Santa Lucia la Piccola (S. Luciuzza), chiesa scomparsa di Ortigia

Chiesa medievale di Ortigia fondata nel 1427 e demolita nel 1934 durante lo sventramento del quartiere Bottari. L’unico segno superstite è oggi l’edicola votiva di via Cavour 15.
Aggiornato in data 18 Maggio 2026 da
CuriositàSanta Lucia la Piccola (S. Luciuzza)
Edicola votiva di Santa Lucia in via Cavour 15: unico segno superstite della chiesa demolita nel 1934

L’edicola votiva di via Cavour 15, unico segno materiale superstite della chiesa demolita nel 1934 (foto A. Calabrò, 2026)
Dati identificativi
TipoChiesa di confraternita, oggi demolita
DenominazioniSanta Lucia la Piccola · S. Luciuzza · Santa Luciuzza · chiesa dei Disciplinati
Titolarità storicheSanta Lucia (1427) → con il riuso seicentesco si aggiungono San Giacomo Apostolo e San Giuseppe (corporazione dei Bottai)
Indirizzo storicoVia Cavour 13-15, angolo via dei Candelai, Ortigia
QuartiereOrtigia – Bottari (l’antica via dei Bottai, sull’antica contrada Lu Burdellu)
DiocesiSiracusa
Cronologia
Fondazione1427 (secondo Serafino Privitera, 1879)
Riuso corporativoXVII secolo (sede della Corporazione dei Bottai e dei Falegnami)
Demolizione1934, durante lo sventramento di via del Littorio (oggi Corso Matteotti)
Durata507 anni
Dati architettonici
PiantaAula mononavata, rapporto 1:2
Dimensioni8 × 16 m
AbsidePiatta
SagrestiaPiccola, affacciata su giardino interno
MaterialePietra calcarea bianca dell’altopiano ibleo
Arredi superstiti
Pala d’altareSanta Lucia ed Eutichia in pellegrinaggio alla tomba di Sant’Agata di Daniello Monteleoni (datata 1607), oggi nella chiesa del Collegio dei Gesuiti
Pianta superstiteRilievo planimetrico di Giuseppe Agnello
Memoria attualeEdicola votiva di via Cavour 15

Santa Lucia la Piccola, nota popolarmente come S. Luciuzza o chiesa dei Disciplinati, fu una chiesa medievale di Ortigia fondata nel 1427 e demolita nel 1934 durante lo sventramento del quartiere Bottari per l’apertura della via del Littorio, oggi Corso Matteotti. Sorgeva al civico 13-15 di via Cavour, all’angolo con via dei Candelai, sul sito che la tradizione devozionale locale identificava con il lupanare al quale il proconsole Pascasio avrebbe condotto Santa Lucia durante il martirio del 304.

Della chiesa restano oggi quattro tracce materiali: l’edicola votiva di via Cavour 15, eretta sul prospetto del nuovo edificio residenziale costruito dopo la demolizione; la pala d’altare di Daniello Monteleoni raffigurante Santa Lucia ed Eutichia in pellegrinaggio alla tomba di Sant’Agata, trasferita nella chiesa del Collegio dei Gesuiti; il rilievo planimetrico realizzato dal medievista Giuseppe Agnello; alcune fotografie pre-demolizione conservate negli archivi della Soprintendenza di Siracusa.

Origini: la fondazione del 1427 e la tradizione di Pascasio

La fonte primaria sulla chiesa è Serafino Privitera (Siracusa, 1822-1887), parroco di San Giacomo Apostolo e poi di San Paolo, autore della Storia di Siracusa antica e moderna (Napoli, Tipografia Fibreno, 1878-1879). Privitera attesta che la chiesa fu eretta nel 1427 nel luogo in cui la tradizione locale collocava il tentativo del proconsole romano Pascasio di trascinare la giovane Lucia al lupanare, episodio centrale della Passio sanctae Luciae e fissato nell’agiografia tardoantica in due redazioni: il codice greco Papadopulo e la versione latina degli Atti dei Martiri, entrambi databili tra V e VI secolo.

