Ierone II

Re di Siracusa (circa 270-215 a.C.), artefice di mezzo secolo di pace e prosperità: alleato fedele di Roma, riformatore con la Lex Hieronica, mecenate di Archimede e committente della nave Syracusia e della grande Ara.
Aggiornato in data 6 Giugno 2026 da Alessandro Calabrò
PersonaggioIerone II · Ἱέρων
Moneta d'argento da 32 litre col ritratto diademato del re Ierone II di Siracusa

Il volto di Ierone II su un argento da 32 litre. Della sua effigie non resta alcuna scultura: la moneta è l’unica immagine del re. (Münzkabinett, Berlino; foto ArchaiOptix, CC BY-SA 4.0)
Nome grecoἹέρων (Hierōn)
TitoloRe (basileus) di Siracusa
NascitaSiracusa, circa 308 a.C.
MorteSiracusa, 215 a.C. (fine 216 / inizio 215), a oltre 90 anni
Regnocirca 270-215 a.C. (re dal 269/265 a.C.), circa 54 anni
PadreIerocle (presunta discendenza da Gelone)
MoglieFilistide (basilissa)
FigliGelone (premorto), Demarata, Eraclea
Successoreil nipote Geronimo
Noto perAlleanza con Roma · Lex Hieronica · mecenate di Archimede · la nave Syracusia · l’Ara di Ierone
Fonti antichePolibio, Livio, Diodoro, Cicerone, Teocrito, Ateneo
WikidataQ313675

Ierone II (in greco Ἱέρων, Hierōn; Siracusa, circa 308 a.C. – Siracusa, 215 a.C.) fu re di Siracusa per circa mezzo secolo e l’ultimo grande sovrano della città greca prima della conquista romana. Salito al potere come ufficiale dopo la partenza di Pirro, governò dal 270 circa fino alla morte assicurando alla Sicilia sud-orientale un periodo di pace e prosperità senza precedenti. Alleato fedele di Roma, riformatore fiscale con la Lex Hieronica, mecenate del suo concittadino Archimede, committente della colossale nave Syracusia e della più grande ara dell’antichità, Ierone è ricordato dalle fonti antiche come il modello del sovrano ellenistico saggio e benefico.

Polibio, che ne raccolse una tradizione ancora viva, ne diede un ritratto di rara ammirazione: in cinquantaquattro anni di regno mantenne la pace e conservò il potere senza congiure, e si era fatto re “senza uccidere, esiliare o danneggiare un solo cittadino”. A questa immagine di buon governo Ierone affiancò una sistematica costruzione dell’immagine regale, attraverso la moneta dinastica, l’epigrafia monumentale e un grande programma edilizio incentrato sul culto di Zeus. Con la sua morte, e la rovinosa rottura con Roma del nipote Geronimo, si chiuse l’ultimo periodo di libertà e di splendore di Siracusa.

L’ascesa al potere

Bronzo di Ierone II con il ritratto del re al dritto e un cavaliere con la lancia al rovescio
Bronzo di Ierone II: al dritto la testa diademata del re, al rovescio il cavaliere con la lancia, tipo che richiama la cavalleria su cui Ierone fondò la sua ascesa. (Münzsammlung, Monaco; foto ArchaiOptix, CC BY-SA 4.0)

Ierone era figlio illegittimo del nobile siracusano Ierocle, che vantava una discendenza da Gelone, il tiranno deinomenide vincitore a Imera nel 480 a.C. (Giustino XXIII.4; Zonara VIII.6). La tradizione lo vuole nato da una serva e allevato con cura dopo presagi favorevoli. Distintosi come ufficiale al servizio di Pirro, quando il re epirota lasciò la Sicilia nel 275 a.C. l’esercito siracusano lo elesse comandante insieme ad Artemidoro, durante una contesa civica, scelta poi ratificata dal popolo (Polibio I.8-9). Ierone consolidò la propria posizione sposando Filistide, figlia di Leptine, il cittadino più influente della città, e cementando così l’alleanza con l’aristocrazia siracusana.

