![]() Santa Lucia di Siracusa in un dipinto della cerchia di Agostino Ciampelli (fine XVI – inizio XVII secolo), olio su tela. Iconografia canonica con la palma del martirio e il piatto con i due occhi. Conservato al College of Optometrists di Londra, l'opera testimonia il patronato della santa sulla vista. | |
| Nome completo | Lucia di Siracusa |
|---|---|
| Nascita | Siracusa, circa 283-284 d.C. |
| Morte | Siracusa, 13 dicembre 304 d.C. |
| Venerata da | Chiesa cattolica, ortodossa, copta, anglicana, luterana |
| Canonizzazione | Culto immemorabile, attestato già nel IV-V secolo (epitaffio di Euskia) |
| Santuario principale | Basilica Santuario di Santa Lucia al Sepolcro, Siracusa |
| Ricorrenza | 13 dicembre (dies natalis); prima domenica di maggio (Patrocinio di Siracusa) |
| Attributi | Palma del martirio; piatto con due occhi; pugnale o spada alla gola; veste bianca con fascia rossa; corona di candele (Nord Europa) |
| Patrona di | Siracusa, Venezia (co-patrona); ciechi e ipovedenti, oftalmologi, elettricisti, sarti, scrittori, stampatori, gondolieri, marinai |
| Menzione nel Canone Romano | Ricordata nel Nobis quoque peccatoribus, quinta tra le sette martiri donne |
Lucia di Siracusa, comunemente nota come santa Lucia (Siracusa, circa 283-284 – Siracusa, 13 dicembre 304), è una vergine martire cristiana del IV secolo, vittima della persecuzione promossa dall'imperatore Diocleziano. Venerata come santa dalla Chiesa cattolica, da quella ortodossa, dalle chiese orientali, dall'anglicana e dalla luterana, è una delle sette donne martiri citate nominalmente nel Canone romano della Messa, accanto a Felicita, Perpetua, Agata, Agnese, Cecilia e Anastasia. Patrona principale della città di Siracusa, è anche co-patrona di Venezia, dove le sue spoglie sono custodite dal 1205 nella chiesa dei Santi Geremia e Lucia. La sua figura storica, inseparabile dalla Passio che ne narra la vicenda, è oggetto di studio critico da oltre un secolo: l'agiografia moderna, a partire da Hippolyte Delehaye, ha messo in discussione molti dettagli narrativi, pur riconoscendo l'esistenza di un culto antichissimo, archeologicamente attestato fin dai decenni immediatamente successivi alla sua morte dall'epitaffio di Euskia scoperto da Paolo Orsi nel 1894 nelle catacombe di San Giovanni.
L'etimologia del nome — dal latino lux, luce — ha determinato la precoce associazione della santa con il patronato sulla vista e ha generato, nel tardo Medioevo, l'iconografia del piatto con i due occhi che la identifica universalmente. Le sue reliquie, dopo una lunga permanenza siracusana, furono trasferite a Costantinopoli nel 1039 dal generale bizantino Giorgio Maniace e approdarono a Venezia il 18 gennaio 1205 in seguito al sacco della capitale bizantina durante la Quarta Crociata. Il 13 dicembre — che prima della riforma gregoriana del 1582 coincideva con il solstizio d'inverno — è giorno di festa non solo a Siracusa e in numerosi comuni siciliani e italiani, ma anche in Svezia e nei paesi nordici, dove la ricorrenza ha assunto una fisionomia laica ed etnografica come festa della luce che rompe il buio dell'inverno.
Etimologia del nome
Il nome Lucia deriva direttamente dall'aggettivo latino lucius, forma femminilizzata in Lucia, a sua volta dalla radice indoeuropea *leuk- («splendere», «illuminare»), che ha dato origine al latino lux, lucis («luce»), al greco leukos («bianco», «lucente») e al sanscrito ruc- («splendere»). Il nome era diffuso nella Siracusa dell'età romano-imperiale e rifletteva la consuetudine latina di imporre ai nomi delle figlie femminili una forma di augurio o di connessione con qualità morali.
Iacopo da Varazze, nella Legenda Aurea (fine XIII secolo), apre il capitolo dedicato a Lucia con una serie di etimologie simboliche che hanno fissato per secoli la lettura devozionale del nome: «Lucia deriva da lux, luce, perché la beata Lucia possedette la bellezza della verginità senza corruzione, la carità senza dilezione sregolata, il cammino verso Dio senza tardanza, l'azione retta senza stanchezza». Questa lettura ha alimentato la precoce associazione tra la santa e il patronato oftalmologico, anticipando di secoli la fissazione dell'iconografia del piatto con gli occhi. La critica moderna (Baudoin de Gaiffier, Maria Stelladoro) ha osservato che l'intera costruzione onomastica dei personaggi della Passio — Lucia («luce»), Eutichia («felicità»), Pascasio (nome di incerta attestazione storica) — sia simbolica e probabilmente posteriore al martirio effettivo.
Contesto storico: Siracusa all'inizio del IV secolo
Siracusa, all'inizio del IV secolo, era capoluogo della provincia Sicilia dell'Impero romano ed era tra le città più popolose del Mediterraneo occidentale. La sua popolazione era etnicamente mista, con una forte componente greca di lunga tradizione (la città era stata fondata dai corinzi nel 734 a.C.), una componente latina giunta con la conquista romana del 212 a.C. e presenze giudaiche documentate almeno dal II secolo. La comunità cristiana locale, secondo la tradizione, risaliva al passaggio dell'apostolo Paolo nel 61 d.C. (Atti degli Apostoli 28,12: «approdati a Siracusa, vi restammo tre giorni») ed era saldamente strutturata alla fine del III secolo, come testimoniano le estese catacombe di San Giovanni, Vigna Cassia e Santa Lucia, tra le più ampie dell'Occidente romano dopo quelle di Roma.
La persecuzione in cui Lucia trovò la morte è la più sistematica mai organizzata contro il cristianesimo nell'antichità: la cosiddetta «Grande Persecuzione» di Diocleziano. Il sistema persecutorio si articolò in quattro editti:
- Primo editto (23 febbraio 303, Nicomedia): distruzione delle chiese cristiane, rogo delle Scritture sacre, perdita dei diritti civili per i cristiani.
- Secondo editto (estate 303): arresto del clero cristiano.
- Terzo editto (novembre 303, in occasione dei vicennalia dell'imperatore): amnistia per chi avesse sacrificato agli dèi.
- Quarto editto (gennaio-marzo 304): obbligo per tutti i cittadini dell'Impero di sacrificare agli dèi pubblici, pena la morte.
Il martirio di Lucia, collocato dalla tradizione al 13 dicembre 304, si inserirebbe nell'applicazione siciliana di quest'ultimo editto. Il governatore siciliano chiamato Paschasius nella Passio è però problematico: nessuna fonte amministrativa romana conferma un governatore con questo nome in Sicilia nel 304, e gli elenchi dei correctores o consulares della provincia presentano lacune proprio in questi anni. La storicità del personaggio resta dunque incerta, pur non essendo impossibile.
Nascita, famiglia e formazione
Secondo la Passio, Lucia nacque a Siracusa da famiglia aristocratica, tradizionalmente collocata intorno al 283-284. Il padre, del quale gli Atti non riportano il nome (la tradizione posteriore lo chiama Lucius, ma si tratta chiaramente di un'etimologia a ritroso dal nome della figlia), era di origine romana e morì quando Lucia aveva circa cinque anni, lasciando la famiglia nelle mani della madre Eutichia (dal greco Eutychia, «felicità», «prosperità»), il cui nome tradisce l'origine grecofona della famiglia o almeno di una sua parte.
