| Epicarmo | |
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| Epicarmo in un’incisione immaginaria ottocentesca: del commediografo non sopravvive alcun ritratto antico sicuro. | |
| Nome greco | Επιχαρμος (Epicharmos) |
| Attività | Commediografo |
| Epoca | VI-V secolo a.C. (circa 540-450 a.C.) |
| Nascita | Incerta (Megara Iblea, Siracusa o Cos) |
| Attività a | Siracusa, corte di Gelone I e Gerone I |
| Opere | Circa 35-52 commedie (perdute, in frammenti) |
| Noto come | Fondatore della commedia dorica (siciliana) |
Epicarmo (in greco Επιχαρμος, Epicharmos) fu un commediografo greco vissuto a Siracusa fra il VI e il V secolo a.C., ricordato dagli antichi come una delle figure all’origine della commedia, e in particolare della commedia dorica o siciliana. Operò nella grande stagione culturale della Siracusa dei tiranni Dinomenidi, accanto a poeti come Pindaro, Eschilo e Simonide. Aristotele lo collocò all’inizio della tradizione comica e Platone lo chiamò «principe della commedia», mettendolo accanto a Omero. La sua vasta opera, però, è andata quasi interamente perduta: ne restano solo frammenti, e tutto ciò che sappiamo della sua vita è incerto.
A Siracusa la sua memoria fu coltivata a lungo: gli fu eretta una statua di bronzo, e un altro grande siracusano, il poeta Teocrito, ne celebrò la gloria in un epigramma. La sua importanza è doppia: come padre della commedia letteraria d’Occidente e come autore di massime e riflessioni che gli valsero, già nell’antichità, anche la fama di sapiente.
Una biografia incerta
Di Epicarmo si sa pochissimo di sicuro, e le poche notizie provengono da fonti tarde e contraddittorie come la Suda bizantina e Diogene Laerzio, che non concordano neppure sul nome del padre. La sua patria è oggetto di versioni inconciliabili: alcune fonti lo dicono di Cos, nell’Egeo, da cui il nome con cui spesso compare nelle opere moderne; altre lo legano alla Sicilia, a Megara Iblea o a Siracusa. Secondo Diogene Laerzio era figlio di un medico della stirpe degli Asclepiadi e fu portato ancora bambino a Megara Iblea, dove si formò. La tradizione che lo radica nell’ambiente siciliano e poi a Siracusa è la più solida, mentre l’origine coa è considerata da molti un equivoco antico.
Le date sono altrettanto incerte: la nascita si colloca per stima intorno al 540-530 a.C., la morte verso la metà del V secolo, e una tradizione costante gli attribuisce una grandissima longevità, novantasette anni secondo Luciano. La Suda lo colloca sulla scena pochi anni prima delle Guerre Persiane, intorno al 486 a.C., e il suo passaggio da Megara Iblea a Siracusa si spiega probabilmente con la distruzione di Megara da parte di Gelone, verso il 483 a.C. Su questo le fonti convergono: Epicarmo visse e operò a Siracusa alla corte dei Dinomenidi, i tiranni Gelone I e Gerone I, nella prima metà del V secolo a.C. Era la stessa Siracusa che ospitava Pindaro ed Eschilo, una capitale culturale del mondo greco, e in quel clima la commedia di Epicarmo trovò il suo pubblico.
All’origine della commedia

La fama di Epicarmo come padre della commedia poggia su due testimonianze antiche di grande peso. La prima è di Aristotele. Nella Poetica il filosofo riferisce che i Dori rivendicavano per sé l’invenzione della commedia, e che fra essi i Megaresi di Sicilia adducevano come prova proprio il fatto che di là veniva «il poeta Epicarmo, molto anteriore a Chionide e Magnete», i più antichi autori comici di Atene. Più avanti Aristotele precisa il punto: «quanto alla trama, essa venne in origine dalla Sicilia», attribuendo all’ambiente siciliano, con Epicarmo e Formide, il merito di aver dato alla commedia un intreccio strutturato, una vera azione drammatica.
Conviene leggere queste parole con esattezza. Aristotele non dice che Epicarmo inventò la commedia dal nulla: riferisce una rivendicazione dorica e gli riconosce due cose precise, la priorità cronologica sui comici ateniesi e l’invenzione della trama comica. Tiene anzi distinto questo merito siciliano da quello, tutto attico, di Cratete, che per primo ad Atene abbandonò l’invettiva personale per una commedia di argomento universale.
La seconda testimonianza è di Platone, che nel Teeteto chiama Epicarmo il «principe» della commedia, così come Omero lo è della tragedia. È un giudizio di eccellenza, non una ricostruzione storica, ma viene da un autore quasi contemporaneo e pesa moltissimo. Gli studiosi moderni aggiungono che la commedia di Epicarmo, breve e probabilmente priva di coro, diede forma letteraria a materiali comici popolari già esistenti, il mimo dorico e la farsa siceliota: una ricostruzione verosimile, fondata però su frammenti e da prendere con prudenza.
Le commedie

Le fonti antiche attribuiscono a Epicarmo fra le trentacinque e le cinquantadue commedie, raccolte in epoca ellenistica in dieci libri dal grammatico Apollodoro di Atene. Di tutta questa produzione restano soltanto frammenti, conservati per lo più dalle citazioni di Ateneo nei Deipnosofisti e da pochi papiri. Erano commedie in dorico siciliano, brevi, di poche centinaia di versi, composte per lo più in tetrametri trocaici e accompagnate dalla musica; in tutto se ne conservano circa trecento frammenti.