Sbarazzatosi con un accorto stratagemma delle truppe mercenarie più turbolente, sconfisse i Mamertini, una banda di mercenari campani che si era impadronita di Messina, in una battaglia presso il fiume Longano (circa 270 a.C.), dove un esercito di circa undicimila uomini ebbe ragione degli ottomila fanti e novecento cavalieri mamertini e ne catturò il capo. L’intervento di una flotta cartaginese salvò però Messina, impedendo a Ierone di prenderla: fu l’antefatto della crisi che avrebbe trascinato l’isola nella prima guerra punica. Al ritorno a Siracusa Ierone fu acclamato re; l’assunzione formale del titolo è datata dalle cronologie tra il 269 e il 265 a.C. La data esatta resta incerta nelle fonti, che oscillano tra la vittoria al Longano e gli anni immediatamente successivi.

Tra Cartagine e Roma

Carta della Sicilia sotto Ierone II, con il regno di Siracusa nella parte orientale dell'isola
La Sicilia al tempo di Ierone II: il regno di Siracusa (in colore) occupava l’angolo sud-orientale dell’isola, fino a Tauromenio, durante la prima guerra punica. (Cristiano64, CC BY-SA 3.0)

Lo scontro con i Mamertini trascinò Siracusa nella prima guerra punica. Inizialmente Ierone si schierò con Cartagine contro Roma, ma battuto dal console Appio Claudio nel 264 a.C. e con il territorio devastato dai consoli del 263, scelse la via dell’accordo. Il trattato di pace del 263 a.C. gli lasciò la Sicilia sud-orientale fino a Tauromenio, gli impose la restituzione dei prigionieri e un’indennità di cento talenti, secondo alcune fonti venticinque subito e il resto in quindici rate annuali (Polibio I.11-16; Zonara VIII.9). Roma accettò la pace soprattutto per assicurarsi i rifornimenti, e nel 248 a.C. il trattato fu reso permanente.

Da quel momento e fino alla morte, per circa cinquant’anni, Ierone fu l’alleato più fedele di Roma, rifornendola di grano, denaro, macchine e truppe. Già nella prima guerra punica inviò vettovaglie ad Agrigento, macchine d’assedio a Camarina, soccorso ai naufraghi, navi al console Aurelio Cotta e appoggio all’assedio di Lilibeo; la sua protezione fu inclusa nel trattato del 241 che chiuse la guerra (Polibio I.18, I.62). La sua lealtà divenne proverbiale anche nella seconda guerra punica. Dopo la disfatta romana del Trasimeno (217 a.C.) inviò a Roma una Vittoria d’oro di duecentoventi libbre, poi dedicata sul Campidoglio nel tempio di Giove, insieme a trecentomila moggi di frumento e duecentomila di orzo, e mille arcieri e frombolieri (Livio XXII.37); il Senato lo lodò come “uomo buono e alleato raro” che dall’inizio dell’amicizia aveva serbato una lealtà incrollabile. Continuò a sostenere Roma persino dopo la catastrofe di Canne (216 a.C.), rifornendo il propretore Tito Otacilio poco prima di morire.

La sua diplomazia non guardava solo a Roma. Dopo il terremoto di Rodi del 226 a.C., Ierone e il figlio Gelone donarono settantacinque talenti d’argento per il ginnasio e altre somme per i sacrifici e per attrarre nuovi cittadini, fino a un totale di cento talenti, oltre a calderoni d’argento, l’esenzione doganale ai mercanti rodii e cinquanta catapulte di tre cubiti, ed eressero nel mercato di Rodi un gruppo statuario raffigurante il Popolo di Rodi incoronato dal Popolo di Siracusa (Polibio V.88): un gesto che univa generosità e propaganda del prestigio siracusano sulla scena ellenistica.

La Lex Hieronica e la ricchezza del grano

La prosperità del regno poggiava sul frumento. Il sistema fiscale di Ierone, passato alla storia come Lex Hieronica, prelevava una decima, il dieci per cento del raccolto, appaltata ogni anno ai decumani con regole eque verso i contadini. Il meccanismo era preciso: i coltivatori dichiaravano la semente (professiones), poi concordavano sull’aia con gli appaltatori la quantità dovuta (pactiones), registrata in archivi annuali con nomi e quantità. Sette città dell’isola ne erano esentate, tra cui Centuripe, Halaesa, Segesta, Palermo, Tauromenio e Messana. Il sistema era tanto efficiente da essere conservato integralmente dai Romani dopo l’annessione dell’isola, e ci è noto soprattutto attraverso le orazioni di Cicerone contro Verre (In Verrem II.2-3).

