![]() La facciata tardo-barocca affacciata sulla piazza San Filippo Apostolo. Foto di Alessandro Calabrò, 2026. | |
| Dati generali | |
| Altra denominazione | San Filippo Apostolo alla Giudecca |
|---|---|
| Stato | Italia |
| Località | Ortigia, Siracusa |
| Quartiere | Giudecca |
| Coordinate | 37°03′37″N 15°17′48″E |
| Culto | |
| Religione | Cattolica |
| Diocesi | Arcidiocesi di Siracusa |
| Titolare | San Filippo apostolo |
| Confraternita | Arciconfraternita di San Filippo Apostolo |
| Architettura | |
| Stile | Tardo-barocco |
| Pianta | Basilicale a tre navate |
| Cronologia | |
| Prima chiesa | 1420 |
| Ricostruzione | 1706–1742 |
| Consacrazione | 1744 |
| Sotterranei | |
| Ipogei | Cripta affrescata, rifugio antiaereo, pozzo (18 m) |
| Identificatori | |
| Wikidata | Q93767625 |
La Chiesa di San Filippo Apostolo, detta anche San Filippo Apostolo alla Giudecca, è un edificio di culto cattolico di Siracusa, situato nel cuore della Giudecca, l’antico quartiere ebraico dell’isola di Ortigia. La costruzione attuale, in stile tardo-barocco, sorse tra il 1706 e il 1742 sui resti di una chiesa quattrocentesca della confraternita omonima, abbattuta dal terremoto del Val di Noto del 1693. La sua notorietà è legata ai tre livelli di ambienti ipogei che si aprono sotto il pavimento: una cripta confraternale affrescata, una rete di cave greche adattata a rifugio antiaereo durante la seconda guerra mondiale e, al livello più profondo, un pozzo scavato nella roccia la cui funzione originaria — bagno rituale ebraico (miqweh) o battistero paleocristiano — divide tuttora gli studiosi.
Storia
Le origini e il quartiere ebraico
Il sito si imposta su un reticolo di cavità antiche. La pietra calcarea bianca dell’area fu estratta fin dall’epoca greca attraverso latomie sotterranee, e il sottosuolo ricco di acqua sorgiva offriva pozzi e fonti utili alla città già al tempo dell’arrivo dei coloni corinzi a Ortigia, nel 734 a.C.
In epoca sveva e aragonese la comunità ebraica di Siracusa, seconda in Sicilia dopo quella di Palermo, si concentrò nel rione che prese il nome di Giudecca, lungo le attuali via della Giudecca e via Alagona, l’antica platea iudeorum. La comunità medievale, stimata in circa 3.000 persone, disponeva di un ospedale, una sinagoga e un bagno rituale. La tradizione storiografica sette-ottocentesca collocava la sinagoga del quartiere proprio dove oggi sorge la chiesa di San Filippo, ma l’identificazione è stata messa in discussione dalla ricerca più recente, che individua la sinagoga sotto la vicina chiesa di San Giovannello.

La prima chiesa e la confraternita (1420–1693)
Una prima chiesa della Confraternita di San Filippo Apostolo sorse nel 1420, in un punto dove una sorgente sotterranea era anticamente usata per riti di purificazione, tramandato come «Bagno della Casa Bianca» o «delle Vergini». La confraternita compare già nel 1474 nel libro dei privilegi del Senato cittadino, tra i sodalizi che partecipavano alla processione dell’Addolorata.
Con il decreto di espulsione del 1492, applicato in Sicilia in quanto possedimento spagnolo, gli ebrei non convertiti lasciarono l’isola tra la fine del 1492 e il 1493, e il quartiere si spopolò. Le visite pastorali della metà del Cinquecento (1542, 1609) descrivono una chiesa di piccole dimensioni, con tre altari e una pala dell’altare maggiore ancora incompiuta. Il terremoto del Val di Noto del 1693 distrusse quasi per intero l’edificio, i cui resti rimasero inglobati nelle strutture successive.
