![]() Il Duomo di Siracusa, dove Saladino fu sepolto e dove la sua tomba fu meta di devozione per oltre un secolo. Di Giuseppe Saladino non sono noti ritratti. | |
| Dati biografici | |
| Nascita | Palermo, tra la fine del 1556 e il 1557 |
|---|---|
| Morte | Siracusa, 22 novembre 1611 (a 54 anni) |
| Famiglia | Figlio di Francesco Saladino, reggente del Supremo Consiglio d’Italia a Madrid |
| Titoli | Patrizio di Palermo, dottore in utroque iure, cappellano regio |
| Prima dell’episcopato | |
| Abbazie | S. Maria di Terrana (1588); S. Filippo d’Agira (1589-1604) |
| Ministero episcopale | |
| Titolo | Vescovo di Siracusa |
| Nomina | 31 maggio 1604 (presentazione regia; lettere apostoliche 2 giugno) |
| Consacrazione | Roma, 7 giugno 1604 |
| Consacrante | card. Camillo Borghese, futuro papa Paolo V |
| Ingresso in diocesi | 21 novembre 1604 |
| Fine ministero | 22 novembre 1611 (morte) |
| Durata | 7 anni |
| Cronotassi | |
| Predecessore | Giovanni Orozco y Castellanos (morto il 22 maggio 1602; sede vacante due anni) |
| Successore | Juan de Torres Osorio (provvisto il 13 novembre 1613) |
| Numerazione | 93° secondo Pirri, 88° secondo l’epitaffio |
| Memoria | |
| Sepoltura | Cattedrale di Siracusa |
| Culto | Fama di santità, venerazione locale mai istituzionalizzata |
Giuseppe Saladino (Palermo, 1556 o 1557 – Siracusa, 22 novembre 1611) è stato un ecclesiastico italiano, vescovo di Siracusa dal 1604 alla morte. Patrizio palermitano, dottore in utroque iure e cappellano regio, figlio di un alto magistrato della corona spagnola, ottenne giovanissimo due ricche abbazie commendatarie e fu al centro, da abate di Agira, di una vicenda clamorosa: fece dissotterrare il corpo di san Filippo scatenando la sollevazione della città, sedata da quel Juan de Torres Osorio che gli sarebbe succeduto prima sull’abbazia e poi sulla cattedra siracusana. Vescovo per sette anni, morì in fama di santità, e attorno alla sua tomba in cattedrale durò per oltre un secolo una venerazione popolare che non divenne mai culto ufficiale.
Origini e famiglia
Rocco Pirri lo qualifica «panormitanus, V. I. D., patritius»: palermitano, dottore in entrambi i diritti, patrizio. Nacque tra la fine del 1556 e il 1557 — l’epitaffio gli attribuisce cinquantaquattro anni compiuti alla morte, e la data di nascita che talvolta si legge, il 1556, è un retrocalcolo aritmetico privo di atto di battesimo. La famiglia era di quelle che contavano: i Saladino figurano tra le sole sedici casate, su centodiciassette, presenti in modo continuativo al Senato di Palermo lungo tutto il periodo compreso tra il 1556 e il 1621, classificati tra i baroni e signori di feudi.
Il padre, Francesco Saladino, fu anch’egli dottore in utroque iure e percorse il cursus classico del togato siciliano: giudice pretoriano di Palermo nel 1566-67, giudice della Gran Corte del Regno nel 1577-79 e di nuovo nel 1581-83, e infine reggente del Supremo Consiglio d’Italia a Madrid, l’organo di governo che a corte trattava gli affari dei domini italiani della monarchia. Su questo punto le fonti antiche si chiariscono a vicenda: Pirri lo dice genericamente reggente «in supremo Regio Concilio», ma altrove precisa «in supremo Italiae Senatu» e «Italiae Consilii», e Antonino Mongitore, scrivendo in volgare nel 1728, non lascia dubbi definendolo «Reggente del Supremo Conseglio d’Italia nella Spagna». Una consulta del Consiglio d’Italia del 15 giugno 1592 lo attesta in carica: in quell’occasione l’organo raccomandava al re, fuori terna, un altro figlio, don Alfonso Saladino, proprio per i servigi resi a corte dal padre.
