![]() Il Seppellimento di santa Lucia (1608). Immagine in pubblico dominio (Wikimedia Commons). | |
| Dati identificativi | |
| Autore | Michelangelo Merisi da Caravaggio (1571-1610) |
|---|---|
| Data | fine 1608 |
| Tecnica | olio su tela |
| Dimensioni | 408 × 300 cm |
| Soggetto | sepoltura di santa Lucia, martire siracusana |
| Collocazione | |
| Sede | Basilica Santuario di Santa Lucia al Sepolcro, altare maggiore (piazza Santa Lucia, Borgata) |
| Proprietà | Fondo Edifici di Culto, Ministero dell’Interno |
| Dati storici | |
| Collocazione originaria | altare maggiore della stessa chiesa |
| Committenza | discussa (v. testo) |
| Restauri principali | Istituto Centrale del Restauro, anni Settanta-Ottanta; 2006 (indagini radiografiche); 2020 (Istituto Centrale per il Restauro) |
Il Seppellimento di Santa Lucia è un dipinto a olio su tela (408 × 300 cm) eseguito da Michelangelo Merisi da Caravaggio alla fine del 1608, durante il soggiorno siracusano, per l’altare maggiore della chiesa di Santa Lucia extra moenia, oggi Basilica Santuario di Santa Lucia al Sepolcro, alla Borgata. È l’unica opera di Caravaggio conservata a Siracusa, la prima della sua stagione siciliana, dipinta negli ultimi due anni di vita del pittore. Raffigura la sepoltura di Lucia, la martire siracusana uccisa secondo la tradizione nel 304, sul luogo stesso che la devozione cittadina identifica con il suo martirio e la sua prima tomba. Di proprietà del Fondo Edifici di Culto del Ministero dell’Interno, dal 6 dicembre 2020 il quadro è tornato sull’altare per cui fu dipinto.
Contesto storico
La fuga da Malta e l’arrivo a Siracusa
Caravaggio approdò a Siracusa tra l’ottobre e il novembre del 1608, in fuga da Malta. Membro dell’Ordine di San Giovanni da pochi mesi, era stato imprigionato a Forte Sant’Angelo dopo una rissa con un cavaliere di rango superiore; evase dal forte e raggiunse la costa siciliana, primo passo di una latitanza che lo avrebbe portato a Messina, a Palermo e infine a Napoli. A Siracusa ritrovò Mario Minniti, pittore siracusano che aveva conosciuto a Roma ai tempi della comune giovinezza artistica.
Secondo la biografia settecentesca di Francesco Susinno (Le vite de’ pittori messinesi, 1724), fu Minniti a presentare l’amico al Senato cittadino e a fargli ottenere la commissione della grande pala per la chiesa di Santa Lucia. Gli studi più recenti invitano alla cautela: la mediazione di Minniti resta priva di riscontri documentali, e documenti proposti in anni recenti a suo sostegno sono stati giudicati non probanti.[1]
La committenza
Il nome del committente è tuttora discusso. La letteratura ha proposto in vari momenti il vescovo di Siracusa Giuseppe Saladino, l’erudito siracusano Vincenzo Mirabella e il francescano Bonaventura Secusio; per Francesca Saraceno, autrice di due monografie sull’opera, le circostanze reali della commissione restano sconosciute e vanno lette nel quadro degli ordini religiosi della Controriforma allora attivi in città, dagli oratoriani ai gesuiti.[1] Dietro la scelta del soggetto gli studiosi hanno letto anche un movente devozionale preciso: offrire alla città un’immagine potente della sua patrona in assenza del corpo della santa, trafugato nel 1039 e oggi custodito a Venezia.[9] La pala era destinata all’altare maggiore della chiesa sorta, secondo la tradizione, sul luogo del martirio e della prima sepoltura della santa, accanto al tempietto del Sepolcro: un soggetto e una collocazione che legavano l’opera al cuore della devozione cittadina, la stessa che ancora oggi si esprime nella festa del 13 dicembre.
