| Timoleonte | |
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| Statere d’argento col Pegaso, il tipo monetale corinzio che Timoleonte portò a Siracusa (344-337 a.C.). (Foto Classical Numismatic Group, CC BY-SA 3.0.) | |
| Nome greco | Τιμολέων (Timoléon) |
| Ruolo | Stratego e liberatore di Siracusa |
| Origine | Corinto |
| Nascita | Corinto, intorno al 411 a.C. |
| Morte | Siracusa, intorno al 337 a.C. |
| Epoca | IV secolo a.C. |
| Noto per | La liberazione di Siracusa dai tiranni; la vittoria del Crimiso |
Timoleonte (in greco Τιμολέων, Timoléon; Corinto, circa 411 a.C., morto a Siracusa intorno al 337 a.C.) fu uno stratego corinzio, ricordato come il liberatore di Siracusa. Inviato dalla madrepatria Corinto nel 344 a.C., in pochi anni rovesciò i tiranni che si contendevano la città, sconfisse i Cartaginesi nella grande battaglia del Crimiso, ripopolò Siracusa e la Sicilia greca e vi restaurò il governo delle leggi.
La sua impresa chiuse idealmente il cerchio aperto quattro secoli prima da Archia: di nuovo un corinzio salpava verso Ortigia per rifondare la città, questa volta liberandola dalla tirannide. I Siracusani lo onorarono in vita e, dopo la morte, come un secondo fondatore, con una tomba nell’agorà e giochi annuali. La sua figura, però, ci è giunta attraverso una tradizione largamente celebrativa, che tende a trasformare la cronaca in apologia.
Da Corinto: il dramma di Timofane

Timoleonte nacque a Corinto, da nobile famiglia, intorno al 411 a.C. Le fonti antiche lo dipingono come un uomo mite, amante della patria e nemico giurato della tirannide. La sua giovinezza fu segnata da un episodio terribile, che ne avrebbe condizionato tutta la vita. Suo fratello maggiore, Timofane, ricevuto da Corinto il comando di quattrocento mercenari per difendere la città, li usò invece per impadronirsi del potere, mettendo a morte senza processo i cittadini più in vista: si era fatto tiranno.
Timoleonte, che in battaglia aveva un tempo salvato la vita al fratello coprendolo con il proprio scudo, tentò più volte di convincerlo a deporre il potere. Di fronte al suo rifiuto ostinato, scelse la città contro il sangue. Sulla sua parte nell’uccisione di Timofane le fonti divergono: secondo la versione più nota, quella di Plutarco, Timoleonte restò in disparte con il volto coperto, in lacrime, mentre il cognato Eschilo e un indovino amico colpivano a morte il fratello; Cornelio Nepote lo vuole addirittura assente, mentre Diodoro gli attribuisce l’uccisione diretta, compiuta apertamente. In ogni versione, comunque, fu l’artefice morale del tirannicidio. Il gesto divise Corinto: molti lo esaltarono come liberatore, ma la madre Demariste gli chiuse la porta di casa, maledicendolo come fratricida. Schiacciato dal rimorso, Timoleonte meditò di lasciarsi morire di fame e si ritirò dalla vita pubblica per quasi vent’anni, secondo la tradizione plutarchea.
La chiamata di Siracusa (344 a.C.)
Mentre Timoleonte viveva nell’ombra, Siracusa precipitava nel caos. Dopo l’assassinio di Dione e il fallimento del sogno di Platone di una città retta dalla filosofia, la potenza costruita da Dionisio I si era sfaldata in una guerra di tutti contro tutti. Negli anni Quaranta del IV secolo tre forze si contendevano la città: Dionisio II, il figlio del grande tiranno, rientrato e asserragliato nell’isola di Ortigia; Iceta, signore di Leontini ma siracusano di nascita, che aveva sconfitto Dionisio e controllava quasi tutta la città; e i Cartaginesi, pronti a inghiottire la Sicilia greca con una grande flotta. La posizione di Iceta era ambigua fino al doppio gioco: eletto dai Siracusani come loro campione contro Dionisio, trattava in segreto con Cartagine e appoggiò l’ambasceria a Corinto scommettendo su un rifiuto, per poter poi consegnare la città ai Punici. Plutarco descrive una Siracusa quasi deserta, con l’erba che cresceva nell’agorà e i cavalli al pascolo nel foro: un’immagine retorica, ma efficace.
I Siracusani si rivolsero allora alla loro antica madrepatria, Corinto, non solo per il legame coloniale risalente alla fondazione di Archia, ma anche per la fama di Corinto come città amante della libertà e nemica dei tiranni. Corinto accettò di mandare aiuto, ma nessun cittadino di rango voleva assumersi un’impresa tanto rischiosa. Fu allora proposto il nome di Timoleonte. Mentre lo eleggevano, un cittadino di nome Telecleide lo ammonì con parole rimaste celebri: se avesse agito bene, lo avrebbero chiamato tirannicida; se male, fratricida. Era l’occasione per riscattare il sangue del fratello. Timoleonte salpò con una forza minima, circa settecento mercenari su una decina di navi, accompagnato da prodigi che la tradizione amplificò: il sogno delle sacerdotesse di Demetra e Kore, le dee patrone della Sicilia, la nave consacrata alle due divinità e una fiamma che, si disse, comparve in cielo a guidarne la rotta.
La liberazione di Siracusa