È la chiave di lettura dell’intera carriera ecclesiastica di Giuseppe. Quando nel 1588 gli fu concessa l’abbazia di Santa Maria di Terrana, le lettere regie dichiararono apertamente il motivo: «ob Patris merita, ac propriae virtutis etiam intuitu», per i meriti del padre e anche in considerazione della sua virtù personale. Il beneficio ecclesiastico rimunerava il servizio di un magistrato alla corona, secondo una prassi che l’età spagnola non nascondeva affatto.
Il fratello Alfonso fu signore di Rachalì (o Raxhali) e Valguarnera, in val di Mazara: una baronia che non era patrimonio antico della famiglia ma era arrivata dai Paruta per via femminile. La casa dei Saladino a Palermo, già dei Paruta, sorgeva presso la chiesa di San Giorgio e il monastero di Montevergine, a ridosso del Cassaro, e in città esisteva una strada detta Saladino percorsa dalle processioni. Un altro membro della famiglia, Ludovico Saladino, fondò nel 1637 un conservatorio per l’educazione di fanciulle nobili posto sotto il governo del Monte di Pietà. Lo stemma di casa portava, secondo gli armoriali siciliani, «d’oro, alla fascia di rosso sostenente un albero di palma naturale, accompagnata in punta da una testa di moro»; l’origine navarrese che gli stessi armoriali gli attribuiscono è tradizione genealogica ottocentesca, introdotta con un prudente «si vuole che», non un dato documentato.
Pirri inserisce nella biografia una digressione che vale come dichiarazione di intenti: racconta di un Ugo dei Saladini, morto nel 1483, canonico insieme di Volterra e di Padova, rimasto insepolto per dieci giorni e venerato dal popolo per i prodigi che ne seguirono, e conclude che «sulle sue orme si tenne il nostro presule». La parentela non è dimostrata e le due genealogie familiari non si conciliano tra loro: è una figura letteraria, costruita per annunciare fin dall’inizio il tema della santità.
Le due abbazie
La carriera cominciò con un beneficio e proseguì con uno scambio. Il 4 settembre 1588 le lettere regie assegnarono a Saladino l’abbazia di Santa Maria di Terrana, detta anche «de Bethleem» perché in origine beneficio del vescovo di Betlemme, presso Caltagirone e allora in diocesi di Siracusa: eretta in dignità abbaziale benedettina con diploma di Sisto IV nel 1476, ma con rovine e monaci cistercensi in loco, rendeva all’abate circa milleduecento scudi netti l’anno. Ne fu il quattordicesimo abate e la tenne pochissimo: entro l’anno la permutò con l’abbazia di San Filippo d’Agira, e la fonte antica dichiara senza giri di parole il motivo, definendo due volte quest’ultima «pinguior», più grassa. Fu, insomma, un trampolino.
La vicenda successiva di Terrana lega la biografia di Saladino a quella del suo futuro successore. Con prescritto regio dato all’Escorial il 10 agosto 1589 l’abbazia fu unita all’ufficio di giudice della Regia Monarchia, il vertice della giurisdizione ecclesiastica dell’isola: passò così a Emanuele Quero de Carrillo nel 1590 e, dal novembre 1596, a Juan de Torres Osorio. Prima di succedergli sulla cattedra di Siracusa, Torres gli era succeduto sull’abbazia.
San Filippo d’Agira era tutt’altra cosa. Monastero greco-basiliano di origine altomedievale, rifondato in forma latina dal Gran Conte Ruggero e affidato ai benedettini come dipendenza di Santa Maria Latina di Gerusalemme, dopo la caduta di San Giovanni d’Acri ne aveva ereditato nome, titoli e privilegi. Era abbazia di regio patronato, data in commenda dal 1474 circa, e il suo abate occupava il ventesimo posto nel braccio ecclesiastico del Parlamento siciliano, con uso dei pontificali e mozzetta nera. Gli abati commendatari, osserva la storiografia locale, «raramente vi mettevano piede ed erano interessati soltanto alle ricche rendite connesse al titolo».
