Dionisio II

Tiranno di Siracusa (367-357 e 346-343 a.C.), figlio di Dionisio I: protagonista del fallito esperimento del re filosofo con Platone e Dione, fu deposto da Timoleonte e mori esule a Corinto.
Aggiornato in data 8 Giugno 2026 da Alessandro Calabrò
Dionisio II
Incisione ottocentesca: Dione presenta il filosofo Platone al giovane tiranno Dionisio II
Dione presenta Platone a Dionisio II, in un’incisione dal volume di Hermann Göll (1876): del tiranno non resta alcun ritratto antico. (Pubblico dominio.)
Nome grecoΔιονύσιος (Dionysios)
RuoloTiranno di Siracusa
PadreDionisio I
Regno367-357 e 346-343 a.C.
NascitaSiracusa, intorno al 397 a.C.
MorteCorinto, intorno al 343 a.C.
Noto perL’esperimento del re filosofo con Platone; la caduta della tirannide

Dionisio II (in greco Διονύσιος, Dionysios; detto anche Dionisio il Giovane; Siracusa, circa 397 a.C., morto a Corinto intorno al 343 a.C.) fu tiranno di Siracusa, figlio e successore di Dionisio I. Ereditò dal padre la più potente signoria del mondo greco, ma la dissipò in meno di un decennio.

Il suo regno è legato al celebre tentativo, promosso da Dione e dal filosofo Platone, di trasformarlo in un sovrano illuminato, il «re filosofo»: un esperimento fallito, che Platone stesso raccontò nella sua Settima lettera. Cacciato da Dione, rifugiatosi a Locri e infine tornato a Siracusa, Dionisio II fu deposto da Timoleonte e finì i suoi giorni a Corinto, dove la tradizione antica lo immaginò ridotto a maestro di scuola.

Il figlio di Dionisio I

Dionisio nacque a Siracusa intorno al 397 a.C., primogenito di Dionisio I e di Doride, nobildonna di Locri Epizefiri. Il padre aveva sposato lo stesso giorno Doride e la siracusana Aristomache, sorella di Dione: per questo intreccio dinastico Dione, marito di Arete (figlia di Dionisio I e Aristomache), era al tempo stesso cognato e genero del vecchio tiranno, e una delle figure più influenti della corte. Dionisio II sposò la sorellastra Sofrosine; i fratellastri Ipparino e Niseo sarebbero diventati a loro volta tiranni.

Secondo Plutarco, Dionisio I tenne il figlio lontano dagli affari di stato, per timore che qualcuno se ne servisse contro di lui, lasciandolo crescere chiuso nel palazzo a fabbricare piccoli carri, candelabri, sgabelli e tavolini di legno. La morte di Dionisio I, nel 367 a.C., è avvolta da tradizioni discordanti: chi la disse naturale, chi dovuta a un eccesso di vino per festeggiare una vittoria tragica alle feste Lenee di Atene, chi a un sonnifero somministrato dai medici, mentre una tradizione ostile arrivò ad accusare il figlio di averne accelerato la fine. Quando salì al potere, intorno ai trent’anni, Dionisio II era inesperto e impreparato. L’eredità era immensa: Diodoro la descrive come una tirannide «legata con catene d’acciaio», con una flotta di quattrocento navi, centomila fanti e diecimila cavalieri, il dominio sulla Sicilia greca e su parte della Magna Grecia.

Platone e il sogno del re filosofo

Busto marmoreo del filosofo Platone, copia romana da originale greco
Busto di Platone (copia romana da un originale di Silanione). Glyptothek di Monaco. (Pubblico dominio.)

Platone aveva già visitato Siracusa intorno al 388 a.C., sotto Dionisio I, stringendo amicizia con Dione e uscendone in rotta con il vecchio tiranno, che secondo una tradizione tarda lo fece perfino consegnare a uno spartano e vendere come schiavo a Egina, da dove fu riscattato dal filosofo Anniceris di Cirene. Alla morte di questi, Dione convinse Platone a tornare per educare il giovane Dionisio II e farne il sovrano-filosofo immaginato nella Repubblica. Nel secondo viaggio (circa 366 a.C.) l’entusiasmo iniziale fu grande, al punto che, si disse, la reggia si riempì della polvere delle figure geometriche tracciate per terra dai cortigiani. Ma le insinuazioni di Filisto e dell’entourage di corte, che vedevano in Dione un rivale, portarono presto all’esilio di Dione, accusato di trame col nemico cartaginese; Platone fu trattenuto e poi lasciato ripartire.

