| Gelone I | |
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| Gelone torna vincitore da Himera, in un dipinto di Giuseppe Carta (1853): del tiranno non resta alcun ritratto antico. (Pubblico dominio.) | |
| Nome greco | Γέλων (Gelon) |
| Ruolo | Tiranno di Gela, poi signore di Siracusa |
| Stirpe | Dinomenidi |
| Origine | Gela |
| Morte | Siracusa, 478 a.C. |
| Epoca | V secolo a.C. (signore di Siracusa dal 485 a.C.) |
| Noto per | La vittoria di Himera (480 a.C.); l’ascesa di Siracusa a grande potenza |
Gelone I (in greco Γέλων, Gelon; nato a Gela nella seconda metà del VI secolo a.C., morto a Siracusa nel 478 a.C.) fu un condottiero della famiglia dei Dinomenidi, tiranno di Gela e poi signore di Siracusa, che egli trasformò nella maggiore potenza della Sicilia greca. La sua vittoria sui Cartaginesi a Himera, nel 480 a.C., gli diede fama di salvatore della grecità d’Occidente e segnò l’apogeo della città.
Le fonti antiche, da Erodoto a Diodoro Siculo, lo ricordano come il migliore dei tiranni di Sicilia: spietato nel conquistare il potere e nel deportare intere popolazioni, ma poi mite e amato, al punto da essere acclamato re dal popolo che avrebbe potuto opprimere. A lui si deve l’ingresso di Siracusa nella grande storia del Mediterraneo, eredità che i fratelli e i tiranni successivi avrebbero raccolto.
Da Gela a Siracusa

Gelone, figlio di Dinomene, apparteneva a una nobile famiglia di Gela che vantava origini nell’isola egea di Telos e deteneva per tradizione un sacerdozio ereditario delle divinità ctonie, identificate con Demetra e Kore. Lo aveva ottenuto, narra Erodoto, l’antenato Telines, che aveva ricondotto in patria dei Geloi esuli servendosi soltanto degli oggetti sacri di quelle dee, ricevendone in cambio, per sé e i discendenti, la carica di sacerdote. Gelone aveva tre fratelli, Gerone (Ierone), Polizelo e Trasibulo, con i quali avrebbe formato la rete di potere dei Dinomenidi.
Iniziò la carriera come comandante della cavalleria del tiranno geloo Ippocrate, sotto il quale Gela soggiogò Nasso, Zancle, Leontini e altre città, e sconfisse perfino Siracusa al fiume Eloro: solo l’intervento di Corinto e Corcira salvò allora la città, che dovette cedere Camarina. Alla morte di Ippocrate, intorno al 491 a.C., Gelone fu incaricato di tutelare i figli del tiranno, ma se ne servì per impadronirsi del potere e farsi tiranno di Gela. Da privato aveva intanto coltivato anche il prestigio sportivo dell’aristocrazia: nel 488 a.C. vinse la corsa delle quadrighe a Olimpia.
La svolta arrivò pochi anni dopo. A Siracusa l’aristocrazia terriera dei Gamoroi, cacciata dal popolo e dai servi indigeni Killyrioi, chiese aiuto a Gelone: egli entrò in città intorno al 485 a.C. senza combattere e ne divenne signore. Comprese subito che Siracusa, con i suoi porti, valeva più di Gela, e vi trasferì la sede del suo potere, affidando Gela al fratello. Per ingrandirla ricorse a giganteschi trasferimenti di popolazione: vi deportò metà degli abitanti di Gela, rase al suolo Camarina spostandone tutti i cittadini, e fece lo stesso con Megara Iblea ed Eubea, concedendo la cittadinanza ai ricchi e vendendo come schiavo il popolo minuto, che Erodoto dice egli giudicasse «sgradevolissimo da avere accanto»; anche Tucidide ricorda questi spopolamenti di Camarina e di Megara Iblea. Consolidò infine la sua posizione con un matrimonio dinastico: sposò Demarete, figlia di Terone, tiranno di Akragas, sigillando l’alleanza tra le due maggiori potenze greche dell’isola.
L’ambasceria dei Greci (481 a.C.)
Alla vigilia dell’invasione di Serse, nel 481 a.C., la lega greca guidata da Sparta e Atene inviò ambasciatori a Siracusa: Gelone era ormai, per ricchezza e forze, il più potente signore del mondo greco. Secondo Erodoto, egli offrì un contributo straordinario, duecento navi da guerra, ventimila opliti e migliaia tra cavalieri, arcieri e frombolieri, oltre al grano per tutto l’esercito greco fino alla fine della guerra. Pose però una condizione: il comando supremo della spedizione.
Gli Spartani, per bocca dell’ambasciatore Siagro, rifiutarono sdegnati di cedere il comando. Gelone allora ridusse la pretesa, offrendosi di guidare soltanto le forze di terra o soltanto la flotta, ma anche così gli Ateniesi negarono la guida navale. Gelone ritirò l’offerta, congedando gli ambasciatori con una battuta rimasta celebre: dall’anno dei Greci, disse, era stata tolta la primavera. Erodoto aggiunge, con prudenza, che il tiranno avrebbe comunque mandato a Delfi un uomo di fiducia, Cadmo, con tre navi cariche di tesori, pronto a sottomettersi a Serse se i Persiani avessero vinto. La tradizione siceliota offriva però un’altra spiegazione del suo mancato intervento: Gelone non poté soccorrere la Grecia perché impegnato, proprio in quei mesi, nella sua guerra contro Cartagine.
La battaglia di Himera (480 a.C.)