Saladino la trovò in condizioni difficili: le relazioni dei visitatori regi documentavano deviazione dalla regola, rilassatezza della disciplina, disagio economico e degrado della fabbrica, e nel 1578 un visitatore aveva trovato il monastero quasi disabitato, espellendone i preti e facendo arrivare sei monaci cassinesi. Il posto si era liberato per una rinuncia e per una titolarità brevissima: l’abate spagnolo Giovanni Saganta aveva rinunciato nel 1588 riservandosi una pensione, e il successore Giovanni de la Peña aveva tenuto la dignità pochi mesi.
Del suo governo abbaziale restano più tracce di quante l’immagine dell’abate commendatario assenteista lascerebbe supporre. Nominò priore di Santa Maria Latina di Messina un suo parente, Alberto Saladino, che il 16 settembre dell’anno seguente stipulò con alcuni nobili messinesi l’atto per il trasferimento in quella chiesa di un’immagine devota; nel 1600, per atti di un notaio palermitano, conferì a Orazio Formica il priorato calabrese di San Pietro in Nimphis, membro dell’abbazia agirina. La comunità tentò due volte, sotto di lui, l’unione alla congregazione cassinese: Clemente VIII arrivò a emanare un diploma che decretava la separazione dei monaci dall’abbazia e l’aggregazione ai cassinesi, ma — annota la fonte — «mancato il beneplacito regio, la trattativa svanì». Nel marzo 1602 la Sacra Congregazione, su voto del vescovo di Cefalù, stabilì che i religiosi superstiti erano veri monaci e tenuti alla vita regolare.
C’è infine un atto di committenza artistica: secondo la ricerca storico-artistica locale fece realizzare allo scultore mastro Pello de Anna la mostra d’alabastro dell’altare di San Filippo Diacono. È l’unico documento che lo mostra come committente, e corregge il ritratto puramente ascetico che si ricava dalle fonti agiografiche. Del resto, già come abate Amico ne dà un giudizio che anticipa quello del vescovo: «fu il nostro abate, fin dalla fanciullezza, secondo a nessuno per integrità di vita, straordinario nella pietà verso Dio e liberalissimo verso i poveri; accresciuto di dignità, le illustrò con i costumi e con le virtù, e non permise che le loro rendite si spendessero in cure domestiche, eccettuato il proprio sostentamento».
La sommossa di Agira
L’episodio che segna la sua biografia è raccontato da Vito Maria Amico nelle notizie abbaziali della Sicilia Sacra — sezione che, va precisato, non è di Rocco Pirri ma dell’erudito catanese, come dichiara il frontespizio dell’edizione del 1733 e come conferma l’autore stesso quando distingue il proprio «noi» dal «Pirro» citato accanto.
Nel gennaio 1596, mentre si scavavano le fondamenta per un nuovo altare, riemerse il corpo di san Filippo, il santo patrono attorno al quale ruotava l’identità della città. Amico definisce l’accaduto facinus, misfatto, e il capo d’accusa dei Giurati di Agira è preciso: l’abate aveva agito insciis ipsis, a loro insaputa. Non era la manomissione delle reliquie in sé a scandalizzare, ma il fatto che fosse avvenuta senza il consenso della città. I Giurati non si rivolsero alla curia ma direttamente al viceré, segno di quanto la materia fosse considerata civica prima che ecclesiastica; e fu inviato sul posto Juan de Torres Osorio, allora giudice dell’Apostolica Legazia, che — scrive la fonte — «sedò i tumulti e ricompose con rito solenne le sacre reliquie nello stesso luogo».
