![]() La lapide commemorativa apposta in Piazza Duomo a Siracusa nel 2011 per il 150° dell’Unità d’Italia (foto Jez Nicholson, CC BY-SA 2.0). | |
| Nascita | Siracusa, ante 1810 circa (data non documentata) |
|---|---|
| Morte | Siracusa, 18 agosto 1837, fucilato in piazza Duomo |
| Padre | Mario Adorno (1773-1837), avvocato e patriota, fucilato lo stesso giorno |
| Fratelli | Gaetano e Giuseppe Adorno, arrestati con il padre e il fratello ma non condannati a morte |
| Famiglia propria | Sposato e padre di numerosa famiglia al momento dell’esecuzione |
| Causa morte | Cospirazione contro lo Stato (rivolta del colera di Siracusa, 1837) |
| Memoria | Lapide in piazza Duomo, Siracusa, apposta nel 2011 |
Carmelo Adorno (Siracusa, prima decade del XIX secolo – Siracusa, 18 agosto 1837) fu un cittadino siracusano coinvolto, insieme al padre Mario Adorno, nella rivolta antiborbonica di Siracusa del 1837, scoppiata sull’onda dell’epidemia di colera. Arrestato nei giorni immediatamente successivi al 10 agosto 1837, dopo lo sbarco del generale Del Carretto, con il padre e i fratelli Gaetano e Giuseppe, fu processato per direttissima da una corte marziale e fucilato in piazza Duomo all’età ancora giovane di un padre di numerosa famiglia, prima del padre, che fu costretto a guardarne il cadavere prima di essere a sua volta fucilato. La sua morte, insieme a quella del padre, divenne uno dei simboli della repressione borbonica della rivolta del colera e, decenni dopo, uno degli atti fondativi della memoria risorgimentale siracusana.
Famiglia e origini
Carmelo apparteneva alla famiglia Adorno, antica casata patrizia e dogale genovese che diede sei dogi alla Repubblica di Genova fra il 1363 e il 1461. Il ramo siracusano discendeva da Giorgio Adorno, cavaliere del Sovrano Militare Ordine di Malta, attestato in Sicilia dopo il 1565. Il nonno paterno, Giovanni Adorno, fu senatore di Siracusa nel 1796. Il bisnonno e omonimo Carmelo Adorno fu senatore della città negli anni 1746, 1754 e 1757.
Il padre, Mario Adorno (Siracusa, 1773 – Siracusa, 18 agosto 1837), era avvocato, carbonaro nei moti del 1820-1821 e principale ideatore del proclama del 21 luglio 1837 che attribuiva al governo borbonico la responsabilità dell’epidemia di colera.
Carmelo era il primogenito (l’ordine di nascita dei tre fratelli, pur attribuito dalla tradizione, non è interamente confermato dalle fonti coeve) e aveva due fratelli minori noti: Gaetano Adorno Puma e Giuseppe Adorno. Entrambi furono catturati con il padre e con Carmelo dai gendarmi «nelle domestiche mura» nei giorni dopo lo sbarco di Del Carretto del 10 agosto 1837, ma soltanto Carmelo fu condotto a giudizio insieme al padre. Gaetano Adorno Puma, sopravvissuto, dedicò gli anni successivi alla difesa della memoria paterna, pubblicando l’opuscolo polemico Mario Adorno e le false accuse del sacerdote Emilio Bufardeci. Confutazione, Siracusa, 1869. Da non confondere questo Gaetano Adorno Puma figlio di Mario con l’omonimo Gaetano Adorno Zappalà (Siracusa 1803 – 1879), figlio di Corrado Adorno, sindaco di Siracusa fra il 1861 e il 1865.
Una testimonianza coeva sul nucleo familiare di Carmelo si trova nel volume di Emilio Bufardeci, Le funeste conseguenze di un pregiudizio popolare (Firenze, 1868), p. 260: Mario Adorno e Carmelo, «padre anche egli di numerosa famiglia, furono giudicati subitaneamente». Il dato indica che al 18 agosto 1837 Carmelo era adulto, sposato e con prole; il nome della moglie e dei figli non sono però conservati nelle fonti edite consultabili. La data di nascita resta non documentata.
La rivolta del 1837 e l’arresto
Nel luglio 1837 il colera asiatico, propagatosi dalla Sicilia occidentale dopo Napoli e Palermo, raggiunse Siracusa. La popolazione, convinta che il morbo fosse opera di untori al soldo del governo, scatenò una sommossa nei giorni 18-23 luglio. Il 21 luglio una commissione di sessanta cittadini, nominata dal sindaco Pancali con il giudice circondariale Francesco Mistretta come istruttore, redasse il proclama I Siracusani ai confratelli Siciliani, materialmente scritto dal padre di Carmelo e sottoscritto dal sindaco Emanuele Francica Pancali; il documento attribuiva al governo borbonico la responsabilità dell’epidemia, tesi che la storiografia successiva ha sintetizzato nella formula «il colera-morbus non era asiatico ma borbonico» (riformulazione di Treccani DBI, non citazione testuale del proclama).