La consegna avvenne con ogni verosimiglianza in vista della festa della santa del dicembre 1608: l’esecuzione si concentrò così in poche settimane, un ritmo di lavoro che gli studiosi riconoscono tipico dell’ultimo Caravaggio, capace di stesure rapidissime su preparazioni scure lasciate ampiamente a vista.
Caravaggio e l’Orecchio di Dionisio
Al soggiorno siracusano è legato anche un episodio estraneo alla pittura: la nascita del nome dell’Orecchio di Dionisio. Fu Vincenzo Mirabella in persona a condurre il pittore in visita alle latomie, e a raccontare la scena nelle Dichiarazioni della pianta delle antiche Siracuse (1613):
«E mi si ricorda che avendo io condotto vedere questa carcere quel Pittore singolare dé nostri tempi Michel Angelo da Caravaggio, egli considerando la fortezza di quella, mosso da quel suo ingegno unico imitatore delle cose della natura, disse: Non vedete voi come il Tiranno per voler fare un vaso che per far sentire le cose servisse, non volse altronde pigliare il modello, che da quello, che la natura per lo medesimo effetto fabricò. Onde ei fece questa Carcere a somiglianza d’un Orecchio».[3]
È la prima attestazione del nome con cui la grotta è nota in tutto il mondo, e una testimonianza rara: un Caravaggio osservato dal vivo, fuori dal mestiere di pittore e fuori dai verbali giudiziari che ne scandiscono la biografia.
Descrizione e iconografia
La scena mostra il momento che segue il martirio: il corpo di Lucia giace a terra, disteso in diagonale, mentre due scavatori di proporzioni monumentali, visti uno di spalle e uno di profilo, aprono la fossa in primissimo piano. Dietro il corpo si dispone il gruppo dei dolenti: una vecchia piegata sul proprio dolore con le mani al volto, figure strette in silenzio, un vescovo con la mitria che leva la mano nella benedizione e, accanto, un armigero che con il braccio teso ne ricalca il gesto, quasi a sovrintendere all’operazione. Sopra le teste, per oltre metà della tela, si alza una parete nuda percorsa da un grande arco cieco: uno spazio vuoto e incombente che riduce gli uomini a comparse davanti alla morte.
La luce entra radente, isola le schiene degli scavatori, la spalla e il volto della santa, le mani dei presenti, e lascia il resto in una penombra terrosa. Le figure occupano solo il terzo inferiore della tela: una scelta compositiva senza precedenti nella pittura d’altare italiana. La tavolozza è ridotta a ocre e brune; l’unico accento cromatico vivo è il panneggio rosso del giovane al centro, in cui gli studiosi hanno riconosciuto forse un diacono con l’antico orarium, la stola dei ministri ordinati. Howard Hibbard vi lesse nel 1983 un richiamo alla figura di san Giovanni Evangelista, per la posa delle mani intrecciate e per i colori rosso e verde, gli stessi del san Giovanni delle Crocifissioni cinquecentesche di Perugino, Signorelli e Raffaello.[4] Nella mano distesa a terra la santa reggeva la palma del martirio, oggi non più visibile per lo stato di conservazione della tela.
Il pentimento della testa
Sul collo della santa è visibile una ferita da taglio. Le indagini radiografiche condotte nel 2006 hanno rivelato che in prima stesura Caravaggio aveva dipinto la testa staccata dal corpo.[2] Le due tradizioni agiografiche più antiche divergono proprio sulla morte di Lucia: quella latina la dice iugulata, uccisa con una lama infissa nella gola; quella greca, tramandata dal codice Papadopulo, la dice decapitata. È probabile che a far conoscere al pittore la versione greca sia stato il colto Mirabella, educato dai gesuiti; ma una santa Lucia senza capo era inaccettabile sull’altare della basilica, anche perché negli stessi anni l’argentiere Pietro Rizzo stava realizzando il simulacro argenteo della santa raffigurata iugulata, con il pugnale nella gola. Per consentire la benedizione del quadro e la sua collocazione sull’altare, la testa venne ricongiunta al corpo, lasciando soltanto il profondo taglio sul collo ancora ben visibile.[5]
L’ambientazione: latomie o catacombe?