La cronologia però non torna, e conviene dirlo apertamente. Amico data lo scavo al 21 gennaio 1596, e ha dalla sua due testimoni antichi indipendenti, mentre Ottavio Gaetani preferiva il 1595; ma il viceré chiamato in causa nel racconto, Bernardino de Cárdenas duca di Maqueda, ricoprì la carica solo dal 1598 al 1601, e soprattutto Torres Osorio ottenne l’ufficio di giudice della Regia Monarchia con lettere regie del novembre 1596 e bolle del giugno 1597: nel gennaio 1596 non era ancora ciò che il racconto dice che fosse. È un’incongruenza interna alla stessa opera, e la conclusione più onesta è che l’epilogo della vicenda — il ricorso al viceré e l’intervento di Torres — vada spostato di qualche anno rispetto allo scavo. Il seguito documentato è del 1604, quando una traslazione regolare fu condotta da Filippo Giordi, e del 1617, quando le reliquie furono collocate in un’arca argentea.
C’è un ultimo dato che riguarda il modo in cui le comunità ricordano se stesse. Le fonti agirine odierne — il Comune, la Pro Loco, i siti di storia locale — raccontano lo stesso fatto come un felice ritrovamento avvenuto durante lavori di ampliamento, senza conflitto, senza sommossa e senza nominare né Saladino né Torres Osorio. La versione documentata dalle fonti antiche, quella del misfatto e della rivolta, è stata rimossa dalla memoria collettiva.
Vescovo di Siracusa (1604-1611)
La nomina
La cattedra siracusana era vacante da due anni: il predecessore Giovanni Orozco y Castellanos, spagnolo di Siviglia, dottore in teologia, per ventitré anni canonico magistrale e predicatore a Palencia, vescovo dal 1579, era morto il 22 maggio 1602 a settantadue anni. Da non confondere con due omonimi che generano di continuo errori nelle cronotassi: Juan de Horozco y Covarrubias, vescovo di Agrigento e non di Siracusa, e Giovanni Orosco de Arzés, vescovo di Siracusa tra il 1562 e il 1574.
Saladino fu presentato dal re secondo il regio patronato e confermato da papa Clemente VIII, che sarebbe morto pochi mesi dopo: la provvista concistoriale è del 31 maggio 1604, le lettere apostoliche furono date a Roma il 2 giugno ed esecutoriate nella Cancelleria di Sicilia il 15 luglio. Fu consacrato a Roma il 7 giugno 1604 per mano del cardinale Camillo Borghese, che neppure un anno dopo sarebbe salito al soglio pontificio come Paolo V. Il suo ingresso solenne in diocesi avvenne il 21 novembre 1604, nella festa della Presentazione della Vergine: una data che l’epitaffio avrebbe ricordato sette anni dopo, e per ottime ragioni.
Un siciliano su una cattedra contesa
La nomina di Saladino ha un significato che va oltre la sua persona. Nella Sicilia spagnola le sedi vescovili erano di presentazione regia, e la corona vi collocava con larghezza prelati iberici: tra il 1545 e il 1700 furono quarantatré i vescovi spagnoli nominati su diocesi siciliane, e alla fine del Cinquecento gli stranieri superavano per numero i siciliani nell’episcopato dell’isola. Contro questa prassi il Parlamento del Regno si batteva da oltre un secolo, invocando il privilegio dell’«alternativa» che dal 1503 imponeva di destinare a un siciliano una nomina su due, e lamentando in siciliano antico che i benefici andassero «ad exteri di lo Regno» i cui titolari non risiedevano e ne esportavano le rendite.
Saladino era un siciliano, e per giunta un palermitano di famiglia senatoria: la sua nomina rientrava nella quota che il Regno rivendicava. Ma proprio la sua vicenda mostra come il sistema funzionasse davvero, perché la cattedra gli arrivò dopo un vescovo spagnolo, Orozco, e dopo di lui sarebbe tornata a uno spagnolo, Torres Osorio. E il beneficio che gli aveva aperto la carriera, l’abbazia di Terrana, era stato dichiaratamente il compenso per i servizi resi a Madrid da suo padre. Il patronato regio produceva prelati siciliani, ma li produceva selezionando le famiglie che alla monarchia erano già legate.