Il 10 agosto 1837 il generale Francesco Saverio Del Carretto, marchese di Macchia d’Isernia e ministro di Polizia del Regno delle Due Sicilie, sbarcò a Siracusa con un contingente di truppe svizzere e gendarmi, investito di pieni poteri da Ferdinando II di Borbone. Nei giorni immediatamente successivi allo sbarco, secondo Bufardeci, Mario Adorno, Carmelo, Gaetano e Giuseppe Adorno «furono arrestati verso le 3 pomeridiane dai gendarmi nelle domestiche mura». Il fratello sopravvissuto Gaetano, nella Confutazione del 1869 (p. 41), precisa che l’arresto avvenne nella casa di Carmelo, in via Amalfitania a Ortigia, dove la famiglia si era riunita per tentare la fuga via mare offerta dal capitano mercantile Silvestro Sollecito.
Il padre e Carmelo furono condotti alla marina, imbarcati su una lancia e portati sotto la fregata di Del Carretto. Il ministro rifiutò di riceverli. Furono stivati come merce in una cannoniera napoletana sotto i boccaporti chiusi, soffrendo fame e sete, accovacciati su una catena per tutta la notte. Il giorno seguente furono trasferiti al Castello Maniace, antica fortezza siracusana, dove furono rinchiusi «nelle prigioni rimpetto al conte Lapis».
Il processo militare
La Corte marziale si riunì «a rito subitaneo, senza le forme volute dalla stessa legge militare e dalla civiltà» (Bufardeci, p. 260). Le fonti convergono nell’indicare che il processo durò un giorno solo, fra il 16 e il 17 agosto 1837, e che l’intervallo fra la sentenza e l’esecuzione fu di poche ore.
La corte era presieduta dal maggiore Garzia (la voce di Treccani DBI 1960 traslittera la grafia in Grazia, ma la fonte coeva Bufardeci scrive sempre Garzia). Relatore fu il capitano Riccieri, comandante dell’ospedale militare di Siracusa, scelto personalmente da Del Carretto a bordo della fregata con queste parole, riportate testualmente da Bufardeci a p. 260:
«Riccieri, ho bisogno di te. Tu devi essere il relatore della Corte stataria, la quale è chiamata a punire i reati di alto tradimento, che si consumarono in Siracusa».
Carmelo e il padre furono accusati di cospirazione contro lo Stato. Insieme a loro fu condannato a morte un certo Concetto Lanza; nelle settimane successive la medesima Corte stataria condannò a morte anche il capitano mercantile Silvestro Sollecito, che aveva offerto agli Adorno la fuga via mare, e un suo fratello (nome non specificato nelle fonti coeve consultate). Sulla difesa giuridica le due fonti coeve principali divergono: secondo Bufardeci (p. 260) nessun avvocato accettò il patrocinio degli imputati e il padre Mario si difese da solo per quasi un’ora e mezzo, ricostruendo i fatti e dichiarando di non aver mai cospirato contro il Re; secondo Gaetano Adorno Puma, fratello superstite, nella Confutazione del 1869 (p. 75), Mario e Carmelo nominarono come difensore l’avvocato siracusano Giuseppe Failla, che ebbe libera comunicazione con gli imputati, presa visione degli atti e perorò più di un’ora «con calore affettuoso». Adorno Puma dichiara di possedere copia degli atti processuali a sostegno della propria versione. La discrepanza fra le due fonti coeve non è ad oggi risolta in modo documentariamente definitivo.
La fucilazione del 18 agosto 1837
La Corte scelse come luogo del patibolo la piazza del Duomo, davanti alla Cattedrale. Bufardeci, che fu testimone diretto dei fatti, descrive così la scena (p. 261):
«La piazza del Duomo pareva un camposanto, il silenzio era interrotto dal cupo suono de’ tamburi e dal rumore delle ruote de’ cannoni, che precedevano un battaglione di fanteria. I quattro sbocchi delle vie erano formidabilmente guardati da soldati svizzeri».
La Corte marziale dispose una sequenza calcolata di esecuzione: Carmelo fu fucilato per primo. Il padre, inginocchiato, fu costretto a fissare il cadavere del figlio prima di essere a sua volta fucilato alle spalle, modalità riservata ai colpevoli di alto tradimento. Bufardeci scrive (p. 262):
«la Corte marziale di Siracusa, non solo imitò quel tratto di raffinata tirannia, ma volle che il padre, inginocchiato, guardasse il cadavere dell’innocente figlio ancora fumante, e fosse poscia anch’egli fucilato alle spalle, come colpevole di alto tradimento».