Il luogo evocato dallo sfondo è discusso da mezzo secolo. Maurizio Marini vi riconobbe nel 1974 la grotta dei Cordari nella latomia del Paradiso; Alessandro Zuccari propose prima la Rotonda di Adelfia nel cimitero di San Giovanni e poi, dopo il restauro, la cripta di San Marziano, osservando che l’arco dipinto ha una precisione geometrica difficile da ricondurre a una cavità naturale. Lo storico dell’arte Paolo Giansiracusa ha indicato il fondale della parete est della stessa cripta di San Marziano, per tre ragioni: la presenza del sepolcro di Marziano, primo vescovo della città; la tradizione della predicazione di san Paolo in quel luogo; il culto di santa Lucia attestato nella cripta da un affresco medievale. Le catacombe di Santa Lucia, luogo reale della prima sepoltura, erano invece interrate all’epoca, e Caravaggio non poté visitarle. Lo stesso Marini approdò infine a una formula che riassume il dibattito: una «sintesi mnemonica di ambienti siracusani di carattere archeologico-criptico».[6]
Seppellimento o disseppellimento?
Una parte delle testimonianze antiche lesse la scena al contrario: come l’esumazione del corpo della santa. Il viaggiatore Carlo Gastone, nel 1828, descrisse «una folla d’uomini e di donne accorse con un vescovo, e parte del clero al disseppellimento di S. Lucia», e Félix Bourquelot nel 1848 parlò di scoperta del corpo. La critica ha dato poco credito a questa lettura: come osserva Michele Cuppone, lo scavo dipinto è ancora troppo piccolo per aver contenuto un corpo, e la terra sollevata è poca. La scena resta una inumazione.[7]
Fortuna critica
Giovan Pietro Bellori, nella biografia del 1672, registrò l’opera in poche righe: la santa morta, il vescovo che la benedice, i due che scavano la sepoltura. La fonte principale sul soggiorno siracusano resta però Susinno, che nel 1724 raccolse memorie e tradizioni locali sul passaggio del pittore.
Tra Settecento e Ottocento la tela, già molto sofferente, colpì i viaggiatori del Grand Tour più per il suo stato che per la sua fama. Dominique Vivant Denon, nel 1788, annotò che dietro l’altare maggiore si conservava «l’ombra di un grande quadro del Caravaggio», danneggiato a suo dire dall’ultimo terremoto e ridotto quasi alla sola tela. Quarant’anni dopo Carlo Gastone si fermò «con molto dolore» davanti a «una stupenda opera del Caravaggio, di cui non appariscono omai che l’ombre», notando che «l’umidore della parete ha tanto nociuto a sì gran tela, che tutta è già piena di screpoli, e ne cadono le croste». Nel 1864 l’inglese George Dennis la liquidò come opera più notevole per le dimensioni che per il merito. Sono testimonianze preziose: documentano un degrado già plurisecolare e spiegano quanta pittura originale sia andata perduta.[8]
Fu Roberto Longhi, con la mostra milanese su Caravaggio e i caravaggeschi del 1951, a restituire la tela all’attenzione del grande pubblico. Nel suo giudizio il Seppellimento è, fra i dipinti siciliani, «il più antico, ma anche il più guasto», e insieme il quadro in cui Caravaggio inaugura un rapporto tra piccole figure e spazio enorme senza precedenti nella tradizione italiana, che la critica ha sentito già pronto per Rembrandt incisore. Lionello Venturi lesse la scala abnorme degli scavatori come un congegno visivo che spinge lo sguardo verso il volto livido della santa.[9]
Il dipinto aprì la breve e intensissima stagione siciliana del pittore, proseguita a Messina con la Resurrezione di Lazzaro e l’Adorazione dei pastori (1609), e segnò la pittura isolana del primo Seicento a cominciare dallo stesso Minniti, che di Caravaggio fu il primo seguace siracusano.