Alcuni studiosi ritengono che il modello derivasse a sua volta dalla tassazione granaria dell’Egitto tolemaico, con possibili influenze anche del sistema cartaginese della Sicilia occidentale (Carcopino). Sotto Ierone la Sicilia si avviò a diventare il “granaio di Roma”: un decimo del grano siciliano avrebbe poi alimentato le guarnigioni e le armate romane d’oltremare. L’efficienza amministrativa del regno è confermata dall’archeologia: granai e uffici di età ieroniana sono stati riportati alla luce nell’agora di Morgantina.

Un re tra i cittadini

Ciò che colpiva gli antichi era il modo del suo potere. Pur essendo re, Ierone vestiva da semplice cittadino, si mostrava senza guardie e continuò a consultare le assemblee e il senato di Siracusa; avrebbe perfino voluto deporre la corona, ma fu dissuaso (Polibio VII.8; Livio XXIV.4-5). Polibio ne fa il modello del buon governo ellenistico, lontano dai tiranni che lo avevano preceduto: in cinquantaquattro anni di regno mantenne la pace e il potere senza congiure, e visse oltre i novant’anni, novantadue secondo Luciano, conservando intatte le facoltà, segno agli occhi degli antichi di una vita temperata.

A questa sostanza di buon governo la corte affiancò una costruzione sistematica dell’immagine regale, con tre strumenti convergenti: la moneta dinastica, l’epigrafia monumentale del teatro e l’edilizia sacra incentrata su Zeus. Insieme dicevano una cosa sola: una basileia legittima, devota agli dèi e dinasticamente continua.

La monetazione dinastica

Dracma d'oro di Siracusa coniata sotto Ierone II, con la testa di Kore e un auriga su biga
Dracma d’oro coniata sotto Ierone II: testa di Kore coronata di spighe e auriga su biga, con la leggenda ΙΕΡΩΝΟΣ. (Münzsammlung, Monaco; foto ArchaiOptix, CC BY-SA 4.0)

Dal 269 a.C. circa la zecca siracusana adottò tipi pienamente ellenistici, con il ritratto del re e dei membri della famiglia reale e il titolo regale: una vera monetazione dinastica, emessa a nome di diversi membri della casa (Ierone, Filistide, Gelone) sul modello dei regni d’Oriente, che colloca la Siracusa del III secolo tra gli interlocutori dei grandi sovrani ellenistici, in primo luogo l’Egitto tolemaico. Comparvero argenti (pezzi da otto e da sedici litre, tetradrammi, su uno standard di peso ridotto a circa 5,7 grammi), rare emissioni d’oro come didrammi e dramme, e un’ampia serie di bronzi, fra cui i comunissimi pezzi con Poseidone e il tridente fra due delfini.

Dritto di un decadramma d'argento di Siracusa coniato sotto Ierone II con la testa di Persefone
Una grande moneta d’argento di età ieroniana: al dritto la testa di Persefone coronata di spighe, con una cornucopia dietro la nuca, di altissima qualità incisoria. (International Numismatic Club, CC BY-SA 4.0)

Il ritratto del re, diademato, accompagna la leggenda ΙΕΡΩΝΟΣ (talora ΒΑΣΙΛΕΟΣ ΙΕΡΩΝΟΣ, “del re Ierone”); i rovesci ricorrenti sono il cavaliere, tipo distintivo del regno che richiama la cavalleria, e il gruppo di Poseidone col tridente, ma compaiono anche Atena con l’elmo corinzio e Pegaso, Demetra e Kore, e la Nike sulla quadriga. Anche il figlio Gelone ebbe le sue emissioni a ritratto, con doppia leggenda ΣΥΡΑΚΟΣΙΟΙ ΓΕΛΩΝΟΣ (“i Siracusani, di Gelone”) e in alcuni casi la sigla BA, sciolta variamente come basileus o “argento regio”.

Poiché non sopravvive alcun ritratto scultoreo dei sovrani, la moneta resta l’unica effigie di Ierone e della sua casa. Per questo l’attribuzione dei vari ritratti diademati, e la datazione delle serie, sono una questione numismatica viva: aperta da Joseph Eckhel nel 1792 e in larga parte sistemata in epoca moderna dalla scuola di Messina (Maria Caccamo Caltabiano e collaboratori, 1997). La moneta fu, insieme all’epigrafia e all’edilizia sacra, una delle tre leve con cui la corte costruì l’immagine di una basileia legittima e devota.

