Emilio Bufardeci

Sacerdote, patriota risorgimentale e deputato al Parlamento del Regno d’Italia.
Aggiornato in data 23 Maggio 2026 da Alessandro Calabrò
PersonaggioEmilio Bufardeci
Ritratto ovale in bianco e nero di Emilio Bufardeci, sacerdote con collarino bianco e giacca scura
Ritratto di Emilio Bufardeci conservato nel manoscritto Gubernale presso la Biblioteca Comunale di Siracusa.
Dati anagrafici
Nome completoEmilio Bufardeci
Nascita1816, Siracusa
Morte28 giugno 1899, Siracusa
StatoSacerdote, canonico, patriota, politico
ProfessioneInsegnante di scuole superiori (matematica)
Carriera parlamentare
CaricaDeputato al Parlamento del Regno d’Italia
CollegioModica (II circondario della provincia di Siracusa)
LegislatureXVI, XVII, XVIII (1886-1895)
Altre carichePresidente del Consiglio provinciale di Siracusa (1894-1895)
Attività rivoluzionaria
AffiliazioneCarboneria, Massoneria
LoggiaLoggia Timoleonte (Siracusa)
Ruolo in loggiaOratore della Loggia Timoleonte
Opere principali
OperaLe funeste conseguenze di un pregiudizio popolare (Firenze, 1868)
Codici identificativi
VIAF88854485
ISNI0000 0000 6202 9117
SBNIEIV052103
Camera dei deputatiScheda storica
Da non confondere con Giuseppe Bufardeci (1927-2010), deputato del PCI e poi del PSI per la II e III legislatura della Repubblica, di cui non risulta documentato un legame genealogico diretto con il ramo di Emilio Bufardeci, e con Giambattista «Titti» Bufardeci (1953), sindaco di Siracusa, discendente collaterale.
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Emilio Bufardeci

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Emilio Bufardeci (Siracusa, 1816; Siracusa, 28 giugno 1899) è stato un presbitero (canonico, secondo gli appellativi correnti nei carteggi siracusani coevi e nella tradizione massonica locale), patriota, pubblicista e politico italiano. Figura di primo piano nel Risorgimento siracusano, fu membro della Carboneria e della Massoneria (oratore della Loggia Timoleonte), animatore dei moti rivoluzionari del 1848 e del 1860, deputato al Parlamento italiano per tre legislature consecutive nel collegio di Modica (XVI, XVII, XVIII, 1886-1895), presidente del Consiglio provinciale di Siracusa nel 1894-1895, amico personale di Francesco Crispi. È autore della memoria storica Le funeste conseguenze di un pregiudizio popolare (Firenze, Eredi Botta, 1868) sui moti del colera del 1837 a Siracusa, opera che innescò nel 1869 la nota confutazione di Gaetano Adorno Puma. Una tradizione familiare attribuisce il nome di battesimo alla madrina, la «principessa Emilia di Galles», dato non confermato da fonti coeve. A Siracusa gli è dedicata una via nel quartiere di Tiche, considerata di scarsa visibilità da osservatori siracusani.

Origini e formazione

Emilio Bufardeci nasce nel 1816 a Siracusa, da famiglia agiata legata al patriziato cittadino. I nomi del padre e della madre non risultano documentati nelle fonti accessibili. La tradizione familiare, ripresa dalle ricostruzioni biografiche locali, vuole il nome di battesimo «Emilio» derivato dalla madrina «principessa Emilia di Galles», dato non confermato da fonti coeve (nessuna principessa britannica con questo nome è documentata per la fascia 1815-1816 corrispondente al momento del battesimo). Il fratello Vincenzo Bufardeci morì giovane il 9 aprile 1855, evento al quale Emilio dedicherà l’opera principale del 1868 con un’epigrafe che lo ricorda «volato a Dio […] per angeliche virtù, per vita intemerata», «amaramente compianto dai congiunti, dagli amici, dal popolo». Il ruolo pubblico di Vincenzo non risulta dettagliato nelle fonti.

La casa Bufardeci, palazzo siracusano della famiglia, era organizzata in più quartieri abitativi affittati: nello stesso edificio risiedeva, secondo la testimonianza diretta di Emilio nel libro del 1868 (p. 108), il liberale Vincenzo Barresi, definito «anima dei carbonari del 1820», esule a Malta dopo i moti del 1848, dove morì. Il dato attesta indirettamente un legame del nucleo familiare Bufardeci con la cospirazione liberale siracusana sin dagli anni venti dell’Ottocento.

