| Iceta di Leontini | |
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| Tetradramma d’argento di Leontinoi (V secolo a.C.): al dritto la testa laureata di Apollo, divinità protettrice della città di Iceta. Non esiste alcun ritratto antico del tiranno. Cleveland Museum of Art (pubblico dominio). | |
| Nome greco | Ἱκέτας (Hikétas) |
| Ruolo | Tiranno di Leontini, condottiero siracusano |
| Nascita | Siracusa (data ignota) |
| Morte | Leontini, 339/338 a.C. |
| Epoca | IV secolo a.C. |
| Noto per | L’antagonismo con Timoleonte; il tradimento della famiglia di Dione |
Iceta (in greco Ἱκέτας, Hikétas; latino Hicetas; Siracusa, data ignota, morto a Leontini nel 339/338 a.C.) fu un condottiero siracusano e tiranno di Leontini (l’odierna Lentini) verso la metà del IV secolo a.C. Siracusano di nobile famiglia, fece di Leontini la propria base di potere e fu eletto dai Siracusani come comandante nella guerra contro Dionisio II: lo sconfisse e occupò quasi tutta Siracusa, tranne la rocca di Ortigia, ma puntava a prenderne lui stesso il governo.
Per riuscirvi giocò un doppio gioco con Cartagine, alleandosi col nemico storico dei Greci di Sicilia. Quando Siracusa chiese aiuto alla madrepatria Corinto, che inviò Timoleonte, Iceta gli si oppose: fu battuto ad Adrano, perse Siracusa e si ritirò a Leontini, dove infine fu catturato e giustiziato con il figlio Eupolemo. Era stato amico di Dione, ma ne tradì e fece uccidere la moglie Arete, la sorella Aristomache e il figlioletto neonato: un delitto che, secondo le fonti, fu vendicato sulla sua stessa famiglia.
Da non confondere con altri due personaggi omonimi di Siracusa: Iceta tiranno di Siracusa, vissuto un secolo dopo (circa 288-279 a.C., dopo Agatocle), e Iceta il pitagorico, filosofo e astronomo citato da Cicerone per la dottrina della rotazione terrestre. Sono tre persone distinte.
Le origini siracusane e la signoria di Leontini

Le fonti antiche concordano nel dire che Iceta era siracusano di nascita e di nobile famiglia, non un leontino. Plutarco, nella Vita di Timoleonte, ricorda che i Siracusani si affidarono a lui anche perché era loro concittadino; la Treccani lo dice «di nobile famiglia siracusana». Iceta fu dunque un esponente dell’aristocrazia di Siracusa che si ritagliò una signoria personale su una città vicina, per pesare sulla madrepatria: la sua tirannide su Leontini fu acquisita con le armi, non ereditata.
La scelta di Leontini come base anti-siracusana aveva radici antiche. Fondata nel 729 a.C. da coloni calcidesi provenienti da Naxos, Leontini era una colonia ionica, contrapposta alla Siracusa dorica e corinzia, e a lungo era stata rivale e poi suddita della potente vicina: Gerone I vi aveva deportato gli abitanti di Naxos e Catania nel 476 a.C., e in seguito la città era stata ridotta a piazzaforte militare nel sistema di controllo siracusano. Insofferente del dominio di Siracusa, Leontini divenne il rifugio naturale dei Siracusani scontenti: Iceta vi raccolse gli oligarchi in rotta con la tirannide e ne fece il punto di raccolta di tutti gli avversari di Dionisio II.
Siracusa nell’anarchia dopo Dione

La signoria di Iceta nacque dal caos in cui Siracusa precipitò dopo l’assassinio di Dione, ucciso nel 354 a.C. per mano dei sicari di Callippo. Plutarco fotografa quegli anni con un’immagine efficace: la città passava di continuo da un tiranno all’altro e, per la quantità dei mali, era quasi spopolata. Alla tirannide di Callippo, durata poco più di un anno, seguirono quelle di Ipparino e di Niseo, in una giostra di colpi di mano che logorò Siracusa e ne fece emigrare gran parte degli abitanti.
In questo vuoto di potere si inserì Iceta da Leontini, come terzo polo ostile alla dinastia dei Dionisii. Intorno al 347-346 a.C. Dionisio II, figlio di Dionisio I, rientrò a Siracusa scacciando Niseo e si riasserragliò nella rocca di Ortigia, riprendendo il potere dopo dieci anni di esilio. Furono allora gli aristocratici siracusani ostili al tiranno ad affidare a Iceta, signore di Leontini, l’incarico di spodestarlo.