La ricostruzione settecentesca (1706–1744)
Il 7 marzo 1706, con due atti rogati dal notaio Tommaso Pattavina, il rettore Sebastiano Noto affidò i lavori ai capimastri siracusani Giuseppe Grania e Natale Augeri; i confrati demolirono le strutture superstiti e avviarono la fabbrica nuova. La chiesa fu portata a compimento tra il 1706 e il 1742, anno inciso a grandi lettere sulla facciata. Secondo gli studi di Paolo Giansiracusa, le maestranze locali si ispirarono al modello che Rosario Gagliardi aveva adottato per la chiesa di San Domenico a Noto.
La resa sacramentale fu autorizzata con rescritto di papa Benedetto XIV il 16 dicembre 1741; la consacrazione si tenne nel 1744 per mano di monsignor Matteo Trigona. Durante la ricostruzione i locali sottostanti furono sistemati a ossario e cripta per la sepoltura delle famiglie più in vista della confraternita.
Dall’Ottocento al Novecento
Nel 1757 l’organaro siracusano Pietro Santuccio costruì l’organo a canne, la cui firma e data furono ritrovate durante i restauri all’interno di uno dei due mantici. Nel 1813 furono erette sotto la cantoria due colonne in marmo grigio di epoca romana, ricavate da frammenti rinvenuti presso l’Orto della Bonavia e documentate da monsignor Giuseppe Capodieci nei suoi Antichi monumenti di Siracusa (1816). Dal 1825 arde una lampada perpetua per voto del parroco monsignor Sebastiano Brisciano.
In seguito alle leggi eversive del 1866–1867 gli Agostiniani furono allontanati dalla chiesa e dal convento di Sant’Agostino; il priore Vincenzo Santoro trovò accoglienza in San Filippo, dove portò la statua dell’Addolorata. Nel 1881 l’Arciconfraternita costruì la Cappella dell’Addolorata, riutilizzando gli elementi lapidei e i marmi dell’altare dell’ex chiesa di Sant’Agostino. Tra il 1914 e il 1926 l’edificio ospitò la Parrocchia di San Giovanni Battista, dalla quale provengono molte delle opere d’arte oggi conservate in chiesa; al 1926 risalgono la canonica, la copertura dell’abside e le finestre.
Chiusura, restauri e riapertura
Nel 1938 il livello ipogeo del «Bagno della Casa Bianca» fu trasformato dall’U.N.P.A. nel più grande rifugio antiaereo di Siracusa, con un collegamento che giungeva fino alla Fonte Aretusa. Tra il 1940 e il 1942 la chiesa fu adibita a caserma delle truppe italiane, e il 10 luglio 1943, con lo sbarco alleato in Sicilia, fu colpita da una bomba. I restauri del dopoguerra, tra il 1945 e il 1951, ripararono stucchi e apparati decorativi.
I primi gravi dissesti statici emersero nel 1961, legati alle perdite della rete idrica urbana che indebolirono il terreno di fondazione. La chiesa fu chiusa al culto nel 1968 e nel 1971 dichiarata inagibile per il pericolo di crollo della cupola; i lavori di consolidamento, diretti dalla Soprintendenza ai Monumenti della Sicilia orientale, iniziarono nel 1973. Nel luglio 1986 la pesante cupola in muratura fu demolita e ricostruita con materiali più leggeri. Dopo un restauro sostanziale la chiesa fu riaperta al culto nel giugno 2010; dal 2014 è tornata sede della Parrocchia di San Giovanni Battista, con l’installazione di un fonte battesimale, e dal 2016 i suoi sotterranei sono aperti alle visite. Nel dicembre 2022 è stata collocata in chiesa una tela del beato Giovanni Paolo I.