L’identificazione del sito con il lupanare romano non è documentata da fonti coeve al 1427: Privitera la trasmette nel 1879, quattro secoli e mezzo dopo la fondazione, attingendo verosimilmente alla memoria devozionale orale e alla letteratura agiografica seicentesca. Il dato va presentato come tradizione documentata da Privitera, non come fatto archeologico verificato.

La scelta del sito ha però una coerenza topografica: nel Quattrocento l’area corrispondeva alla contrada medievale chiamata «Lu Burdellu», zona di fondaci, taverne portuali e case di tolleranza nell’Ortigia aragonese. La costruzione della chiesa nel 1427 assume così il significato di bonifica spirituale di uno spazio di tolleranza contemporaneo, ricongiunto alla figura della Santa che, secondo la passio, era già stata «salvata» dallo Spirito Santo nel lupanare del 304.

«Lu Burdellu» e il quartiere medievale dei fondaci

Il toponimo Lu Burdellu deriva dal latino medievale bordellum, voce di derivazione franco-occitana bordel, che significava in origine «casupola di legno» e nel basso Medioevo era passato a indicare le case di prostituzione regolamentate. Nella Siracusa aragonese designava l’area che oggi corrisponde all’incirca al quartiere Bottari, fra via Cavour e la Marina.

Siracusa era scalo franco dal 1409 sotto Alfonso d’Aragona, definita nei privilegi «scala franca per tutte le nazioni e principalmente per i mercadanti catalani». Già nel 1231 i documenti registrano in zona due fondaci di proprietà statale: depositi mercantili con alloggio per stranieri, vicino ai quali si insediarono progressivamente taverne portuali e case di tolleranza. Il Burdellu è coerente con il modello urbano medievale che la Chiesa accettava come male minore per prevenire violenze e stupri nei rioni popolari, modello presente anche a Palermo e a Brindisi con toponimi analoghi.

Il toponimo cade in disuso fra Seicento e Settecento, sostituito dal nome di mestiere Bottari (dai bottai, fabbricanti di botti per il commercio del vino siciliano). Il passaggio toponomastico avviene parallelamente al riuso della chiesa da parte della corporazione dei bottai, in una sorta di ripulitura simbolica tipica delle riforme post-tridentine.

I Disciplinati a Siracusa

La denominazione chiesa dei Disciplinati con cui Santa Lucia la Piccola compare nelle fonti più antiche rimanda al movimento penitenziale dei Disciplinati, detti anche Battuti o Flagellanti, nato a Perugia il 4 maggio 1260 per opera dell’eremita francescano Raniero Fasani. Il movimento introdusse la pratica della flagellazione pubblica con la disciplina (frusta corta), accompagnata dal canto di laudi e da processioni di confratelli rivestiti di un saccone di tela grezza legato con corda.

In Sicilia il movimento fu inizialmente proibito (come a Milano, Cremona e Venezia). Soltanto dal 1417 le confraternite dei Battuti vi penetrarono come forma laicale, allineando l’isola al resto della penisola. La fondazione di Santa Lucia la Piccola nel 1427 si colloca in questa seconda ondata siciliana, dieci anni dopo la rimozione del divieto: la chiesa è uno degli oratori sicilani più antichi documentati come sede di Disciplinati.

A metà Quattrocento, secondo lo schema riformatore di San Bernardino da Siena, molte confraternite di Disciplinati italiane si trasformarono in Compagnia del Buon Gesù. Non risulta documentato se questo passaggio interessò anche la confraternita siracusana; è però significativo che a Palermo, nel medesimo periodo, fosse attiva la Confraternita dei Disciplinati di San Nicola lo Reale, in stretto rapporto con i Francescani.

Il riuso seicentesco: la corporazione dei Bottai

Nel XVII secolo la chiesa diventa sede della Corporazione dei Bottai e dei Falegnami di Siracusa. Le fonti documentano un passaggio importante: la titolarità della chiesa di San Giacomo Apostolo fu trasferita a Santa Lucia la Piccola, che assunse così una tripla intitolazione — Santa Lucia (originaria, dal 1427), San Giacomo Apostolo (trasferita) e San Giuseppe (patrono di mestiere dei falegnami) — pur conservando nel parlato cittadino il nome popolare di S. Luciuzza.