Il governo della diocesi
Sul suo episcopato pesa un problema di documentazione che va dichiarato subito. La biografia che gli dedica Pirri è quasi interamente agiografica: celebra le virtù, racconta la morte, non registra un solo atto di governo — nessun sinodo, nessuna visita, nessuna opera in cattedrale — mentre per il successore Torres Osorio lo stesso autore elenca l’ampliamento del palazzo vescovile, la statua d’argento di santa Lucia, la vertenza con i netini, il sinodo diocesano e l’officio dei santi siracusani. Il contrasto è netto, ma non va letto come prova di inerzia.
Due documenti di prima mano, infatti, esistono e sono censiti con segnatura precisa nella letteratura scientifica, benché nessuno li abbia ancora pubblicati: la visita pastorale del 1605, conservata nell’Archivio Storico Diocesano di Siracusa, e la relazione ad limina del 1610, conservata nell’Archivio Apostolico Vaticano tra le relazioni delle diocesi. Saladino visitò dunque la sua diocesi l’anno dopo l’ingresso e riferì a Roma sul suo stato: sono gli atti ordinari di un vescovo post-tridentino, e restano da leggere. Nessun sinodo diocesano risulta invece celebrato da lui, e questo è un esito negativo motivato, non un silenzio: Pirri registra puntualmente i sinodi degli altri vescovi siracusani.
Alla memoria del monastero di Montevergini risale anche l’istituzione della clausura nel 1611, l’ultimo anno di vita del vescovo: il dato va preso con la cautela dovuta a una fonte non verificata direttamente.
Un atto materiale del suo episcopato lo tramanda la storiografia siracusana antica: a Tremilia, su terre della mensa vescovile, nel 1604 fece costruire un mulino e piantare canne da zucchero. È poco, ma è documentato e datato.
Gli anni di Siracusa
Il suo settennio coincide con anni memorabili per la città, e conviene distinguere con precisione ciò che gli appartiene da ciò che non gli appartiene, perché su questo punto la letteratura locale sbaglia con regolarità.
Il simulacro d’argento di santa Lucia, opera di Pietro Rizzo, fu commissionato nel 1598, firmato nel 1599 e consegnato nel 1600: tutto prima di lui, così come la disposizione del 23 ottobre 1600 sul trasferimento in cattedrale del reliquiario di cristallo, che è del predecessore Orozco. Cadono invece nel suo episcopato la restituzione a Siracusa di una reliquia della martire da parte della cattedrale di Bari, nel 1605, ottenuta per l’intervento del gesuita messinese Bartolomeo Petracci, e il suo inserimento nella statua d’argento nel 1607, che trasformò il simulacro in reliquiario: avvennero sotto di lui, ma la regia documentata è del Senato cittadino e del gesuita, non sua. La grande cassa d’argento destinata a fare da base al simulacro fu rilanciata nel 1611 su richiesta della città e vide il compimento solo sotto Torres Osorio.
Nel 1606 fu fondato in città il collegio dei gesuiti, a spese del barone Carlo Javanti. E nel 1608, mentre lui era vescovo, Caravaggio dipinse per la chiesa di Santa Lucia extra moenia il Seppellimento di santa Lucia. Conviene dirlo con chiarezza, perché la letteratura locale attribuisce da sempre la committenza al vescovo Orozco, morto sei anni prima: il vescovo in carica nel 1608 era Giuseppe Saladino. Detto questo, il documento di commissione non è mai stato reperito, e le ipotesi che circolano chiamano in causa il Senato — per intercessione del pittore Mario Minniti, secondo Susinno — o Vincenzo Mirabella: nessuna fonte lega Saladino all’opera, e nemmeno il vescovo raffigurato nel dipinto lo riguarda, trattandosi dell’iconografia tradizionale della passio e non del ritratto di un vescovo vivente.