Architettura

La facciata
La facciata, in severo stile barocco e costruita in massicci conci squadrati di calcare, si articola in due ordini separati da un imponente cornicione aggettante. Nell’ordine inferiore si apre il portale rettangolare, inquadrato da colonne addossate con capitelli corinzi e coronato da un fregio e da un timpano arcuato; sotto il cornicione corre la data di completamento dei lavori. L’ordine superiore, di larghezza minore, è delimitato da una balaustra a colonnine e ospita al centro un finestrone, oggi murato, che ripropone lo schema del portale e davanti al quale campeggia lo stemma della Confraternita. Le opere d’intaglio dei capitelli e dei cornicioni richiamano soluzioni adottate nelle chiese di San Giuseppe, dell’Immacolata e di San Francesco di Paola, oltre che nel prospetto di Palazzo Bonanno.

La cupola
La cupola occupa una posizione centrale rispetto alla navata maggiore, soluzione insolita a Ortigia, dove le cupole si impostano di norma sull’incrocio fra transetto e navata. Le fonti la descrivono di forma ottagonale, caso unico in città, che domina il panorama dell’antico quartiere ebraico. La copertura settecentesca in muratura, divenuta pericolante, fu demolita nel luglio 1986 e ricostruita con materiali più leggeri: quella visibile oggi è dunque un rifacimento novecentesco. Il rilievo tecnico del Catalogo dei Beni Culturali parla, per la campata mediana della navata centrale, di pennacchi sferici a sostegno del tamburo su cui si impostava una calotta emisferica.
L’interno
L’impianto è basilicale, a tre navate concluse da un’abside semicircolare; alcune descrizioni tradizionali parlano di pianta a croce greca. Le navate sono divise da pilastri poligonali affiancati da colonne con capitelli a fogliame, che reggono archi a tutto sesto. L’abside è coperta da una volta a catino; le campate delle navate laterali presentano finte volte a botte e quattro campate voltate a cupola su pianta ellittica. La decorazione a stucchi, di gusto tardo-barocco, risale ai restauri dell’inizio dell’Ottocento e fu ripresa nel Novecento dopo i danni bellici del 1943. All’ingresso, una bussola in legno dipinto è sormontata dalla cantoria, retta dalle due colonne romane in marmo grigio collocate nel 1813; vi è alloggiato l’organo di Pietro Santuccio del 1757.
Opere d’arte
L’abside e l’altare maggiore
L’altare maggiore, monumentale e in marmo, fu rinnovato sul finire del Settecento. Nel paliotto sono custodite le reliquie del beato domenicano siracusano Andrea Xueres. Vi si trova un crocifisso in cartapesta del XVIII secolo con le braccia snodabili, poggiato su una base lignea dipinta con l’Assunzione di Maria e due stemmi araldici; ai lati dell’abside due angeli lignei settecenteschi reggono le lampade accese nelle maggiori solennità. Al centro dell’abside campeggia la pala più antica della chiesa, una tela cinquecentesca di autore anonimo raffigurante la Lavanda dei Piedi. Sulle pareti laterali sono una tela settecentesca con san Bartolomeo Trigona e una tela con santa Filomena, opera del siracusano Sebastiano Bianchini (1960).

La navata sinistra
Lungo la navata sinistra si incontrano una tela settecentesca con la Sacra Famiglia, san Giovanni Battista, Zaccaria ed Elisabetta, proveniente dalla chiesa di San Giovanni Battista, e un primo altare con la tela delle Anime Sante del Purgatorio, opera anonima del XIX secolo commissionata da monsignor Giuseppe Costa, che vi fece apporre la propria preghiera in latino. Il secondo altare custodisce il Santissimo Crocifisso, scultura anonima in cartapesta del tardo Seicento con braccia snodabili, usata nel Venerdì Santo per il rito della deposizione dalla croce, la «Scisa a Cruci»; sotto di esso è un piccolo simulacro in gesso della Madonna delle Lacrime, coevo alla lacrimazione del 1953.