Ordinato sacerdote, Bufardeci ottiene già a vent’anni (1836 circa) la cattedra di matematica nelle scuole siracusane: il dato è registrato anche nella scheda del Portale storico della Camera dei deputati come professione «Insegnante di scuole superiori». La formazione scientifica, inconsueta per un ecclesiastico del tempo, e l’attività di pubblicista e giornalista politico (dichiarata da Bufardeci stesso nella prefazione del libro del 1868, dove ricorda di essere «avvezzo alla palestra giornalistica») segneranno tutta la sua produzione letteraria e il suo impegno pubblico.

I moti del 1837 e il contesto prerivoluzionario

L’interesse di Bufardeci si orienta presto verso i movimenti liberali che agitano la Sicilia sotto il dominio borbonico. Stringe rapporti con i liberali siracusani che alimentano i moti del 1837, scoppiati in concomitanza con l’epidemia di colera. In quell’anno, la credenza popolare che il morbo sia un veleno diffuso deliberatamente dai Borboni provoca a Siracusa violenze feroci contro presunti «untori», con 750 arresti e 123 condanne a morte (fra cui quella dell’avvocato Mario Adorno e di suo figlio Carmelo). A seguito dei disordini, il governo borbonico trasferisce la sede dell’Intendenza della Valle da Siracusa a Noto, punendo la città con un declassamento amministrativo destinato a pesare per decenni. Sul ruolo personale di Bufardeci, ventunenne nel 1837 (sebbene Adorno Puma nel 1869 lo dica «più giovane di me», nato 1822 circa, dato in contrasto con l’anno di nascita 1816 confermato da Camera dei deputati, VIAF e Wikidata), le fonti coeve divergono: Gaetano Adorno Puma e l’archivista Emanuele De Benedictis nella Confutazione del 1869 sostengono che Bufardeci «stava a godersi le delizie della sua casina nell’Isola», cioè in una villetta a Ortigia, e non come si è poi tramandato in campagna lontana, e che la sua ricostruzione si basa su testimonianze orali raccolte solo trent’anni dopo dal sindaco Emanuele Francica Pancali e su carte fornite dallo stesso De Benedictis tramite il copista Paolo Cesareo. Bufardeci stesso, nelle Funeste conseguenze del 1868 (p. 139), rivendica al contrario la qualità di testimone diretto: «Il nostro racconto poggia su quello che cadde sotto i nostri occhi, sulla testimonianza degl’intemerati cittadini, sul legale processo». In tutto il libro si firma «al tramonto della nostra vita» e affida la propria credibilità storica al ricordo personale e alla storia orale di prima mano: dichiara di aver «interrogato qualche liberale» sopravvissuto agli eventi, dato metodologico significativo per la genesi del volume.

La rivoluzione del 1848

Nel 1847, Bufardeci costituisce a Siracusa un comitato segreto rivoluzionario, ma parte presto per Palermo, dove ha sede il Comitato Generale che prepara l’insurrezione del 12 gennaio 1848. A Palermo collabora con i vertici del movimento indipendentista siciliano. Insieme a Raffaele Lanza, porta al Comitato Generale l’adesione di Siracusa alla causa rivoluzionaria.

Rientrato nella sua città, firma a nome di Ruggero Settimo, a bordo di un brigantino inglese, il noto armistizio con il generale borbonico Palma, che produce la resa della fortezza di Siracusa. La mediazione britannica e i contatti internazionali di Bufardeci, facilitati dalla rete massonica, risultano decisivi per il buon esito della trattativa.

Nominato Delegato del Presidente del Comitato di Siracusa durante la fase di transizione, viene eletto deputato al Parlamento siciliano del 1848 e sostiene gli interessi della Sicilia e della sua città durante la breve esperienza del Regno di Sicilia indipendente (1848-1849).

