| Filisto | |
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| Busto di Tucidide: lo storico ateniese fu il modello dichiarato di Filisto, che gli antichi chiamarono «un Tucidide in miniatura». (Pubblico dominio.) | |
| Nome greco | Φίλιστος (Phílistos) |
| Ruolo | Storico, statista e ammiraglio siracusano |
| Nascita | Siracusa, circa 430 a.C. |
| Morte | Siracusa, 356 a.C. |
| Epoca | V-IV secolo a.C. |
| Noto per | La «Storia della Sicilia»; il sostegno alla tirannide dei Dionisii |
Filisto (in greco Φίλιστος, Phílistos; Siracusa, circa 430 a.C., morto a Siracusa nel 356 a.C.) fu uno storico, uomo politico e ammiraglio siracusano. Contribuì all’ascesa di Dionisio I e ne fu uno dei più fedeli collaboratori; durante un lungo esilio scrisse la Storia della Sicilia, l’opera che ne ha fatto il maggiore storico siceliota del suo tempo.
Richiamato sotto Dionisio II, fu il principale avversario di Dione e di Platone e il difensore irriducibile della tirannide, alla cui causa restò fedele fino alla morte, caduto in battaglia contro le forze della liberazione. La sua opera, oggi perduta e nota solo per frammenti, fu una fonte capitale per la storia di Siracusa.
L’ascesa con Dionisio I

Filisto, figlio di Archomenide, apparteneva a una famiglia siracusana di grande ricchezza. Ebbe un ruolo decisivo nell’ascesa di Dionisio I: nel 406 a.C., mentre il giovane Dionisio veniva multato dai magistrati per aver istigato il popolo contro i generali in carica, Filisto pagò la sua ammenda e lo incoraggiò a proseguire, dichiarando che avrebbe pagato qualunque somma. Poco dopo Dionisio fu eletto stratego e di lì a poco si impadronì del potere.
Sotto la tirannide Filisto divenne uno degli uomini più potenti di Siracusa, comandante della rocca di Ortigia, il cuore militare del regime. Per circa vent’anni fu il braccio destro e il consigliere fidato di Dionisio I, legando la propria sorte a quella della tirannide che aveva contribuito a fondare.
L’esilio

Pur così fedele, Filisto fu a un certo punto esiliato dallo stesso Dionisio I. Sui motivi le fonti divergono: secondo Plutarco la causa fu il matrimonio, contratto senza permesso, con una nipote del tiranno (una figlia del fratello Leptine), un’unione che Dionisio temette come una pericolosa alleanza dinastica; secondo Diodoro fu invece il sospetto di una congiura, per cui il tiranno allontanò Filisto insieme allo stesso Leptine.
Filisto trascorse l’esilio nell’alto Adriatico, ad Adria, o forse prima a Thurii nella Magna Grecia, per un periodo lunghissimo, forse oltre vent’anni, fino alla morte di Dionisio I. Fu in questi anni lontano dalla politica che egli si dedicò alla scrittura, componendo gran parte della sua opera storica: l’esilio fu, paradossalmente, il tempo che lo rese uno scrittore.
La Storia della Sicilia