L’innesto della corporazione si spiega con la geografia economica del quartiere. Via Cavour, allora via dei Bottari, era dal Medioevo «sede del commercio dei vini e delle botti»: i bottai vi producevano i contenitori essenziali all’esportazione del vino siciliano verso il Mediterraneo, ricaricando navi mercantili amalfitane, catalane e genovesi nello scalo franco siracusano. L’unione corporativa con i falegnami portò all’adozione di San Giuseppe come patrono, secondo la tradizione siciliana che assegnava al santo gli artigiani del legno.

Un modello pattizio confrontabile è quello documentato per la chiesa della Madonna SS. degli Angeli: il 24 ottobre 1615 il barone Giuseppe Montalto di Milocca concesse ai Consoli della Corporazione dei Bottegai e dei Tavernieri un magazzino in quartiere Spirduta perché lo trasformassero in chiesa. I Consoli si impegnarono a raccogliere offerte per le messe domenicali e festive, e a partecipare con il proprio gonfalone alla processione di Santa Lucia patrona e al Corpus Domini. È verosimile che Santa Lucia la Piccola fosse retta dalla corporazione dei bottai con uno statuto pattizio analogo, di cui però gli atti specifici non risultano editi.

Nel 1752 la Confraternita di San Giuseppe (corporazione dei falegnami) ottenne licenza per restaurare l’ex chiesa ortodossa di San Fantino e costruirvi l’attuale chiesa di San Giuseppe (1752-1773, architetto Carmelo Bonaiuto detto «Carancino»). I falegnami abbandonarono progressivamente Santa Lucia la Piccola, che restò sede della sola corporazione dei bottai fino alla soppressione delle corporazioni nell’Ottocento postunitario.

L’architettura

La definizione tipologica ricorrente nelle fonti è «impianto svevo, ad unica navata». Il riferimento al «svevo» va inteso in senso formale e non cronologico: la dominazione sveva in Sicilia termina nel 1266, mentre il 1427 ricade in pieno periodo aragonese-catalano. Il termine indica piuttosto la persistenza di stilemi austeri della prima architettura ecclesiastica medievale siciliana — pareti compatte, aula unica, abside piatta o squadrata, assenza di sviluppo basilicale — tipologia che a Siracusa sopravvive lungo tutto il XIV-XV secolo come «minore» rispetto alle chiese basilicali del Duomo, di San Pietro, di San Martino.

La storiografia dell’architettura siciliana del Quattrocento (Marco Rosario Nobile, Tra due autunni, Caracol 2019) individua per le chiese minori del periodo due schemi base: navata unica con volta a crociera e abside, oppure navata unica con copertura lignea a capriate e abside piatta o semicircolare. Lo schema con capriate lignee è il più frequente per le chiese di confraternita e gli oratori, categoria a cui Santa Lucia la Piccola appartiene.

I dati dimensionali noti — aula di 8 × 16 metri, rapporto 1:2 con altezza interna stimabile in 7-9 m, abside piatta, piccola sagrestia laterale affacciata su un giardino interno — sono coerenti con la tipologia del piccolo oratorio confraternale siciliano quattrocentesco. Negli oratori dei Disciplinati dell’Italia settentrionale (Clusone, Manarola, Corniglia) le misure oscillano fra 6×12 e 9×18 m, con campanile a vela, capriate lignee a vista, pavimento in cocciopesto o in lastroni di pietra locale.

L’abside piatta è il tratto più singolare della chiesa: distingue Santa Lucia la Piccola da San Tommaso Apostolo e San Martino, entrambi con abside semicircolare orientata a est. Può rappresentare un’eco di moduli post-svevi o l’esito di una cappella rettangolare semplice ampliata in seguito.

Il rilievo planimetrico più dettagliato oggi accessibile è quello eseguito dal medievista siracusano Giuseppe Agnello (m. Siracusa, 1976), autore di L’architettura sveva in Sicilia (Roma, 1935), L’architettura civile e religiosa in Italia nell’età sveva (Roma, 1961) e L’architettura aragonese-catalana in Italia (Palermo, 1969). L’archivio Agnello è in parte conservato presso l’Università di Catania.