Eutichia era affetta da una patologia che la tradizione descrive come profluvio di sangue — termine che richiama direttamente l'emorroissa del Vangelo di Marco 5,25-34. Il parallelo evangelico è, secondo Delehaye, uno dei molti topoi agiografici che segnalano la natura non strettamente storica della narrazione: la guarigione miracolosa ricalca il modello scritturistico. Dalla vicenda di Eutichia deriva la tradizionale invocazione di Lucia come protettrice contro le emorragie, in particolare quelle uterine e la menorragia. Lucia, educata cristianamente in segreto dalla madre e da un seguito domestico di fedeli, avrebbe pronunciato fin da bambina un voto privato di verginità, inconsapevolmente violato dalla madre che la promise in sposa a un giovane pagano di famiglia agiata.
Il pellegrinaggio a Catania e la guarigione di Eutichia

Il nucleo narrativo della Passio prende avvio dal pellegrinaggio di Lucia ed Eutichia al sepolcro di Sant'Agata a Catania, martirizzata nel 251 durante la persecuzione di Decio. La tradizione colloca il pellegrinaggio il 5 febbraio (festa di Sant'Agata), probabilmente del 301.
Durante la veglia sulla tomba di Agata, Lucia si addormenta e ha una visione della martire catanese. La Passio latina mette in bocca ad Agata parole che nella traduzione italiana comune suonano così: «Lucia, sorella mia, vergine consacrata a Dio, perché chiedi a me ciò che tu stessa puoi ottenere? La tua fede ha giovato a tua madre ed ecco che è guarita. E come per mezzo mio la città di Catania è stata esaltata da Cristo, così per mezzo tuo lo sarà Siracusa». Si tratta del celebre parallelo Agata-Lucia / Catania-Siracusa che sarà poi uno dei cardini dell'agiografia siciliana medievale e dell'iconografia delle due sante, rappresentate spesso insieme nei polittici rinascimentali.
Al risveglio Eutichia è guarita. Lucia le comunica la decisione, maturata da tempo, di rimanere vergine per Cristo e di distribuire la propria dote e il patrimonio ereditato dal padre ai poveri. La madre acconsente. La distribuzione, che avvenne secondo la tradizione in un periodo di circa tre anni (301-304), è l'elemento che scatena la crisi.
Denuncia, processo, martirio
Il fidanzato di Lucia, accortosi della dispersione del patrimonio — che includeva la sua dote futura — e della definitiva rottura del fidanzamento, la denunciò come cristiana al consularis Siciliae Pascasio. Il titolo corretto non è «console» (carica romana repubblicana ormai soltanto onoraria in età imperiale) né «governatore» in senso generico: la Sicilia era retta da un corrector fino a Diocleziano e da un consularis dopo la riforma dioclezianea.
Il processo, ricostruito secondo lo schema tipico degli atti dei martiri, si svolge in più fasi. Pascasio ordina a Lucia di sacrificare agli dèi. Lucia risponde citando le Scritture. Segue uno scambio dialogico serrato, in cui Lucia afferma la propria libertà interiore con una frase divenuta celebre e citata dalla tradizione latina nella forma: «Non inquinatur corpus nisi de consensu mentis» (il corpo non si contamina se non col consenso dell'anima). La frase, ripresa quasi alla lettera dalla Legenda Aurea di Iacopo da Varazze, è diventata uno dei cardini della teologia della verginità martiriale.
Di fronte alla costanza di Lucia, Pascasio decreta un'ordinanza di infamia: l'invio al lupanare, la casa di prostituzione pubblica. Lucia ribatte sostenendo che la castità è del cuore, non del corpo subito con violenza, e che Dio incorona la martire anche contro la volontà dell'offensore.

La sequenza del martirio, nella Passio, si articola in una successione prodigiosa di tentativi falliti e culmina nell'uccisione. I soldati tentano di portare Lucia con la forza verso il postribolo, ma il suo corpo diventa miracolosamente immobile: né molti uomini, né corde legate a pariglie di buoi riuscirono a muoverla. Pascasio ordina allora di ammassare legna, pece e resine attorno a Lucia e di darvi fuoco: le fiamme non la toccano. Vista l'impossibilità degli altri supplizi, Pascasio ordina l'esecuzione capitale. Qui le due tradizioni agiografiche divergono: la Passio latina (BHL 4992) parla di un colpo di gladius conficcato nella gola (gladio guttur eius perfoditur), versione che si è imposta in Occidente; la Passio greca (BHG 995) parla invece di decapitazione, supplizio romano canonico per gli honestiores.
Secondo la tradizione latina, Lucia non morì subito dopo il colpo: ebbe il tempo di ricevere l'Eucaristia e di profetizzare la fine imminente della persecuzione (Diocleziano abdicò nel maggio 305), la pacificazione della Chiesa (editto di tolleranza di Galerio, 311) e il riconoscimento del cristianesimo nell'Impero (editto di Milano, 313). La data tradizionale del martirio — 13 dicembre 304 — resta la più accreditata e coincide con la dies natalis liturgica.
L'episodio degli occhi: una costruzione tardo-medievale

L'iconografia che ha fissato nell'immaginario collettivo la figura di Lucia — una vergine che regge un piatto con i propri occhi — non è attestata nelle fonti agiografiche primarie. Né la Passio greca né quella latina menzionano alcun accecamento, né autoinflitto né eseguito dal carnefice. Questo è uno dei punti più importanti da chiarire in una scheda enciclopedica.
Gli studiosi distinguono tre filoni dell'episodio, tutti posteriori al XIII-XV secolo:
- Filone dell'accecamento ordinato da Pascasio: Lucia, bellissima e con occhi di particolare splendore, sarebbe stata accecata dal carnefice per ordine del console. Dopo la morte gli occhi sarebbero stati miracolosamente restituiti sul cadavere, intatti e più belli di prima. Attestato in alcune redazioni tardo-medievali, non compare nella Legenda Aurea.
- Filone dell'autoaccecamento: Lucia stessa, per respingere il pretendente che l'aveva lodata per la bellezza dei suoi occhi, se li sarebbe strappati e inviati al corteggiatore su un piatto. È la versione più popolare e più tarda, diffusa soprattutto dal tardo Medioevo e dal Rinascimento.
- Filone iconografico: non esiste un vero accecamento, ma solo l'iconografia che, per l'etimologia Lucia = lux, attribuisce alla santa il patronato sulla vista e dunque il simbolo oftalmologico. Gli occhi sul piatto sarebbero nati come simbolo iconografico e solo successivamente sarebbero stati «narrativizzati» in racconti leggendari.
La ricostruzione storico-iconografica operata da Karl Künstle (Ikonographie der christlichen Kunst, Freiburg 1928) e ripresa da Louis Réau (Iconographie de l'art chrétien, Paris 1958) ha chiarito la genesi dell'attributo come «iconogenesi inversa»: non è il testo che genera l'immagine, ma il patronato che genera il testo attraverso la mediazione dell'immagine. Il patronato oftalmologico, attestato almeno dal XII secolo, cercò un fondamento narrativo nelle leggende agiografiche locali, generando le due varianti della storia degli occhi. L'attributo iconografico del piatto con gli occhi precede di poco la cristallizzazione narrativa e si diffonde fra Trecento e Quattrocento. Il Lexikon der christlichen Ikonographie colloca i primi esempi certi dell'attributo in miniature toscane della seconda metà del XIV secolo.