Già nello stretto i Cartaginesi tentarono di fermarlo: a Reggio, mentre gli ambasciatori punici gli intimavano di tornare indietro, i Reggini filo-greci inscenarono per le lunghe una finta assemblea, e Timoleonte sgusciò via di nascosto con le sue navi raggiungendo la Sicilia. Sbarcò a Tauromenio (Taormina), accolto dal signore filo-greco Andromaco, padre dello storico Timeo. Poi, con appena un migliaio di uomini contro i cinquemila di Iceta, lo sorprese e lo sconfisse presso Adranon, nell’entroterra etneo, piombando sul nemico mentre era a tavola: una vittoria insperata, con centinaia di morti e prigionieri, che convinse molte città siceliote a passare dalla sua parte.
L’esito decisivo arrivò da una mossa inattesa. Dionisio II, assediato in Ortigia dalle truppe di Iceta, preferì arrendersi a Timoleonte: gli consegnò la rocca con le armature per migliaia di uomini, le macchine da guerra e i tesori, e si ritirò a Corinto come privato cittadino, dove la tradizione moralistica, ripresa da Giustino, lo immaginò ridotto a fare il maestro di scuola. In meno di due mesi dallo sbarco la fortezza dei tiranni era in mano al liberatore. Restavano Iceta e i Cartaginesi: il comandante punico (Magone, secondo Plutarco) ritirò all’improvviso la sua grande flotta, in modo che gli antichi giudicarono inspiegabile, e tornato a Cartagine si tolse la vita. Iceta, rimasto solo, fu poi sconfitto, catturato e messo a morte; Timoleonte ebbe così il controllo dell’intera Siracusa, dall’isola di Ortigia ad Acradina ed Epipoli.
La battaglia del Crimiso (341 a.C.)

Cartagine rispose con una spedizione imponente, sbarcata a Lilibeo e guidata dai generali Asdrubale e Amilcare: le fonti antiche parlano di circa settantamila uomini, cifra quasi certamente gonfiata, con la cavalleria, i carri da guerra e il fiore dell’aristocrazia punica, i duemilacinquecento cittadini scelti che Diodoro chiama il «Battaglione Sacro». Timoleonte mosse loro incontro nella Sicilia occidentale con forze molto inferiori, appena cinque o sei mila uomini, ulteriormente ridotte alla vigilia dalla diserzione di mille mercenari guidati da Trasio.
Lo scontro avvenne nel 341 a.C. presso il fiume Crimiso, nei pressi di Segesta. Timoleonte colse i Cartaginesi mentre guadavano il fiume e attaccò quando solo metà dell’esercito era passata; la cavalleria di Demareto aggirò i carri da guerra per colpire la fanteria. Durante la battaglia si scatenò un violento temporale, con pioggia, grandine e fulmini in faccia ai Cartaginesi: l’acqua impantanò i carri e appesantì le pesanti corazze, mentre i Greci incalzavano. Fu una vittoria schiacciante. Il fiore dell’aristocrazia punica venne annientato quasi fino all’ultimo uomo, e il bottino fu enorme: le fonti, concordi su questo punto, parlano di duecento carri, mille corazze e diecimila scudi, oltre a migliaia di morti e prigionieri. A Cartagine fu il primo grande lutto cittadino da generazioni. Le spoglie furono dedicate agli dèi a Siracusa e nella madrepatria Corinto. La pace che seguì, intorno al 339 a.C., riportò il confine sul fiume Halykos, lasciando ai Greci la Sicilia centro-orientale e garantendole decenni di sicurezza.
Il secondo fondatore: riforme e rinascita