Sismicità e storia strutturale

La chiesa attraversò due sismi maggiori del Val di Noto. Il terremoto del 10 dicembre 1542 (magnitudo stimata 6.8, intensità 8-9 EMS) colpì Siracusa abbattendo il campanile del Duomo, spostando le colonne del tempio di Atena e invadendo di acqua salata la fonte Aretusa; sulla chiesa, allora di poco più di un secolo di vita, non risultano documenti specifici di danni o restauri.

Il terremoto del 9 e 11 gennaio 1693 (magnitudo 7.4, intensità 11 MCS) distrusse a Siracusa 22 collegiate, 250 monasteri e 700 chiese diocesane. Santa Lucia la Piccola sopravvisse strutturalmente: una mappa-disegno del 1694-95 — citata da Federico Fazio sulla base di Privitera — la documenta in pianta dopo il sisma, in via Cavour all’angolo con via dei Candelai. Probabili lesioni murarie furono riparate nei decenni successivi.

Nei sismi successivi (1727, 1818, 1908) non risultano effetti specifici documentati. A inizio Novecento le fonti concordano che la chiesa si trovava «in stato di abbandono e di degrado, con gravi problemi strutturali e fratture dei muri».

La pala di Daniello Monteleoni

L’altare maggiore custodiva una pala d’altare del pittore Daniello Monteleoni raffigurante Santa Lucia e la madre Eutichia in pellegrinaggio alla tomba di Sant’Agata, datata 1607. L’opera è oggi conservata nella chiesa del Collegio dei Gesuiti di Siracusa (Chiesa di San Giuseppe e Sant’Ignazio di Loyola), in via Saverio Landolina, in Ortigia.

Daniello Monteleoni, di origini palermitane attive a Malta dal 1580 e in Sicilia almeno fino al 1614, è considerato dalla critica recente uno dei capifila locali della transizione fra tarda Maniera e naturalismo caravaggesco, in rapporto con Filippo Paladini e con la bottega di Mario Minniti. Le sue opere certe documentate sono la Vergine con i Santi Caterina d’Alessandria, Biagio e Cecilia del convento carmelitano di Valletta (1588, firmata «DANIELLO MONTELEONI PINGEBAT»), la pala dell’altare maggiore dello stesso convento, il Martirio di San Sebastiano della basilica di Santa Maria Assunta di Randazzo (1614, firmato e datato) e la pala siracusana del 1607. Il riferimento aggiornato sulla sua attività è il volume di Dario Bottaro e Michele Romano Caravaggeschi. La pittura del Seicento a Siracusa (Le Fate Editore, 2021), che dedica un capitolo all’artista.

L’episodio raffigurato nella pala è quello centrale dell’agiografia di Lucia: la madre Eutichia, ammalata da quattro anni di emorragia incurabile, viene condotta dalla figlia a Catania presso il sepolcro di Sant’Agata. Durante la veglia notturna, Lucia ha la visione di Agata che le annuncia la guarigione già avvenuta della madre per la fede di Lucia, e le profetizza che diventerà patrona di Siracusa come Agata lo è di Catania. Il pellegrinaggio Lucia-Eutichia-Agata è il sostrato leggendario che lega il culto delle due martiri sicule più importanti, ed è celebrato anche nell’iscrizione «Quid a me petis quod ipsa poteris praestare» sotto l’affresco attribuito a Francesco Sozzi nella chiesa di San Francesco Borgia di Catania (ca. 1766).

La scelta di questo soggetto per la pala dei bottai è coerente con la commissione siracusana del Seppellimento di Santa Lucia di Caravaggio (1608, oggi nel santuario di Santa Lucia al Sepolcro), mediata da Mario Minniti e dal nobile Vincenzo Mirabella per il Senato cittadino. La corporazione dei bottai sceglie un episodio complementare, «in famiglia» rispetto al ciclo cittadino, valorizzando il legame Siracusa-Catania attraverso il pellegrinaggio della madre malata.

La chiesa del Collegio dei Gesuiti è oggi chiusa al culto da oltre quarant’anni e accessibile solo durante le Giornate FAI (riaperta nel 2023 e 2024). Una scheda catalografica pubblica della pala su Beweb o sul Catalogo Generale dei Beni Culturali non è al momento reperibile.