La morte e la fama di santità
Morì il 22 novembre 1611, a cinquantaquattro anni. L’epitaffio non indica il giorno del mese ma la festa liturgica, la Presentazione della Vergine, e registra la coincidenza: era il giorno in cui, sette anni prima, aveva fatto il suo primo ingresso nella chiesa siracusana, «sposa» che aveva raggiunto in quella stessa ricorrenza.
Il racconto che Pirri fa dei suoi ultimi giorni è la parte più viva della biografia. Gli si attribuiscono quattro virtù: la predicazione luminosa, l’umiltà d’animo, la benevolenza verso i poveri e «quel santo odio con cui infieriva contro se stesso». Teneva un registro in cui annotava i nomi dei fedeli probi e degli uomini perduti, e in punto di morte lo fece gettare nel fuoco. Fu il medico Giovanni Cappello, netino, «praeclarissimus medicus», ad annunciargli la fine; e alle sue parole rispose con il versetto del salmo, «Laetatus sum in iis, quae dicta sunt mihi: in domum Domini ibimus», mi sono rallegrato per quello che mi hanno detto, andremo alla casa del Signore.
L’epitaffio, che Pirri trascrive e che è la fonte di quasi tutto ciò che sappiamo sulla sua morte, suona così:
D. O. M. Ioseph Saladinus octuagesimus octavus Episcopus Syracusarum benignitate paterna, ac vigilantia Pastorali, aeterna dignus memoria, dum festo praesentationis B. Virginis Mariae, quo eodem ante anno septimo Ecclesiam sponsam suam primum adiit, in caelum abiit anno aet. suae 54. humanae vero salutis 1611.
«A Dio ottimo massimo. Giuseppe Saladino, ottantottesimo vescovo di Siracusa, degno di memoria eterna per la benignità paterna e per la vigilanza pastorale, nella festa della Presentazione della Beata Vergine Maria — nella quale, sette anni prima, si era per la prima volta accostato alla Chiesa sua sposa — se ne andò in cielo, nell’anno cinquantaquattresimo della sua età e nel 1611 della salvezza umana.»
Il corpo fu deposto in un’arca nel sacrario della cattedrale, dove Pirri lo dice ancora oggetto di grande venerazione negli anni Quaranta del Seicento, trent’anni dopo la morte. Entro il 1733 era stato trasferito sotto la cappella maggiore, e Mongitore, aggiungendo di suo pugno alla voce, scrive che al sepolcro «accorrono da ogni parte gli infermi, non senza beneficio per la salute» e che «è ancora viva la fama della sua santità, comprovata da miracoli». Nel 1728, in volgare, lo aveva definito «celebre per la santità della vita».
Sono i limiti esatti entro cui si può parlare di culto, e non un millimetro oltre: non esiste alcun processo, alcuna causa di beatificazione, alcun titolo di servo di Dio, alcuna reliquia, alcun culto formale. Morì in fama di santità e attorno alla sua tomba durò una venerazione locale che non fu mai istituzionalizzata, e che dopo il Settecento si è persa.
Una traccia documentaria di quella fama, però, sembra essere sopravvissuta. Mongitore dichiara nel 1733 di possedere «una relazione manoscritta di Corrado Bonfiglio sulla vita, le virtù e i miracoli» di Saladino. Il catalogo a stampa dei manoscritti della Biblioteca Comunale di Palermo registra un pezzo compatibile in un codice della raccolta di Vincenzo Auria, con una catena di passaggi — da Auria a Mongitore, poi al nipote, e nel 1766 per testamento alla biblioteca — che combacia con quella dichiarazione. L’identificazione non è confermata di persona e i due descrittori divergono leggermente, ma è la pista più promettente per chiunque voglia riaprire il dossier.
Amico segnala dal canto suo una seconda testimonianza oggi da rintracciare: le virtù di Saladino furono descritte da «un certo Corrado, sacerdote netino», suo confessore e familiare negli anni dell’episcopato, e quelle carte — scrive — «le abbiamo osservate spesso» nell’archivio del monastero di San Nicolò l’Arena a Catania. Che il confessore netino di Amico e il Corrado Bonfiglio di Mongitore siano la stessa persona è probabile, ma nessuno l’ha ancora verificato.