La conquista di Siracusa

Eletto comandante dai Siracusani, Iceta condusse la guerra contro Dionisio II con forze ingenti. Il racconto più dettagliato è in Diodoro Siculo: Iceta pose dapprima un campo trincerato presso l’Olympieion, il santuario di Zeus sulla riva meridionale dell’Anapo, di fronte alla città. L’assedio si trascinò e, finiti i viveri, Iceta cominciò a ripiegare verso Leontini; ma quando Dionisio gli si lanciò all’inseguimento attaccandone la retroguardia, Iceta si voltò, accettò battaglia e uccise più di tremila mercenari, mettendo in fuga il resto.
Inseguendo i fuggitivi, irruppe in città insieme a loro e si impadronì di tutta Siracusa tranne l’Isola di Ortigia, dove Dionisio II restò assediato. Da campione dei Siracusani contro la tirannide, Iceta si trasformò così in padrone della città e aspirante tiranno a sua volta. Cornelio Nepote ne diede un giudizio rimasto celebre: Iceta era stato avversario di Dionisio «non per odio della tirannide, ma per desiderio di essa».
Il doppio gioco con Cartagine
Per arrivare al potere personale, Iceta trattò in segreto con Cartagine, la potenza punica che da oltre un secolo contendeva ai Greci il dominio della Sicilia. Plutarco e Diodoro concordano: mentre conduceva la guerra a Dionisio, Iceta aveva già aperto colloqui riservati con i Cartaginesi, intenzionato a servirsene come alleati per imporsi su Siracusa.
Quando i Siracusani decisero di chiedere aiuto alla madrepatria Corinto, in nome della comune origine e della sua fama di città amante della libertà e nemica dei tiranni, Iceta tenne un atteggiamento ambiguo. In pubblico appoggiò l’ambasceria e vi si unì; in privato sperava che Corinto, distratta dai disordini della Grecia, rifiutasse l’aiuto, così da poter consegnare con comodo il controllo della città ai Cartaginesi. Il calcolo, secondo Plutarco, fu smentito poco dopo: Corinto accettò e nominò generale della spedizione Timoleonte.
Falliti i piani, Iceta chiamò apertamente i Cartaginesi e fece entrare nel porto e in città il loro comandante Magone (in Diodoro il comando della grande spedizione è attribuito ad Annone) con una poderosa flotta e decine di migliaia di uomini. Al momento dello sbarco di Timoleonte, Siracusa era spartita di fatto tra tre poteri rivali e ostili tra loro: Dionisio II chiuso in Ortigia, Iceta padrone della città, i Cartaginesi accampati nel Porto Grande. La sintesi disperata, riferita da Plutarco, era che il porto stava in mano ai Cartaginesi, la città a Iceta, la cittadella a Dionisio.
Il tentativo di fermare Timoleonte e la sconfitta di Adrano

Saputo dell’arrivo della spedizione, Iceta ordinò ai Cartaginesi di impedire lo sbarco di Timoleonte in Sicilia, perché potessero poi spartirsi l’isola a loro agio. Una squadra punica di venti triremi si presentò a Reggio, sullo Stretto, intimando al comandante corinzio di tornare in patria, con l’offerta ipocrita di lasciarlo restare come semplice consigliere e alleato di Iceta; ma i magistrati reggini, alleati di Timoleonte, trattennero gli ambasciatori con lunghi discorsi nell’assemblea cittadina mentre le navi corinzie salpavano di nascosto. Così Timoleonte sfuggì al blocco e approdò a Tauromenio (Taormina), accolto dal signore Andromaco.
Il primo scontro fu decisivo. La città di Adrano, divisa al suo interno, chiamò in aiuto contemporaneamente Iceta e Timoleonte: le due forze conversero sul posto nello stesso momento. Iceta disponeva di cinquemila uomini, Timoleonte di non più di milleduecento, reduci da una marcia forzata. Anziché far riposare i suoi, Timoleonte piombò sul nemico mentre era ancora in disordine, secondo Diodoro addirittura mentre era a tavola: gli uomini di Iceta furono travolti, con oltre trecento morti, circa seicento prigionieri e la perdita del campo. La vittoria diede uno slancio immediato a Timoleonte, a cui molte città cominciarono a inviare ambascerie.
