Gerone I

Tiranno di Siracusa (478-467 a.C.), dinomenide: vincitore di Cuma sugli Etruschi, fondatore di Aitna e massimo mecenate del suo tempo, alla cui corte furono Pindaro, Bacchilide ed Eschilo.
Aggiornato in data 6 Giugno 2026 da Alessandro Calabrò
Gerone I
Elmo etrusco dedicato da Gerone I a Olimpia dopo la vittoria di Cuma
L’elmo etrusco che Gerone dedicò a Olimpia dopo la vittoria di Cuma (474 a.C.), con iscrizione greca col suo nome. British Museum (CC BY-SA 4.0).
Nome grecoΙερων (Hieron)
TitoloTiranno di Siracusa
Regno478-467 a.C.
DinastiaDinomenidi
FratelloGelone, vincitore di Imera
MorteAitna (Catania), 467 a.C.
Noto perLa vittoria di Cuma, la fondazione di Aitna, il mecenatismo di Pindaro ed Eschilo

Gerone I di Siracusa (in greco Ιερων, Hieron; tiranno dal 478 al 467 a.C.) fu uno dei più potenti signori della Sicilia greca e il più grande mecenate di poeti del suo tempo. Della dinastia dei Dinomenidi, succedette al fratello Gelone, il vincitore di Imera, e portò Siracusa all’apice della potenza e dello splendore. Sconfisse gli Etruschi nella battaglia navale di Cuma (474 a.C.), completando la difesa della grecità d’Occidente; fondò la città di Aitna; e fece della sua corte il più brillante centro culturale del mondo greco, attirandovi Pindaro, Bacchilide, Simonide, Epicarmo e perfino Eschilo. Va distinto dal più tardo Ierone II, re di Siracusa nel III secolo a.C.

Le fonti ne tramandano un’immagine ambivalente: sovrano abile e magnifico, ma più sospettoso e malato del fratello, capace di tessere reti di spie. Resta però il fatto che, sotto di lui, per un decennio Siracusa rivaleggiò con Atene come capitale della poesia greca.

La dinastia dei Dinomenidi

Decadramma d'argento di Siracusa, il cosiddetto Demareteion, di età dinomenide
Il cosiddetto Demareteion, decadramma d’argento di Siracusa dell’età dei Dinomenidi: testa di Aretusa e quadriga. Bibliothèque nationale de France, collezione Luynes (pubblico dominio).

Gerone apparteneva alla famiglia dei Dinomenidi, i figli di Dinomene di Gela, che nella prima metà del V secolo a.C. dominarono la Sicilia greca. La stirpe discendeva da coloni venuti dall’isola di Telos fra i fondatori di Gela, e deteneva per tradizione ereditaria il sacerdozio delle divinità ctonie Demetra e Kore, un prestigio religioso che accompagnò la sua fortuna politica. Il fratello maggiore Gelone, divenuto signore di Gela e poi di Siracusa, aveva sconfitto i Cartaginesi nella grande battaglia di Imera (480 a.C.), lo stesso anno della vittoria greca di Salamina. Gerone era stato luogotenente del fratello a Gela; alla morte di Gelone, nel 478 a.C., gli succedette come signore di Siracusa, la città più potente dell’isola.

Il passaggio di potere non fu senza tensioni: il fratello Polizelo, a cui Gelone aveva lasciato il comando dell’esercito e la vedova Demarete, divenne il suo rivale e si rifugiò presso il suocero Terone, tiranno di Agrigento, portando le due città sull’orlo della guerra. La crisi fu poi ricomposta, secondo la tradizione anche grazie alla mediazione del poeta Simonide, e suggellata da matrimoni dinastici: Gerone strinse nel tempo alleanze sposando, secondo le fonti, una figlia di Anassilao di Reggio, una parente di Terone di Agrigento e una figlia del siracusano Nicocle, da cui ebbe il figlio Dinomene. Le fonti lo dipingono come più diffidente del fratello: Aristotele ricorda la sua rete di informatori e di ascoltatori segreti, le potagogides e gli otakoustai, una sorta di prima polizia segreta sul modello persiano, e una grande guardia di mercenari: gli strumenti classici del tiranno per prevenire le congiure.

La battaglia di Cuma

L’impresa militare che diede a Gerone fama panellenica fu la battaglia di Cuma, nel 474 a.C. La città greca di Cuma, in Campania, minacciata dagli Etruschi padroni del mare, chiese aiuto a Siracusa; Gerone inviò una flotta che, unita ai Cumani, sconfisse duramente i Tirreni nel golfo di Napoli, distruggendone molte navi. La vittoria frenò l’espansione etrusca nel Tirreno meridionale e ne segnò l’inizio del declino.