I due numeri della lapide
L’epitaffio definisce Saladino «ottantottesimo vescovo di Siracusa», mentre la serie di Pirri lo colloca al novantatreesimo posto. Non è un errore di nessuno dei due: sono due cronotassi diverse. Lo dichiara Pirri stesso in una nota marginale apposta all’epitaffio, «Ita juxta Catalogum Schobaris», cioè secondo il catalogo dei vescovi siracusani pubblicato da Lucio Cristoforo Scobar a Venezia nel 1520 da un archetipo oggi perduto e poi continuato dal Capitolo. Chi fece incidere la lapide nel 1611 contava sulla lista a stampa allora corrente; Pirri, mezzo secolo dopo, rifece la serie inserendo vescovi che Scobar non aveva, e lo scarto tra le due numerazioni cresce progressivamente lungo la cronotassi. È un piccolo caso esemplare di come una lapide possa registrare fedelmente lo stato delle conoscenze del proprio tempo.
Le incongruenze tra le fonti
- Il lascito di 11.317 aurei alle monache, che circola attribuito a Saladino, non è suo: la frase si trova in coda alla voce del predecessore Orozco, morto nel 1602 a settantadue anni, e la prima edizione seicentesca della Sicilia Sacra non attribuisce a Saladino alcuno spoglio né alcun lascito. L’errore nasce dalla lettura interlacciata delle due colonne della pagina.
- Data di morte: il 22 novembre 1611 della prosa di Pirri, seguito dai repertori, contro il 21 novembre che si ricava indirettamente dall’epitaffio, il quale però non indica il giorno del mese ma solo la festa della Presentazione. Le due indicazioni non sono in vero conflitto.
- Data di nascita: nessuna fonte diretta. Il 1556 e il 1557 sono entrambi retrocalcoli, dall’età di 54 anni dell’epitaffio e dai 47 anni indicati alla provvista del 1604.
- Numerazione episcopale: 88° per l’epitaffio secondo il catalogo di Scobar, 93° per la serie di Pirri.
- Anno della vicenda di Agira: 1596 secondo Amico e la testimonianza agirina seicentesca, 1595 secondo la preferenza di Ottavio Gaetani; il 1599 che compare nella divulgazione locale odierna appartiene a un racconto diverso, quello del ritrovamento fortuito.
- Il viceré e il giudice: il racconto della sommossa chiama in causa il viceré Bernardino de Cárdenas, in carica solo dal 1598, e un Torres Osorio già giudice della Monarchia, ufficio che ottenne però tra il novembre 1596 e il giugno 1597. La cronologia interna della fonte non regge, e l’epilogo va collocato dopo il 1597.
- Natura dell’episodio: misfatto e sommossa nelle fonti antiche, felice ritrovamento senza conflitti nella memoria locale contemporanea.
- Il nome: Giuseppe in tutte le fonti antiche e nei repertori; il «Giovanni» che compare in un dizionario storico-blasonico ottocentesco è una contaminazione con un omonimo della stessa famiglia.
- Ordine dell’abbazia di Terrana: eretta come benedettina nel 1476, ma con monaci cistercensi in loco e definita altrove «di ordine cistercense». Non è una contraddizione ma una doppia qualificazione.
- Predecessore: le cronotassi divulgative confondono regolarmente Giovanni Orozco y Castellanos con Juan de Horozco y Covarrubias, vescovo di Agrigento, e con Giovanni Orosco de Arzés, vescovo di Siracusa nel decennio 1562-1574.
Fonti
Fonti antiche
- Pirri, Rocco. Sicilia Sacra disquisitionibus et notitiis illustrata, 3ª ed. a cura di Antonino Mongitore e Vito Amico. Palermo, 1733. Tomo I: voce XCIII su Giuseppe Saladino e testo dell’epitaffio, p. 644; voce XCII sul predecessore Orozco, p. 643; notizie sulle abbazie e sulla diocesi, pp. 655-671. Le aggiunte tra virgolette alla voce (la traslazione del corpo, gli infermi al sepolcro, la relazione manoscritta di Bonfiglio) sono di Mongitore e risalgono al primo Settecento, non a Pirri, morto nel 1651. Consulta online.