La restaurazione borbonica e la cospirazione

Con la vittoria delle monarchie europee sulle rivoluzioni del 1848 e la restaurazione del governo borbonico, Bufardeci si ritira in una sua villa di campagna. Non cessa l’attività cospirativa: aiuta i liberali perseguitati all’interno dell’isola e mantiene relazioni con gli esuli in Malta e nel resto d’Italia, fra cui Francesco Crispi, con il quale stringe un’amicizia personale destinata a durare tutta la vita. Il rapporto è confermato anche da una minuta autografa di telegramma di Crispi a Bufardeci datata 25 dicembre 1895, conservata all’Archivio Centrale dello Stato (Fondo Francesco Crispi, Serie I, Corrispondenza ordinaria), spedita pochi mesi prima della caduta del governo Crispi dopo la disfatta di Adua (marzo 1896).

Lo storico Gubernale lo annovera tra «i liberali più avanzati e più operosi» della Siracusa ottocentesca, esprimendo stupore per il fatto che «un ministro dell’altare assumesse una così attiva partecipazione alla vita pubblica».

Il 1859 e la spedizione dei Mille

Nel 1859, Bufardeci organizza un nuovo comitato segreto e redige personalmente una lettera indirizzata a re Vittorio Emanuele II, fortemente ostile ai Borboni, che viene sottoscritta da numerosi patrioti e consegnata da Vincenzo Statella al comandante di una nave da guerra piemontese.

Secondo la tradizione massonica siracusana, Bufardeci svolge un ruolo rilevante anche nella spedizione dei Mille: grazie ai suoi contatti all’interno della Massoneria, che si estendono fino alla monarchia britannica, contribuisce a impedire che la flotta inglese, in navigazione lungo le coste siciliane, intercetti i piroscafi di Garibaldi diretti in Sicilia. L’Epistolario di Giuseppe Garibaldi (volumi VI e VIII, relativi al periodo 1861-1863) documenta i rapporti diretti fra il generale e il sacerdote siracusano.

La liberazione di Siracusa nel 1860

Quando a Siracusa giunge notizia dell’ingresso di Garibaldi a Palermo nel giugno 1860, Bufardeci e Raffaele Lanza si presentano davanti al generale borbonico Lo Cascio e ne ottengono la resa della città, senza spargimento di sangue. L’azione, condotta con audacia e risolutezza, gli vale la fama di uomo dotato di «coraggio da vendere».

L’episodio della villa e la marcia su Roma

Il 28 giugno 1862, quando il governo di Urbano Rattazzi ordina perquisizioni in tutta la Sicilia per sventare la progettata «marcia su Roma» di Garibaldi, soldati e carabinieri irrompono nella villa di campagna di Bufardeci, dove i massoni tengono una riunione. Avvertiti in anticipo, i patrioti si dileguano. Bufardeci rimane al suo posto e, con perfetta noncuranza, viene trovato seduto sotto il pergolato. Ai militari offre del vino, dichiarando di non riuscire a prendere sonno per il caldo estivo e di preferire godersi i pistacchi genuini e contemplare le stelle.

In quello stesso giorno, Garibaldi, eletto Gran Maestro della Massoneria al suo rientro a Palermo, invia una lettera alla Loggia Timoleonte raccomandando vigilanza.

Attività parlamentare

Una prima candidatura politica risale alle elezioni generali del 27 gennaio 1861, alla vigilia della proclamazione del Regno d’Italia: Bufardeci si presenta nel collegio di Siracusa contro il moderato Filippo Cordova, ottenendo 23 voti contro i 645 raccolti da Cordova su 902 iscritti, e risultando largamente sconfitto. Greco Cassia e Francesco Accolla figurano tra i candidati delle suppletive successive dello stesso 1861, vinte da quest’ultimo. L’esito della candidatura del gennaio 1861 costa a Bufardeci vessazioni poliziesche e provvedimenti repressivi. Una successiva sconfitta elettorale, datata da Gaetano Adorno Puma al biennio 1867-1868, vede Bufardeci pubblicare una scritta polemica con l’augurio del «desiderio di vedere innalzate duecentoottanta forche a tutti gli elettori» che non gli avevano dato il voto, episodio riportato nella Confutazione del 1869 come prova del carattere risentito dell’autore.

