata di radicalizzazione politica, di cui Mario Adorno e gli altri liberali sarebbero stati strumenti consapevoli e non illusi creduloni come voleva Bufardeci.

L'arrivo di Del Carretto e la repressione

Lo sbarco del 10 agosto 1837

Il re Ferdinando II inviò a Siracusa il marchese Francesco Saverio Del Carretto, marchese di Macchia d'Isernia, ministro di Polizia del Regno delle Due Sicilie, con pieni poteri e un consistente contingente di truppe svizzere e gendarmi napoletani. Lo sbarco avvenne presso Plemmirio il 10 agosto 1837. Le modalità repressive di Del Carretto furono durissime: arresti sommari, violenze contro la popolazione, bandi di rientro forzato in città (che aumentarono la mortalità da colera), confisca delle armi sotto minaccia di bombardamento. Il bilancio complessivo della repressione fu, secondo la stima dello stesso Bufardeci (p. 263), di «circa mille persone» condannate fra ferri, ergastoli e pena capitale, oltre ad arresti molto più numerosi nei Valli di Noto e di Catania.

Il rifiuto della fuga via mare

Prima dell'arresto, il capitano mercantile Silvestro Sollecito, «intimo amico» di Adorno, offrì alla famiglia una fuga via mare con il proprio legno. Bufardeci ricostruisce così il rifiuto di Mario:

«Ma perché anche noi fuggire? Quali sono i nostri delitti? Non siamo stati noi che abbiamo sventato una setta d'uomini infernali, che sotto il diabolico stratagemma di colera, desolavano i popoli e devastavano i regni? Ingiusto per quanto sia il Governo dei Borboni, io non credo che non rimeriterà l'opera nostra.»

Il figlio Gaetano nella Confutazione contesta questa versione e ne dà un'altra: Mario non rifiutò la fuga per ingenuità, ma «non poteva disporre della volontà di quelle persone che avrebbero dovuto far loro compagnia, né condizioni per attuare la fuga, che non pervenivano dalla parte di Sollecito, non potevano accettarsi da Mario senza coprirsi d'un delitto». La frase emblematica del padre, secondo il figlio, fu: «più della vita, gli era caro l'onore». Sollecito stesso fu in seguito condannato a morte e fucilato insieme a un suo fratello.

Arresto in via Amalfitania

Negli ultimi giorni prima della cattura, mentre Mario «coi tre figli suoi» si stava preparando a una fuga alternativa, «appena comparsi i navigli di guerra che venivano con l'Alter-Ego Del Carretto» (cioè verso il 10 agosto 1837), gendarmi e truppa accerchiarono in via Amalfitania, a Ortigia, la casa del figlio Carmelo (non quella di Mario), dove la famiglia si era riunita per il tentativo di evasione. La testimonianza del figlio Gaetano è inequivocabile:

«come un fulmine ci fu da gendarmi e numerosa truppa incordonata da tutti i punti la casa in via Amalfitania, non di mio padre, ma di mio fratello Carmelo, ove ci eravamo riuniti per fuggire, e preclusaci ogni strada di salvazione, fummo duramente arrestati.»

L'orario dell'arresto è dato da Bufardeci («verso le 3 pomeridiane, dai gendarmi nelle domestiche mura») ma il giorno preciso non è esplicitato dalle fonti; si colloca fra il 10 e il 16 agosto. Tutti e quattro gli Adorno furono arrestati nello stesso atto: Mario, Carmelo, Gaetano, Giuseppe. Mario e Carmelo furono condotti subito alla marina, imbarcati su una lancia e portati sotto la fregata di Del Carretto. Il ministro rifiutò di riceverli. Furono stivati come merce in una cannoniera napoletana sotto i boccaporti chiusi, soffrendo fame e sete, accovacciati su una catena per tutta la notte. Il giorno seguente furono trasferiti al Castello Maniace, antica fortezza siracusana, dove furono rinchiusi nelle prigioni che le fonti coeve chiamano «Conte Lapis», nome non di persona ma della cella («orrida prigione chiamata Conte Lapis», secondo la testimonianza di Gaetano Adorno Puma nella Confutazione del 1869). Gaetano e Giuseppe vennero detenuti separatamente.