La resa di Dionisio e la guerra per Siracusa

Mentre Iceta assediava Dionisio II dentro Ortigia, giunse il colpo di scena: il tiranno preferì arrendersi a Timoleonte anziché al rivale siracusano, da cui si attendeva un trattamento ben peggiore. Dionisio fece entrare di nascosto nella rocca un reparto corinzio, infiltrato a piccoli scaglioni tra le navi cartaginesi, e consegnò la cittadella con le armature per decine di migliaia di uomini, le macchine da guerra e i tesori, salpando poi per l’esilio a Corinto (343 a.C.). Privato della preda che inseguiva, Iceta continuò la guerra come alleato dichiarato dei Cartaginesi. Non riuscendo a battere Timoleonte sul campo, tentò persino di farlo assassinare da due sicari prezzolati durante un sacrificio ad Adrano: il piano fallì in modo rocambolesco e fu scoperto.
Iceta richiamò allora Magone con tutta la flotta, che occupò il Porto Grande con centocinquanta navi e accampò un grande esercito di terra (sessantamila fanti secondo Plutarco, cinquantamila secondo Diodoro). Seguì una logorante guerra d’assedio attorno a Ortigia, dove il presidio di Timoleonte soffriva la fame. Un episodio rivelò le crepe dell’alleanza punica: durante le tregue i mercenari greci dei due schieramenti pescavano insieme nel fiume, e un soldato corinzio rinfacciò a quelli al soldo di Cartagine la vergogna di voler consegnare ai barbari una grande città greca. Magone, già insospettito di un tradimento dei propri mercenari, all’avvicinarsi di Timoleonte levò improvvisamente le ancore e ripartì per l’Africa, abbandonando l’alleato; rientrato in patria in disgrazia, fu condannato e, per sfuggire al supplizio, si tolse la vita. Rimasto solo, Iceta non resse: Timoleonte attaccò Siracusa da più lati e travolse le sue truppe, cacciandolo di nuovo a Leontini nello stesso 343 a.C. La rocca dei tiranni in Ortigia fu rasa al suolo e a Siracusa fu restaurato un governo a base popolare.
Il tradimento della famiglia di Dione
All’episodio più oscuro della sua vicenda Iceta è legato dalla Vita di Dione di Plutarco. Dopo l’uccisione di Dione, la moglie Arete (figlia di Dionisio I) e la sorella Aristomache erano state imprigionate da Callippo; in carcere Arete diede alla luce un figlio postumo di Dione. Caduto Callippo e liberate le donne, esse si affidarono a Iceta, descritto da Plutarco come siracusano e già amico di Dione, ritenuto persona fidata: era l’uomo a cui era naturale rivolgersi, legato alla casa di Dione dal vincolo sacro dell’ospitalità.
Secondo il racconto, Iceta dapprima le trattò con riguardo e preparò una nave per metterle in salvo nel Peloponneso; poi, persuaso dai nemici di Dione, cambiò proposito e ordinò segretamente ai marinai di ucciderle durante la traversata e gettarle in mare. Plutarco riferisce due versioni del delitto: secondo l’una le donne furono sgozzate e poi gettate in acqua, secondo l’altra furono gettate in mare ancora vive, insieme al bambino. Le vittime furono Arete, Aristomache e il figlio neonato di Dione.
Su questo racconto è doverosa una cautela. La nostra fonte quasi unica è Plutarco, schierato a favore di Timoleonte e perciò ostile a Iceta; diversi studiosi moderni ritengono che l’accusa possa essere una calunnia messa in giro per screditarlo. Va tenuto distinto questo bambino, il figlio postumo nato in carcere, dal primogenito di Dione, che si era già tolto la vita gettandosi da un tetto prima dell’assassinio del padre: si tratta di due figli diversi, che le fonti non confondono.
La caduta e la morte

Cacciato a Leontini, Iceta non si arrese. Mentre Timoleonte assediava invano la sua roccaforte, egli tornò all’offensiva e, approfittando di un’assenza dell’avversario, provò a sua volta ad assediare Siracusa, riportandone gravi perdite (342/341 a.C.). Insieme a Mamerco, tiranno di Catania, contribuì poi a richiamare in Sicilia la grande spedizione cartaginese che Timoleonte annientò al fiume Crimiso (341/339 a.C.): una delle più celebri vittorie greche sui Punici, nella quale caddero circa diecimila Cartaginesi, tremila dei quali cittadini della stessa Cartagine. Dopo quel disastro la sorte di Iceta era segnata. Quando, disprezzando le poche forze dell’avversario, fece una scorreria nel territorio di Siracusa per portarne via un ricco bottino, Timoleonte lo inseguì.