L’opera di Filisto, intitolata Sikelika («Storia della Sicilia»), era articolata in tredici libri: una prima parte sulla Sicilia dalle origini alla presa di Agrigento da parte dei Cartaginesi (406 a.C.), e una seconda dedicata ai Dionisii, da Dionisio I ai primi anni di Dionisio II, rimasta interrotta. Filisto imitò dichiaratamente Tucidide, adottandone lo stile asciutto e perfino il dialetto attico, pur essendo dorico. Di qui il celebre giudizio di Cicerone, che lo definì «quasi un Tucidide in miniatura» (paene pusillus Thucydides); Quintiliano lo disse imitatore del modello, più debole ma più chiaro, mentre Dionigi di Alicarnasso fu più severo, giudicandolo monotono e disordinato.
La sua era una storiografia favorevole alla tirannide, scritta da un protagonista vicino alla corte: per questo è preziosa come testimonianza ravvicinata del periodo dionisiano, ma va letta tenendo conto della sua parzialità, opposta a quella ostile dello storico rivale Timeo di Tauromenio. In antichità l’opera godette di grande prestigio e circolò ancora su papiro in età romana; oggi è perduta e sopravvive in una settantina di frammenti, raccolti dai filologi moderni. Fu comunque una fonte di primo piano, usata da Eforo, da Timeo e, attraverso di loro, da Diodoro Siculo e da Plutarco.
Il richiamo e l’opposizione a Dione
Alla morte di Dionisio I (367 a.C.), il figlio Dionisio II richiamò Filisto dall’esilio. Il motivo era politico: il vecchio storico, fedele alla tirannide e diffidente verso i filosofi, serviva come contrappeso all’influenza di Dione e di Platone, che volevano fare del giovane tiranno un sovrano illuminato. Filisto si pose così a capo della fazione di corte ostile all’esperimento del re filosofo.
Secondo Plutarco e Cornelio Nepote, fu lui a manovrare per screditare Dione e a determinarne l’esilio (366 a.C.): una lettera di Dione intercettata, in cui questi trattava con i Cartaginesi, fornì il pretesto, e Dionisio II, fingendo una riconciliazione, lo fece imbarcare con l’inganno. Nepote arrivò a definire Filisto «non più amico del tiranno che della tirannide stessa». Va detto, però, che Platone, nella sua Settima lettera, non nomina mai Filisto e parla solo di generici calunniatori, e che Diodoro spiega l’allontanamento di Dione senza attribuirlo a lui: la fama di Filisto come supremo «amico dei tiranni» dipende soprattutto dalla tradizione a lui ostile, che culmina in Plutarco, e la critica moderna ha osservato che i frammenti superstiti non bastano a provare in lui una vera ideologia della tirannide.
La guerra e la morte (356 a.C.)

Quando Dione tornò a Siracusa per rovesciare il tiranno (357 a.C.), Filisto, ammiraglio di Dionisio II, prese il comando della flotta, circa sessanta triremi, contro Eraclide, comandante navale dei liberatori, giunto con venti triremi e millecinquecento uomini. Nel 356 a.C., in una battaglia navale nelle acque di Siracusa, dopo un primo successo Filisto fu accerchiato e sconfitto, e la sua nave si arenò.
Sulla sua morte le fonti raccontano due versioni diverse. Secondo Eforo, ripreso da Diodoro, Filisto si tolse la vita per non cadere prigioniero; secondo Timonide, testimone oculare, e Timeo, citati da Plutarco, fu invece catturato vivo e ucciso, e il suo corpo, malgrado la vecchiaia, fu spogliato, decapitato e trascinato per le vie dell’Acradina, poi gettato senza sepoltura. A Filisto la tradizione attribuiva una massima coerente con la sua fine: che il potere non si abbandona fuggendo «su un cavallo veloce», ma solo quando si è trascinati via per i piedi. Con la sua morte cadeva l’ultimo grande difensore della tirannide dionisiana: poco dopo Dionisio II abbandonò Siracusa, lasciando il figlio Apollocrate a difendere la rocca.
Le fonti
L’opera di Filisto è perduta e sopravvive solo in frammenti, raccolti nella grande edizione degli storici greci frammentari di Felix Jacoby (Die Fragmente der griechischen Historiker, n. 556). La sua vita e la sua attività ci sono note attraverso Diodoro Siculo (libri XIII-XVI), Plutarco (Vita di Dione) e Cornelio Nepote, mentre il valore della sua scrittura è discusso da Cicerone, da Quintiliano e da Dionigi di Alicarnasso. Tutte queste testimonianze vanno soppesate tenendo conto delle simpatie e delle ostilità di parte (filo-dionisiana in Filisto stesso, anti-tirannica in Plutarco e in Timeo). Tra gli studi moderni la sua figura è stata esaminata, fra gli altri, da K. Meister, L. J. Sanders e G. Vanotti.
Voci collegate
- Dionisio I, il tiranno che Filisto aiutò a salire al potere
- Dionisio II, che lo richiamò dall’esilio
- Dione, il suo grande avversario politico
- Fonte Aretusa, simbolo della Siracusa di cui scrisse la storia
Fonti e bibliografia
- Frammenti: F. Jacoby, Die Fragmente der griechischen Historiker, n. 556
- Diodoro Siculo, Biblioteca storica, XIII (91), XV (7), XVI (11-16)
- Plutarco, Vita di Dione; Cornelio Nepote, Dione
- Cicerone, Ad Quintum fratrem, II, 11; Quintiliano, Institutio oratoria, X, 1
- K. Meister, Die sizilische Geschichte bei Diodor (1967); L. J. Sanders, Dionysius I of Syracuse and Greek Tyranny (1987)
- Wikidata: Q712572 · Wikipedia: Filisto di Siracusa (IT), Philistus (EN)
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