La narrazione, diffusa in ricostruzioni successive, secondo cui Mario avrebbe chiesto di assistere all’esecuzione del figlio, addolcisce l’evento: la fonte coeva è inequivocabile sul fatto che fu la Corte a volerlo, come atto di crudeltà ordinata.
Le ultime parole
Mentre il padre lo confortava sul patibolo, Carmelo gli rivolse a mezza voce queste parole, riportate testualmente da Bufardeci (p. 262):
«Padre! da chi la sventurata famiglia trarrà aiuto e consiglio?!»
Mario rispose:
«Dalla vita che qui lasciamo, senza delitto e senza rimorso!»
Il dialogo è entrato nella memoria del Risorgimento siracusano come esempio di stoicismo civile.
Conseguenze immediate
Dopo la fucilazione la Cattedrale di Siracusa fu interdetta dal culto per il sangue versato nella piazza; le porte furono chiuse e ai sagrestani fu vietato l’accesso. Bufardeci sostiene che il provvedimento fu un pretesto orchestrato da Del Carretto con la complicità dell’arcivescovo Giuseppe Amorelli per trafugare di notte, sulle spalle dei soldati di marina, le cassette dei presunti veleni custodite nel tesoro di Santa Lucia, sottraendole a ogni successivo accertamento del corpo del reato.
Cinque giorni dopo la fucilazione, il 23 agosto 1837, il Real Decreto n. 4209 di Ferdinando II punì Siracusa privandola della dignità di capoluogo di Valle, dignità trasferita a Noto fino alla legge Lanza n. 2248 del 20 marzo 1865. La repressione militare ordinata da Del Carretto fra Siracusa e Catania portò a circa settecentocinquanta arresti e a centoventitré-centoventisette condanne capitali; Bufardeci stima circa mille fra ferri, ergastoli e pena capitale.
Il luogo della sepoltura di Carmelo e di Mario Adorno non è documentato dalle fonti coeve: né Bufardeci né il Dizionario Biografico degli Italiani ne danno indicazione.
Memoria
La lapide commemorativa attualmente visibile in piazza Duomo a Siracusa fu apposta nel 2011, in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Il testo recita:
IN QUESTO LUOGO / IL 18 AGOSTO 1837 / DAVANTI AL POPOLO DI SIRACUSA / DI CUI ERA IL TRIBUNO, / DOPO AVERE ASSISTITO / ALL’ESECUZIONE / DELLA SENTENZA DI MORTE / DEL FIGLIO CARMELO / FU FUCILATO / DALLA TIRANNIDE BORBONICA / L’AVV. MARIO ADORNO / PATRIOTA E MARTIRE / DEL RISORGIMENTO NAZIONALE.
L’iscrizione qualifica come Avv. solo Mario, non Carmelo: indizio, non prova, che Carmelo non esercitasse l’avvocatura.
Bibliografia
Fonti coeve
- Emilio Bufardeci, Le funeste conseguenze di un pregiudizio popolare. Memorie storiche, Firenze, Tipografia Eredi Botta, 1868, pp. 259-263. Fonte coeva primaria per la ricostruzione del processo e dell’esecuzione. Digitalizzata su Internet Archive.
- Gaetano Adorno Puma, Mario Adorno e le false accuse del sacerdote Emilio Bufardeci. Confutazione, Siracusa, 1869. Opuscolo polemico del fratello superstite di Carmelo, in risposta al volume di Bufardeci.
- Barone di Pancali, Siracusa nel colera del 1837, a cura di Enrico Mauceri, in Rassegna storica del Risorgimento, XXVI (1939), pp. 1061-1100.
- Antonio Sansone, Gli avvenimenti del 1837 in Sicilia, Palermo, 1890.
- Salvatore Chindemi, Siracusa dal 1826 al 1860, Siracusa, Tipografia di Antonino Pulejo, 1869.
Letteratura secondaria
- Francesco Brancato, voce ADORNO, Mario, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 1 (1960), Treccani.
- Antonio Sansone, Gli avvenimenti del 1837 in Sicilia.
Voci correlate
- Mario Adorno, padre di Carmelo, fucilato con lui il 18 agosto 1837.
- Emanuele Francica Pancali, primo sindaco di Siracusa e firmatario del proclama del 21 luglio 1837.
- Emilio Bufardeci, canonico siracusano, autore della cronaca coeva più completa degli eventi.
- Gaetano Adorno Zappalà, sindaco postunitario di Siracusa, appartenente a un ramo distinto della famiglia Adorno.
- Gaetano Abela, fondatore della Carboneria a Siracusa nel 1817, contesto del filone antiborbonico in cui maturarono i fatti del 1837.
- Piazza Duomo di Siracusa, luogo dell’esecuzione.
Collegamenti esterni
- Voce ADORNO, Mario sul Dizionario Biografico degli Italiani (Treccani, 1960)
- Voce Mario Adorno su Wikipedia in italiano
- Bufardeci 1868, testo integrale digitalizzato
- Testo della lapide commemorativa in piazza Duomo