L’occasione dello scontro nacque da una lite tra tiranni: Terillo, cacciato da Himera da Terone di Akragas, e il genero Anassilao di Reggio chiamarono in aiuto Cartagine, che colse il pretesto per intervenire in Sicilia. Una spedizione imponente, comandata da Amilcare figlio di Annone, sbarcò nell’isola; le fonti parlano di trecentomila uomini, cifra enormemente gonfiata. Persa nella tempesta soprattutto la flotta che trasportava i cavalli, Amilcare pose due accampamenti, uno navale e uno terrestre, presso Himera. Gelone accorse in soccorso dell’alleato Terone con un grande esercito, circa cinquantamila fanti e cinquemila cavalieri.
La vittoria arrivò con uno stratagemma. Rimasto a corto di cavalleria, Amilcare l’aveva chiesta agli alleati Selinuntini; Gelone intercettò la lettera in cui essi promettevano di inviarla in un giorno stabilito e, in quel giorno, mandò i propri cavalieri spacciandoli per i rinforzi attesi. Entrati nel campo navale, essi uccisero Amilcare mentre offriva un sacrificio e diedero fuoco alle navi; allo stesso segnale l’esercito greco attaccò, travolgendo i Cartaginesi. Sulla morte del comandante le fonti divergono: per Erodoto, vista la disfatta, Amilcare si gettò nel fuoco del sacrificio e scomparve; per Diodoro fu ucciso nell’assalto. Fu una vittoria schiacciante. La pace impose a Cartagine un’enorme indennità, duemila talenti d’argento, e l’obbligo di costruire due templi dove custodire le copie del trattato; con parte del bottino Gelone dedicò a Delfi un tripode d’oro. I moltissimi prigionieri furono ridotti in schiavitù e impiegati nei grandi cantieri dei templi siciliani, come il colossale tempio di Zeus Olimpio di Akragas. La tradizione greca volle Himera combattuta lo stesso giorno di Salamina, o delle Termopili, facendo di Gelone il difensore dei Greci d’Occidente mentre la madrepatria respingeva i Persiani.

Lo scavo archeologico del sito di Himera ha confermato la portata dello scontro, riportando alla luce sepolture di cavalli e fosse comuni con i caduti del 480 a.C.; le analisi sui resti hanno mostrato che una larga parte dei combattenti schierati dai Greci era costituita da mercenari stranieri, un dettaglio che le fonti antiche, tutte concentrate sulla gloria di Gelone, avevano taciuto.
Il re benefattore