Il processo militare

La Corte stataria

La Corte marziale (Consiglio di Guerra subitaneo) si riunì a Siracusa «a rito subitaneo, senza le forme volute dalla stessa legge militare e dalla civiltà», secondo la formula del Bufardeci. La corte era presieduta dal maggiore Garzia (grafia accolta dalla fonte coeva, mentre la voce della Treccani DBI 1960 di Francesco Brancato traslittera «Grazia»). Relatore della Corte fu il capitano Riccieri, comandante dell'ospedale militare di Siracusa, scelto personalmente da Del Carretto a bordo della fregata con queste parole, riportate testualmente da Bufardeci:

«Riccieri, ho bisogno di te. Tu devi essere il relatore della Corte stataria, la quale è chiamata a punire i reati di alto tradimento, che si consumarono in Siracusa.»

Uomo di legge della Corte fu il giudice Francesco Mistretta, lo stesso che durante l'emergenza del colera aveva istruito le commissioni cittadine accanto ad Adorno. Le fonti convergono nell'indicare che il processo durò un solo giorno, fra il 16 e il 17 agosto 1837, e che l'intervallo fra la sentenza e l'esecuzione fu di poche ore.

L'interrogatorio del 16 agosto e la scelta del difensore

Mario Adorno fu interrogato il 16 agosto. Rispose lungamente alle domande e, richiesto se avesse scelto un difensore, dichiarò: «Sino a questo momento non vi ho pensato: adesso opino che potrebbe difendermi lo Avvocato D. Giuseppe Failla. Anche il figlio propose Failla». La nomina dell'avvocato siracusano Giuseppe Failla è documentata dalla testimonianza dell'archivista provinciale Emanuele De Benedictis nella lettera inclusa nella Confutazione del 1869: «E costui che ebbe permessa la libera comunicazione con gl'inquisiti e presa conoscenza di tutti gli atti, non mancò al grave compito: sostenne le ragioni del suo amico con calore affettuoso: non ebbe reticenze: disse tutto quello che un uomo della gravità e della indipendenza del Failla potesse e sapesse dire: la difesa durò più d'un'ora».La narrazione di Bufardeci differisce: secondo l'abate siracusano «nessun avvocato accettò il patrocinio degli imputati» e Mario «ebbe la forza di difendere se stesso, con coraggio e con energia. Parlò quasi un'ora e mezzo». La discordanza fra le due fonti coeve sul punto della difesa non è stata risolta dalla storiografia successiva.

Il contenuto dell'autodifesa

Secondo la sintesi di Bufardeci, Mario nella propria autodifesa «compendiò la storia de' fatti, dichiarò francamente la sua credenza del veneficio, ricordò i veleni ritrovati, lo interrogatorio del Cosmorama, la confessione del Li Greci. Accennò i servizi resi alla patria, allo Stato, alla umanità per la scoperta dell'infernale setta, e per le misure d'ordine ch'egli aveva adottato durante i giorni procellosi. Protestò di non essere stato mosso dall'interesse politico, e di non avere giammai congiurato contro il Governo del re. Finalmente implorò la giustizia». De Benedictis nella lettera del 1869 confida invece che «Adorno era designata vittima e dovea cadere»: «Del Carretto aspettava ansioso quel sangue».

La sentenza

La Corte stataria condannò a morte Mario Adorno, il figlio Carmelo e un terzo imputato, Concetto Lanza (esecutore materiale dell'uccisione dell'intendente Vaccaro il 18 luglio). Il capo d'imputazione fu cospirazione contro lo Stato e alto tradimento.

L'esecuzione del 18 agosto 1837

La fucilazione avvenne in Piazza del Duomo a Siracusa il pomeriggio del 18 agosto 1837. Bufardeci, che fu testimone diretto di lontano, descrive così la scena (p. 261 del suo libro del 1868):

«La piazza del Duomo pareva un camposanto, il silenzio era interrotto dal cupo suono de' tamburi e dal rumore delle ruote de' cannoni, che precedevano un battaglione di fanteria. I quattro sbocchi delle vie erano formidabilmente guardati da soldati svizzeri.»

La Corte marziale dispose una sequenza calcolata di esecuzione fra padre e figlio: Carmelo Adorno fu fucilato per primo, mentre il padre Mario, inginocchiato, fu costretto a fissare il cadavere del figlio prima di essere a sua volta fucilato. Il modo in cui si collocò nel rito di morte la terza vittima, Concetto Lanza, non è esplicitato dalle fonti coeve consultate. Per il padre fu riservata la modalità infamante della fucilazione alle spalle, come reo di alto tradimento. Bufardeci (p. 262) chiosa:

«la Corte marziale di Siracusa, non solo imitò quel tratto di raffinata tirannia, ma volle che il padre, inginocchiato, guardasse il cadavere dell'innocente figlio ancora fumante, e fosse poscia anch'egli fucilato alle spalle, come colpevole di alto tradimento.»

