![]() La cattedrale di Siracusa, l’antico tempio di Atena: la sede arcivescovile di Gregorio Asbesta. (Foto pjt56, CC BY-SA 3.0.) | |
| Arcivescovo di Siracusa | |
| Nome greco | Γρηγόριος Ἀσβεστᾶς (Gregorios Asbestas) |
|---|---|
| Epoca | IX secolo |
| Nascita | Data e luogo ignoti; verosimilmente siciliano |
| Morte | circa 879-880, Costantinopoli |
| Cariche | |
| Arcivescovo di Siracusa | c. 844-853; 858-867; 877-878 |
| Metropolita di Nicea | c. 879-880 |
| Predecessore | Teodoro il Critino (Krithinos) |
| Successore | La sede si estinse con la conquista araba (878) |
| Noto per | La consacrazione del patriarca Fozio; lo scisma foziano |
Gregorio Asbesta (in greco Γρηγόριος Ἀσβεστᾶς, Gregorios Asbestas; IX secolo) fu un arcivescovo bizantino di Siracusa, poi metropolita di Nicea. Capofila del partito moderato e convinto difensore del culto delle immagini, uomo colto e abile pittore, fu una delle figure siracusane di maggior peso nella storia della Chiesa d’Oriente.
Il suo atto più celebre fu la consacrazione di Fozio a patriarca di Costantinopoli (858), nel cuore del cosiddetto scisma foziano: poiché Asbesta era stato deposto dal patriarca rivale Ignazio, quella consacrazione divenne l’arma giuridica con cui gli avversari tentarono di delegittimare Fozio. Resse Siracusa in tre periodi, intervallati dalle alterne fortune di Fozio, finché la conquista araba della città (878) non gli fece perdere la sede; chiuse la carriera come metropolita di Nicea e morì intorno all’879-880 a Costantinopoli, dove fu lo stesso Fozio a tenerne l’orazione funebre.
Le notizie su Asbesta vengono in gran parte da fonti a lui ostili, come la Vita di Ignazio di Niceta David Paflagone, mentre il vescovo Stiliano di Neocesarea ne dà un quadro più equilibrato. La storiografia moderna, da Francis Dvornik (1948) a Patricia Karlin-Hayter (1977), ne ha rivisto la figura, riconoscendolo in parte vittima della propaganda dei suoi avversari. Data e luogo di nascita restano ignoti.
Origini e contesto

Della nascita di Gregorio non si conosce né la data né il luogo preciso. Le fonti lo dicono siciliano: Francis Dvornik lo definisce «compatriota di Metodio», e la tradizione che gli attribuisce una Vita dello stesso Metodio lo descrive come siciliano di nascita e suo allievo prediletto. Poiché Metodio I, futuro patriarca di Costantinopoli, era nato a Siracusa, è probabile, ma non provato, che anche Asbesta fosse siracusano. Il soprannome «Asbestas» deriva dal greco ásbestos («inestinguibile», e come sostantivo «calce viva»), ma le fonti non spiegano perché gli fu attribuito.
La sua vicenda si colloca nella Sicilia bizantina del IX secolo. Da quando, nel VII secolo, l’imperatore Costante II aveva trasferito per qualche anno a Siracusa la corte, la città era il centro amministrativo greco dell’isola: capitale del thema di Sicilia, soggetta a Costantinopoli, e insieme la maggiore sede cristiana siciliana. Passata la Sicilia dalla giurisdizione di Roma a quella di Costantinopoli nel secolo precedente, la sede di Siracusa era stata elevata a metropolita di Sicilia: il titolo è attestato per la prima volta nella Notitia episcopatuum di Basilio l’Armeno (databile tra l’820 e l’842), che pone sotto Siracusa tredici diocesi suffraganee dell’isola, tra cui Taormina, Messina, Agrigento, Palermo, Cefalù, Lipari e Malta. In quegli stessi anni la lingua dei vescovi siracusani passò dal latino al greco, segno del nuovo orientamento verso Costantinopoli.
Su tutto incombeva la pressione araba: gli Aghlabidi di Ifriqiya erano sbarcati nell’827, sfruttando la rivolta del comandante bizantino Eufemio, avevano preso Palermo nell’831 e stringevano progressivamente l’isola, fino all’assedio che avrebbe travolto Siracusa nell’878. La parabola di Asbesta corre per intero dentro questa morsa.