Vicende conservative
Le condizioni della tela sono fragili da secoli: l’umidità della chiesa extra moenia, il fumo dei ceri e le antiche ridipinture ne hanno compromesso la superficie. Già Denon, nel 1788, la descriveva come un’ombra; nell’Ottocento il restauratore Suppa la ridipinse pesantemente, con sovrapposizioni che, come scrisse Cesare Brandi, potevano far credere che sotto non fosse rimasto più nulla.[10]
Alla fine degli anni Sessanta del Novecento un intervento maldestro aggravò la situazione: l’esterno dell’abside fu rivestito con un intonaco a base plastica che impedì la traspirazione delle murature, accelerando il degrado. La tela, ormai compromessa, fu trasferita a Roma all’Istituto Centrale del Restauro per un intervento pluriennale; nel 1983, a restauro concluso, fu esposta alla Galleria regionale di Palazzo Bellomo, in una grande sala accanto all’Annunciazione di Antonello da Messina. Il terremoto del 13 dicembre 1990, giorno della festa della patrona, impose la chiusura del museo, riaperto circa un mese dopo.[10]
Rimossa nel 2005, l’opera fu esposta alla mostra Caravaggio e l’Europa a Palazzo Reale di Milano (2005-2006) e sottoposta nel 2006 a indagini radiografiche e a un intervento conservativo.[2] Dal 2009 al 2020 fu ospitato nella chiesa di Santa Lucia alla Badia, in piazza Duomo, in Ortigia, mentre la basilica della Borgata restava priva dei requisiti climatici e di sicurezza necessari.
Nell’estate del 2020 il progetto di prestito al MART di Rovereto, presieduto da Vittorio Sgarbi, divise la città: favorevoli il Fondo Edifici di Culto proprietario dell’opera e la Soprintendenza, contrari il sindaco Francesco Italia, l’Arcidiocesi, Italia Nostra Sicilia, l’associazione Amici del Caravaggio e il critico Paolo Giansiracusa, nel timore che l’opera non facesse più ritorno.[11] Il prestito si fece, accompagnato da un intervento conservativo da 350.000 euro eseguito dall’Istituto Centrale per il Restauro di Roma e finanziato dal museo trentino, comprensivo di una teca climatizzata per stabilizzare l’umidità.[11][12]
Il 6 dicembre 2020, in tempo per la festa della patrona, la pala è tornata sull’altare maggiore del Sepolcro, dopo gli interventi di sicurezza richiesti dalla Soprintendenza di Siracusa nell’ambito degli accordi tra MART e Fondo Edifici di Culto.[13] Da allora l’opera è esposta nella collocazione per cui fu dipinta, oltre quattro secoli fa.
Copie e derivazioni
La letteratura segnala copie antiche del dipinto, tra cui una già presso il Collegio dei Gesuiti di Siracusa e una nella chiesa di San Pietro a Palestrina, nel Lazio. Un posto a parte spetta alla piccola riproduzione a olio su rame attribuita a Mario Minniti, oggi in collezione privata romana: più brillante per natura tecnica, conserva memoria di quanta luce la tela abbia perduto, e mostra che la luce originale arrivava a colpire in pieno lo scavatore di destra, il candore della mitria vescovile e la corazza dell’armigero.[14]
Accessibilità
Accessibilità motoria
Il dipinto si osserva dalla navata centrale della basilica, che è ampia e in piano. L’ingresso dalla piazza presenta però un dislivello solo in parte risolto: una rampa metallica con corrimano supera il primo gradino, ma subito oltre il portone resta un ulteriore gradino in pietra, segnalato da strisce giallo-nere; chi si sposta in carrozzina può aver bisogno di aiuto in quel punto. Il presbiterio, rialzato di alcuni gradini come in tutte le chiese storiche, non è direttamente raggiungibile, ma la visione del quadro avviene comunque dalla navata. Il dettaglio completo sull’accessibilità dell’edificio è nella scheda della basilica.