Padrone della città, Timoleonte compì un gesto carico di significato: fece abbattere dai cittadini stessi la rocca dei tiranni sull’isola di Ortigia, con i palazzi dei Dionisii, e sul suo sito fece erigere i tribunali. Dove era stato il cuore del potere personale sorgeva ora la sede della legge.
La città era semispopolata. Timoleonte lanciò un appello in tutto il mondo greco e richiamò coloni da Corinto, dalla Grecia e dall’Italia: le fonti parlano di decine di migliaia di nuovi cittadini, fino a sessantamila. Ridistribuì terre e case; fece rifondare Akragas da Megello e Feristo e Gela da Gorgo, e ripopolò altre città siceliote. Abbatté a uno a uno i tiranni minori dell’isola: Iceta, catturato e giustiziato, Mamerco di Catania, sconfitto e messo a morte, Ippone di Messana, mentre Leptine fu risparmiato e mandato a Corinto. Per il governo chiamò dalla madrepatria i legislatori Cefalo e Dionisio, che rinnovarono le antiche leggi di Diocle; la suprema magistratura eponima divenne l’amphipolos di Zeus Olimpio, sorteggiato ogni anno tra tre famiglie, un meccanismo pensato per impedire il ritorno di un uomo solo al potere. La ripresa fu anche economica: la nuova abbondante monetazione, dagli stateri corinzi col Pegaso ai bronzi con Zeus Eleutherios, e le tracce archeologiche di fattorie e tesori sepolti nella seconda metà del IV secolo documentano una rinascita che gli studiosi chiamano «timoleontea».
Ritiro, cecità e morte

Dopo circa otto anni di comando, compiuta l’opera, Timoleonte fece una scelta rara per un uomo al culmine del potere: depose ogni carica e restò a Siracusa come semplice cittadino. La città gli donò una casa e una tenuta, e da Corinto lo raggiunsero la moglie e i figli. In vecchiaia perse la vista, ma continuò a essere onorato e ascoltato: quando l’assemblea doveva decidere su questioni gravi, lo conducevano su un carro fino al teatro, e il popolo lo accoglieva con applausi prima di chiedergli il parere.
Quando due demagoghi, Lafistio e Demeneto, lo accusarono pubblicamente e i suoi amici volevano punirli, Timoleonte rispose che aveva tanto faticato proprio perché ogni siracusano potesse servirsi liberamente delle leggi e della parola. I suoi successi, diceva, li doveva alla buona sorte: nella sua casa consacrò un altare ad Automatia, la Fortuna. Morì intorno al 337 a.C. I Siracusani gli tributarono funerali solenni a spese pubbliche; il banditore proclamò che il popolo lo seppelliva avendo egli abbattuto i tiranni, vinto i barbari, ripopolato le città e restituito le leggi ai Sicelioti. Fu sepolto nell’agorà, un onore che spettava solo ai fondatori e ai benefattori eroizzati. Attorno alla tomba sorse un ginnasio con portici, il Timoleonteion, e furono istituiti giochi annuali con gare musicali, ippiche e ginniche: gli stessi onori da eroe che la città aveva tributato all’ecista Archia.
Le fonti
La fonte principale è la Vita di Timoleonte di Plutarco, accostata nelle Vite parallele a quella del romano Emilio Paolo, integrata dal racconto storico di Diodoro Siculo (libro XVI). Vi si aggiungono la breve biografia di Cornelio Nepote, gli Stratagemmi di Polieno e l’epitome di Giustino. Tutte queste opere dipendono in larga parte da una tradizione apologetica, che risale soprattutto a Timeo di Tauromenio, figlio di quell’Andromaco che aveva accolto Timoleonte: uno storico che, come gli rimproverava Polibio, lo lodava quasi più degli dèi. Per questo la figura del liberatore va letta tenendo conto del filtro celebrativo. Lo studio moderno di riferimento è R. J. A. Talbert, Timoleon and the Revival of Greek Sicily (1974).
Voci collegate
- Archia di Corinto, il primo fondatore corinzio di Siracusa
- Dionisio I, il tiranno la cui dinastia Timoleonte abbatté
- Agatocle, con cui la tirannide tornò una generazione dopo
- Teatro Greco di Siracusa e Fonte Aretusa, cuore della città che rifondò
Fonti e bibliografia
- Plutarco, Vita di Timoleonte
- Diodoro Siculo, Biblioteca storica, libro XVI
- Cornelio Nepote, Timoleon; Polieno, Stratagemmi, V, 12; Giustino, XXI, 5
- R. J. A. Talbert, Timoleon and the Revival of Greek Sicily, 344-317 B.C., Cambridge, 1974
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