La navata destra
Sul lato destro, sopra il fonte battesimale moderno, è collocato un grande quadro di sant’Antonio di Padova, opera anonima del XVIII secolo proveniente da San Giovanni Battista. Il primo altare ospita un mezzobusto in terracotta di san Francesco di Paola, attribuito a Vincenzo Gagini (XVI secolo), con una piccola reliquia del santo; il secondo è dedicato alla Madonna della Lettera, con una tela di Antonio Filocamo che riproduce l’immagine venerata nel duomo di Messina, sotto la quale dal dicembre 2022 è stata posta una piccola tela del beato Giovanni Paolo I, dello stesso Bianchini. Vicino all’altare si trovano due simulacri: un pregevole sant’Antonio di Padova ligneo del tardo Quattrocento, fra le opere più antiche della chiesa, e un Signore Risorto in cartapesta del XVIII secolo.
La cappella dell’Addolorata

La cappella, costruita nel 1881 a sinistra dell’abside con i marmi recuperati dall’ex chiesa di Sant’Agostino, custodisce la statua dell’Addolorata in cartapesta e paglia, opera anonima del XIX secolo portata in processione il Venerdì Santo insieme al Crocifisso. Sul lato sinistro è una riproduzione della tavola quattrocentesca con la Madonna della Speranza, anch’essa proveniente da San Giovanni Battista; l’originale, attribuito a un maestro di formazione spagnola della prima metà del XV secolo, è in deposito al Museo regionale di Palazzo Bellomo.
La confraternita e i riti della Settimana Santa
La chiesa è sede dell’Arciconfraternita di San Filippo Apostolo, fondata nel 1420 e documentata dal 1474 tra i sodalizi della processione dell’Addolorata. Il momento più sentito della vita confraternale è il Venerdì Santo, quando il simulacro del Cristo morto, deposto nell’urna lignea ornata di putti e simboli della Passione, e la statua dell’Addolorata vengono portati in processione per le vie di Ortigia. Il 2 febbraio si tiene la processione della Madonna della Speranza, molto venerata, davanti alla cui immagine arde dal 1825 la lampada perpetua.
Gli ipogei
Sotto la chiesa si apre un sistema di ambienti sotterranei articolato su tre livelli, raggiungibili da una botola con scaletta posta a ridosso del portone d’ingresso. La loro origine risale alle latomie greche scavate per estrarre la pietra da costruzione e per raggiungere l’acqua di falda.

La cripta affrescata
Il primo livello ospita la cripta confraternale, a pianta longitudinale e simmetrica, coperta da volta a botte e organizzata su due piani interni collegati da una scala; un vano più profondo è scavato direttamente nella roccia. La cripta conserva tre altari e due cappelle laterali, con sedili in muratura e archi a tutto sesto su colonne dal capitello dorico. Vi è dipinto un ciclo di affreschi a tema funebre, oggi in precario stato: le quattordici stazioni della Via Crucis, una Deposizione di Cristo sull’altare maggiore, scheletri e teschi accompagnati dal motto «Fuimus sicut et vos – Eritis sicut et nos» («Fummo come voi, sarete come noi»). La cripta accolse le sepolture dei confratelli fino agli inizi dell’Ottocento, quando le inumazioni entro le mura furono vietate.

Il rifugio antiaereo
Il secondo livello è costituito dalla rete di cave greche che, nel 1938, fu adattata a rifugio antiaereo in vista del secondo conflitto mondiale, divenendo il più capiente di Siracusa, città che arrivò a contare trentotto rifugi. I cavatori incaricati rinforzarono le pareti calcaree con strati di cemento armato, ricavarono sedili per la popolazione e aprirono scale di collegamento per un accesso più rapido. Sulle pareti restano graffiti, disegni e scritte lasciati dai siracusani che vi cercarono riparo durante i bombardamenti del 1943.
Il pozzo sotterraneo e il dibattito sul miqweh
Il livello più profondo è occupato da un pozzo di origine greca, attorno al quale, tra il XV e il XVI secolo, fu scavata una scala elicoidale che scende fino a una sorgente d’acqua dolce, a circa diciotto metri sotto il livello stradale. Lungo la tromba della scala si aprono finestre per l’illuminazione, e alla base si trova una vasca alimentata dalla stessa falda che alimenta la Fonte Aretusa. Il pozzo era già noto a Jean Houel, che lo descrisse e disegnò nel 1776 nel suo Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Malte et de Lipari, e fu studiato tra Otto e Novecento da Saverio Landolina e Giuseppe Capodieci.