Solo nel 1886, settantenne, Bufardeci viene finalmente eletto deputato al Parlamento del Regno d’Italia nel collegio di Modica, all’epoca secondo circondario della provincia di Siracusa. Siede alla Camera dei deputati per tre legislature consecutive:

  • XVI legislatura (10 giugno 1886-22 ottobre 1890)
  • XVII legislatura (10 dicembre 1890-27 settembre 1892)
  • XVIII legislatura (23 novembre 1892-8 maggio 1895)

In Parlamento porta le istanze della Sicilia orientale, difendendo gli interessi delle comunità del siracusano e del ragusano. Risultano due interventi parlamentari registrati negli atti della Camera. Il suo seggio si colloca nell’area della Sinistra storica. Insieme al senatore Gaetano Moscuzza, Bufardeci costituisce una delle colonne portanti del consenso crispiano nella provincia di Siracusa. Appoggia i governi di Agostino Depretis e quelli di Francesco Crispi, con il quale condivide un’amicizia personale e politica durata tutta la vita. Nel 1866, Bufardeci intercede direttamente presso Crispi per evitare il trasferimento delle monache del Monastero di San Benedetto a Siracusa, dimostrando la capacità di mediare fra istituzioni religiose e potere politico. Crispi fu nominato cittadino onorario di Siracusa. La famiglia Bufardeci è fra i principali produttori ed esportatori di vino bianco dolce verso l’Europa settentrionale, attività che condivide con la famiglia Moscuzza e che contribuisce a consolidarne il prestigio economico locale.

Appartenenza massonica

Bufardeci aderisce alla Carboneria e successivamente alla Massoneria, dove ricopre il ruolo di oratore della Loggia siracusana. Appartiene alla Loggia Timoleonte, indicata dalla tradizione massonica siracusana come fondata nel 1825 e posta in epoca successiva sotto l’obbedienza del Grande Oriente d’Italia, costituito a Torino nel 1859 e trasferito a Firenze nel 1865 in concomitanza con il trasferimento della capitale del Regno d’Italia. Venerabile Maestro della Loggia è il barone Emanuele Francica Pancali, stretto collaboratore di Bufardeci.

Nel 1898, un anno prima della morte di Bufardeci, la Loggia Timoleonte si fonde con la Loggia Archimede, dando vita alla Loggia Timoleonte-Archimede.

L’appartenenza di un sacerdote cattolico alla Massoneria, già in contrasto con le posizioni della Chiesa di Roma, rende Bufardeci una figura atipica nel panorama ecclesiastico siciliano dell’Ottocento.

Portale d’ingresso ad arco di Palazzo Romeo-Bufardeci al civico 72 di Via della Maestranza, con androne voltato a botte e cortile interno illuminato
Il portale d’ingresso di Palazzo Romeo-Bufardeci al n. 72 di Via della Maestranza, Ortigia. Il palazzo fu la residenza della famiglia Bufardeci. Foto di Roberto Capozio.

Palazzo Romeo-Bufardeci

La famiglia Bufardeci risiede in uno dei palazzi storici di Ortigia, Palazzo Romeo-Bufardeci, al civico 72 di Via della Maestranza. Edificato tra la fine del Seicento e i primi decenni del Settecento dalla famiglia Romeo di Magnisi (baroni di Biggeni e marchesi di Magnisi), con cronologia iniziale fissata dal Catalogo Generale dei Beni Culturali al 1693, anno del terremoto del Val di Noto e dell’avvio della ricostruzione cittadina, il palazzo passa in seguito alla famiglia Bufardeci, da cui prende il nome corrente. La tradizione storiografica locale attribuisce la facciata all’architetto siracusano Luciano Alì.

Il palazzo è schedato dal Catalogo Generale dei Beni Culturali con il codice 1900115110, che lo registra come architettura tardo-barocca settecentesca dell’area del Val di Noto. L’interno si sviluppa attorno a un cortile interno raggiungibile attraverso un androne voltato a botte.

Nel 1943, durante la seconda guerra mondiale, l’edificio subisce danni in seguito a un bombardamento, conservando comunque l’impianto della facciata originaria. Oggi ospita appartamenti, esercizi commerciali e spazi espositivi.