Accessibilità visiva
La fruizione dal vivo è impegnativa per chi ha una disabilità visiva: la tela è collocata in alto sull’altare, a diversi metri dall’osservatore, in condizioni di luce contenute per esigenze di conservazione, e la tavolozza scura con forti contrasti rende la lettura difficile anche a molte persone ipovedenti. Per l’esplorazione ravvicinata è utile l’immagine ad alta risoluzione presente in questa scheda, che consente ingrandimenti impossibili dal vivo; la sezione Descrizione e iconografia è scritta anche per funzionare da descrizione testuale completa dell’opera con i lettori di schermo. Un precedente importante esiste: nel 2015, per l’installazione multisensoriale dedicata al dipinto alla Galleria regionale di Palazzo Bellomo, la Stamperia Regionale Braille di Catania realizzò un bassorilievo tattile e opuscoli in Braille, con il sostegno dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti e del Movimento Apostolico Ciechi.[15] Alla data di aggiornamento di questa scheda non risultano invece percorsi tattili permanenti dedicati all’opera in basilica.
Accessibilità uditiva
La fruizione del dipinto non presenta barriere uditive specifiche. L’installazione multimediale del 2015 comprendeva una versione in LIS, la lingua dei segni italiana, realizzata con il supporto dell’Ente Nazionale Sordi: un precedente utile per future iniziative di mediazione.[15]
Accessibilità cognitiva
La scena si presta a un racconto in sequenza semplice: Lucia è morta e giace a terra; due uomini scavano la fossa; il vescovo benedice; la gente piange. La struttura di questa scheda, con sezioni brevi e progressive, può servire da traccia di lettura facilitata. L’ambiente della basilica è in genere silenzioso e poco affollato fuori dai giorni di festa.
Note
- a b Sulle ipotesi di committenza e sui limiti documentali della tradizione su Minniti: Il Seppellimento di Santa Lucia: nell’ultimo libro di Francesca Saraceno approfondimenti e novità, About Art online, recensione a F. Saraceno, Il Seppellimento di Santa Lucia, Etabeta, 2024.
- a b Sulle indagini radiografiche del 2006: Diagnostica per immagini di un capolavoro di Caravaggio: immagini oltre il visibile per il Seppellimento di Santa Lucia, Archeomatica; si veda anche la voce Seppellimento di santa Lucia di Wikipedia.
- ↑ Vincenzo Mirabella, Dichiarazioni della pianta delle antiche Siracuse, Napoli 1613, p. 89; il passo è riportato anche in N. Gervasi, Il Seppellimento nella chiesa di Santa Lucia al sepolcro e l’iconografia caravaggesca, tesi di laurea magistrale, Università degli Studi di Padova, a.a. 2021/2022, p. 72.
- ↑ Per la lettura del giovane in rosso (diacono con orarium; il richiamo a san Giovanni Evangelista): Gervasi, cit., pp. 78-79, con rinvii a H. Hibbard, Caravaggio, 1983, e a M. Cuppone 2020.
- ↑ Sulle due tradizioni agiografiche (latina e greca, codice Papadopulo), sul possibile ruolo di Mirabella e sulla ricomposizione della testa: Gervasi, cit., pp. 81-82, con rinvio ad A. Zuccari 2016, p. 216; ivi il riferimento al simulacro argenteo di Pietro Rizzo.
- ↑ Per il dibattito sull’ambientazione: M. Marini 1974, p. 444 (grotta dei Cordari); A. Zuccari 1981, p. 103 e 1987, p. 159 (Rotonda di Adelfia, poi cripta di San Marziano); M. Marini 1987, p. 535 (la «sintesi mnemonica»); la posizione di P. Giansiracusa e lo stato interrato delle catacombe di Santa Lucia in Gervasi, cit., pp. 74-76.
- ↑ C. Gastone, Viaggio nella Sicilia, 1828, p. 121; F. Bourquelot 1848; la confutazione di M. Cuppone è riportata in Gervasi, cit., p. 86.
- ↑ D. Vivant Denon, Voyage en Sicile, 1788, p. 211; C. Gastone, Viaggio nella Sicilia, 1828, p. 121; G. Dennis, A Handbook for Travellers in Sicily, 1864, pp. 52 e 341. I passi sono raccolti in Gervasi, cit., pp. 85-86.
- a b R. Longhi, Il Caravaggio (1968), ed. a cura di G. Previtali, Roma 2009, p. 89; il giudizio di L. Venturi e la mostra milanese del 1951 in Gervasi, cit., pp. 70 e 82. Per il movente devozionale della commissione (l’assenza del corpo della santa, trafugato nel 1039 e oggi a Venezia): Gervasi, cit., p. 83.