La funzione originaria della struttura è oggetto di una controversia accademica aperta. Secondo l’archeologo Yonatan Adler (Ariel University) e la storica Nadia Zeldes (Ben Gurion University), che presentarono i loro studi in un convegno tenuto il 17 giugno 2019 a Palazzo Vermexio, si tratta di un autentico bagno rituale ebraico: a sostegno citano un’iscrizione ebraica di sei lettere rinvenuta presso la scala e la somiglianza con i miqwaot medievali europei, datando l’opera tra il 1391 e il 1492 e ipotizzando che i lavori restassero incompiuti per via dell’espulsione. Lo studio è stato pubblicato nella Revue des études juives (vol. 180, 2021).
Gli storici della Giudecca siracusana Angela Scandaliato e Nuccio Mulè sostengono invece, nel volume La chiesa di San Filippo Apostolo e il battistero di San Giovanni nella Giudecca di Siracusa (Giuntina, 2021), che la chiesa non fu mai una sinagoga e che l’ipogeo è un battistero cristiano; per loro la sinagoga del quartiere corrisponde all’odierna chiesa di San Giovannello. La medesima tesi è argomentata, sul piano architettonico, da David Cassuto sulla Rassegna Mensile di Israel. Anche l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane ha mantenuto un atteggiamento prudente, ricordando che l’unico bagno rituale ufficialmente riconosciuto a Siracusa è quello di via Alagona.
Il pozzo di San Filippo va infatti tenuto distinto dal miqweh più noto della città, quello di Casa Bianca in via Alagona 52, riportato alla luce nel 1989 dalla marchesa Amalia Daniele di Bagni sotto l’attuale residence «Alla Giudecca» e composto da una grande sala con vasche alimentate dalla falda; un terzo bagno ipogeo si trova in un’abitazione privata del vicolo dell’Olivo. La scoperta presentata nel 2019 ebbe ampia eco sulla stampa locale e internazionale, e negli anni successivi la Regione siciliana ha stanziato circa 331.500 euro per il restauro della facciata.
Accessibilità
Accessibilità motoria
Il percorso ipogeo si sviluppa su più livelli sotterranei e raggiunge i diciotto metri di profondità del pozzo unicamente attraverso scale ripide scavate nella roccia, prive di ascensori, montascale o rampe; la cripta stessa si raggiunge da una botola con scaletta. La discesa è inaccessibile in sedia a rotelle ed è sconsigliata a chi ha mobilità ridotta o problemi cardiaci e respiratori. Per analogia con il bagno di via Alagona, che ha struttura simile, il Comune segnala la presenza di barriere architettoniche e scale di accesso ripide. La sola chiesa al piano terra può risultare visitabile, salvo eventuali gradini sulla soglia.
Accessibilità visiva
Non risultano percorsi tattili, mappe in rilievo, materiali in Braille o audioguide dedicate. L’ambiente sotterraneo, con scala elicoidale stretta, dislivelli marcati e fondo irregolare, è oggettivamente impegnativo; l’illuminazione storica sfrutta le aperture scavate lungo il pozzo, integrata da quella artificiale. La visita avviene sempre con l’accompagnamento di una guida, utile per una persona ipovedente assistita da un accompagnatore.
Accessibilità uditiva
La visita è affidata alla spiegazione orale della guida. Non risultano supporti per persone sorde o ipoudenti, come pannelli testuali estesi, sottotitoli, interpretariato in lingua dei segni o sistemi a induzione magnetica.
Accessibilità cognitiva
Non sono disponibili materiali in lettura facilitata o percorsi semplificati. L’ambiente sotterraneo, stretto, buio e profondo, con una scala a chiocciola, può risultare disorientante o ansiogeno; chi soffre di claustrofobia valuti con attenzione la discesa al livello più basso.