Opere

L’attività letteraria di Bufardeci spazia dalla saggistica storica alla pubblicistica civile. Fra le opere note:

  • Le funeste conseguenze di un pregiudizio popolare. Memorie storiche (Firenze, Eredi Botta, 1868, 428 pp.). Dedicata alla memoria del fratello Vincenzo Bufardeci, morto il 9 aprile 1855 e descritto dall’autore come uomo di «virtù angeliche». Opera principale di Bufardeci, ricostruisce le vicende del colera del 1837 a Siracusa e analizza le conseguenze devastanti delle credenze popolari che attribuivano la diffusione del morbo ad avvelenatori deliberati. Il testo documenta come il «pregiudizio popolare», la convinzione che il colera fosse un veleno sparso dai Borboni o da agenti stranieri, abbia provocato linciaggi, sommosse e una repressione governativa durissima, con centinaia di arresti e numerose condanne a morte. Bufardeci affronta il tema con spirito scientifico, smontando le false credenze e collocando l’epidemia nel contesto delle responsabilità politiche e amministrative. L’opera suscita accese polemiche a Siracusa: nel 1869 Gaetano Adorno Puma pubblica la replica Mario Adorno e le false accuse del sac. Emilio Bufardeci (Pulejo, Siracusa), a difesa della memoria di Mario Adorno, l’avvocato siracusano che nel 1837 aveva diffuso la teoria del colera-veleno e che Bufardeci chiama in causa nel suo volume.
  • Poche parole sul duello (Siracusa, 1876). Resoconto di un duello al quale Bufardeci stesso partecipa nel 1876, circostanza singolare per un sacerdote.
  • Le cose al loro posto: poche parole (Siracusa, A. Norcia, 1885). Opuscolo polemico su questioni di attualità locale.
  • Cenno necrologico di Giuseppe Garibaldi letto nel Teatro Greco di Siracusa il XXV giugno MDCCCLXXXII (Siracusa, A. Norcia, 1882). Discorso commemorativo pronunciato al Teatro Greco di Siracusa su incarico del Comune.

Nel 1872, il Comune di Siracusa gli affida la commemorazione ufficiale di Giuseppe Mazzini, morto il 10 marzo di quell’anno. Dieci anni dopo riceve analogo incarico per la commemorazione di Giuseppe Garibaldi.

Una pubblicazione antecedente al 1869 attribuita a Bufardeci sono i Tratti di Morale, attestati da Gaetano Adorno Puma nella Confutazione del 1869 (p. 9: «figuro pure nei Tratti di Morale, pubblicati dal Sig. Bufardeci, ma senza offesa personale»). Editore e data esatta dell’opera non risultano accertati nelle fonti consultabili. Nel 1868 Bufardeci promise anche una biografia separata di Emanuele Francica Pancali («Serberemo ardente nel nostro petto il desiderio di adempiere al più presto possibile questo voto», Le funeste conseguenze, p. 106), che però non risulta mai pubblicata.

Bufardeci era assiduo frequentatore del Gabinetto Letterario di Siracusa, dove Gaetano Adorno Puma svolgeva il ruolo di segretario, istituzione cittadina di lettura e dibattito che riuniva la classe colta siracusana negli anni cinquanta e sessanta del secolo (Confutazione del 1869, p. 31).

La polemica del 1869 e l’accusa di plagio

La pubblicazione delle Funeste conseguenze nel 1868 innesca a Siracusa una reazione articolata della famiglia Adorno e dei circoli liberali locali, che culmina nel 1869 con un dossier polemico edito dalla Tipografia di Antonino Pulejo. Il volume, intitolato Mario Adorno e le false accuse del sac. Emilio Bufardeci. Confutazione, riunisce sotto un’unica copertina tre testi siracusani convergenti sul medesimo bersaglio editoriale fiorentino:

  • la Confutazione di Gaetano Adorno Puma, secondogenito di Mario Adorno, datata Siracusa, 24 aprile 1869;
  • una lettera dell’archivista provinciale Emanuele De Benedictis al professore Salvatore Chindemi, datata Siracusa, 3 febbraio 1869;
  • le Osservazioni di Emmanuele Giaracà, nipote di Chindemi, marzo 1869, corredate da una lettera certificativa del dottor Salvatore Brunetti del 20 marzo 1869.