Le ultime parole scambiate fra padre e figlio sul patibolo sono riportate testualmente da Bufardeci (p. 262). Carmelo, sussurrando:

«Padre! da chi la sventurata famiglia trarrà aiuto e consiglio?!»

Mario:

«Dalla vita che qui lasciamo, senza delitto e senza rimorso!»

Il dialogo è entrato nella memoria collettiva del Risorgimento siracusano come esempio di stoicismo civile. Gaetano Adorno Puma nella Confutazione del 1869 paragonerà la fermezza paterna a quella di Pietro Micca: «Un solo momento di patrio entusiasmo rese grande quello di Pietro Micca».

Conseguenze immediate

L'interdizione della Cattedrale

Dopo l'esecuzione la Cattedrale di Siracusa fu interdetta dal culto per il sangue versato nella piazza antistante: le porte furono chiuse e ai sagrestani fu vietato l'accesso. Bufardeci sostiene che il provvedimento fu un pretesto orchestrato da Del Carretto con la complicità dell'arcivescovo Amorelli (allora assente da Siracusa per visita pastorale, rappresentato in città dal fratello vicario Salvatore Amorelli) per trafugare di notte, sulle spalle dei soldati di marina, le cassette dei presunti veleni custodite nel tesoro di Santa Lucia, sottraendole a ogni successivo accertamento del corpo del reato.

Il declassamento di Siracusa

Cinque giorni dopo la fucilazione, il Real Decreto n. 4209 del 23 agosto 1837 di Ferdinando II punì Siracusa privandola della dignità di capoluogo di Vallo, dignità trasferita a Noto. La giustificazione ufficiale fu che Noto «aveva dimostrato fedeltà e vero attaccamento al trono». Il declassamento durò fino alla legge Lanza n. 2248 del 20 marzo 1865, quando Siracusa recuperò la qualifica di capoluogo provinciale.

Sepoltura

Il luogo della sepoltura di Mario e Carmelo Adorno non è documentato da nessuna delle fonti coeve consultabili. Né Bufardeci nella narrazione del 1868, né il figlio Gaetano nella Confutazione del 1869, né la voce DBI di Brancato del 1960 forniscono indicazioni sul destino dei corpi dopo la fucilazione. Le ipotesi più ricorrenti nella storiografia divulgativa parlano di fosse comuni vicino alle mura cittadine (trattamento per i giustiziati come traditori) o di una cripta familiare in chiesa siracusana riconsegnata dopo il 1848, ma nessuna delle due ipotesi è documentata.

La riabilitazione del 1848

La Rivoluzione siciliana del 1848 e l'instaurazione del Governo provvisorio di Sicilia, presieduto da Ruggero Settimo, segnarono la prima riabilitazione ufficiale di Mario Adorno. Due atti istituzionali ne sancirono pubblicamente la qualità di patriota e martire:
  • il Decreto del Parlamento Siciliano del 19 maggio 1848 (n. 45), che accordò una pensione alle vedove di Mario e di Carmelo Adorno, riconoscendoli come «generosi morti per lo affetto che portavano alla libertà della patria»;
  • il Decreto di Ruggero Settimo del 29 luglio 1848, indirizzato al Presidente del Comitato Centrale di Siracusa, che li definì «vittime dell'abbattuto dispotismo».
Con la restaurazione borbonica del 1849 gli atti del Parlamento del 1848 furono dichiarati nulli. Una piena e duratura riabilitazione istituzionale si ebbe solo dopo l'Unità d'Italia (1860-1861), con il pieno riconoscimento nella storiografia post-unitaria.