Filistide e la famiglia reale

Tetradramma d'argento con la regina Filistide velata e diademata, e Nike su quadriga al rovescio
Tetradramma della regina Filistide, moglie di Ierone II: busto velato e diademato, e al rovescio Nike sulla quadriga con la leggenda ΒΑΣΙΛΙΣΣΑΣ ΦΙΛΙΣΤΙΔΟΣ, “della regina Filistide”. (Classical Numismatic Group, CC BY-SA 2.5)

La regina Filistide ebbe un rilievo eccezionale. Le sue monete, di finissima fattura e battute soprattutto tra il 218 e il 214 a.C., la ritraggono velata e diademata, nello stile delle regine tolemaiche Arsinoe II e Berenice II, con la leggenda regale ΒΑΣΙΛΙΣΣΑΣ ΦΙΛΙΣΤΙΔΟΣ e, al rovescio, la Nike sulla quadriga. È la prima donna reale storicamente documentata effigiata su una moneta siciliana, non una dea o una personificazione ma una sovrana in carne e ossa: una finestra rara sull’autorità femminile in una corte greca d’Occidente. Anche di lei, come del marito, non resta alcuna scultura: la moneta e il suo nome inciso nel teatro sono la sola immagine che ci è giunta.

Argento da 16 litre con il ritratto velato della regina Filistide di Siracusa
Un argento da 16 litre con la regina Filistide: la testa velata e diademata e, al rovescio, la Nike sulla quadriga. (Altes Museum, Berlino; foto Sailko, CC BY 3.0)

Il figlio Gelone fu associato al trono e designato successore, ma la sua regalità rimase nominale: la qualifica di basileus gli è attribuita soltanto dalle iscrizioni e dalle monete, mai dalle fonti letterarie, e Gelone morì prima del padre (Polibio VII.8). Aveva sposato la principessa epirota Nereide, anch’essa detta regina solo nell’epigrafe del teatro e mai effigiata su moneta. Le due figlie di Ierone, Demarata, sposa di Adranodoro, ed Eraclea, sposa di Zoippo, legarono la casa reale ad altre famiglie di primo piano. Alla morte di Ierone, scomparso ormai anche Gelone, la corona passò al giovane nipote Geronimo, figlio di Gelone, e con lui la dinastia precipitò nella catastrofe.

Il mecenatismo: Archimede e Teocrito

La corte di Ierone fu un polo di cultura e di tecnica. Il legame più celebre è quello con Archimede, suo concittadino e, secondo Plutarco, parente: il re ne impiegò il genio per le macchine da guerra che avrebbero difeso la città durante l’assedio romano e per imprese ingegneristiche straordinarie. A Ierone è legato anche l’aneddoto della corona d’oro, l’occasione che secondo la tradizione portò Archimede a formulare il principio dell’idrostatica, e l’invenzione del meccanismo con cui lo scienziato varò la gigantesca nave del re.

Sul versante letterario, il poeta siracusano Teocrito gli dedicò l’Idillio XVI, le Cariti, un encomio composto intorno al 275-274 a.C., mentre Ierone si preparava ad affrontare i Cartaginesi e tutte le speranze degli isolani erano riposte nel suo valore. L’idillio descrive la floridezza di Siracusa e cerca la protezione del sovrano, ma il tentativo del poeta di entrare nella corte di Ierone non andò a buon fine: Teocrito si trasferì poi ad Alessandria, dove trovò mecenate in Tolomeo II Filadelfo, cui dedicò l’Idillio XVII. La Cariti resta perciò una preziosa testimonianza letteraria del prestigio della Siracusa ieroniana, più che la prova di un mecenatismo realizzato.

La nave Syracusia

L’opera più spettacolare del regno fu la Syracusia, la nave da carico più grande dell’antichità, fatta costruire da Ierone verso il 240 a.C. dall’architetto Archia di Corinto sotto la supervisione di Archimede. Un palazzo galleggiante con giardini, un tempio di Afrodite, una biblioteca, un bagno con vasche di bronzo e otto torri armate, descritto da Ateneo che cita l’opera perduta di Moschione (Deipnosofisti V). Troppo grande per i porti siciliani, la nave fu donata da Ierone a Tolomeo III d’Egitto con un grande carico di grano, durante una carestia egiziana, e ribattezzata Alexandris. Il dono univa le tre costanti della politica ieroniana: il prestigio, la diplomazia e il commercio del grano.