Fonti agiografiche primarie
Esistono due redazioni principali della Passio sanctae Luciae virginis et martyris, tra loro affini ma con differenze non marginali:
La Passio greca (BHG 995)
Censita nella Bibliotheca Hagiographica Graeca al numero 995, è conservata nel cosiddetto codice Papadopulo ed è ritenuta, da parte della critica, la forma più antica del racconto. La datazione oscilla tra la seconda metà del V secolo e la prima metà del VI secolo. È stata pubblicata criticamente da Maria Stelladoro (Lucia. La martire, Jaca Book, Milano 2010).
La Passio latina (BHL 4992)
Censita nella Bibliotheca Hagiographica Latina al numero 4992, presenta un testo in latino tardo con tracce di traduzione dal greco. La critica è concorde nel ritenerla una versione latina della redazione greca, composta probabilmente in Sicilia o in Italia meridionale tra la fine del V e l'inizio del VI secolo. È la forma da cui dipendono tutte le riscritture medievali occidentali, compresa la Legenda Aurea. È stata pubblicata negli Acta Sanctorum dei Bollandisti, mese di dicembre, tomo II (Anversa 1750).
L'epitaffio di Euskia e le testimonianze liturgiche anteriori
Il culto di Lucia è attestato prima della redazione delle Passiones, come dimostra l'epitaffio di Euskia, iscrizione greca ritrovata nelle catacombe di San Giovanni a Siracusa dall'archeologo Paolo Orsi nel giugno 1894. L'iscrizione ricorda una donna di nome Euskia morta «nella festa della mia Signora Lucia, per la quale non vi è elogio degno» (in greco: kyrias mou Loukias, en hē enkōmion ouk estin). Databile paleograficamente intorno al 400, è la più antica testimonianza epigrafica del culto di Lucia e dimostra che a Siracusa, prima della stesura della Passio, il 13 dicembre era già una festa stabilita.
Il nome di Lucia compare nel Martirologio Geronimiano (V secolo, redazione lionese) al 13 dicembre e, successivamente, nel Sacramentario Gelasiano (VII secolo) e nel Gregoriano. Viene inserita nel Canone Romano (Nobis quoque peccatoribus) in epoca molto antica, prima del VII secolo. Papa Simmaco (498-514) fece erigere un oratorio dedicato a Lucia a Roma, sul Celio.
Le reliquie e il corpo di Santa Lucia (sintesi)

Dopo il martirio, Lucia fu sepolta nelle catacombe siracusane che oggi portano il suo nome, sotto l'attuale Basilica Santuario di Santa Lucia al Sepolcro nel quartiere della Borgata. Il luogo divenne meta di pellegrinaggio immediatamente, come conferma l'epitaffio di Euskia. Nell'878, con la caduta di Siracusa per mano degli Aghlabidi, il clero locale rimosse le reliquie dal sepolcro originario e le occultò in una galleria secondaria delle catacombe per sottrarle a possibili profanazioni: il corpo rimase nascosto per centosessantuno anni. Nel 1039 il generale bizantino Giorgio Maniace, riconquistata Siracusa, prelevò le reliquie e le inviò a Costantinopoli come trofeo imperiale, collocate in una teca d'argento.
Nel 1204, durante il sacco di Costantinopoli ad opera della Quarta Crociata, le forze veneziane del doge Enrico Dandolo requisirono le reliquie. Il corpo giunse in laguna il 18 gennaio 1205 e fu depositato nel monastero benedettino di San Giorgio Maggiore; nel 1280 fu trasferito alla chiesa di Santa Lucia in Cannaregio, e nell'11 luglio 1860, in seguito alla demolizione di quella chiesa per la costruzione della stazione ferroviaria, alla vicina chiesa di San Geremia (oggi Santi Geremia e Lucia). Nel 1955 il patriarca Angelo Giuseppe Roncalli (futuro papa Giovanni XXIII) commissionò allo scultore veneziano Sante Minotto la maschera d'argento che oggi copre il volto mummificato della santa. Il 7 novembre 1981 il corpo fu trafugato da ignoti e recuperato il 13 dicembre successivo in una barena lagunare.
Per il XVII centenario del martirio, nel dicembre 2004, le spoglie fecero ritorno a Siracusa per la prima volta dopo 965 anni; altre peregrinazioni sono avvenute nel 2014 (con tappa in Puglia a Erchie e Taranto) e nel 2024 (Anno Luciano, con incontro con le reliquie di Sant'Agata nel Duomo di Catania). Nel 1988 il patriarca Marco Cé donò all'arcidiocesi di Siracusa un frammento consistente dell'omero sinistro, oggi custodito nella Cattedrale di Siracusa come reliquia insigne.
Iconografia
L'iconografia di Santa Lucia presenta una discrepanza notevole fra testo agiografico e rappresentazione figurativa: l'attributo per cui è universalmente identificata — il piatto con i due occhi — appare nell'arte a partire dal XIV-XV secolo, oltre mille anni dopo il suo martirio, e non trova alcun fondamento nei testi antichi. Questa discrepanza rende Lucia un caso esemplare per lo studio della costruzione tardo-medievale degli attributi santorali.
Attributi canonici
- Palma del martirio: attributo universale di tutti i martiri cristiani, compagna costante di Lucia fin dalle prime rappresentazioni. Deriva dal versetto dell'Apocalisse (7,9) sulla turba dei martiri «vestiti di bianco con palme nelle mani».
- Piatto con gli occhi: attributo più celebre e al contempo più problematico, fissato tra XIV e XV secolo. Le prime attestazioni iconografiche certe sono in miniature toscane della seconda metà del Trecento.
- Pugnale o spada nella gola: deriva direttamente dalla Passio latina. La raffigurazione appare in molte pale post-tridentine.
- Corona di candele: tipica dell'area nordica, legata alla Luciadagen svedese e alla coincidenza fra la festa di Lucia e il solstizio d'inverno nel calendario giuliano pre-gregoriano.
- Veste bianca con fascia rossa: il bianco rimanda alla verginità consacrata, il rosso al sangue del martirio.
- Capelli lunghi sciolti: segno della verginità consacrata nel linguaggio figurativo medievale.
Opere principali in ordine cronologico
La fortuna figurativa di Lucia attraversa oltre quindici secoli, dai mosaici ravennati del VI secolo fino alle reinterpretazioni contemporanee, e coinvolge alcuni dei maggiori artisti della storia europea.
La rappresentazione più antica e autorevole si trova nel mosaico della Basilica di Sant'Apollinare Nuovo a Ravenna (VI secolo), nella celebre processione delle ventidue vergini realizzata fra il 556 e il 566 sotto il vescovo Agnello. Lucia, identificata dal cartiglio «SCA LVCIA», veste una dalmatica riccamente decorata con ricami d'oro e porta in mano una corona (offerta votiva): non presenta ancora alcuno degli attributi specifici che la distingueranno nell'arte successiva. In area bizantina si producono fra X e XII secolo numerose icone dedicate a Lucia, spesso inserite in calendari di santi; il Menologio di Basilio II (codice Vaticano greco 1613, c. 1000) contiene una piccola illustrazione di Lucia al 13 dicembre.