Nel terzo viaggio (circa 361 a.C.) Dionisio II richiamò il filosofo con la promessa di richiamare anche Dione, ma fece invece confiscare e vendere i beni dell’esule e diede in moglie ad un altro la moglie di lui, Arete. Platone, di fatto trattenuto e in pericolo, poté tornare in patria solo grazie all’intervento dell’amico Archita di Taranto. Nella Settima lettera, il documento in cui ricostruì l’intera vicenda, Platone diede di Dionisio II un giudizio severo: un uomo vanitoso e incostante, che dopo una sola lezione si era illuso di possedere la filosofia e ne aveva perfino scritto un trattato. Platone, che lo aveva messo alla prova descrivendogli quanto fosse lungo e arduo il cammino del sapere, lesse in quella fretta la prova che al tiranno mancava la disciplina del vero filosofo. Dionisio II divenne così, per la tradizione, il rovescio del re ideale: la prova che il potere senza disciplina interiore non si lascia educare.

Il tiranno e la sua corte

Decadramma d'argento di Siracusa con la testa della ninfa Aretusa, firmato da Kimon
Decadramma d’argento di Siracusa firmato da Kimon, della grande stagione monetale dei Dionisii. (Foto Sailko, CC BY-SA 3.0.)

Le fonti antiche, in gran parte ostili, dipingono Dionisio II come un sovrano debole e dedito ai piaceri, «di gran lunga inferiore al padre» secondo Diodoro, e ricordano le sue lunghe gozzoviglie, fino alla tradizione di un banchetto protratto per novanta giorni durante il quale la reggia restò chiusa a ogni discorso serio. La sua corte, però, fu anche un crocevia di cultura: vi soggiornarono, oltre a Platone, il socratico Eschine, l’edonista Aristippo di Cirene, il poeta tragico Carcino e lo storico e ammiraglio Filisto, richiamato dall’esilio come contrappeso a Dione e principale voce filo-dionisiana.

Sul piano politico mantenne dapprima l’eredità paterna: rinnovò la pace con Cartagine alle condizioni del padre, che fissavano il confine sul fiume Halykos, e fondò due città in Apulia per contrastare la pirateria nel basso Adriatico. Vanno invece attribuite al padre, Dionisio I, le imprese che la memoria popolare tende a confondere: le mura dell’Epipoli e il Castello Eurialo, la spada di Damocle, l’Orecchio di Dionisio, le tragedie premiate ad Atene. Dionisio II ereditò la potenza, non il genio che l’aveva costruita.

La cacciata: Dione e la guerra civile

Veduta dell'isola di Ortigia a Siracusa al tramonto
L’isola di Ortigia, sede della rocca dei tiranni che Dionisio II difese fino all’ultimo. (Foto cattan2011, CC BY 2.0.)

Nel 357 a.C. Dione, dall’esilio, decise di rovesciarlo. Salpò da Zacinto con poche navi e meno di mille mercenari, approfittando dell’assenza di Dionisio II, che si trovava in Italia. Sbarcato a Eraclea Minoa, marciò su Siracusa e vi fu accolto in trionfo: in breve la città intera passò dalla sua parte, tranne la rocca di Ortigia, dove resistette la guarnigione del tiranno.

Dionisio II rientrò pochi giorni dopo e tentò inutilmente trattative e inganni. Nella guerra urbana che seguì, la sua flotta fu battuta e il fedele Filisto perse la vita (le fonti divergono tra il suicidio e la cattura). In un colpo di coda, un comandante inviato da Dionisio, Nipsio, riuscì per breve tempo a rioccupare e saccheggiare la città, prima di essere ricacciato. Logorato, e con la rivalità che intanto cresceva tra Dione e il comandante Eraclide nel campo avversario, Dionisio II abbandonò Ortigia intorno al 356 a.C. e si ritirò a Locri, lasciando il figlio Apollocrate a difendere la rocca; quando questa infine capitolò, Apollocrate salpò con poche navi, portando con sé la madre e le sorelle. Era la fine del dominio dei Dionisii a Siracusa.

La tirannide di Locri

Resti del tempio ionico di Marasà nel sito archeologico di Locri Epizefiri
Locri Epizefiri, la città materna dove Dionisio II si rifugiò e governò. (Foto Jacopo Werther, CC BY-SA 4.0.)

A Locri Epizefiri, patria della madre Doride e città alleata, Dionisio II si impadronì della cittadella e instaurò una signoria personale. La tradizione, di tono fortemente ostile, gli attribuisce una condotta dispotica e violenta: confische, abusi sulle donne locresi, fino all’inganno con cui, indette finte offerte ad Afrodite, spogliò dei loro gioielli le matrone radunate nel tempio.

La vendetta arrivò quando Dionisio II lasciò Locri per tornare a Siracusa. Secondo il racconto di Strabone, i Locresi insorsero contro la guarnigione e si rivalsero sulla famiglia del tiranno rimasta in città, infierendo con ferocia estrema sulla moglie e sulle figlie. È una tradizione moralistica, costruita come un contrappasso, ma testimonia l’odio che il suo governo si era lasciato dietro.