Il programma edilizio: l’Ara, il Teatro, l’Olympieion

Ierone adornò Siracusa di monumenti, con un fervore edilizio che gli studiosi leggono come costruzione di un’immagine regale ellenistica, ancorata al culto di Zeus. Si parla talvolta di una “architettura ieronica” come stile a sé. Va però usata cautela: il fervore è un fatto, ma l’idea di un piano edilizio centralizzato e unitario resta un’interpretazione moderna, e parte della critica avverte che non vi sono prove di un programma pianificato. Resta certo che il re vestì la propria basileia di una scenografia sacra e monumentale.

I resti del basamento dell'Ara di Ierone II, scavato nella roccia, alla Neapolis di Siracusa
Il basamento dell’Ara di Ierone II alla Neapolis: lungo quasi duecento metri, è ciò che resta del più grande altare dell’antichità. (Foto: Sailko, CC BY-SA 3.0)

L’opera maggiore è la grande Ara di Ierone II, l’altare monumentale della Neapolis, il più grande noto dell’antichità. L’altare vero e proprio era lungo 195,8 metri, pari a uno stadio dorico esatto, da cui l’iperbole “lungo uno stadio”, e largo 20,85 metri; il basamento misura 199 per 22,5 metri. Il monumento era articolato su due livelli di altezza diversa, circa sei metri nella metà occidentale e quasi undici in quella orientale, e vi si accedeva da due rampe alle estremità nord e sud, fiancheggiate da telamoni, le figure atlantidi di sostegno di cui restano in situ i piedi. L’altare e la piazza antistante erano racchiusi da una stoà, un portico a U, e il complesso comprendeva una grotta naturale, un propylon e una vasca; la metà settentrionale poggiava in parte su una cavità sotterranea. Serviva a grandi sacrifici pubblici.

Una precisazione si impone, perché è l’errore più diffuso nelle fonti divulgative. Il monumento che si vede oggi è opera ellenistica di Ierone II, del III secolo a.C., databile dopo il 235 e contemporaneo all’ultima fase del vicino teatro; non va confuso con la festa delle Eleutheria e il sacrificio dei 450 buoi, che risalgono al 466 a.C., all’orizzonte di Ierone I e della repubblica siracusana, dopo la cacciata del tiranno Trasibulo, due secoli e mezzo prima (Diodoro XI.72 per la festa; XVI.83 per l’altare ieroniano). I 450 buoi appartengono dunque alla tradizione festiva, non al cantiere di Ierone II. Anche la dedica è discussa: tradizionalmente a Zeus Eleutherios, “il liberatore”, ma alcuni studiosi propongono Zeus Olimpio, più coerente con un monarca che faceva del culto di Zeus l’asse della propria ideologia (Lehmler).

Fotografia storica di fine Ottocento dell'Ara di Ierone II a Siracusa
L’Ara di Ierone II in una fotografia di Giovanni Crupi della fine del XIX secolo, prima dei restauri moderni.

L’altare fu scavato sistematicamente da Robert Koldewey e Otto Puchstein nel 1893. Della sua alzata in blocchi non resta quasi nulla: la pietra fu cavata e asportata progressivamente dalla tarda antichità in poi, e da ultimo, tra il XV e il XVI secolo, riutilizzata per le fortificazioni spagnole di Ortigia. Oggi sopravvive il solo basamento scolpito nella roccia viva del colle Temenite, nel cuore del Parco archeologico della Neapolis.

Veduta della cavea del Teatro Greco di Siracusa, scavata nella roccia
La cavea del Teatro Greco di Siracusa, ricostruita nella forma attuale sotto Ierone II. (Foto: AlexanderVanLoon, CC BY-SA 3.0)