Fra le opere quattro-cinquecentesche più celebri si contano la pala di Santa Lucia dei Magnoli di Domenico Veneziano (1442-1448, Uffizi, Firenze), sacra conversazione di straordinaria innovazione luminosa; il Polittico Griffoni di Francesco del Cossa (1472-1473, Pinacoteca Vaticana) con Lucia in una soluzione iconografica unica, un ramo fiorito in cui sbocciano i due occhi come gemme vegetali; i polittici di Carlo Crivelli nelle Marche; la Santa Lucia attribuita a Sebastiano del Piombo (c. 1520-1535, Bob Jones University Museum); la pala di Lorenzo Lotto per Iesi (1532, Pinacoteca Civica), scena del processo davanti a Pascasio con buoi che tentano invano di trascinare la santa immobilizzata; la Santa Lucia di Domenico Beccafumi (1521) e quella di Fermo Ghisoni (1552) nella Cattedrale di Mantova. Paolo Veronese dipinse il celebre Martirio e ultima comunione di Santa Lucia (1585-1586, National Gallery of Art, Washington), condensando in un'unica scena l'esecuzione e l'eucaristia.

L'opera più celebre e monumentale dedicata a Lucia è Il Seppellimento di Santa Lucia di Caravaggio (1608). Michelangelo Merisi dipinse il Seppellimento nell'autunno del 1608, durante la fuga da Malta a Siracusa, su commissione del Senato siracusano per l'altare maggiore della chiesa di Santa Lucia extra moenia. La tela, olio su tela di dimensioni monumentali (408×300 cm), è oggi uno dei vertici assoluti della pittura barocca siciliana. La composizione è dominata da due gigantesche figure di becchini in primo piano; il corpo esanime di Lucia, disteso in posizione quasi rovesciata, occupa lo spazio centrale-inferiore, minuscolo rispetto alla possente muscolatura dei becchini. Roberto Longhi definì l'opera «un tetro grido di morte, dove il corpo della santa è schiacciato dal volume dei becchini». Dal 2020, al termine di un lungo restauro, è nuovamente esposto nella Basilica di Santa Lucia al Sepolcro.
Fra le altre opere seicentesche si segnalano il Martirio di Santa Lucia di Giovanni Lanfranco e quello di Francesco Solimena; la Santa Lucia di Jusepe de Ribera; le varie versioni di Francisco de Zurbarán (Chartres, Hispanic Society of America di New York, National Gallery of Art di Washington), in cui la santa è rappresentata come una giovane e elegante dama spagnola in abito sontuoso; la Santa Lucia di Francesco Furini; le versioni di Guido Reni (Strasburgo, Bologna) e di Palma il Giovane. Nel Settecento Giambattista Tiepolo dipinse la Comunione di Santa Lucia (1748-1749) per l'altare della cappella Corner nella chiesa dei Santi Apostoli a Venezia; Carlo Innocenzo Carlone realizzò l'Assunzione di Santa Lucia oggi al Fitzwilliam Museum di Cambridge. Mattia Preti dipinse varie Santa Lucia durante la sua attività maltese.

La scultura: il simulacro argenteo di Pietro Rizzo

Il simulacro argenteo processionale di Santa Lucia, conservato nella Cattedrale di Siracusa, fu commissionato nel 1599 all'argentiere palermitano Pietro Rizzo, allievo di Annibale Gagini, con il contributo di maestranze palermitane. Per la sua realizzazione furono impiegate oltre 190 libbre d'argento (più di 80 kg), pagate con la ragguardevole somma di 5.000 scudi. La statua, a grandezza naturale, rappresenta Lucia in piedi in lieve rotazione verso sinistra, con l'espressione «impavida e fiera» della martire cristiana; la mano destra porge in avanti un piatto con gli occhi separati da una fiammella visibile, mentre la sinistra regge un ramo di palma dorato e un giglio. La scultura è custodita, per la maggior parte dell'anno, chiusa da cinque chiavi nella nicchia della Cappella di Santa Lucia, progettata da Pompeo Picherali agli inizi del XVIII secolo. La cupola della cappella fu affrescata nel 1926 dal pittore milanese Mario Albertella; il paliotto argenteo dell'altare fu realizzato da Desio Fornò su disegno di Mauro Troia (1750-1800); il cancello in ferro battuto è opera del fabbro siracusano Pietro Spagnuolo. Dietro l'altare, a copertura della nicchia, un dipinto olio su tela del XVI secolo di autore ignoto.
Per il trasferimento nella Basilica al Sepolcro durante l'ottavario del 13-20 dicembre, il simulacro è portato a spalla dai cosiddetti «berretti verdi», cinquantasei confratelli devoti che si trasmettono il ruolo per via generazionale. La statua marmorea giacente di Santa Lucia, scolpita nel 1649 dal fiorentino Gregorio Tedeschi, si trova invece nella Basilica al Sepolcro, nell'ipogeo corrispondente al luogo tradizionale della sepoltura della santa.
- Statua marmorea giacente di Santa Lucia (Gregorio Tedeschi, 1649) (scheda in preparazione)
- Chiesa di Santa Lucia alla Badia (scheda in preparazione), con La morte di Santa Lucia di Deodato Guinaccia (1579) e la copia del Seppellimento caravaggesco
- Cappella di Santa Lucia nella Cattedrale di Siracusa (scheda in preparazione), con affreschi di Mario Albertella (1926) e dipinto XVI secolo di autore ignoto a copertura della nicchia
Aspetto fisico e ricostruzione forense

Le ricognizioni mediche moderne sul corpo della santa hanno permesso di ricostruire scientificamente alcuni caratteri somatici. L'autopsia condotta il 17 dicembre 1981 dal professor Carlo Martelli, dopo il recupero del corpo trafugato, rilevò un'altezza dello scheletro di 1,43 metri, un'età apparente al decesso di circa vent'anni, parametri compatibili con l'accrescimento femminile siciliano di epoca tardo-antica, proporzioni del bacino e degli arti corrispondenti a soggetto biologico femminile adulto.
Il ricercatore Tanino Golino utilizzò i dati biometrici rilevati dal prof. Martelli per elaborare una ricostruzione tridimensionale forense del volto della santa. L'analisi digitale, basata sulle misurazioni craniche e sulle proporzioni anatomiche documentate, produsse un modello fisiognomico che offre per la prima volta un'ipotesi visiva dell'aspetto originario della martire. La ricostruzione mostra un volto giovane, tipicamente mediterraneo, con occhi scuri e tratti compatibili con la popolazione siciliana di età imperiale.
La ricognizione del novembre 1904, sotto il patriarca Aristide Cavallaro, aveva già documentato «ciocche di capelli di color castano» aderenti a frammenti di cuoio capelluto e identificato una «membrana nera formata dagli occhi e dalle palpebre mummificate» nelle cavità orbitali: dato anatomico che confuta la tradizione agiografica dell'avulsione dei bulbi oculari, in quanto le strutture oculari, benché disidratate, risultavano presenti sul cadavere.
Liturgia
Calendario romano
La memoria di Santa Lucia di Siracusa è iscritta al 13 dicembre, data tradizionale del suo dies natalis. Nel Messale Romano di Paolo VI (Novus Ordo, 1970) ha il grado di memoria obbligatoria; nel Messale Romano di Pio V (1570) e nelle edizioni successive fino al 1962 era celebrata come festa di grado doppio, con ottava locale a Siracusa. La ricorrenza cade sempre nel Tempo di Avvento, in genere nella terza settimana. Il colore liturgico è il rosso, comune alle vergini martiri. Le letture proprie (facoltative) sono 2 Corinzi 10,17-11,2 (la figura della vergine promessa sposa a Cristo), il Salmo 44 e Matteo 25,1-13 (parabola delle dieci vergini sagge e stolte).
Nel Martirologio Romano (editio typica 2004) il 13 dicembre si legge: «A Siracusa, santa Lucia, vergine e martire, che, consacratasi a Cristo nella sua prima giovinezza, nella persecuzione dell'imperatore Diocleziano subì il martirio».