Arcivescovo di Siracusa

Asbesta divenne arcivescovo di Siracusa intorno all’844, circa un anno dopo il Trionfo dell’Ortodossia dell’843, con cui l’imperatrice Teodora e il patriarca Metodio I avevano posto fine all’iconoclastia e ripristinato il culto delle icone. Iconodulo convinto, della cerchia di Metodio, Gregorio si fece presto capofila del partito moderato, favorevole alla linea dell’oikonomia, cioè a un trattamento indulgente degli ex iconoclasti pentiti, contro il rigorismo dei monaci studiti.
Alla morte di Metodio (847) salì al trono patriarcale Ignazio, esponente della linea rigorista. Tra i due lo scontro fu immediato. Secondo il racconto del biografo di Ignazio, alla cerimonia di intronizzazione del nuovo patriarca Asbesta gettò a terra il cero che teneva in mano e gridò che la Chiesa, anziché un pastore, era stata consegnata a un lupo. Era l’inizio di un conflitto che avrebbe segnato per decenni la Chiesa bizantina.
Il conflitto con Ignazio e l’appello a Roma
Intorno all’853 il patriarca Ignazio depose e scomunicò Asbesta, con l’accusa di insubordinazione e di irregolarità canoniche, colpendo con lui altri vescovi della sua fazione. Gregorio non si arrese: si appellò a Roma, ai papi Leone IV e poi Benedetto III, invocando il diritto di appello al pontefice riconosciuto dal concilio di Sardica. I papi rimproverarono a Ignazio di aver deposto vescovi senza il consenso di Roma e tennero la causa sospesa, senza ratificare la condanna. Fu il primo innesto di quella frattura di giurisdizione tra Roma e Costantinopoli che il decennio successivo avrebbe portato allo scoperto.
La consacrazione di Fozio

Nell’857 Ignazio cadde in disgrazia e fu allontanato dal trono. Al suo posto fu scelto Fozio, un laico dottissimo, che in pochi giorni fu fatto passare per tutti i gradi degli ordini sacri, da semplice fedele fino al vescovato. A consacrarlo patriarca di Costantinopoli, il giorno di Natale, fu proprio Gregorio Asbesta: la storiografia moderna data l’atto al 25 dicembre 858, mentre fonti più antiche lo pongono al Natale dell’857. Reintegrato sulla sua sede, Asbesta divenne il principale sostenitore del nuovo patriarca.
Quella consacrazione offrì ai nemici di Fozio tre appigli canonici: era stata fatta saltando gli intervalli prescritti tra un ordine e l’altro, per una sede che essi ritenevano ancora occupata da Ignazio, e soprattutto per mano di un vescovo, Asbesta, che consideravano deposto e scomunicato. Da qui l’argomento centrale della propaganda anti-foziana: chi riceveva l’ordinazione da uno scomunicato ne restava contagiato, dunque Fozio non era mai stato un vero patriarca. L’argomento era di parte, perché la stessa condanna di Asbesta era contestata e la sua causa restava sospesa a Roma; ma fu usato per anni come arma giuridica.
Scisma, concili e Nicea
Lo scontro divampò su scala europea. Un sinodo foziano riabilitò Asbesta (859); poi il sinodo costantinopolitano dell’861, alla presenza dei legati di papa Niccolò I, riconfermò la deposizione di Ignazio. Ma Niccolò I rovesciò di lì a poco quelle decisioni e nell’863 scomunicò Fozio; si arrivò così alle scomuniche reciproche dell’867 tra Roma e Costantinopoli. La sorte di Asbesta seguì quella del suo patriarca, in un’altalena di deposizioni e reintegri scanditi dai concili:
- nell’867, con il ritorno di Ignazio, Fozio fu deposto e Asbesta perse di nuovo la sede; il Concilio Costantinopolitano IV (869-870), anti-foziano, dichiarò che «Fozio non fu mai vescovo», invalidando gli atti che dipendevano da lui;
- nell’877, morto Ignazio, Fozio tornò patriarca e Asbesta fu reintegrato; il concilio dell’879-880, foziano e con i legati di papa Giovanni VIII, rovesciò le condanne precedenti e lo riabilitò.
Perduta ormai Siracusa, caduta agli Arabi nel 878, fu lo stesso Fozio a trasferire Asbesta sulla prestigiosa sede metropolitana di Nicea (circa 879), ricompensando così il fedelissimo che lo aveva consacrato. Da metropolita gli viene attribuito anche uno scritto contro i Giudei, un formulario di abiura per i convertiti, oggi perduto. Gregorio rimase a Nicea pochissimo: presente al concilio foziano fino al novembre dell’879, risulta già scomparso alla sessione del gennaio 880. Morì dunque intorno all’879-880 a Costantinopoli, e Fozio in persona ne pronunciò l’orazione funebre.
