| Archia di Corinto | |
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| Il Tempio di Apollo a Ortigia, il più antico grande tempio dorico in pietra della Sicilia, nel cuore della città fondata da Archia. (Foto Allie Caulfield, CC BY 2.0.) | |
| Nome greco | Ἀρχίας (Archias) |
| Ruolo | Ecista (fondatore) di Siracusa |
| Origine | Corinto |
| Stirpe | Eraclidi; per tradizione, i Bacchiadi |
| Fondazione | Siracusa, 734/733 a.C. |
| Epoca | VIII secolo a.C. |
| Noto per | La fondazione di Siracusa; la leggenda di Atteone |
Archia (in greco Ἀρχίας, Archias; VIII secolo a.C.) fu un aristocratico di Corinto, ricordato dalla tradizione come il fondatore, l’ecista, di Siracusa, intorno al 734/733 a.C. Guidò il gruppo di coloni corinzi che si stabilì sull’isola di Ortigia, scacciandone i Siculi, e diede inizio alla città destinata a diventare la maggiore della Sicilia greca.
La sua figura sta a metà tra storia e leggenda. La fondazione di Siracusa e il nome di Archia sono dati antichi e solidi: li registra già Tucidide nel V secolo a.C., e un’eco del nome dei coloni compare perfino nel poeta Archiloco, vicino agli eventi. Gran parte della sua biografia, però, dal delitto che lo avrebbe costretto a lasciare Corinto fino alla sua morte violenta, appartiene a una tradizione letteraria più tarda e dichiaratamente romanzesca. Per questo gli studiosi lo definiscono spesso il «presunto» fondatore.
Un aristocratico di Corinto

Tucidide (Storie, VI, 3) definisce Archia «uno degli Eraclidi», cioè un discendente di Eracle, e da Corinto. La tradizione successiva e gran parte degli studiosi moderni lo collegano più precisamente ai Bacchiadi, il clan dorico che governò Corinto in regime oligarchico tra circa il 747 e il 657 a.C.: poche famiglie, legate da matrimoni interni, che si dicevano discendenti di Eracle attraverso l’antenato Bacchide e tenevano per sé il potere e i grandi traffici verso l’Occidente. Nessuna fonte antica, in realtà, chiama Archia «bacchiade» in modo esplicito: l’identificazione è una ricostruzione probabile, non un dato certo, e c’è chi lo ritiene un nobile eraclide rimasto fuori dal clan, partito per l’Occidente proprio in cerca del potere che in patria gli era negato. A complicare il quadro, una terza tradizione, registrata dal Marmo di Paro, lo dice «figlio di Euagete, decimo discendente di Temeno», inserendolo nella stirpe regale argiva: segno di quanto la genealogia dei fondatori fosse materia mobile e rimaneggiata. Del resto lo stesso Tucidide chiama «Eraclide» anche Falio, fondatore di Epidamno e nobile corinzio estraneo ai Bacchiadi, a riprova che il termine non implicava di per sé l’appartenenza al clan.
Il suo viaggio si inserisce nella grande stagione della colonizzazione corinzia. Spinta dalla scarsità di terra, dalle tensioni interne e soprattutto dall’ambizione commerciale verso l’Italia e la Sicilia, Corinto fondò negli stessi anni due colonie lungo la stessa rotta: Corcira (Corfù), affidata al corinzio Chersicrate, e Siracusa, guidata da Archia. Le due spedizioni viaggiarono insieme per un tratto, e il legame fra Corinto madrepatria e Siracusa colonia sarebbe durato per secoli, fino al celebre appello che nel 344 a.C. richiamò dalla madrepatria il liberatore Timoleonte.
Il dominio dei Bacchiadi su Corinto finì circa ottant’anni dopo la partenza di Archia: intorno al 657 a.C. Cipselo rovesciò l’oligarchia e instaurò la tirannide, costringendo il clan all’esilio. I Bacchiadi si dispersero per il Mediterraneo; il più celebre, Demarato, si stabilì a Tarquinia in Etruria e, secondo la tradizione romana, fu il padre di Tarquinio Prisco, uno dei re di Roma.
La leggenda di Atteone
Una tradizione letteraria, raccolta da Diodoro Siculo e ampiamente narrata nelle Storie d’amore attribuite a Plutarco, spiega perché Archia avrebbe lasciato Corinto. Va letta per quello che è: un racconto eziologico, non un fatto storico documentato.
Archia si era invaghito di Atteone, bellissimo figlio di Melisso. Respinto, tentò di rapirlo con la forza, ubriaco e con un gruppo di compagni; nella violenta contesa fra i rapitori e i familiari che difendevano il ragazzo, Atteone fu dilaniato e ucciso. Il padre Melisso, non riuscendo a ottenere giustizia perché i potenti Bacchiadi proteggevano Archia, si tolse la vita durante i giochi Istmici, invocando contro Corinto la vendetta di Poseidone e degli dèi. Seguirono siccità e pestilenza, e l’oracolo di Delfi rivelò che la causa era l’ira degli dèi per il sangue di Atteone. Macchiato del delitto, Archia lasciò allora la città e salpò verso Occidente: la fondazione di una colonia come esilio purificatore di chi si era reso colpevole di un omicidio. La versione più antica del racconto, va detto, incolpava genericamente i Bacchiadi, senza fare il nome di Archia, che alla vicenda fu legato solo da autori successivi.
Questo Atteone non va confuso con l’Atteone della mitologia, il cacciatore beotico sbranato dai propri cani per volere di Artemide: sono due figure diverse, accomunate solo dal nome e dall’eco dello smembramento, un parallelo che già gli autori antichi notavano.
L’oracolo di Delfi