Il Canone Romano
Lucia è una delle figure scelte per la seconda lista del Canone Romano (Preghiera Eucaristica I), nell'orazione Nobis quoque peccatoribus. Il testo latino cita sette uomini e sette donne martiri: «...con Giovanni, Stefano, Mattia, Barnaba, Ignazio, Alessandro, Marcellino, Pietro, Felicita, Perpetua, Agata, Lucia, Agnese, Cecilia, Anastasia...». L'inserimento di Lucia nel Canone Romano risale con ogni probabilità al VI-VII secolo, durante un'opera di codificazione attribuita a Gregorio Magno. La posizione è significativa: subito dopo Agata di Catania e prima di Agnese di Roma, riflettendo una coppia di sante siciliane che la tradizione agiografica e liturgica lega strettamente. La scelta delle sette donne non è casuale: tre dall'Africa e dall'Oriente (Felicita, Perpetua, Anastasia), due dalla Sicilia (Agata e Lucia), due da Roma (Agnese e Cecilia).
Colletta della Messa del 13 dicembre
Nel Messale Romano (Novus Ordo, edizione italiana CEI 2020) la colletta propria della festa recita: «Riempi di gioia e di luce il tuo popolo, o Signore, per l'intercessione gloriosa della santa vergine e martire Lucia, perché, celebrando in terra il giorno della sua nascita al cielo, possiamo contemplare per sempre la tua gloria. Per il nostro Signore Gesù Cristo...». Il testo latino originale è «Intercessio nos, quaesumus, Domine, sanctae Luciae virginis et martyris gloriosa confoveat, ut eius natalicia et temporaliter frequentemus et conspiciamus aeterna».
Liturgia bizantina
La Chiesa ortodossa commemora Lucia il 13 dicembre. La tradizione attribuisce a san Giovanni Damasceno (VIII secolo) la composizione dell'ufficio greco in suo onore. Il tropario di I tono recita: «La tua agnella, o Gesù, grida ad alta voce: Te, mio Sposo, desidero, e cercandoti combatto, e con te sono crocifissa, e con te sono sepolta nel tuo battesimo, e soffro per te, affinché regni con te, e muoio per te, per vivere in te. Accoglimi come vittima immacolata, offerta con amore. Per le sue preghiere, salvaci, o Misericordioso».
Inni e preghiere popolari
L'inno tradizionale usato ai Vespri e alle Lodi nella festa di Lucia è Iesu corona virginum, attribuito a sant'Ambrogio, del Comune delle Vergini. La preghiera tradizionale per la vista, diffusissima nel culto popolare italiano, recita: «Santa Lucia, vergine e martire, preferì farsi strappare gli occhi pur di non rinnegare Cristo. Ottieni anche a me la luce della fede per non camminare nelle vie del peccato. Conserva la luce dei miei occhi, perché possa sempre ammirare le meraviglie del creato. Ma soprattutto conserva gli occhi della mia anima, la fede, per vedere Dio nell'eternità. Amen». La novena di Santa Lucia si recita nei nove giorni precedenti la festa (dal 4 al 12 dicembre); la coroncina si compone di tredici grani, simbolo del 13 dicembre.
Le feste di Santa Lucia a Siracusa
L'arcidiocesi di Siracusa celebra la santa con due solennità proprie, entrambe ricorrenze di rango massimo per la città: il dies natalis del 13 dicembre e la Festa del Patrocinio della prima domenica di maggio. Accanto a queste due feste principali si affianca una rete di celebrazioni secondarie — ottava, Santa Lucia piccola, memorie minori — che rendono la devozione siracusana una delle più articolate e sentite del panorama italiano.
Festa del 13 dicembre (dies natalis)

La festa del 13 dicembre è la solennità principale dell'anno liturgico siracusano. La mattina si celebra il Solenne Pontificale in Cattedrale, presieduto dall'Arcivescovo con la partecipazione di un cardinale o presule invitato. Alle 15:30 ha inizio la processione del simulacro argenteo dalla Cattedrale verso la Basilica Santuario di Santa Lucia al Sepolcro, nel quartiere Borgata. Il corteo, aperto dalle autorità civili e religiose, attraversa il passeggio Aretusa, varca Porta Marina (dove le navi al porto salutano con le sirene), percorre corso Umberto, viale Regina Margherita, via Piave e piazza Santa Lucia, fino all'arrivo in basilica attorno alle 22:30.
Dal 13 al 20 dicembre si celebra l'Ottavario: il simulacro resta esposto all'altare maggiore della Basilica al Sepolcro, con liturgie solenni ogni sera. Il 20 dicembre si tiene la processione di ritorno («Ottava»): partenza alle 16:00, percorso che attraversa via del Santuario della Madonna delle Lacrime, corso Gelone, il Ponte Umbertino (con caratteristico spettacolo pirotecnico), Ortigia, corso Matteotti, piazza Archimede e piazza Duomo, con rientro in Cattedrale attorno alle 23. La festa siracusana del 13 dicembre è riconosciuta come patrimonio immateriale REIS della Regione Siciliana.
Festa del Patrocinio (prima domenica di maggio)
La Festa del Patrocinio, nota popolarmente come «Santa Lucia delle Quaglie» o «Santa Lucia di maggio», cade la prima domenica del mese. Commemora il miracolo del maggio 1646: Siracusa era stretta da una gravissima carestia quando una quaglia (o colomba, secondo le versioni) entrò nel Duomo durante la celebrazione, annunciando l'arrivo di navi cariche di grano al porto. Alle 12:00 della prima domenica di maggio, in piazza Duomo si svolge una breve processione e dal balcone del giardino dell'Arcivescovado vengono liberate colombe viaggiatrici, in ricordo del prodigio. Il simulacro viene poi condotto alla Chiesa di Santa Lucia alla Badia dove resta esposto per una settimana.
La seconda domenica di maggio si svolge la Santa Lucia piccola, che chiude l'ottava del Patrocinio: alle 19:00 circa il simulacro parte dalla Badia, attraversa Fonte Aretusa, Castello Maniace, il lungomare di Ponente, i rioni Cannamela e Giudecca, via Maestranza e piazza Duomo, rientrando in Cattedrale. In questa domenica sfilano bambini vestiti da luciani con costumi d'epoca, da cui il nome popolare. Insieme alla festa del 13 dicembre, il Patrocinio è la ricorrenza più sentita della devozione cittadina.
Santa Lucia nella letteratura
Dante Alighieri
Santa Lucia è una delle figure femminili più importanti del sistema teologico-narrativo della Divina Commedia. Compare in tutte e tre le cantiche, formando con la Vergine Maria e Beatrice la triade delle tre «donne benedette» che intercedono per la salvezza di Dante. La critica dantesca ha identificato tradizionalmente questa Lucia con la martire siracusana. A sostegno dell'identificazione: l'epiteto dantesco «nimica di ciascun crudele», il riferimento ai «suoi belli occhi» nel Purgatorio, la devozione personale del poeta — che soffriva di disturbi della vista — verso la patrona oftalmologica.
In Inferno II, Virgilio racconta a Dante come sia giunto in suo soccorso attraverso una catena di intercessione che dalla Vergine Maria passa per Lucia e arriva a Beatrice:
Lucia, nimica di ciascun crudele,
si mosse, e venne al loco dov' i' era,
che mi sedea con l'antica Rachele.