Il ritorno e la fine

Le colonne del Tempio di Apollo a Corinto
Il Tempio di Apollo a Corinto, la città dove Dionisio II trascorse l’esilio finale. (Pubblico dominio.)

Dopo l’assassinio di Dione, nel 354 a.C., Siracusa precipitò nell’anarchia, contesa da una successione di tiranni e fazioni, tra cui i fratellastri di Dionisio II, Ipparino e Niseo. Approfittando del caos, intorno al 346 a.C. Dionisio II riprese di sorpresa il potere, ma la sua seconda signoria fu breve e precaria, ridotta presto alla sola Ortigia mentre Iceta di Leontini lo assediava e i Cartaginesi minacciavano l’isola.

I Siracusani chiesero aiuto alla madrepatria Corinto, che inviò Timoleonte (344 a.C.). Stretto d’assedio e ormai senza speranza, nel 343 a.C. Dionisio II preferì consegnare la rocca al liberatore corinzio anziché ai suoi nemici: cedette, entro cinquanta giorni dallo sbarco del liberatore, la rocca con il suo arsenale (armi per decine di migliaia di uomini) e i tesori, ottenendo un salvacondotto per Corinto. Lì visse da privato cittadino, in povertà. Il giudizio di Diodoro è netto: per viltà aveva perduto la più salda delle tirannidi, passando dalle quattrocento navi del padre a una misera barca. Vi morì in data imprecisata, intorno al 343 a.C.

Il proverbio e la fortuna

La parabola di Dionisio II, dal trono più potente del mondo greco alla povertà di Corinto, divenne presto un simbolo della caduta dei potenti. Ne nacque il proverbio «Dionisio a Corinto» (in latino Dionysius Corinthi), che gli antichi usavano per indicare un rovescio di sorte improvviso: quando il re Filippo II di Macedonia rivolse minacce agli Spartani, questi gli avrebbero risposto, laconici, con quelle sole due parole; e Cicerone lo riprese nelle lettere ad Attico. Con la deposizione di Dionisio II si chiudeva una tirannide che durava, dal padre, quasi mezzo secolo.

Attorno alla sua fine fiorirono racconti diversi e crudi: oltre al maestro di scuola che insegnava ai bambini per le strade, lo si disse istruttore di cori e di cantanti fra le taverne, mendicante al seguito dei sacerdoti girovaghi della dea Cibele, o ridotto cieco e zimbello dagli eccessi del vino. A Corinto la tradizione lo fa incontrare con il filosofo cinico Diogene, che lo avrebbe deriso per la sua vita dimessa; e a chi gli chiedeva se la lunga frequentazione di Platone gli fosse poi servita a qualcosa, Dionisio avrebbe additato proprio la dignità con cui sopportava la sua rovina. Tutte queste versioni, di tono moralistico, concordano solo sul nucleo: un tiranno potentissimo finito i suoi giorni nell’oscurità.

Le fonti

La vicenda di Dionisio II è raccontata da fonti di parte opposta. Il documento più celebre è la Settima lettera di Platone (con la Terza e l’Ottava), autobiografica e severa col tiranno, anche se l’autenticità delle lettere platoniche è discussa. La narrazione storica principale è la Vita di Dione di Plutarco, completata dalla Vita di Timoleonte per la fine, e la Biblioteca storica di Diodoro Siculo (libri XV-XVI). Vi si aggiungono Cornelio Nepote, l’epitome di Giustino, Cicerone, Eliano e Ateneo. Dietro queste opere stanno fonti perdute come lo storico filo-dionisiano Filisto e Timonide, testimone oculare della spedizione di Dione. Lo studio moderno dedicato alla sua figura e alla sua fortuna è la monografia di Federicomaria Muccioli, Dionisio II. Storia e tradizione letteraria (1999).

Voci collegate

  • Dionisio I, il padre che costruì la grande tirannide
  • Timoleonte, il liberatore corinzio che lo depose
  • Agatocle, con cui la tirannide tornò una generazione dopo
  • Fonte Aretusa, simbolo della Siracusa contesa dai Dionisii

Fonti e bibliografia

  • Platone, Lettere, in particolare la VII (e la III e l’VIII)
  • Plutarco, Vita di Dione e Vita di Timoleonte
  • Diodoro Siculo, Biblioteca storica, libri XV-XVI
  • Giustino, Epitome delle Storie filippiche, XXI; Cornelio Nepote, Dione
  • F. Muccioli, Dionisio II. Storia e tradizione letteraria, Bologna, CLUEB, 1999
  • Wikidata: Q380453 · Wikipedia: Dionisio II di Siracusa (IT), Dionysius II of Syracuse (EN)

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