Suggerimenti
L’inaccessibilità degli ipogei è in gran parte legata alla loro natura storica e difficilmente superabile. Sarebbe utile predisporre una documentazione alternativa per chi non può scendere — un percorso video o una ricostruzione virtuale dei tre livelli, con sottotitoli e descrizioni audio — oltre a materiali informativi in lettura facilitata e in Braille all’ingresso della chiesa.
Fonti
- Recupero, Margherita. «Siracusa, Chiesa di San Filippo Apostolo». Catalogo generale dei Beni Culturali (ICCD), 2021. Consulta online.
- Scandaliato, Angela – Mulè, Nuccio. La chiesa di San Filippo Apostolo e il battistero di San Giovanni nella Giudecca di Siracusa. Il ritorno della Memoria. Firenze, Giuntina, 2021. Consulta online.
- Scandaliato, Angela – Mulè, Nuccio. «Le chiese di San Giovanni Battista e San Filippo Apostolo nella giudecca di Siracusa: una rilettura delle fonti», in Il bagno ebraico di Siracusa. Palermo, Officina di Studi Medievali, 2014.
- Adler, Yonatan – Zeldes, Nadia – Engel, Edna. «A Recently Discovered Hebrew Inscription in a Structure Identified as a Jewish Ritual Bath in Syracuse, Sicily». Revue des études juives, vol. 180, 2021, pp. 41–70.
- Cassuto, David. «Il pozzo di San Filippo Apostolo è un miqweh? Lo sguardo di un architetto». La Rassegna Mensile di Israel, vol. 87, n. 2, UCEI/Giuntina, 2021.
- Nobile, Marco Rosario – Badalamenti, Maria Antonietta. «La scala del Bagno di Siracusa nella chiesa di San Filippo Apostolo». Lexicon. Storie e architettura in Sicilia e nel Mediterraneo, n. 29, Caracol, 2019.
- Giansiracusa, Paolo. Una ricognizione di notizie storico-artistiche: la chiesa di San Filippo Apostolo. Siracusa, 1986.
- Capodieci, Giuseppe Maria. Antichi monumenti di Siracusa. Siracusa, Pulejo, 1816.
- Privitera, Serafino. Storia di Siracusa antica e moderna. Napoli, 1878–1879.
- Mirabella, Vincenzo. Dichiarazioni della pianta dell’antiche Siracuse. Napoli, 1613.
- Acerra, Lucia. Siracusa: chiese, conventi e monasteri. Siracusa, Italia Nostra, 2012.
- Magnano, Pasquale. Memorie siracusane. Siracusa, Archivio storico della Curia arcivescovile, 1980.
- Falsaperla, Valeria – Romano, Michele. «San Filippo Apostolo», in Ortigia Sotterranea. Provincia regionale di Siracusa. Consulta online.
- Calvini, Angela. «Siracusa. Alla scoperta dei tesori sotterranei di san Filippo Apostolo». Avvenire, 13 giugno 2019. Consulta online.
- Catania, Gianni. «Siracusa. Lo studio: sì, c’è un miqweh sotto la chiesa di San Filippo Apostolo». Siracusa Oggi, 17 giugno 2019. Consulta online.
- «Un “miqweh” scoperto sotto la chiesa di San Filippo apostolo ad Ortigia». Giornale di Sicilia, 17 giugno 2019. Consulta online.
- Tercatin, Rossella. «Hebrew inscription discovered in ancient Jewish ritual bath in Sicily». The Jerusalem Post, 19 giugno 2019. Consulta online.
- «Il mikveh di Siracusa, necessario fare chiarezza». Moked (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane), 19 giugno 2019. Consulta online.
- «Chiesa di San Filippo Apostolo». Wikipedia, l’enciclopedia libera. Consulta online.
Scheda aggiunta da Alessandro Calabrò il 30 maggio 2026.
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