Accanto all’ara, Ierone monumentalizzò il Teatro Greco, ricostruito nella forma attuale nella seconda metà del III secolo a.C., con una cronologia ristretta dagli studiosi tra il 238 e il 215. La grande cavea, larga 138,6 metri e tra le maggiori del mondo greco, contava in origine sessantasette gradini divisi in nove settori da scalinate, con un corridoio mediano, il diazoma, che la tagliava a metà. Proprio sui blocchi del diazoma, al centro di ciascuno dei nove settori, su superfici appositamente lisciate, sono incisi a grandi lettere e al caso genitivo i nomi della dinastia regnante affiancati a divinità: a sinistra la regina Nereide, la regina Filistide, il re Ierone e il figlio Gelone; al centro Zeus Olimpio; a destra l’eroe Eracle Kraterophron, “dal cuore forte”, invocato come antenato mitico (i settori restanti sono perduti). È il principale elemento che data l’intervento e, accostando la famiglia reale a Zeus e agli eroi, funziona come un vero programma ideologico della monarchia, oltre che, probabilmente, come segnaletica dei settori per l’afflusso del pubblico (edizione di A. Dimartino, 2017). Sopra la cavea l’intervento ieronico comprese una stoà e una terrazza porticata, con un’area sacra e una grotta-ninfeo identificata con il Mouseion, il santuario delle Muse.

Al regno appartengono anche un Olympieion, tempio di Zeus Olimpio eretto nell’agora cittadina, dato eccezionale perché il più antico tempio del dio sorgeva ai margini della città (Diodoro XVI.83; Cicerone, Verrine; Livio XXIV.21), oltre a portici, ginnasi e templi, e alle opere di età ieronica ad Akrai (Palazzolo Acreide), il cui piccolo teatro, riportato in luce dal barone Gabriele Iudica nel 1824, e il bouleuterion adiacente si datano con buona verosimiglianza al III secolo.

Veduta dei resti del Castello Eurialo sull'altopiano dell'Epipoli a Siracusa
Il Castello Eurialo sull’Epipoli, opera di Dionisio I (402-397 a.C.) che Ierone II mantenne e potenziò: a queste mura si deve la lunga resistenza all’assedio romano. (Foto: Clemensfranz, CC BY 2.5)

Va invece corretta una attribuzione errata diffusa. Il Castello Eurialo e le possenti mura dionigiane dell’altopiano dell’Epipoli, tra le fortificazioni più estese del mondo greco con un perimetro di circa ventisette chilometri, non sono opera di Ierone, ma di Dionisio I, costruite tra il 402 e il 397 a.C. con un imponente sforzo di manodopera (Diodoro ricorda sessantamila lavoratori e seimila paia di buoi). Ierone le mantenne e le potenziò, e proprio a quella cinta efficiente, oltre che alle macchine di Archimede, si dovette la lunga resistenza di Siracusa all’assedio romano.

La crisi finale e la fine dell’indipendenza

Moneta d'argento da 10 litre del re Geronimo, nipote e successore di Ierone II
Argento da 10 litre di Geronimo, nipote e ultimo re di Siracusa: testa diademata del giovane sovrano e fulmine alato. Il suo regno durò appena tredici mesi. (Münzsammlung, Monaco; foto ArchaiOptix, CC BY-SA 4.0)

Ierone morì tra la fine del 216 e l’inizio del 215 a.C., a oltre novant’anni, dopo un regno di circa cinquantaquattro anni. Gli successe il nipote Geronimo, appena quindicenne. Approfittando della crisi romana dopo Canne, e spinto dagli zii filocartaginesi che ne guidavano la reggenza, il giovane re ruppe l’alleanza con Roma costruita dal nonno e si schierò con Annibale, arrivando a rivendicare l’intera Sicilia; gli ambasciatori romani gli rammentarono invano l’alleanza che era stata col nonno (Livio XXIV.6). Fu assassinato a Leontini da congiurati guidati da Dinomene dopo appena tredici mesi di regno (214 a.C.).

La rottura fu fatale. Roma inviò il proconsole Marco Claudio Marcello, e nel 213 a.C. cominciò l’assedio di Siracusa, per terra e per mare. La città resistette quasi due anni grazie alle macchine di Archimede e alle mura mantenute da Ierone, ma cadde nel 212 a.C. per tradimento, con le porte aperte di notte durante una festa; nel saccheggio fu ucciso Archimede. Con la presa di Siracusa finì l’indipendenza della città e dell’intera Sicilia greca, che divenne provincia romana retta da un pretore. Il lungo regno di Ierone II resta così l’ultima stagione di libertà e di prosperità della Siracusa antica.