- Amico, Vito Maria. Notitia VI: S. Mariae de Terrana seu de Bethleem e Notitia XII: S. Philippi de Agyrio, in Pirri-Mongitore, Sicilia Sacra, ed. 1733, tomo II, rispettivamente pp. 1311-1320 e 1246-1255 (la serie degli abati, la permuta del 1588-89 e il racconto della sommossa di Agira).
- Pirri, Rocco. Sicilia Sacra, 1ª ed., Palermo 1644-1647, p. 199 (redazione precedente della voce, collazionata: non contiene alcun riferimento a lasciti).
- Mongitore, Antonino. Della Sicilia ricercata nelle cose più memorabili e altre opere, 1728 (per la carica del padre in volgare e per la fama di santità).
- Scobar, Lucio Cristoforo. Catalogo dei vescovi di Siracusa, Venezia 1520 (la cronotassi seguita dall’epitaffio, oggi nota per via indiretta).
- Capodieci, Giuseppe Maria. Antichi monumenti di Siracusa. Siracusa, 1813 (il mulino e le canne da zucchero a Tremilia, 1604). Consulta online.
Repertori e cronotassi
- Gauchat, Patritius. Hierarchia Catholica Medii et Recentioris Aevi, vol. IV. Münster, 1935, p. 325, voce Syracusana (provvista del 31 maggio 1604, età alla nomina, data di morte dall’epitaffio). Consulta online.
- Mango di Casalgerardo, Antonio. Nobiliario di Sicilia, s.v. Saladino (stemma, carriera del padre, mandati senatorii).
- Palizzolo Gravina, Vincenzo. Il blasone in Sicilia, p. 332 (tradizione sull’origine della famiglia).
- Catholic-hierarchy.org e GCatholic.org, voci su Giuseppe Saladino e sulla diocesi di Siracusa.
Studi
- Macrì, Geltrude. «La “nobiltà” senatoria a Palermo tra Cinquecento e Seicento». Mediterranea. Ricerche storiche, II/3, 2005, in part. pp. 85, 92 e 97 (il padre reggente nella consulta del Consiglio d’Italia del 1592; i Saladino nel Senato palermitano; fonte archivistica: Archivo General de Simancas).
- Di Natale, Maria Concetta. «Santa Lucia Patrona di Siracusa». Arte Cristiana, CVIII, fasc. 921, 2020, pp. 430-441 (la cronologia del simulacro, della reliquia da Bari e della cassa d’argento).
- Studi e materiali di storia locale su Agira e sull’abbazia di San Filippo, tra cui le pagine documentarie di agira.org e della Pro Loco (per la storia dell’abbazia e per la versione corrente dell’episodio delle reliquie).
Documenti inediti segnalati
- Visita pastorale di Giuseppe Saladino, 1605: Archivio Storico Diocesano di Siracusa, Visite pastorali, vol. 23 (segnatura citata in letteratura scientifica; documento non pubblicato).
- Relazione ad limina della diocesi di Siracusa, 1610: Archivio Apostolico Vaticano, Congregazione del Concilio, Relationes dioecesium, 775 A, c. 35r (idem).
- Corrado Bonfiglio, relazione manoscritta sulla vita, le virtù e i miracoli di Saladino, posseduta da Mongitore nel 1733: probabilmente identificabile in un codice della raccolta di Vincenzo Auria conservato alla Biblioteca Comunale di Palermo (identificazione non verificata di persona).
Scheda aggiunta da Alessandro Calabrò il 17 Agosto 2026.
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Chiesa di San Salvatore (Santa Teresa d’Ávila)Ex chiesa conventuale carmelitana in Ortigia, chiusa al culto nel 1924