Sul piano simbolico, Cuma completava un disegno: dopo la vittoria di Gelone su Cartagine a Imera (480) e quelle dei Greci di madrepatria a Salamina e Platea contro i Persiani, la battaglia di Cuma respingeva la terza grande minaccia, quella etrusca. Pindaro, nella Pitica I, celebra proprio questo accostamento, ponendo Gerone fra i salvatori della Grecità. Per ringraziare gli dèi Gerone dedicò al santuario di Olimpia alcuni elmi etruschi presi come bottino, con un’iscrizione che ricordava la vittoria: uno di questi elmi, con il nome di Gerone e dei Siracusani, è oggi conservato al British Museum di Londra.

La fondazione di Aitna

Tetradramma di Aitna con la testa di Sileno, capolavoro della monetazione siceliota
Il tetradramma di Aitna con la testa di Sileno (secondo quarto del V secolo a.C.), capolavoro legato alla città fondata da Gerone.

Intorno al 476 a.C. Gerone compì un atto di grande portata politica e simbolica: deportò gli abitanti di Catane e di Naxos, concentrandoli a Leontini, ripopolò il sito di Catane con diecimila nuovi coloni di stirpe dorica, metà da Siracusa e metà dal Peloponneso, e ribattezzò la città Aitna, dal nome del grande vulcano. Si proclamò personalmente ecista, fondatore della nuova città, un titolo che garantiva onori quasi divini: i fondatori, dopo la morte, ricevevano un culto eroico.

La fondazione aveva uno scopo pratico, creare una città di sostenitori fedeli, e uno ideologico, legare per sempre il nome di Gerone a una nuova polis. Fu celebrata dai più grandi poeti: Eschilo compose per l’occasione la tragedia Le Etnee (oggi perduta), come augurio per i nuovi cittadini, e Pindaro, nella Pitica I del 470 a.C., presenta Gerone come signore di Aitna e affida la città al giovane figlio Dinomene, posto a regnare sotto tutela. Tanto teneva Gerone a questo titolo che, alla vittoria pitica del 470, si fece proclamare dall’araldo non «di Siracusa» ma «Gerone di Aitna», annunciando a tutta la Grecia il suo ruolo di fondatore. L’esperimento, però, fu effimero: caduta la dinastia, intorno al 461 a.C. i Siracusani alleati con il capo siculo Ducezio cacciarono i coloni dorici; gli abitanti originari di Catane tornarono, e i coloni di Gerone si rifugiarono a Inessa, trasferendole il nome di Aitna e continuando a venerarvi Gerone come fondatore.

La corte dei poeti

Busto di Pindaro, il poeta che celebrò le vittorie di Gerone
Busto di Pindaro (copia romana da originale greco), Musei Capitolini: il poeta cantò le vittorie di Gerone nell’Olimpica I e nelle Pitiche. (Pubblico dominio.)

Il vero splendore di Gerone fu il mecenatismo. La sua corte attirò i massimi poeti del mondo greco, che ne celebrarono le vittorie e la munificenza, e nessun altro signore del tempo seppe circondarsi di tanto talento. Pindaro compose per lui l’Olimpica I (476 a.C.), per la vittoria del cavallo Ferenico nella corsa di Olimpia: incentrata sul mito di Pelope, fu posta dagli antichi in apertura del corpus pindarico e giudicata la più bella di tutte le odi. Seguirono le Pitiche I, II e III. Bacchilide, nipote di Simonide, cantò a sua volta le sue vittorie; per il trionfo più prestigioso, la quadriga a Olimpia del 468 a.C., Gerone affidò l’encomio proprio a Bacchilide e non a Pindaro, segno della concorrenza fra i due poeti di corte. Simonide di Ceo, ormai anziano e celebratissimo, fu suo ospite e consigliere.

Le vittorie cantate dai poeti erano quelle delle gare ippiche panelleniche, l’ambizione suprema dell’aristocrazia greca: la corsa di cavalli e la corsa con la quadriga a Olimpia e a Delfi. Vincere a Olimpia col carro era il massimo onore cui un Greco potesse aspirare, e Gerone lo ottenne, facendone proclamare la gloria dai versi immortali di Pindaro e Bacchilide.