Prima di partire, secondo Strabone (Geografia, VI, 2, 4), Archia consultò l’oracolo di Delfi insieme a Miscello, il futuro fondatore di Crotone. La Pizia chiese ai due se preferissero la ricchezza o la salute: Archia scelse la ricchezza e fondò Siracusa, che divenne celebre per la sua opulenza; Miscello scelse la salute e fondò Crotone, famosa per i suoi medici e i suoi atleti, come il fortissimo Milone. Un secondo responso, conservato in versi da Pausania (V, 7, 3), avrebbe indicato ad Archia il luogo preciso: l’isola di Ortigia, davanti alla fonte Aretusa.
Lo schema «ricchezza contro salute» è quasi certamente una costruzione letteraria posteriore, che spiega a posteriori i caratteri reali delle due città. Anche il fatto che i due ecisti consultino insieme l’oracolo è un accostamento simbolico: Crotone fu fondata circa una generazione dopo Siracusa. Resta storica, invece, la prassi di consultare Delfi prima di ogni spedizione coloniale, posta sotto la protezione di Apollo guida dei coloni.
La fondazione di Siracusa (734 a.C.)

La testimonianza decisiva è quella di Tucidide, che colloca la fondazione di Siracusa «l’anno dopo» quella di Nasso, la prima colonia greca di Sicilia. Poiché la sua è una cronologia relativa, la data si fissa al 734 o 733 a.C. Archia, scrive lo storico, scacciò i Siculi dall’isola «sulla quale ora sorge la città interna», cioè Ortigia.
Il racconto della spedizione aggiunge che i coloni, partiti da Corinto, fecero tappa a Zefirio, in Calabria, e che lungo il viaggio Archia lasciò il compagno Chersicrate a fondare Corcira. La scelta di Ortigia univa tutti i vantaggi che un ecista cercava: un’isola facilmente difendibile, due porti riparati e soprattutto l’acqua dolce della fonte Aretusa. Il nome stesso della città, Syrakousai, deriva probabilmente da Syraka, la palude vicina: un toponimo pre-greco, di origine sicula, segno della presenza indigena che i coloni trovarono sul posto.
Che il ricordo di quella spedizione fosse vivo già a ridosso degli eventi lo prova un verso del poeta Archiloco, vissuto nel VII secolo a.C.: vi compare il nome di uno dei primi coloni, un certo Etiope, che durante la traversata avrebbe ceduto per ghiottoneria il suo futuro lotto di terra in cambio di una focaccia di miele. Un dettaglio minimo ma prezioso, perché mostra che la vicenda della fondazione circolava in versi pochi decenni dopo.
La nuova città