Cronologia

c. 308 a.C.Nascita a Siracusa, da Ierocle
275 a.C.Partenza di Pirro; l’esercito elegge Ierone stratego
c. 270 a.C.Vittoria sui Mamertini al fiume Longano
269/265 a.C.Assunzione del titolo regale
263 a.C.Pace con Roma: inizio dell’alleanza cinquantennale
c. 240 a.C.La nave Syracusia, donata poi a Tolomeo III
238-215 a.C.Ricostruzione del Teatro Greco e grande Ara
226 a.C.Doni a Rodi dopo il terremoto
217 a.C.Dono a Roma dopo il Trasimeno (Vittoria d’oro, grano, truppe)
215 a.C.Morte di Ierone; gli succede il nipote Geronimo
214 a.C.Geronimo assassinato a Leontini; rottura con Roma
213-212 a.C.Assedio e caduta di Siracusa; morte di Archimede; fine dell’indipendenza

Le fonti

La figura di Ierone è restituita soprattutto da Polibio, che gli dedica un elogio nel libro VII delle Storie e ne fa il modello del buon governo ellenistico; la sua è una tradizione favorevole, filo-romana e filo-Ierone, da soppesare con questa cautela. Tito Livio aggiunge il quadro dei rapporti con Roma e la cronaca della crisi finale, Diodoro Siculo (XVI.83) le opere edilizie, Cicerone la Lex Hieronica e il culto di Zeus, Teocrito (Idillio XVI) il prestigio della corte, Ateneo (libro V) la nave Syracusia. A queste fonti letterarie si affiancano due testimonianze materiali di prima mano: l’epigrafia del teatro, con i nomi della famiglia reale, e la monetazione, unica effigie superstite dei sovrani. Manca invece una biografia antica di Ierone: il ritratto che possediamo è quello, ammirato, costruito dalla storiografia di età romana e dalla stessa propaganda regale.

Ierone II e Siracusa oggi

Veduta aerea della zona archeologica della Neapolis di Siracusa con il Teatro Greco e l'Ara di Ierone
La Neapolis di Siracusa dall’alto: il Teatro Greco e, accanto, il lungo basamento dell’Ara, i due grandi monumenti di età ieroniana. (Foto: Agostino Sella, CC BY-SA 2.0)

Le tracce di Ierone II sono ancora il cuore monumentale di Siracusa. L’Ara e il Teatro Greco, con le sue iscrizioni reali ancora in situ, si trovano fianco a fianco nel Parco archeologico della Neapolis, fra le mete più visitate della città; in anni recenti l’area dell’altare è stata valorizzata come sede di concerti estivi. Il teatro continua a vivere ogni anno con le rappresentazioni classiche dell’INDA, erede lontana dello spazio voluto dal re. Una via cittadina, nei pressi dell’area archeologica, porta il nome di Gerone II. Della sua figura la storiografia antica ha consegnato l’immagine, accolta ancora oggi, del buon sovrano: un re che, in un’epoca di guerre e tirannidi, seppe dare alla sua città mezzo secolo di pace.

Voci collegate

Fonti e bibliografia

Fonti antiche. Polibio, Storie I.8-16 (ascesa e pace con Roma), V.88 (doni a Rodi), VII.8 (elogio di Ierone e Gelone); Tito Livio, Ab Urbe condita XXII.37 (doni a Roma), XXIV.4-6 (Geronimo e l’assedio); Diodoro Siculo, Biblioteca storica XI.72 (le Eleutheria del 466 a.C.) e XVI.83 (le opere di Ierone II); Cicerone, In Verrem II.2-4 (la Lex Hieronica e l’Olympieion); Teocrito, Idillio XVI (encomio di Ierone); Ateneo, Deipnosofisti V (la Syracusia); Plutarco, Vita di Marcello (Archimede e l’assedio); Giustino XXIII.4 e Zonara VIII (origini e ascesa).

Studi moderni. G. De Sensi Sestito, Gerone II. Un monarca ellenistico in Sicilia (Palermo 1977); C. Lehmler, Syrakus unter Agathokles und Hieron II (München 2005); L. Campagna, “Architettura e ideologia della basileia a Siracusa nell’età di Ierone II” (2004); M. Caccamo Caltabiano, B. Carroccio, E. Oteri, Siracusa ellenistica. Le monete regali di Ierone II, della sua famiglia e dei Siracusani (Messina 1997); A. Dimartino, “Iscrizioni del teatro di Siracusa”, Axon 1.1 (2017); J. Carcopino, La loi de Hiéron et les Romains (Paris 1914). Per gli scavi dell’Ara: R. Koldewey e O. Puchstein (1893).

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