- a b Per la storia conservativa (ridipinture del Suppa, intonaco plastico di fine anni Sessanta, restauro pluriennale all’Istituto Centrale del Restauro, esposizione a Palazzo Bellomo dal 1983, sisma del 13 dicembre 1990): Gervasi, cit., pp. 82-84, con la testimonianza di C. Brandi, Sicilia mia, Palermo 1989, p. 67.
- a b Quel Caravaggio pronto a partire da Siracusa, Arte.it, 31 agosto 2020.
- ↑ Caravaggio al Mart di Rovereto: in mostra il Seppellimento di Santa Lucia, Ministero dell’Interno, 2020.
- ↑ Il Seppellimento di Santa Lucia di Caravaggio torna nella sua sede a Siracusa, Ministero dell’Interno, dicembre 2020.
- ↑ Sulla copia su rame attribuita a Minniti e su ciò che rivela della luce originale: Gervasi, cit., p. 84.
- a b Un viaggio multisensoriale nel Seppellimento di Santa Lucia di Caravaggio, Archeomatica, 17 luglio 2015: installazione alla Galleria regionale di Palazzo Bellomo (26 giugno – 30 agosto 2015), promossa con la Regione Siciliana e l’associazione IAN Innovative Art Network; bassorilievo tattile e opuscoli in Braille della Stamperia Regionale Braille di Catania; tra i sostenitori l’Unione Italiana Ciechi, il Movimento Apostolico Ciechi, l’Ente Nazionale Sordi e Sicilia Turismo Per Tutti.
Fonti
- Bellori, Giovan Pietro. Le vite de’ pittori, scultori et architetti moderni. Roma, 1672 (vita di Michelangelo da Caravaggio).
- Susinno, Francesco. Le vite de’ pittori messinesi (1724), ed. a cura di Valentino Martinelli, Firenze, Le Monnier, 1960.
- Mirabella, Vincenzo. Dichiarazioni della pianta delle antiche Siracuse. Napoli, 1613. Leggilo su Aretusapedia.
- Longhi, Roberto. Il Caravaggio (1968), a cura di Giovanni Previtali, Roma, Editori Riuniti, 2009.
- Brandi, Cesare. Sicilia mia. Palermo, Sellerio, 1989.
- «Un viaggio multisensoriale nel Seppellimento di Santa Lucia di Caravaggio». Archeomatica, 17 luglio 2015. Consulta online.
- Saraceno, Francesca. Caravaggio. Il seppellimento di Santa Lucia a Siracusa. La fortuna critica e il culto aretuseo. Le Fate Editore. ISBN 9791280646019.
- Saraceno, Francesca. Il Seppellimento di Santa Lucia. La storia, la genesi e il destino di un capolavoro. Etabeta, 2024.
- «Diagnostica per immagini di un capolavoro di Caravaggio». Archeomatica. Consulta online.
- Gervasi, Noemi. Il Seppellimento nella chiesa di Santa Lucia al sepolcro e l’iconografia caravaggesca. Tesi di laurea magistrale, Università degli Studi di Padova, a.a. 2021/2022. Consulta online.
- «Quel Caravaggio pronto a partire da Siracusa». Arte.it, 31 agosto 2020. Consulta online.
- «Caravaggio al Mart di Rovereto: in mostra il Seppellimento di Santa Lucia». Ministero dell’Interno, 2020. Consulta online.
- «Il Seppellimento di Santa Lucia di Caravaggio torna nella sua sede a Siracusa». Ministero dell’Interno, 2020. Consulta online.
- «Caravaggio torna nella basilica di Santa Lucia: doppia festa a Siracusa». Le Vie dei Tesori, dicembre 2020. Consulta online.
- «Seppellimento di Santa Lucia di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio». Comune di Siracusa. Consulta online.
- «Seppellimento di santa Lucia». Wikipedia, l’enciclopedia libera. Consulta online.
Scheda aggiunta da Alessandro Calabrò il 25 Luglio 2026.
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