Le tesi di Bufardeci più contestate nella Confutazione sono tre: la negazione del carattere politico dei moti del 1837 (ridotti a effetto del «pregiudizio popolare» sul veneficio); il ritratto di Mario Adorno come illuso filoborbonico anziché cospiratore convinto; l’autoposizione di Bufardeci come «storico contemporaneo» dei fatti. Adorno Puma ribatte che il giudizio di Mario Adorno fu pronunciato dalla Corte stataria borbonica proprio come «cospiratore politico» e che lo stesso Bufardeci ammette in altre pagine del proprio libro la partecipazione di Mario alla Carboneria del 1820. Le argomentazioni si articolano in cinque registri convergenti: documentale (i decreti del 1848 di Ruggero Settimo e del Parlamento Siciliano che riconoscono Mario «vittima dell’abbattuto dispotismo»), testimoniale (deposizioni di Chindemi, De Benedictis, Pasquale Calvi), biografico, logico e procedurale.

Il punto culminante del dossier è l’accusa di plagio. In appendice alle Osservazioni di Giaracà, cinque pagine di tabelle sinottiche dispongono in due colonne parallele il testo di un manoscritto inedito di Chindemi, intitolato «Memoria storica degli avvenimenti accaduti in Luglio ed Agosto 1837 in Siracusa», e quello delle Funeste conseguenze di Bufardeci, dimostrando la trascrizione letterale di interi paragrafi. Le pagine delle Funeste conseguenze indicate da Adorno Puma come contenitori della trascrizione dal manoscritto Chindemi sono le 161, 169, 174, 182, 185, 191, 202, 212 e 217. Il manoscritto era stato consegnato anni prima dal Chindemi al barone Francica Pancali per custodia. Pancali, intimo amico di Bufardeci fino alla propria morte il 10 maggio 1868, lo aveva tenuto presso di sé. Bufardeci, recuperandolo dopo la morte di Pancali, ne avrebbe trascritto numerosi passaggi nel proprio libro pubblicato lo stesso anno a Firenze. La lettera del dottor Salvatore Brunetti del 20 marzo 1869 certifica indipendentemente l’esistenza del manoscritto Chindemi «di oltre trent’anni addietro», di cui Brunetti aveva una copia autografa ricevuta dall’autore stesso. Giaracà chiude l’appendice citando in latino un frammento di Apollodoro tramandato da Diogene Laerzio: «se a qualcuno venga il ticchio di tor via dai libri di Crisippo quello che è di altri, ei diventeranno carta netta».

Lo stesso Bufardeci, nella nota a p. 106 delle Funeste conseguenze, attribuisce esplicitamente a Pancali la fornitura delle «notizie del 1837»: «Quest’egregio cittadino moriva la mattina del 10 maggio del corrente anno, quando il nostro lavoro era compiuto; egli che ci aveva somministrato varie notizie del 1837». La coincidenza temporale fra la morte di Pancali (10 maggio 1868) e la pubblicazione delle Funeste conseguenze a Firenze nello stesso anno costituisce, secondo gli accusatori, l’indizio cronologico decisivo del passaggio delle carte Chindemi nelle mani di Bufardeci. La controversia non è stata ad oggi risolta con uno spoglio archivistico definitivo, ma la coppia di libri 1868-1869 costituisce uno dei principali corpi documentari sulla rivolta del colera siracusano e sulla memoria risorgimentale post-unitaria della città.

La replica di Paolo Amorelli

Accanto al dossier Adorno Puma-De Benedictis-Giaracà, le Funeste conseguenze del 1868 suscitarono una seconda confutazione coeva. Nel libro Bufardeci aveva attaccato anche la memoria del defunto monsignor Amorelli, arcivescovo di Siracusa nel periodo dei moti del 1837. In risposta, Paolo Amorelli, nipote dell’arcivescovo, pubblicò una «satirica e spiritosa lettera» in difesa dello zio, che definisce ironicamente Bufardeci come «rinomanza di storico, filosofo, economista, medico, chimico, romanziere, drammatico, un’arca insomma di scienze, una enciclopedia semovente». L’episodio, citato nella Confutazione di Adorno Puma del 1869, illustra il profilo anticlericale dell’ecclesiastico Bufardeci, coerente con la sua appartenenza alla Massoneria e con l’attitudine polemica nei confronti della gerarchia cattolica locale. Nelle fonti accessibili non risulta documentato alcun procedimento canonico di sospensione a divinis né alcun richiamo formale della curia siracusana nei confronti di Bufardeci.