Della popolarità di Gelone resta una scena memorabile, raccontata da Diodoro. Dopo Himera il tiranno si presentò disarmato, in semplice veste, davanti all’assemblea dei Siracusani convocata in armi, rese conto del suo operato e si offrì di deporre il potere; il popolo, invece di accettare, lo acclamò benefattore, salvatore e re. L’episodio fece di lui il modello del tiranno mite, contrapposto ai despoti crudeli che lo avrebbero seguito.
Al suo nome, attraverso la moglie, è legata una delle monete più celebri dell’antichità: il Damareteion, un grande decadramma d’argento. Secondo Diodoro, i Cartaginesi riconoscenti donarono a Demarete una corona d’oro, e da quell’oro fu coniata la moneta; i tipi, la testa di una divinità femminile coronata tra delfini e la quadriga con la Vittoria, sono celebri, mentre la datazione resta discussa: gran parte dei numismatici colloca oggi la moneta intorno al 470-465 a.C., piuttosto che subito dopo Himera. Con il bottino e i prigionieri di guerra Gelone finanziò grandi opere sacre: a Siracusa il tempio di Demetra e Kore e, secondo la tradizione, il tempio di Athena sull’isola di Ortigia, le cui colonne doriche sono ancora visibili dentro il Duomo. Una tradizione più tarda, riferita da Plutarco, gli attribuisce anche di aver imposto ai Cartaginesi, nel trattato di pace, di cessare i sacrifici dei bambini.

Il suo fu comunque un potere personale, fondato sui mercenari, sulla cavalleria aristocratica e sui nuovi cittadini insediati con le deportazioni. Sotto di lui Siracusa raggiunse una potenza militare ed economica mai vista in Sicilia, con un grande esercito e una flotta numerosa. Il grande mecenatismo verso i poeti, da Pindaro a Bacchilide, sarebbe stato soprattutto opera del fratello e successore Gerone I.
Morte ed eredità
Gelone morì nel 478 a.C., dopo circa sette anni di dominio su Siracusa, consumato da una malattia che la tradizione erudita indica come idropisia. Per testamento lasciò il potere al fratello Gerone I. Egli stesso aveva disposto per sé un funerale sobrio, nel rispetto di una legge suntuaria che aveva voluto; ma i Siracusani, riconoscenti, gli tributarono onori da eroe: ne accompagnarono il corpo per un lungo tratto e lo seppellirono nella tenuta della moglie, in un sepolcro monumentale celebre per le sue nove torri, l’Enneapyrgia. Di quel monumento le fonti raccontano una doppia rovina: i Cartaginesi, in una successiva spedizione contro Siracusa, ne distrussero la tomba, e fu poi Agatocle, per invidia, a farne abbattere le torri.
A Gelone successe il fratello Gerone I (478-467 a.C.), grande mecenate ma sovrano più duro, in rivalità con l’altro fratello Polizelo, che ne sposò la vedova Demarete e riparò presso Terone di Akragas; il figlio di Gelone era ancora un bambino. La dinastia dinomenide durò ancora pochi anni: l’ultimo fratello, Trasibulo, governò con tale violenza da essere rovesciato nel 466 a.C., e a Siracusa subentrò la democrazia. Il ricordo di Gelone, però, restò quello del fondatore della grandezza siracusana: oltre un secolo dopo, quando Timoleonte fece abbattere le statue dei tiranni, quella di Gelone fu l’unica risparmiata, in segno di gratitudine per ciò che aveva fatto per la città.
Le fonti
La fonte cardine è Erodoto (Storie, VII, 153-167), che racconta le origini, la presa di Gela e di Siracusa, l’ambasceria del 481 e Himera. La narrazione storica continua è in Diodoro Siculo (Biblioteca storica, libro XI, in particolare i capitoli 20-26 sulla battaglia, 38 sulla morte e gli onori eroici, 67-68 sulla fine della dinastia). Tucidide (VI, 4-5) documenta le fondazioni e i trasferimenti di popolazione, e accenni si trovano in Pindaro e negli scolî e nella Politica di Aristotele. Tutte queste fonti risentono della tradizione favorevole ai Dinomenidi, mediata da storici sicelioti come Timeo. Tra gli studi moderni: H. Berve, Die Tyrannis bei den Griechen (1967); D. Asheri, nei volumi IV-V della Cambridge Ancient History; e gli scavi di S. Vassallo sul campo di battaglia di Himera.
Voci collegate
- Gerone I, il fratello che gli succedette e portò Siracusa al suo apice culturale
- Dionisio I e Agatocle, i tiranni che ne raccolsero l’eredità di potenza
- Timoleonte, che ne risparmiò la statua abbattendo quelle degli altri tiranni
- Fonte Aretusa, simbolo della Siracusa che Gelone rese grande
Fonti e bibliografia
- Erodoto, Storie, VII, 153-167
- Diodoro Siculo, Biblioteca storica, XI, 20-26, 38, 67-68
- Tucidide, La guerra del Peloponneso, VI, 4-5
- H. Berve, Die Tyrannis bei den Griechen, Monaco, 1967
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