La polemica storiografica del 1868-1869

Trent'anni dopo i fatti, la figura di Mario Adorno fu al centro della polemica più aspra che la storiografia siracusana abbia conosciuto sui moti del 1837. Emilio Bufardeci (Siracusa, 1816; Siracusa, 1899), abate, deputato del Regno d'Italia, pubblicò a Firenze nel 1868 il volume «Le funeste conseguenze di un pregiudizio popolare», 428 pp., che attribuiva ai liberali siracusani del 1837, e a Mario Adorno in primo piano, la responsabilità delle violenze e delle stragi avvenute durante l'estate. Secondo Bufardeci, Adorno fu un illuso ingenuo del veneficio borbonico, privo di reale orientamento cospirativo, addirittura filoborbonico nel discorso del 18 luglio.A Bufardeci (Siracusa, 1816; Siracusa, 1899) rispose il figlio sopravvissuto Gaetano Adorno Puma, nel 1869, con la Mario Adorno e le false accuse del sac. Emilio Bufardeci. Confutazione (Siracusa, Tipografia di Antonino Pulejo), 146 pp. complessive che comprendono tre testi: la Confutazione del figlio, una lettera dell'archivista Emanuele De Benedictis al professore Salvatore Chindemi, e le Osservazioni di Emmanuele Giaracà a difesa dello zio Chindemi. L'opera contiene anche l'accusa di plagio: cinque pagine di tabelle sinottiche dimostrano che Bufardeci aveva attinto sistematicamente da un manoscritto inedito di Chindemi («Memoria storica degli avvenimenti accaduti in Luglio ed Agosto 1837 in Siracusa») rimasto in custodia di Francica Pancali fino alla morte di quest'ultimo (10 maggio 1868) e poi entrato nelle mani di Bufardeci per le note relazioni di amicizia.Lo storico Salvatore Chindemi, contemporaneo dei fatti, nel proprio libro «Siracusa dal 1826 al 1860» (Siracusa, Pulejo, 1869) si schierò moderatamente in difesa di Mario Adorno contro le accuse di Bufardeci.

Eredità storiografica

Nel corso dell'Ottocento e del Novecento la figura di Mario Adorno fu ripresa da numerose opere storiografiche, fra cui:
  • Serafino Privitera, Storia di Siracusa antica e moderna, Napoli, Fibreno, 1878-1879 (vol. IV), che inquadra l'episodio del 1837 nella narrazione complessiva della città;
  • Antonio Sansone, Gli avvenimenti del 1837 in Sicilia, Palermo, 1890;
  • Francesco Guardione, La Sicilia nella rigenerazione politica d'Italia, Palermo, 1912;
  • Emanuele Francica Pancali (postumo, a cura di Enrico Mauceri), Siracusa nel colera del 1837, in «Rassegna storica del Risorgimento», vol. XXVI (1939), pp. 1061-1100, fonte primaria autobiografica del sindaco del 1837;
  • Francesco Brancato, voce «ADORNO, Mario» nel Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 1, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1960, riferimento canonico moderno;
  • Salvatore Russo (a cura di), I moti del 1837 a Siracusa e la Sicilia degli anni Trenta, Siracusa, Ediprint, 1987, 237 pp., monografia accademica della Società Siracusana di Storia Patria e dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano;
  • Salvatore Adorno (storico, Università di Catania, n. 1955), Storie di Siracusa tra Ottocento e Novecento, Milano, Franco Angeli, 2023, e altre opere sul contesto urbano e politico siracusano.
Esiste su Wikidata l'item Q3293331 dedicato a Mario Adorno, con 16 statements e collegamenti alle versioni italiana e francese di Wikipedia e a Wikimedia Commons.

Memoria pubblica e toponomastica

Via Mario Adorno (Siracusa)

A Siracusa la Via Mario Adorno si estende nel quartiere centrale storico, da Via Dione 27/29 a Corso Matteotti 56/58, in Ortigia. È intitolata al patriota di questa scheda e non va confusa con il Passeggio Adorno, viale alla Marina di Ortigia dedicato a Gaetano Adorno Zappalà, sindaco di Siracusa nel 1861-1865 di altro ramo familiare.

Lapide del 150° dell'Unità d'Italia

Nel 2010-2011, in occasione delle celebrazioni per il 150° dell'Unità d'Italia, è stata apposta in Piazza Duomo a Siracusa una lapide commemorativa nel giardino dell'Arcivescovado, sul lato sud della piazza. Il testo recita:

IN QUESTO LUOGO / IL 18 AGOSTO 1837 / DAVANTI AL POPOLO DI SIRACUSA / DI CUI ERA IL TRIBUNO, / DOPO AVERE ASSISTITO / ALL'ESECUZIONE / DELLA SENTENZA DI MORTE / DEL FIGLIO CARMELO / FU FUCILATO / DALLA TIRANNIDE BORBONICA / L'AVV. MARIO ADORNO / PATRIOTA E MARTIRE / DEL RISORGIMENTO NAZIONALE. / LA CITTÀ LO RICORDA SIMBOLO / DELLA LOTTA PER LA LIBERTÀ / NEL 150° DELL'UNITÀ D'ITALIA

La lapide è documentata da due fotografie su Wikimedia Commons: File:Lapide_Mario_Adorno.jpg di Jez Nicholson (2014, CC BY-SA 2.0) e File:Targa_Mario_Adorno.jpg di Ivan Ruggiero (2025, CC BY-SA 4.0).