(Inferno II, 100-102)
In Purgatorio IX, Lucia appare in sogno a Dante addormentato e lo trasporta dalla valletta dei principi fino alla porta del Purgatorio:
Dianzi, ne l'alba che procede al giorno,
quando l'anima tua dentro dormia,
sovra li fiori ond' è là giù addorno
venne una donna, e disse: — I' son Lucia;
lasciatemi pigliar costui che dorme;
sì l'agevolerò per la sua via —.
(Purgatorio IX, 52-57)
Nella rosa dei beati del Paradiso, San Bernardo indica a Dante la collocazione di Lucia in posizione di altissima dignità:
E contro al maggior padre di famiglia
siede Lucia, che mosse la tua donna,
quando chinavi, a rovinar, le ciglia.
(Paradiso XXXII, 136-138)
La canzone napoletana
La celebre barcarola Santa Lucia fu pubblicata a Napoli nel 1849 dall'editore Cottrau. I versi sono attribuiti a Teodoro Cottrau (1827-1879); fu la prima canzone napoletana tradotta in italiano. La canzone celebra il borgo marinaro di Santa Lucia a Napoli, quartiere affacciato sul golfo ai piedi del Pizzofalcone, dove i barcaioli invitavano i passeggeri a godersi una passeggiata in barca. Divenne un classico del repertorio tenorile, incisa da Enrico Caruso (1916), Mario Lanza, Luciano Pavarotti, Elvis Presley. Santa Lucia Luntana, opera distinta di E.A. Mario (1919), è invece considerata l'inno dell'emigrazione napoletana, evocando la nostalgia degli emigranti che, lasciando Napoli dai bastimenti in partenza per le Americhe, vedevano allontanarsi il borgo di Santa Lucia come ultima immagine della patria.
John Donne, Legenda Aurea e altra letteratura europea
Il poeta metafisico John Donne (1572-1631) compose A Nocturnal upon S. Lucy's Day, Being the Shortest Day (pubblicata postuma nel 1633), una delle più celebri elegie della poesia inglese. Donne sfrutta la coincidenza fra il giorno di Santa Lucia e il solstizio d'inverno del calendario giuliano per costruire una meditazione sul buio dell'anima. La Legenda Aurea di Iacopo da Varazze (c. 1260) dedica a Lucia un capitolo intero, fonte principale della tradizione agiografica medievale occidentale. Geoffrey Chaucer cita Santa Lucia nei Canterbury Tales come patrona della vista.
Culto nel mondo
Italia
Lucia è patrona principale di Siracusa, sua città natale. Sono inoltre comprovati patronati luciani a Belpasso (CT, dal 1636), Carlentini (SR, dal 1621), Savoca (ME, culto francescano-domenicano dal XV secolo), Aci Catena (CT, patronato condiviso), e numerosi altri comuni minori della Sicilia. Al di fuori dell'isola: Santa Lucia di Piave (TV), Prata di Pordenone (PN), Copparo (FE), Medicina (BO), Savignano sul Rubicone (FC), Mantova (co-patrona dal XII secolo), Santa Lucia di Serino (AV), Villa Santa Lucia (FR), Villa Santa Lucia degli Abruzzi (AQ). In Lombardia orientale (Bergamo, Brescia, Cremona, Lodi, Mantova), in Veneto (Verona), in Emilia-Romagna (Piacenza, Parma, Reggio) e nel Friuli, Santa Lucia è vissuta nel folklore infantile come «portatrice di doni» nella notte fra il 12 e il 13 dicembre, al posto di Babbo Natale o della Befana.
Venezia
Venezia venera Santa Lucia come co-patrona dal XIII secolo, con due memorie liturgiche proprie: il 13 dicembre (dies natalis) e il 18 gennaio (Traslazione delle reliquie dalla Quarta Crociata, 1205). La chiesa dei Santi Geremia e Lucia custodisce il corpo della santa dal 1860; la stazione ferroviaria Venezia Santa Lucia, costruita sul sedime del monastero demolito tra 1861 e 1863, perpetua nella toponomastica il ricordo della devozione. Categorie professionali patrocinate a Venezia: gondolieri, marinai, pescatori della laguna.
Spagna e America Latina
A Valencia, la Confraternita di Santa Lucía (fondata nel 1381) organizza ogni 13 dicembre una festa solenne che coinvolge tutto il quartiere; Lucia è patrona della confraternita dei ciechi e degli occhialai della città. A Madrid, una cappella dedicata nella parrocchia di San Ginés conserva una confraternita storica. In America Latina, la devozione è capillare: la città di Santa Lucía in Uruguay (dipartimento di Canelones) porta il nome della santa ed è patrona cittadina; in Argentina la Fiesta Nacional de Santa Lucía è festa nazionale dal 1991 con decreto; patronati sono attestati in Colombia (Guane), Ecuador (Olón), Venezuela (Santa Lucía del Tuy), Messico (Santa Lucía del Camino in Oaxaca), Cuba (Santiago de Cuba), El Salvador, Guatemala, Honduras, Nicaragua, Panama, Perù. Tradizioni culinarie: «Pan de Santa Lucía» a Valencia, «ojitos de Santa Lucía» (biscotti agli occhi di zucchero) in tutto il Sudamerica ispanico.
Saint Lucia, stato caraibico
Saint Lucia è uno stato insulare indipendente del Commonwealth caraibico, con capitale Castries. La tradizione vuole che il nome derivi dalla martire siracusana: marinai francesi naufragati sull'isola il 13 dicembre 1502 l'avrebbero battezzata «Sainte Alousie» in onore della santa del giorno. Il globo vaticano del 1502 già riporta «Santa Lucia» per l'isola, e una cedola spagnola del 1511 la nomina «Sancta Lucia» come possedimento della Corona spagnola. Il 13 dicembre è festa nazionale.
Francia, Germania, area renana
A Metz si sviluppò fin dall'alto medioevo un culto di Santa Lucia legato ad alcune reliquie. Teodorico I di Metz (vescovo dal 965 al 984) le dedicò un oratorio; nel 1042 l'imperatore Enrico III ottenne reliquie da Metz per il nuovo convento familiare di Lindeburch/Limburg (diocesi di Spira). I veneziani contestano l'autenticità delle reliquie di Metz, sostenendo che appartengano a un'altra Lucia omonima. A Brema e in Baviera sono attestate tradizioni luciane come sopravvivenza della festa pre-Riforma.
Scandinavia: la Luciadagen

In Svezia la festa si chiama Luciadagen. La data del 13 dicembre non coincide con il solstizio astronomico, ma lo faceva nel calendario giuliano: prima della riforma gregoriana, adottata in Svezia soltanto nel 1753, la notte fra il 12 e il 13 dicembre era la più lunga dell'anno. La prima attestazione nota di una «Lucia» vestita di bianco con candele in una casa svedese risale al 1764. La svolta pubblica arrivò nel Novecento: nel dicembre 1927 il quotidiano Stockholms Dagblad lanciò un concorso per eleggere una Lucia cittadina per Stoccolma; l'anno successivo, il 1928, il museo all'aperto di Skansen organizzò la prima celebrazione pubblica strutturata. Da allora ogni comune, parrocchia, scuola e ufficio elegge la propria Lucia.