Lo scontro avvenne presso il fiume Damuria. Iceta si era schierato sull’altra sponda confidando nella difficoltà del guado; prima della carica, fra gli ufficiali di Timoleonte scoppiò una contesa su chi avesse l’onore di passare per primo, e il comandante la risolse con un sorteggio: il primo anello estratto recava inciso un trofeo, segno preso come auspicio di vittoria. La carica della cavalleria travolse gli uomini di Iceta, che fuggirono gettando le armi e lasciando un migliaio di morti sul campo. Pochi giorni dopo Timoleonte mosse contro Leontini e catturò Iceta vivo, insieme al figlio Eupolemo e al comandante della cavalleria Eutimo. Iceta e il figlio furono messi a morte come tiranni e traditori, intorno al 339/338 a.C.; Eutimo fu giustiziato a parte, per aver un tempo ingiuriato i Corinzi.
La vicenda si chiuse con un contrappasso. I Siracusani processarono e misero a morte la moglie e le figlie di Iceta, per vendicare Arete e Aristomache, le donne della casa di Dione che egli aveva fatto annegare: la tradizione vi legge la stessa pena dell’annegamento. Plutarco, pur narrandola, giudicò questa esecuzione delle donne l’episodio più biasimevole della carriera di Timoleonte, che avrebbe potuto opporvisi. Con la fine di Iceta e degli ultimi tiranni superstiti (lo stesso Mamerco, di lì a poco, e Ippone di Messana), Timoleonte completò la liberazione della Sicilia dai signori locali e dalla minaccia cartaginese; gli abitanti di Leontini furono trasferiti a Siracusa, e la città di Iceta cessò di essere un centro di potere autonomo.
Il giudizio delle fonti e le omonimie
Iceta è tramandato dalle fonti antiche in modo costantemente negativo, come l’archetipo del tiranno doppiogiochista: aspirante signore di Siracusa col pretesto di liberarla, alleato del nemico cartaginese contro i Greci, assassino di donne e di un bambino innocenti. Questa immagine dipende però in gran parte da Plutarco, che ne fa la contro-figura di Timoleonte, il liberatore disinteressato; Diodoro Siculo offre su alcuni episodi militari un racconto più neutro. La storiografia moderna invita perciò a leggere la sua figura tenendo conto della parzialità della tradizione.
Resta da ribadire la distinzione dagli omonimi, che già le fonti antiche confondevano. Iceta di Leontini visse nel IV secolo a.C. e fu antagonista di Timoleonte. Diverso da lui è Iceta tiranno di Siracusa, salito al potere circa cinquant’anni dopo (intorno al 288-279 a.C., dopo Agatocle e prima di Pirro). Diverso ancora è Iceta il pitagorico, filosofo e astronomo siracusano che, secondo Cicerone, sosteneva la rotazione della Terra sul proprio asse. Tre figure distinte, accomunate solo dal nome e dal legame con Siracusa.
Voci collegate
- Timoleonte, il liberatore corinzio che lo sconfisse e lo fece giustiziare
- Dione, l’amico tradito di cui Iceta fece uccidere la famiglia
- Dionisio II, il tiranno che Iceta combatté e assediò in Ortigia
- Dionisio I, fondatore della dinastia dei Dionisii
- Gelone I, sotto cui Siracusa divenne la potenza egemone che sottomise Leontini e le altre città greche orientali
Fonti e bibliografia
- Plutarco, Vita di Timoleonte, 1-2, 7-13, 16-21, 24, 30-33
- Plutarco, Vita di Dione, 55, 57-58 (il tradimento della famiglia di Dione)
- Diodoro Siculo, Biblioteca storica, XVI, 65-70, 72-73, 81-82
- Cornelio Nepote, Timoleon, 1-2
- R. J. A. Talbert, Timoleon and the Revival of Greek Sicily, 344-317 B.C., Cambridge 1974
- H. D. Westlake, Essays on the Greek Historians and Greek History, Manchester 1969
- G. M. Columba, voce Iceta tiranno di Leontini, Enciclopedia Italiana, Treccani, 1933
- Wikidata: Q1397609 · Wikipedia: Iceta di Leontini (IT), Hicetas of Leontini (EN)
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