Viale degli Eroi

Mario Adorno e il figlio Carmelo sono commemorati nel Viale degli Eroi di Siracusa insieme ad altri patrioti del Risorgimento siracusano, fra cui Concetto Lanza, Vincenzo Statella, Gaetano Fuggetta.

Iconografia

Nessun ritratto pittorico, busto scultoreo, incisione o fotografia di Mario Adorno realizzato in vita o nei decenni immediatamente successivi è documentato online. La sola iconografia pubblica oggi disponibile è la lapide commemorativa del 2010-2011 in Piazza Duomo, documentata fotograficamente. L'assenza di ritratti coevi è coerente con il contesto: la fucilazione come reo di alto tradimento comportava la cancellazione della memoria visuale; la riabilitazione del 1848 fu di breve durata; e la stabilizzazione post-unitaria si concentrò sulla commemorazione testuale anziché visiva.

Cronologia biografica

  • 1773: nascita a Siracusa da Giovanni Adorno, senatore della città nel 1796
  • Anni 1790-1810 ca.: formazione giuridica, matrimonio con donna della famiglia Puma, nascita dei tre figli (Carmelo, Gaetano, Giuseppe)
  • 1820-1821: partecipazione alla Carboneria nei moti siciliani
  • 1835-1836: scrittoio legale a Siracusa, snodo della copia clandestina dei Salmi di Gabriele Rossetti con il figlio Gaetano e Raffaele Lanza
  • Metà giugno 1837: arrivo del colera asiatico a Siracusa
  • Inizio luglio 1837: Mario diventa «tribuno della plebe» nella diffusione della teoria del colera-veleno
  • 16 luglio 1837: il commissario di polizia Vico spicca contro Adorno mandato di arresto; Mario fugge in villa a tre miglia da Siracusa
  • 18 luglio 1837: uccisione dell'intendente Vaccaro; la Commissione dei Sessanta richiama Adorno; nella sera Mario torna in città, pronuncia l'allocuzione e stringe il patto pubblico con Pancali
  • 19-20 luglio 1837: Mario membro della Sotto-Commissione; salvataggi di Padronaggi, Munna, Azzoppardi, Corpaci; interrogatorio Schwentzer
  • 21 luglio 1837: redazione del proclama «I Siracusani ai confratelli Siciliani»; discorso al popolo; acclamazione
  • 22 luglio 1837: secondo interrogatorio Schwentzer; lettera autografa di Adorno al detenuto
  • 5 agosto 1837: linciaggio in Piazza Duomo della coppia Schwentzer-Lepik
  • 10 agosto 1837: sbarco di Francesco Saverio Del Carretto a Plemmirio con duemila soldati
  • 10-16 agosto 1837: arresto della famiglia Adorno in via Amalfitania, casa di Carmelo, alle tre pomeridiane; trasferimento al Castello Maniace nelle prigioni rimpetto al conte Lapis
  • 16 agosto 1837: interrogatorio di Mario davanti alla Corte stataria; nomina dell'avvocato Giuseppe Failla; difesa di un'ora e mezzo
  • 18 agosto 1837: fucilazione in Piazza Duomo di Carmelo Adorno per primo, poi del padre Mario costretto a fissare il cadavere del figlio, fucilato alle spalle come reo di alto tradimento; nella stessa esecuzione cade anche Concetto Lanza
  • 23 agosto 1837: Real Decreto n. 4209 di Ferdinando II; declassamento di Siracusa, trasferimento del capoluogo a Noto
  • 19 maggio 1848: Decreto n. 45 del Parlamento Siciliano; pensione alle vedove Adorno; riabilitazione formale
  • 29 luglio 1848: Decreto di Ruggero Settimo; Mario e Carmelo riconosciuti «vittime dell'abbattuto dispotismo»
  • 1849: restaurazione borbonica; gli atti del 1848 sono dichiarati nulli
  • 20 marzo 1865: legge Lanza n. 2248, Siracusa torna capoluogo provinciale
  • 1868: Emilio Bufardeci pubblica a Firenze Le funeste conseguenze di un pregiudizio popolare
  • 1869: Gaetano Adorno Puma pubblica a Siracusa la Confutazione
  • 1960: Francesco Brancato firma la voce «ADORNO, Mario» nel Dizionario Biografico degli Italiani
  • 2010-2011: posa della lapide commemorativa in Piazza Duomo per il 150° dell'Unità d'Italia