Il corteo di Lucia (Luciatåg) è una processione coreografata. Lucia apre il corteo indossando una lunga veste bianca, una fascia rossa in vita (simbolo del martirio) e una corona di candele sul capo. Dietro sfilano le damigelle (tärnor), i ragazzi delle stelle (stjärngossar) con tuniche bianche e cappelli conici di carta decorati con stelle, i pepparkaksgubbar (omini di pan di zenzero) e i tomtar (gnomi di Natale). Il repertorio musicale comprende la canzone Sankta Lucia — adattamento svedese della melodia napoletana di Cottrau, con testo di Sigrid Elmblad (1924) e poi di Arvid Rosén (1928, «Natten går tunga fjät») — e canti natalizi tradizionali. I dolci tipici sono i lussekatter (panini allo zafferano), i pepparkakor (biscotti di zenzero) e la bevanda calda glögg (vin brulé speziato).
La tradizione svedese si innesta su uno strato pagano nordico: nel folklore norreno Lussi era una vette femminile della notte che nella Lussinatt capeggiava il corteo selvaggio degli spiriti. L'omonimia fra Lussi e Lucia ha favorito la sovrapposizione: la santa cristiana che cammina nella notte con le candele ha sostituito la demone che cavalcava il cielo, invertendo il segno ma conservando l'impalcatura stagionale. Tradizioni analoghe si sono diffuse dal Novecento in Norvegia, Danimarca (dal 1944, su iniziativa dell'Associazione Norden di Copenaghen come gesto simbolico in tempo di guerra), Finlandia (dove dal 1949 si elegge la Finlands Lucia nella Cattedrale di Helsinki) e Islanda.
Il legame Siracusa-Stoccolma
Dal 1970, su iniziativa dell'Azienda Autonoma del Turismo di Siracusa, si consolidò un legame istituzionale fra le due città nel nome di Lucia. Ogni dicembre una Lucia eletta a Stoccolma giungeva a Siracusa con una piccola delegazione per la «Settimana Svedese»; la Lucia svedese sfilava accanto al simulacro argenteo nelle processioni e partecipava alle funzioni. La tradizione si interruppe attorno al 2012-2013; nel 2023 un concerto straordinario nella chiesa di Santa Lucia alla Badia, eseguito dagli studenti del Nordiska Musikgymnasiet di Stoccolma e del Liceo Tommaso Gargallo di Siracusa, ha provato a riannodare il filo.
Patronati per categoria
Oltre al patronato territoriale (Siracusa, Venezia co-patrona, numerose città italiane ed estere), Santa Lucia è invocata come patrona per le seguenti categorie:
- Ciechi e ipovedenti: patronato universale, derivato dall'etimologia del nome e dalla leggenda tarda dell'accecamento. Già nel Medioevo invocata per malattie oculari. L'Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti (UICI) ha storicamente legato la propria identità devozionale a Santa Lucia.
- Oculisti e oftalmologi: patronato consolidato. In Italia la Società Oftalmologica Italiana celebra annualmente la festa.
- Elettricisti: patronato largamente diffuso nel Novecento per il legame simbolico «luce-elettricità». La tradizione devozionale attribuisce la proclamazione ufficiale a Pio XII (pontificato 1939-1958), spesso indicata nella data del 2 febbraio 1952; il documento pontificio di riferimento non è tuttavia facilmente reperibile negli Acta Apostolicae Sedis e la notizia, pur uniformemente diffusa in manuali devozionali e calendari di categoria, andrebbe considerata come patronato di tradizione piuttosto che come proclamazione solennemente documentata.
- Sarti, ricamatrici, merlettaie: patronato tradizionale siciliano e veneto, legato alla leggenda della distribuzione ai poveri dei ricchi tessuti della dote.
- Scrittori, stampatori, pubblicisti: patronato attestato soprattutto in area anglosassone e veneziana, motivato dal legame «luce-parola illuminante».
- Gondolieri, marinai, pescatori: area veneta, per legame con le reliquie.
- Contadini e agricoltori: patronato stagionale, legato al solstizio d'inverno e al miracolo siracusano del grano del 1646.
- Malattie della gola: per il colpo di pugnale inflitto al collo.
- Emorragie uterine e menorragia: per successione della madre Eutichia, guarita dall'emorroissa.
Tradizioni gastronomiche
Il 13 dicembre è nella cultura popolare italiana, europea e americana una giornata di tradizioni gastronomiche molto specifiche, spesso collegate all'astinenza dalla farina in ricordo del miracolo siracusano del grano del 1646.
La cuccìa siracusana
La cuccìa è il dolce più emblematico del 13 dicembre nella Sicilia orientale, in particolare a Siracusa. Si prepara con grano duro cotto intero (non macinato), servito con ricotta di pecora zuccherata, gocce di cioccolato fondente, frutta candita e talvolta un velo di cannella. La tradizione ne collega l'origine al miracolo del maggio 1646, quando una carestia gravissima a Siracusa fu stroncata dall'arrivo di una nave carica di grano. Per l'urgenza della fame il grano non venne macinato, ma bollito e consumato com'era: da quel gesto nacque la cuccìa. Da quel momento i siciliani fecero voto di non consumare pane né pasta (derivati della farina) il 13 dicembre, sostituiti con grano intero, legumi, riso. In molte famiglie della Sicilia orientale il voto è ancora osservato.
Arancini e arancine di Santa Lucia
A Palermo si chiamano arancine (femminile, tonde), a Catania e Siracusa arancini (maschile, a punta). Il 13 dicembre la consuetudine palermitana è produrre e consumare arancine al posto del pane, per rispettare il voto dell'astinenza dalla farina: nel 2024 la stampa ha riportato circa tre milioni di arancine vendute a Palermo nella sola giornata di Santa Lucia. Le versioni classiche sono l'arancina «accarne» (al ragù con piselli) e l'arancina «abburro» (besciamella, prosciutto cotto e mozzarella).
Altri dolci regionali
A Bari e in Puglia il 13 dicembre si preparano gli occhi di Santa Lucia, piccoli taralli glassati con sclepp, richiamo alla forma dell'occhio. In Veneto (Verona, Vicenza) sono tradizionali i puoti, biscotti di pasta frolla a forma di bamboline. A Messina i panini di Santa Lucia si preparano con semola e farina di mais, dal caratteristico colore giallo. In Abruzzo (Ortona) e in Campania (Avellino) si prepara il cicci di Santa Lucia, minestra di cereali e legumi misti. A Padula (Salerno) il grano si cuoce con tredici legumi diversi.
La tradizione dei doni in Lombardia
A Bergamo, Brescia, Cremona, Mantova, Lodi, Crema e in altri comuni lombardi, in parte del Veneto (Verona) e dell'Emilia-Romagna orientale, Santa Lucia porta i regali ai bambini nella notte del 12 dicembre, al posto di Babbo Natale o della Befana. La tradizione è di origine contadina: nelle campagne era uso che chi aveva avuto raccolti abbondanti donasse anonimamente parte del grano ai meno fortunati. La sera del 12 dicembre i bambini lasciano sul davanzale un piatto di biscotti, un bicchiere di vin santo per Lucia e una carota o un po' d'acqua per l'asinello che trasporta la gerla dei regali. Gli adulti suonano campanelli per annunciare il passaggio della santa. Ai bambini buoni Lucia lascia dolci e giocattoli; ai disobbedienti, carbone.
Svezia: lussekatter, pepparkakor, glögg
La gastronomia svedese luciana ruota attorno ai lussekatter (panini dolci allo zafferano con forma a «S» arrotolata, decorati con uvetta alle estremità), ai pepparkakor (biscotti speziati con zenzero, cannella, chiodi di garofano, cardamomo) e al glögg (vin brulé scandinavo, vino rosso scaldato con spezie, scorza d'arancia e uvetta, spesso corretto con aquavit).