Si distinguono due filoni. Il primo è quello delle parodie mitologiche, in cui gli dèi e gli eroi sono trascinati nel comico: l’Eracle ghiottone, le Nozze di Ebe, il Busiride, l’Odisseo naufrago, le commedie sui Ciclopi e sulle Sirene. Il secondo è quello delle commedie di carattere e di vita quotidiana, con tipi comici destinati a lunga fortuna, come il contadino rozzo e soprattutto il parassita, lo scroccone da banchetto, di cui Epicarmo è considerato dagli antichi, sulla testimonianza di Ateneo, il primo a portare in scena il ritratto. Accanto a questi, commedie costruite come veri e propri dibattiti, agoni di parole come La Terra e il Mare o Speranza o Ricchezza. La sua lingua è arguta, ricca di proverbi e di giochi verbali, e molte sue battute divennero massime celebri.
Epicarmo «filosofo»: il pseudo-Epicarmo
Già nell’antichità Epicarmo non era soltanto un autore comico. Nei suoi versi comparivano riflessioni di tono sapienziale, come la celebre immagine del debitore che, mutato nel tempo, «non è più lo stesso uomo», un gioco sul tema del divenire che lo stesso Platone richiama. Da qui nacque, in epoca successiva, una vasta tradizione di scritti gnomici e filosofici attribuiti al suo nome, in gran parte falsi: i cosiddetti Pseudepicharmeia, che la critica antica già denunciava come opera di falsari di cui tramandava perfino i nomi, da Assiopisto a Crisogono, e che avvicinavano Epicarmo al pitagorismo. Proprio l’argomento del debitore che, mutato, «non è più lo stesso» divenne un classico della filosofia antica, discusso fino agli Stoici.
A questa tradizione appartengono massime rimaste proverbiali, come «la mente vede e la mente ode», «mortale, pensa pensieri mortali» o l’esortazione «sii sobrio e ricorda di diffidare». La loro fortuna fu tale che a Roma il poeta Ennio compose un poema intitolato Epicharmus, in cui, in sogno, incontrava Epicarmo defunto che gli esponeva una dottrina sugli elementi e sugli dèi del mondo. Gli studiosi moderni faticano ancora a separare il poco di autentico dal molto di apocrifo: il contenuto filosofico va perciò attribuito a Epicarmo con grande cautela, come tradizione più che come fatto accertato.
La fortuna
A Siracusa la memoria di Epicarmo restò viva per secoli. Diogene Laerzio ricorda che la città gli eresse una statua di bronzo, e il poeta Teocrito, due secoli più tardi, le dedicò un epigramma in dialetto dorico che ne celebrava la gloria di inventore della commedia: «Dorica è la lingua, e dorico l’uomo che inventò la commedia», vi si legge. È un legame prezioso fra due grandi voci siracusane, il commediografo e il poeta bucolico, uniti dalla stessa lingua dorica e dalla stessa città. La scuola comica siceliota ebbe poi un continuatore in Deinoloco, figlio o allievo di Epicarmo.
L’influenza di Epicarmo si fece sentire ben oltre la Sicilia. A Roma, Orazio scrisse che Plauto «corre sul modello del siciliano Epicarmo», segno che la commedia latina guardava a lui; e i personaggi-tipo che aveva portato in scena, a cominciare dal parassita, sarebbero diventati patrimonio della Commedia Nuova e del teatro di tutte le epoche. Per la storia letteraria, Epicarmo è rimasto il simbolo della commedia dorica e siciliana, e il primo nome certo all’origine di un genere.
Le fonti
L’opera di Epicarmo è perduta, e la sua figura si ricostruisce per intero da testimonianze indirette. Le fonti antiche principali sono Aristotele (Poetica) e Platone (Teeteto) per la sua posizione nella storia della commedia, Ateneo per la grande maggioranza dei frammenti, e poi Diogene Laerzio, la Suda, Plutarco e Luciano per le notizie biografiche, tutte tarde e da maneggiare con cautela. I frammenti superstiti sono stati raccolti nelle edizioni moderne di Georg Kaibel (1899) e, oggi, di Rudolf Kassel e Colin Austin nei Poetae Comici Graeci, che distinguono le commedie autentiche dai testi spuri della tradizione pseudo-epicarmea.
Voci collegate
- Teocrito, il poeta siracusano che dedicò a Epicarmo un epigramma
- Teatro Greco di Siracusa, cuore della tradizione teatrale siracusana
- Vincenzo Mirabella, l’antiquario che nel Seicento ricostruì le glorie dell’antica Siracusa
Fonti e bibliografia
- Aristotele, Poetica, 1448a e 1449a-b (le origini della commedia e la trama «venuta dalla Sicilia»).
- Platone, Teeteto, 152e (Epicarmo «principe della commedia»).
- Ateneo, Deipnosofisti (la maggior parte dei frammenti); Diogene Laerzio, VIII, 78; Luciano, Macrobii, 25.
- Georg Kaibel, Comicorum Graecorum Fragmenta, Berlino, 1899.
- Rudolf Kassel, Colin Austin, Poetae Comici Graeci, vol. I (Epicarmo e Pseudepicharmeia), Berlino, 2001.
- Andreas Willi, Sikelismos. Sprache, Literatur und Gesellschaft im griechischen Sizilien, 2008.
- Lucía Rodríguez-Noriega Guillén, Epicarmo de Siracusa. Testimonios y fragmentos, Oviedo, 1996; Martin Kerkhof, Dorische Posse, Epicharm und attische Komödie, 2001.
- Voce Epicarmo su Wikidata (Q312410).
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