Vista architettonica del prospetto di via Cavour 15 con l'edicola votiva sopravvissuta alla demolizione del 1934

Vita devozionale

La chiesa era inserita nel circuito processionale di Santa Lucia patrona di Siracusa. La corporazione dei bottai e dei falegnami partecipava obbligatoriamente al corteo del 13 dicembre con il proprio gonfalone, secondo lo schema documentato per le altre corporazioni siracusane.

Dopo il miracolo del 1646, anno della grande carestia siracusana terminata con l’arrivo improvviso nel porto di un cargo di grano e con la caduta sull’isola di uno stormo di quaglie, fu istituita la festa di Santa Lucia delle Quaglie, celebrata la prima domenica di maggio. Anche in questa ricorrenza la chiesa di S. Luciuzza partecipava al circuito devozionale cittadino.

Tra le altre feste a cui erano tenute le confraternite siracusane, e a cui la corporazione dei bottai partecipava con la propria insegna, figurava la processione del Corpus Domini.

Lo sventramento 1933-1936 e la demolizione

L’idea di rinnovare il tessuto urbano del Bottari ha un padre lontano: l’ingegnere Luigi Mauceri, autore del saggio Sui lavori di sventramento e risanamento di Siracusa (1891) e di un intervento successivo su L’avvenire di Siracusa (1910). Mauceri proponeva già a fine Ottocento il risanamento della Graziella e la liberazione dell’Apollonion, all’epoca soffocato dalle abitazioni medievali.

Il progetto esecutivo viene approvato dal podestà Leone Leone (Siracusa 1888-1966, podestà gennaio 1927 – marzo 1928) con delibera del 15 luglio 1927. L’autorizzazione del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, firmata dal segretario capo F. Sconniello, arriva il 28 luglio 1933, ormai sotto la podestaria di Paolo Strano (1931-1934). L’iter è quindi bifase: delibera podestariale 1927 sotto Leone, autorizzazione ministeriale e avvio lavori 1933 sotto Strano.

Il progetto, redatto dall’ingegnere Barreca (nome di battesimo non documentato nelle fonti edite), è finanziato dalla Cassa di Risparmio del Banco di Sicilia con un mutuo di 8.000.000 di lire, a fronte di un costo totale stimato di 7.900.910 lire (7.280.910 lire di espropri, 620.000 di lavori). Il rimborso del mutuo è ripartito in 1.600.000 lire entro due anni e 6.400.000 in venticinque anni, con copertura parziale dall’aumento delle tariffe idriche cittadine (500.000 lire).

La nuova arteria, denominata via del Littorio, è lunga 294 metri dall’asse di via Savoia, larga 12,50 metri fronte a fronte (con marciapiedi di 2,25 m per lato e carreggiata di 8 m), ha una pendenza longitudinale del 3,60% e si apre come prospettiva su Palazzo Gargallo. Le demolizioni si protraggono dal 1933 al 1936.

Nel quadro di questo intervento, nel 1934 la chiesa di Santa Lucia la Piccola — ormai in stato di abbandono — è venduta e demolita per fare spazio a un edificio residenziale lungo il nuovo Corso. L’atto di vendita del 1934, con identità dell’acquirente, importo e notaio rogante, non risulta edito nelle fonti web e va recuperato presso l’Archivio di Stato di Siracusa, fondo Notai.

Santa Lucia la Piccola non è l’unica chiesa demolita: lo sventramento porta alla scomparsa di San Giorgio ai Miracoli, della chiesa del Crocifisso presso San Paolo, della chiesa della Grazia (1864), della chiesa di Sant’Agata (messa all’asta nel 1904), della chiesa del Salvatore (XVII secolo) e della chiesa di Santo Stefano. Il programma riconfigura in pochi anni l’intera trama sacra del rione.

Durante i lavori vengono alla luce strutture precedenti, tra cui la trecentesca Casa Greco. Tommaso Gargallo, in Memorie patrie per lo ristoro di Siracusa (1791), aveva lamentato con un secolo e mezzo di anticipo la distruzione di «finissimi esempi di architetture del tardo Quattrocento» lungo via Dione, demolite contestualmente. Le campagne archeologiche connesse allo sventramento — fra cui la liberazione dell’Apollonion (1933-1945) — sono dirette dal soprintendente Giuseppe Cultrera (1877-1968), successore di Paolo Orsi alla Soprintendenza di Sicilia.