La caduta di Siracusa e la fine della sede
L’ultimo periodo siracusano di Asbesta coincise con la fine della Siracusa bizantina. Dopo un assedio di circa nove mesi, il 21 maggio 878 la città fu conquistata dagli Aghlabidi. Va chiarito un punto spesso confuso: l’arcivescovo allora residente in città, catturato e deportato a Palermo dove morì in prigione, non fu Asbesta, che si trovava a Costantinopoli reintegrato nell’entourage di Fozio, ma il presule in carica a Siracusa, fatto prigioniero insieme al monaco Teodosio, testimone oculare che descrisse la presa della città in una celebre lettera. La sede arcivescovile di Asbesta del terzo periodo era dunque ormai un titolo svuotato. Con la conquista araba la sede di Siracusa si estinse di fatto, e per circa tre secoli, fino ai Normanni, non si conoscono più i nomi dei suoi vescovi.
I sigilli, la cronotassi e la memoria

La testimonianza materiale più diretta del suo episcopato sono i suoi sigilli plumbei, di cui si conoscono almeno due esemplari, uno al Museo archeologico Paolo Orsi di Siracusa e uno entrato nel 2021 nelle collezioni di Dumbarton Oaks, a Washington. Il sigillo è una dichiarazione di fede: al dritto reca la Vergine con il Bambino, con una preghiera mariana, e al rovescio la legenda «Gregorio, arcivescovo di Sicilia». L’immagine sacra prende il posto dei sigilli aniconici, con il solo monogramma, usati dai vescovi iconoclasti che lo avevano preceduto, come Teodoro II e Teodoro il Critino: una scelta che colloca Asbesta dalla parte del culto delle immagini.
Proprio attraverso sigilli e iscrizioni gli studi di Vittorio Rizzone hanno ricostruito la serie dei vescovi siracusani dell’VIII e IX secolo, riducendo a pochi nomi sicuri una cronotassi tradizionale assai più ampia e gonfiata. Tra il vescovo Stefano II (attestato nel 787) e Asbesta (844) si apre un vuoto di circa cinquant’anni, dovuto alla cancellazione dei presuli iconoclasti dagli elenchi ufficiali dopo la vittoria dell’843: il sigillo iconico di Gregorio segna materialmente quel ritorno all’immagine.
Sul piano della cultura, ad Asbesta è attribuita una Vita di Metodio I, l’encomio del maestro siracusano, anche se l’attribuzione resta incerta. Egli fu anche pittore: secondo il suo biografo nemico Niceta, corredò gli atti di un sinodo contro Ignazio con sette ricche miniature che lo raffiguravano in modo ingiurioso. Il dato proviene da una fonte ostile e da un libro non sopravvissuto, e attesta più la sua fama di artista abile che un fatto verificabile; ma è la traccia del suo talento figurativo, coerente con i suoi sigilli. La storiografia recente lo legge come figura ambivalente, brillante e fazioso insieme, il cui ritratto deformato si deve in larga parte ai suoi nemici. A Siracusa una via porta oggi il suo nome.
Voci collegate
- Elenco dei Vescovi di Siracusa
- San Marciano I, il primo vescovo della tradizione siracusana
- Piazza Duomo e la cattedrale, sua sede arcivescovile
Fonti e bibliografia
- F. Dvornik, The Photian Schism. History and Legend, Cambridge University Press, 1948
- A. Cutler, A. Kazhdan, voce Asbestas, Gregory, in The Oxford Dictionary of Byzantium, Oxford 1991
- P. Karlin-Hayter, Gregory of Syracuse, Ignatios and Photios, in Iconoclasm, Birmingham 1977
- F. Winkelmann et al., Prosopographie der mittelbyzantinischen Zeit, n. 2480, De Gruyter
- V. Rizzone, I vescovi di Siracusa tra VIII e IX secolo (studi di sfragistica ed epigrafia)
- Niceta David Paflagone, Vita di Ignazio (fonte ostile); atti dei concili di Costantinopoli dell’869-870 e dell’879-880
- Wikidata: Q11924696 · VIAF: 315242640 · Wikipedia: Gregorio Asbesta (IT), Gregory Asbestas (EN)
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