Toponomastica
La diffusione del nome di Santa Lucia nella toponomastica mondiale è vastissima. In Italia sono comuni dedicati: Santa Lucia del Mela (ME), Santa Lucia di Piave (TV), Colle Santa Lucia (BL), Villa Santa Lucia (FR), Villa Santa Lucia degli Abruzzi (AQ), Santa Lucia di Serino (AV). In America Latina: Santa Lucía in Uruguay (Canelones), Argentina (San Juan, Corrientes, Tucumán), Cuba, Messico (Santa Lucía del Camino in Oaxaca), Venezuela (Santa Lucía del Tuy), Colombia, Ecuador (cantone del Guayas), Guatemala (Santa Lucía Cotzumalguapa, Santa Lucía Utatlán, Santa Lucía Milpas Altas), Honduras, El Salvador, Perù. Nei Caraibi: Saint Lucia, stato indipendente. In Europa: Santa Luzia in Portogallo (Algarve, Azzorre), Sainte-Lucie-de-Porto-Vecchio e Sainte-Lucie-de-Tallano in Corsica, Sveta Lucija in Slovenia e Croazia, Szent Lúcia in Ungheria.
Quartieri urbani dedicati: il Borgo Santa Lucia di Napoli (lungomare, storico quartiere dei luciani, pescatori e marinai), la Borgata Santa Lucia di Siracusa (cuore dei festeggiamenti del 13 dicembre), Santa Lucia a Prato, Cagliari, L'Aquila. Oronimi: il Santa Lucia Range in California centrale (USA), con il Monte Cone Peak; Capo Santa Lucia in Sudafrica (KwaZulu-Natal), da cui prende il nome il lago e il parco naturale di iSimangaliso/St. Lucia, patrimonio UNESCO.
Chiese dedicate

Le chiese dedicate a Santa Lucia sono migliaia nel mondo. Tra le più significative: a Siracusa la Basilica Santuario di Santa Lucia al Sepolcro (fondata sul luogo tradizionale del martirio), la Chiesa di Santa Lucia alla Badia (in piazza Duomo, che custodisce La morte di Santa Lucia di Deodato Guinaccia del 1579 e ospitò fino al 2020 il Seppellimento di Caravaggio), il Tempietto del Sepolcro. A Roma: Santa Lucia del Gonfalone (con l'Arciconfraternita del Gonfalone dal 1486), Santa Lucia in Selci (con Borromini 1637-1638), Santa Lucia alle Botteghe Oscure (demolita 1938). A Venezia: chiesa dei Santi Geremia e Lucia. A Napoli: Basilica di Santa Lucia a Mare (IX secolo, ricostruita 1945), Santa Lucia al Monte (Pizzofalcone). A Firenze: Santa Lucia dei Magnoli (Oltrarno, 1078, con portale e lunetta di Benedetto Buglioni). In Puglia: Santuario di Santa Lucia di Erchie.
Critica storica moderna
La critica agiografica applicata alla vicenda di Lucia ha seguito un percorso articolato. Hippolyte Delehaye SJ (1859-1941), nei suoi Les légendes hagiographiques (1905) e Les Passions des martyrs et les genres littéraires (1921), classifica la Passio di Lucia fra le passions épiques — racconti di martirio composti a distanza dai fatti, costruiti con schemi narrativi convenzionali (topoi). Delehaye non nega l'esistenza di Lucia — anzi, la conferma proprio sulla base dell'epitaffio di Euskia e della testimonianza liturgica antica — ma avverte che i dettagli narrativi riflettono convenzioni letterarie del V secolo più che la realtà del 304.
Paolo Orsi (1859-1935), padre dell'archeologia siciliana, ha fornito la base archeologica su cui oggi si fonda la storicità del culto: l'epitaffio di Euskia, pubblicato in Gli scavi a San Giovanni di Siracusa nel 1895 (Roma 1896), resta il documento cardine. Rosa Maria Bonacasa Carra ha pubblicato studi sul complesso catacombale di San Giovanni e di Santa Lucia, databile con sicurezza al IV secolo. Maria Stelladoro, in Lucia. La martire (Jaca Book, Milano 2010), ha offerto l'edizione critica più recente delle Passiones in traduzione italiana.
Una scheda enciclopedica attenta allo stato degli studi deve segnalare esplicitamente le zone di dissenso:
- Esistenza storica di Lucia: attestata dall'archeologia (epitaffio di Euskia 1894) e dalla liturgia antica (Martirologio Geronimiano). Non seriamente messa in discussione dagli storici.
- Data del martirio (13 dicembre 304): probabile ma non documentalmente certa. La dies natalis liturgica è antica.
- Storicità di Pascasio: incerta. Nessun elenco amministrativo romano conferma un consularis Siciliae di questo nome nel 304.
- Dialoghi del processo: costruzione retorica tipica delle passions épiques, non atti notarili.
- Miracoli durante il supplizio: topoi agiografici ricorrenti in altre Passiones.
- Episodio degli occhi: assente dalle fonti primarie; comparsa tarda (XIV-XV secolo), probabilmente per esplicazione narrativa dell'iconografia.
- Modalità di uccisione: contraddizione fra tradizione greca (decapitazione) e latina (colpo alla gola).
Fonti
- Bibliotheca Hagiographica Graeca (BHG), n. 995, a cura di F. Halkin, Bruxelles, Société des Bollandistes, 1957.
- Bibliotheca Hagiographica Latina (BHL), n. 4992, Bruxelles, Société des Bollandistes, 1898-1901.
- Acta Sanctorum, Decembris, tomus II, Antwerpen 1750, pp. 16-21.
- Hippolyte Delehaye, Les légendes hagiographiques, Bruxelles, Société des Bollandistes, 1905.
- Hippolyte Delehaye, Les Passions des martyrs et les genres littéraires, Bruxelles, 1921.
- Paolo Orsi, Gli scavi nelle catacombe di San Giovanni a Siracusa negli anni 1894-1896, Roma 1896.
- Maria Stelladoro, Lucia. La martire, Jaca Book, Milano 2010.
- Iacopo da Varazze, Legenda Aurea, ed. italiana a cura di A. e L. Vitale Brovarone, Einaudi, Torino 1995.
- A. Amore, voce Lucia di Siracusa, in Bibliotheca Sanctorum, vol. VIII, Città Nuova, Roma 1966, coll. 241-252.
- Enciclopedia Dantesca, voce Lucia, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1970-1978.
- Louis Réau, Iconographie de l'art chrétien, tomo III/2, Iconographie des saints G-O, Paris, Presses Universitaires de France, 1958, voce Lucie.
- Karl Künstle, Ikonographie der christlichen Kunst, Freiburg, Herder, 1928.
- Lexikon der christlichen Ikonographie (LCI), vol. 7, Rom-Freiburg-Basel-Wien, Herder, 1974, voce Lucia von Syrakus.
- Pietro Cannata (a cura di), Santa Lucia. Immagini e culto, Siracusa, Morrone Editore, 2004.
- Martirologio Romano, editio typica 2004, 13 dicembre.
- Missale Romanum, editio typica tertia, Vaticano, 2002.
- Liturgia Horarum, vol. IV, Vaticano, 1972.
- Giuseppe Pitrè, Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane, Palermo 1870-1913.
- Alberto Favara, Corpus di musiche popolari siciliane, Palermo 1957.
- Mary Taylor Simeti, Pomp and Sustenance: Twenty-Five Centuries of Sicilian Food, New York, Knopf 1989.
- John Donne, Poems, London 1633 (contiene A Nocturnal upon S. Lucy's Day).
Scheda redatta da Alessandro Calabrò il 17 aprile 2026.