La via del Littorio è poi rinominata Corso Matteotti nel secondo dopoguerra, in onore del deputato socialista assassinato dai fascisti nel 1924. La data esatta della rinominazione non risulta documentata nelle fonti edite.

Cosa rimane

Quattro tracce sopravvivono alla demolizione del 1934:

L’edicola votiva di via Cavour 15 — ricavata sul prospetto del nuovo edificio residenziale al posto della chiesa, custodisce una statua argentea di Santa Lucia copia del simulacro della Cattedrale di Siracusa. Censita da Michele Romano nel 1991 come scheda 29 del suo volume Le edicole votive a Siracusa, è oggi l’unico segno materiale del culto antico. Della sua descrizione e dello stato attuale tratta in dettaglio la scheda Edicola votiva di Santa Lucia (Via Cavour 15).

La pala di Daniello Monteleoni — l’unico arredo sacro documentato della chiesa antica, trasferita nel 1934 alla chiesa del Collegio dei Gesuiti, dove si conserva.

Il rilievo planimetrico di Giuseppe Agnello — pianta dettagliata della chiesa, eseguita prima della demolizione o sulla base di documentazione coeva, oggi nell’archivio Agnello presso l’Università di Catania.

Le fotografie pre-demolizione — riferite dall’architetto Federico Fazio nel suo articolo del 2025 su SiracusaPress. Le fonti web non rendono accessibile l’immagine, ma documentano la sopravvivenza del materiale negli archivi della Soprintendenza di Siracusa e degli archivi privati siracusani.

Accessibilità

Accessibilità motoria

L’edificio originario non esiste più dal 1934. Resta accessibile il sito storico in via Cavour 13-15, sulla pavimentazione in lastroni di pietra di Ortigia, in zona pedonale collegata a Corso Matteotti dal lato del Foro Vittorio Emanuele e dal lato di piazza Archimede. L’edicola votiva superstite è collocata in elevazione al primo piano dell’edificio attuale e non è raggiungibile fisicamente, ma è osservabile a tutta altezza dal piano stradale anche da posizione seduta.

La pala di Daniello Monteleoni nella chiesa del Collegio dei Gesuiti è accessibile solo durante le Giornate FAI e altri eventi straordinari di apertura: la chiesa è infatti chiusa al culto dagli anni Ottanta del Novecento. Negli anni più recenti l’apertura è coincisa con le Giornate FAI di ottobre 2023 e 2024. L’ingresso del Collegio è situato in via Saverio Landolina, con accesso pianeggiante dal piano stradale.

Accessibilità visiva

Nessun pannello informativo pubblico segnala oggi sul sito di via Cavour 15 il legame dell’edicola con la chiesa scomparsa: la memoria visiva è interamente affidata all’edicola stessa, ben in vista sul prospetto, illuminata di sera. La pala di Monteleoni nella chiesa dei Gesuiti, quando visibile, è esposta in condizioni di illuminazione naturale variabile e non risulta corredata da didascalia accessibile per ipovedenti.

La fotografia storica della chiesa prima della demolizione è riprodotta nell’articolo divulgativo di Federico Fazio su SiracusaPress, con didascalia minima. Non risulta digitalizzato a oggi un fascicolo iconografico con descrizione testuale dettagliata accessibile a screen reader.

Accessibilità uditiva

Non esistono installazioni di audioguida o targhe sonore sul sito di via Cavour, né audio-descrizioni dedicate alla chiesa scomparsa. Le narrazioni della demolizione fanno parte saltuariamente delle visite guidate di Ortigia organizzate da associazioni cittadine (Italia Nostra, Confederazione Guide Siciliane), ma in forma orale non strutturata.

Accessibilità cognitiva

La stratificazione storica del sito — lupanare romano del 304, contrada medievale Lu Burdellu, chiesa del 1427, demolizione 1934, edicola novecentesca — è una sequenza complessa che si presta a fraintendimenti. La scheda Aretusapedia organizza i passaggi in ordine cronologico per facilitare la comprensione. Le fonti divulgative web (SiracusaPress) restituiscono un quadro chiaro ma sintetico; per un approfondimento è richiesta la consultazione dei testi di Privitera (1879), di Lucia Acerra (Architettura religiosa in Ortigia, 1995) e di Salvatore Adorno per la fase di demolizione, tutti non digitalizzati e disponibili solo in biblioteca.