Presidenza del Consiglio provinciale di Siracusa (1894-1895)

Dal 6 agosto 1894 al 5 agosto 1895, parallelamente all’ultimo scorcio della XVIII legislatura, Emilio Bufardeci ricopre la carica di 27° presidente del Consiglio provinciale di Siracusa nella serie 1861-1928, per un mandato di un anno. La carica si affianca al ruolo parlamentare e costituisce la massima istituzione amministrativa locale del periodo.

Il duello del 1876

Nel 1876 Bufardeci è protagonista di un duello, un episodio eclatante per un sacerdote cattolico. La vicenda, narrata da lui stesso nello scritto Poche parole sul duello, conferma la personalità anticonformista dell’abate siracusano, che non esita a misurarsi con le convenzioni sociali del suo tempo anche al di fuori dell’ambito politico e intellettuale.

Ultimi anni e morte

Dopo la conclusione del terzo mandato parlamentare (XVIII legislatura, 1892-1895) e della presidenza del Consiglio provinciale (1894-1895), Bufardeci si ritira dalla vita politica attiva pur continuando a risiedere nel palazzo di Via della Maestranza. Muore a Siracusa il 28 giugno 1899, all’età di circa ottantatré anni. Il giorno successivo, il 29 giugno 1899, la Camera dei deputati gli dedica una commemorazione ufficiale in aula. Il luogo esatto di sepoltura non risulta documentato nelle fonti accessibili: né le schede catalografiche né i censimenti locali ne registrano la tomba o eventuali iscrizioni funebri.

Iconografia

L’unico ritratto fotografico pubblico noto è una stampa in bianco e nero attribuita alla seconda metà dell’Ottocento, conservata in copia digitale su Wikimedia Commons con il titolo «Don Emilio Bufardeci», caricata nel giugno 2025 e provenuta dal sito locale di Antonio Randazzo. La pagina della Loggia Archimede di Siracusa custodisce un’analoga immagine. Lo storico siracusano ottocentesco Gubernale, nelle proprie memorie manoscritte inedite, include un ritratto di Bufardeci accompagnato da un giudizio biografico raccolto dallo storico Parlato. Non risultano busti, monumenti, lapidi commemorative né dipinti di Bufardeci in spazi pubblici di Siracusa o di altre città.

Identificatori esterni

La voce di Wikidata dedicata a Emilio Bufardeci ha identificativo Q6999907; gli identificativi di autorità collegati comprendono VIAF 88854485, ISNI 0000 0000 6202 9117, SBN IEIV052103, Camera dei deputati identificativo emilio-bufardeci-1816, Open Library OL6923863A, Liber Liber (autori-b/emilio-bufardeci), Biblioteca Apostolica Vaticana VcBA 495/154755, Google Knowledge Graph /g/12214nk_v. La voce della Treccani Dizionario Biografico degli Italiani NON esiste a oggi: l’assenza è significativa data la rilevanza nazionale del personaggio.

Famiglia e discendenti

Il fratello Vincenzo Bufardeci muore il 9 aprile 1855; Emilio gli dedicherà la sua opera principale, descrivendolo come uomo di virtù esemplari. La condizione sacerdotale di Emilio rende plausibile che il ramo della famiglia documentato come continuativo si trasmetta per linea collaterale. Il ramo notarile dei Bufardeci di Siracusa, attestato dagli atti conservati presso l’Archivio di Stato cittadino, prosegue con il notaio Gaetano Bufardeci e con il discendente Giambattista «Titta» Bufardeci. Il successore Italo Bufardeci è notaio a Siracusa, sposato con Giuseppina Cannata, massone di 33° grado del Rito Scozzese Antico ed Accettato. Organizza a Siracusa un convegno pubblico sulla Massoneria, promuovendolo con un manifesto che dichiara apertamente: «La Massoneria non è una società segreta!». Italo è padre di Giambattista «Titti» Bufardeci. Fra i discendenti collaterali figurano:

  • Giuseppe Bufardeci (Siracusa, 3 aprile 1927; Viterbo, 13 marzo 2010), deputato al Parlamento della Repubblica Italiana per la II e III legislatura (1953-1963), eletto nella circoscrizione Catania-Messina-Siracusa-Ragusa-Enna nelle liste del Partito Comunista Italiano. Siede nelle commissioni Difesa, Lavoro, Bilancio e Giustizia. Nel 1963, al termine del proprio mandato parlamentare, in disaccordo con il PCI sulla politica internazionale, aderisce al Partito Socialista Italiano. Presenta 36 proposte di legge e 27 interventi in Assemblea. Il legame genealogico diretto con il ramo di Emilio Bufardeci non è documentato nelle fonti disponibili.
  • Giambattista «Titti» Bufardeci (Monterosso Almo, 18 aprile 1953), avvocato cassazionista. Deputato all’Assemblea Regionale Siciliana nella XII legislatura (1996, CDU). Vicepresidente della Regione Siciliana nel governo Drago (gennaio-novembre 1998). Sindaco di Siracusa per due mandati: eletto il 12 dicembre 1999 con il 73,6% al ballottaggio, rieletto nel giugno 2004 con il 51,9% al primo turno, in carica fino al 1° marzo 2008. Presidente dell’ANCI Sicilia. Vicepresidente della Regione e assessore nel governo Lombardo (2008-2010).
  • Barbara Bufardeci (Siracusa, 1° dicembre 1965-12 novembre 2023), vicepresidente del Circolo Canottieri Ortigia 1928 e, dal 2013 alla prematura scomparsa, team manager della nazionale femminile di pallanuoto (Setterosa). Con la squadra conquista l’argento olimpico a Rio de Janeiro 2016, il bronzo mondiale a Kazan 2015 e a Fukuoka 2023, e l’argento ai Giochi del Mediterraneo 2018. Definita dalla Federazione Italiana Nuoto «la mamma del Setterosa», le è stata conferita dal CONI la Stella al Merito Sportivo alla memoria.

Genealogia

Albero genealogico della famiglia Bufardeci di Siracusa
Albero genealogico della famiglia Bufardeci di Siracusa. Elaborazione grafica.
  • Emilio Bufardeci (1816-1899), sacerdote, patriota, deputato

Ramo collaterale non documentato: Giuseppe Bufardeci (1927-2010), deputato., Barbara Bufardeci (1965-2023), team manager del Setterosa.

Memoria e toponomastica

Il Comune di Siracusa ha intitolato a Emilio Bufardeci una via nel quartiere di Tiche, in una traversa di Viale Santa Panagia, nei pressi dell’ex Ufficio d’Igiene. La collocazione decentrata della via è stata giudicata inadeguata rispetto al rilievo storico del personaggio. Il centenario della morte (1999) è trascorso senza commemorazioni pubbliche di rilievo.

Il Palazzo Romeo-Bufardeci in Via della Maestranza resta il monumento più visibile legato al nome della famiglia.

Fonti

  • Bufardeci, Emilio. Le funeste conseguenze di un pregiudizio popolare. Memorie storiche. Firenze, Eredi Botta, 1868. Consulta online.
  • Gubernale, Giuseppe. Manoscritto inedito conservato presso la Biblioteca Comunale di Siracusa (Fondo Gubernale).
  • Randazzo, Antonio. «Bufardeci Emilio; Personaggi storici». antoniorandazzo.it. Consulta online.
  • «La massoneria a Siracusa, dal Venerabile Andolina alla Loggia Archimede». I Fatti Siracusa, 2020. Consulta online.
  • «La Nostra Storia». Rispettabile Loggia Archimede 342, Grande Oriente d’Italia. Consulta online.
  • «Palazzo Bufardeci». Catalogo dei Beni Culturali, Ministero della Cultura. Consulta online.
  • Portale storico della Camera dei deputati, storia.camera.it.
  • Adorno Puma, Gaetano. Mario Adorno e le false accuse del sac. Emilio Bufardeci. Pulejo, Siracusa, 1869.
  • Archivio Centrale dello Stato. Minuta autografa di telegramma ad Emilio Bufardeci, 25 dicembre 1895. Consulta online.
  • Epistolario di Giuseppe Garibaldi, Voll. VI e VIII (1861-1863). Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano. Consulta online.
  • Archivio di Stato di Siracusa. Fondo Notarile (atti notaio Giulio IV Xibilia, 1826-1855); Fondo Prefettura (Busta 1582).
  • Voce «Emilio Bufardeci». Wikipedia, l’enciclopedia libera. Consulta online.

Scheda aggiunta da Alessandro Calabrò il 08 aprile 2026.

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