Eschilo a Siracusa

Alla corte di Gerone si lega anche uno dei capitoli più alti del teatro greco. Eschilo, il padre della tragedia, fu invitato a Siracusa: oltre a Le Etnee per la fondazione di Aitna, tragedia legata al culto siciliano dei Palici e ambientata con più cambi di scena nel dominio di Gerone, vi riallestì I Persiani, la tragedia sulla vittoria di Salamina, poco dopo la prima rappresentazione ateniese del 472 a.C. Eschilo sarebbe tornato in Sicilia negli ultimi anni della vita, morendovi a Gela nel 456 a.C. Nello stesso ambiente operavano Epicarmo, il fondatore della commedia dorica, attivo a Siracusa proprio sotto Gelone e Gerone, e il filosofo-poeta Senofane di Colofone.

Per un decennio, sotto Gerone, Siracusa fu a tutti gli effetti una capitale culturale del mondo greco, capace di rivaleggiare con Atene. Va però ricordato che le rappresentazioni di quegli anni non si tennero nell’attuale Teatro Greco di Siracusa, nella forma monumentale che vediamo oggi, opera molto più tarda: appartengono alla precoce e fervida tradizione teatrale della città.

Malattia, morte ed eredità

L'Etna visto da sud, il vulcano da cui Gerone trasse il nome della città di Aitna
L’Etna, il grande vulcano da cui Gerone trasse il nome della città di Aitna, dove morì nel 467 a.C. (CC0.)

Negli ultimi anni Gerone fu tormentato da una grave malattia, la litiasi, «il mal della pietra», cui Pindaro allude con delicatezza nella Pitica III, evocando il medico Asclepio e il centauro Chirone. Morì nel 467 a.C. ad Aitna, la città che aveva fondato, dove fu sepolto e onorato come ecista con un culto eroico; la sua tomba fu però distrutta in seguito, quando i Catanesi tornarono a riprendersi la città.

Con lui finì rapidamente la fortuna dei Dinomenidi. Gli succedette il fratello Trasibulo, il cui governo violento durò pochissimo, meno di un anno: una coalizione di Siracusani e di altre città siciliane lo rovesciò nel 466 a.C., ponendo fine alla dinastia. Siracusa entrò così in un periodo di regime democratico che sarebbe durato circa sessant’anni, fino all’ascesa di Dionisio I. La figura di Gerone restò proverbiale al punto che, un secolo dopo, lo scrittore Senofonte gli dedicò un dialogo, l’Ierone, immaginandolo a discutere con il poeta Simonide sull’infelicità segreta di chi detiene il potere assoluto.

Le fonti

Su Gerone I disponiamo di una documentazione insolitamente ricca per un tiranno siceliota, perché la sua corte fu cantata da poeti contemporanei. Le testimonianze di prima mano sono le odi di Pindaro (Olimpica I, Pitiche I-III) e di Bacchilide (Epinici 3-5), che però lo lodano in quanto committente e vanno lette come encomi. La narrazione storica viene soprattutto da Erodoto (per le origini dei Dinomenidi) e da Diodoro Siculo (libro XI), che per quegli anni dipende a sua volta dagli storici perduti Timeo di Tauromenio ed Eforo; ad esse si aggiungono Aristotele, per la riflessione sulla tirannide, e il dialogo Ierone di Senofonte, fonte filosofica più che storica. La distinzione fra l’elogio dei poeti e il giudizio degli storici è la chiave per ricostruirne la figura senza appiattirla né sulla propaganda di corte né sulla leggenda nera del tiranno.

Voci collegate

  • Epicarmo, il commediografo attivo alla sua corte
  • Teatro Greco di Siracusa, erede della tradizione teatrale fiorita sotto Gerone
  • Dionisio I, il tiranno che mezzo secolo dopo riportò Siracusa sotto un potere personale
  • Ierone II, il re del III secolo a.C. con cui Gerone I non va confuso
  • Fonte Aretusa, la ninfa-simbolo di Siracusa effigiata sulle monete del suo tempo

Fonti e bibliografia

  • Erodoto, Storie, VII, 153-167 (le origini dei Dinomenidi); Diodoro Siculo, Biblioteca storica, libro XI.
  • Pindaro, Olimpica I e Pitiche I-III; Bacchilide, Epinici 3-5 (odi per Gerone).
  • Senofonte, Ierone (dialogo su Gerone e Simonide); Aristotele, Politica, V.
  • Plutarco; Eliano, Varia Historia; Vita di Eschilo.
  • Voce Gerone I di Siracusa su Wikidata (Q335634).

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