Vedi anche

Fonti

  • Serafino Privitera, Storia di Siracusa antica e moderna, vol. II, Napoli, Tipografia del Fibreno, 1879 (ristampa anastatica Forni, Bologna, 1975-1979; nuova ristampa CMD Edizioni, 2014). Fonte primaria per la datazione 1427 e la tradizione del lupanare di Pascasio.
  • Lucia Acerra, Architettura religiosa in Ortigia. Viaggio nella città invisibile, Siracusa, Lombardi Editore (EDIPRINT), 1995, ISBN 9788872600467. Fonte secondaria fondamentale sulle chiese minori e demolite di Ortigia.
  • Federico Fazio, Santa Lucia la Piccola a Ortigia: la storia della chiesa scomparsa, in «SiracusaPress», 2025.
  • Lucia e Agata: un legame sempre vivo, in «SiracusaPress» (per la datazione 1607 della pala di Monteleoni).
  • Dario Bottaro, Michele Romano (a cura di), Caravaggeschi. La pittura del Seicento a Siracusa, Le Fate Editore, Siracusa 2021, ISBN 979-12-80646-03-3 (capitolo su Daniello Monteleoni).
  • Giuseppe Fiaccola, Dalla Sicilia a Malta. Opere e pittori tra la fine del XVI e la metà del XVII secolo, tesi dottorale, Università di Catania.
  • Salvatore Adorno, La produzione di uno spazio urbano. Siracusa tra Ottocento e Novecento, Venezia, Marsilio, 2004; Siracusa 1880-2000: città, storia, piani, Marsilio, 2005. Studi di riferimento sull’urbanistica novecentesca di Siracusa.
  • Paolo Giansiracusa, Ortygia: illustrazione dei quartieri della città medievale, Siracusa 1981.
  • Giuseppe Agnello, L’architettura sveva in Sicilia, Roma 1935; L’architettura aragonese-catalana in Italia, Palermo 1969. Per il rilievo planimetrico della chiesa e l’inquadramento tipologico.
  • Marco Rosario Nobile, Tra due autunni. Storia dell’architettura in Sicilia dal tardogotico al tardobarocco, Edizioni Caracol, Palermo 2019.
  • Santi Luigi Agnello, La Giudecca di Siracusa. Aspetti di storia urbana tra XII e XVII secolo, in «Archivio Storico Siracusano», s. IV, vol. II, 2010.
  • Michele Romano, Le edicole votive a Siracusa, Siracusa 1991 (scheda n. 29 sull’edicola votiva di via Cavour 15, erede della chiesa scomparsa).
  • Leone Leone, Wikipedia (per la biografia del podestà del 1927).
  • Chiesa di San Giuseppe e Sant’Ignazio di Loyola (Siracusa), Wikipedia (sull’attuale custode della pala di Monteleoni).

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Tabella dei Contenuti

Indirizzo
Via Cavour 13-15 (sito storico), Ortigia (Siracusa)
Quartiere / Zona
Ortigia – quartiere Bottari (l’antica via dei Bottai, sulla contrada medievale Lu Burdellu)
Epoca / Secolo
XV-XX secolo (1427-1934)
Accessibilità
Edificio non più esistente. Il sito storico in via Cavour 13-15 è oggi pedonale, lastroni di pietra, raggiungibile da Corso Matteotti. Edicola votiva superstite in elevazione, osservabile da terra. Pala di Monteleoni nella chiesa del Collegio dei Gesuiti, accessibile solo durante Giornate FAI. Nessun pannello informativo o audioguida sul sito; memoria affidata all’edicola e alle fonti scritte (Privitera 1879, Acerra 1995, Fazio 2025).
Orari o note pratiche

Edificio demolito nel 1934. Sopravvive l’edicola votiva di via Cavour 15, visibile dalla via in qualsiasi orario. La pala d’altare di Daniello Monteleoni (1607) si trova nella chiesa del Collegio dei Gesuiti, accessibile solo durante eventi straordinari di apertura (Giornate FAI di ottobre).