Lacune documentarie

Le fonti accessibili non documentano: il giorno e il mese esatti di nascita di Mario Adorno; il nome di battesimo della moglie (cognome Puma dedotto dal matronimico del figlio); le date di vita del padre Giovanni Adorno e l'eventuale parentela esatta con il bisnonno Carmelo Adorno senatore; eventuali fratelli e sorelle di Mario; la durata degli studi giuridici e la sede universitaria; i casi giudiziari specifici trattati durante la carriera forense; eventuali pubblicazioni giuridiche; il ruolo preciso ricoperto durante i moti del 1820-1821; il luogo della sepoltura dopo l'esecuzione del 18 agosto 1837; il testo integrale del proclama del 21 luglio 1837 (sussiste l'opuscolo originale ma non risulta digitalizzato); le date di vita esatte di Carmelo e Giuseppe Adorno. Una ricostruzione documentaria completa richiederebbe lo spoglio degli archivi parrocchiali siracusani, dell'Archivio di Stato di Siracusa, dell'Archivio storico comunale, dell'Archivio di Stato di Palermo (Suprema Corte dei reali di Stato, atti del processo militare 1837) e degli archivi notarili distrettuali.

Voci collegate

Fonti e bibliografia

Fonti coeve primarie

  • Emanuele Francica Pancali (postumo), Siracusa nel colera del 1837, a cura di Enrico Mauceri, in «Rassegna storica del Risorgimento», vol. XXVI (1939), pp. 1061-1100
  • Emilio Bufardeci, Le funeste conseguenze di un pregiudizio popolare. Memorie storiche, Firenze, Tipografia Eredi Botta, 1868, 428 pp. Digitalizzato su Internet Archive
  • Gaetano Adorno Puma, Mario Adorno e le false accuse del sac. Emilio Bufardeci. Confutazione, Siracusa, Tipografia di Antonino Pulejo, 1869, 146 pp. (digitalizzato su Internet Archive, identificativo marioadornoelef00pumagoog)
  • Salvatore Chindemi, Siracusa dal 1826 al 1860, Siracusa, Tipografia di Antonino Pulejo, 1869
  • Pasquale Calvi, Memorie storiche e critiche della rivoluzione siciliana del 1848, Malta (falso luogo Londra), 1851-1853

Atti istituzionali

  • Real Decreto n. 4209 del 23 agosto 1837, Ferdinando II, declassamento di Siracusa
  • Decreto del Parlamento Siciliano n. 45 del 19 maggio 1848, pensione alle vedove Adorno (Collezione dei decreti del General Parlamento di Sicilia)
  • Decreto di Ruggero Settimo del 29 luglio 1848, Presidente del Governo di Sicilia, riconoscimento delle «vittime dell'abbattuto dispotismo»
  • Legge Lanza n. 2248 del 20 marzo 1865, ripristino di Siracusa a capoluogo provinciale

Storiografia ottocentesca

  • Anonimo, Mario Adorno e compagni ovvero I martiri di Sicilia nel 1837, opuscolo, circa 1852, 22 pp.
  • Serafino Privitera, Storia di Siracusa antica e moderna, Napoli, Fibreno, 1878-1879 (vol. IV)
  • Antonio Sansone, Gli avvenimenti del 1837 in Sicilia, Palermo, 1890

Storiografia novecentesca e contemporanea

  • Francesco Guardione, La Sicilia nella rigenerazione politica d'Italia, Palermo, 1912
  • Gioachino Volpe, Storia del movimento per l'unità d'Italia, Roma, 1923
  • Francesco Brancato, voce ADORNO, Mario, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 1, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1960
  • Salvatore Russo (a cura di), I moti del 1837 a Siracusa e la Sicilia degli anni Trenta, Siracusa, Ediprint, 1987, 237 pp., collana «Ali del tempo» n. 5
  • Carmela Sirena, tesi di laurea, Università degli Studi di Catania, 2010 circa (sul dittico Bufardeci-Adorno Puma)
  • Salvatore Adorno, Siracusa. Identità e storia 1861-1915, Siracusa, Lombardi, 1998
  • Salvatore Adorno, Storie di Siracusa tra Ottocento e Novecento, Milano, Franco Angeli, 2023

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