Dal primo nucleo di Ortigia la città si estese presto alla terraferma. Al vertice della società si pose l’aristocrazia terriera dei Gamoroi, i «spartitori della terra» che si dicevano discendenti dei primi coloni e che lavoravano i campi con i Killyrioi, una popolazione di servi di origine sicula. È il modello sociale tipico di una colonia di conquista.
La vitalità della fondazione di Archia si misura dalle sub-colonie che Siracusa stessa generò nell’entroterra per controllare il territorio: Akrai nel 664 a.C., Kasmenai intorno al 644 e Kamarina nel 599. Della ricchezza promessa dall’oracolo restano testimonianze monumentali come il Tempio di Apollo di Ortigia, il più antico grande tempio dorico in pietra della Sicilia, costruito all’inizio del VI secolo a.C. La città batté le sue prime monete d’argento soltanto verso il 515 a.C., ma da allora la sua zecca divenne una delle più celebri del mondo greco.
Morte ed eredità

La stessa tradizione che racconta il delitto di Corinto chiude il cerchio con la morte di Archia. Stabilitosi a Siracusa, secondo le Storie d’amore pseudo-plutarchee egli fu ucciso a tradimento da Telefo, un giovane che aveva amato e condotto con sé in Sicilia al comando di una nave. La fonte non spiega il movente; l’idea che si tratti di una vendetta, una replica dello schema di Atteone, è un’interpretazione moderna. La stessa tradizione gli attribuiva due figlie di nome Ortigia e Siracusa, eponime dei luoghi: un dettaglio che gli studiosi considerano una palese invenzione.
Nelle colonie greche il fondatore riceveva dopo la morte onori da eroe, con una tomba spesso collocata nell’agorà e giochi e sacrifici annuali in suo onore: così avvenne per Batto a Cirene e, secoli dopo nella stessa Siracusa, per Timoleone e per Gelone. Di un culto o di una tomba di Archia, però, non resta alcuna traccia documentata: un silenzio che si spiega bene con la natura semi-leggendaria del personaggio. La sua memoria sopravvive soprattutto nei luoghi del mito di fondazione, Ortigia e la fonte Aretusa, e nello stradario della città moderna, che gli ha intitolato una via.
Le fonti
La fonte cardine è Tucidide (Storie, VI, 3, 2), che fissa data, origine corinzia ed espulsione dei Siculi. Ancora più antiche sono le menzioni del geografo Ecateo di Mileto (VI secolo a.C.) e dei versi di Teocrito, che ricorda «Archia di Efira», cioè da Corinto, come fondatore di Siracusa. Strabone (Geografia, VI, 2, 4) racconta la spedizione, la tappa a Corcira e l’oracolo della ricchezza; Pausania (V, 7, 3) conserva il responso in versi su Ortigia e Aretusa. La vicenda di Atteone e Melisso e la morte per mano di Telefo dipendono da Diodoro Siculo (libro VIII, in frammenti) e dalle Storie d’amore attribuite a Plutarco (2, in Moralia 772c-773b), integrate da uno scolio ad Apollonio Rodio. Tra gli studi moderni: A. Morakis, Archias, the Heracleids, the Bakhiads and the Foundation of Syracuse (in Ancient History Bulletin, 35, 2021); I. Malkin, Religion and Colonization in Ancient Greece (1987); J. B. Salmon, Wealthy Corinth (1984); T. J. Dunbabin, The Western Greeks (1948); C. Dougherty, The Poetics of Colonization (1993).
Voci collegate
- Fonte Aretusa, l’acqua dolce all’origine della scelta di Ortigia
- Teatro Greco di Siracusa, cuore della città cresciuta dalla fondazione
- Dionisio I, Gerone I, Ierone II e Agatocle, i grandi signori della Siracusa che Archia aveva fondato
Fonti e bibliografia
- Tucidide, Storie, VI, 3, 2
- Strabone, Geografia, VI, 2, 4
- Pausania, Periegesi della Grecia, V, 7, 3
- Pseudo-Plutarco, Storie d’amore (Amatoriae narrationes), 2 = Moralia 772c-773b
- Diodoro Siculo, Biblioteca storica, libro VIII (frammenti)
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