Filistide

Regina di Siracusa e moglie di Ierone II: la prima donna reale effigiata sulla monetazione siciliana, nota solo dalle sue monete e da un’iscrizione del teatro.
Aggiornato in data 6 Giugno 2026 da Alessandro Calabrò
Filistide
Testa velata e diademata della regina Filistide su un argento da 16 litrai di Siracusa
La testa velata e diademata di Filistide su un 16 litrai d’argento. Münzkabinett di Berlino (foto ArchaiOptix, CC BY-SA 4.0).
Nome grecoΦιλιστις (gen. Φιλιστιδος)
TitoloRegina (basilissa) di Siracusa
EpocaIII secolo a.C.
CasaDinastia di Ierone II
ConiugeIerone II (identificazione congetturale)
Figli attribuitiGelone II; le figlie Damarata ed Eraclia
NipoteGeronimo, ultimo re di Siracusa
Documentata daLe sue monete (ΒΑΣΙΛΙΣΣΑΣ ΦΙΛΙΣΤΙΔΟΣ) e l’iscrizione del Teatro Greco di Siracusa (IG XIV 3)

Filistide (in greco Φιλιστις, genitivo Φιλιστιδος) fu una regina di Siracusa del III secolo a.C., quasi certamente la moglie di Ierone II. La sua figura ha una caratteristica che la rende quasi unica nella storia siceliota: è documentata soltanto da fonti materiali, le sue monete (numerose e di finissima fattura) e le iscrizioni greche di Siracusa, prima fra tutte quella del Teatro Greco. Nessuno storico antico la nomina. Eppure il suo nome e il suo titolo regale, basilissa, corrono su una delle monetazioni d’argento più abbondanti e belle della Sicilia ellenistica, dove Filistide è la prima donna reale (e non una divinità o una personificazione) a comparire effigiata su una moneta dell’isola.

Quasi tutto ciò che si racconta della sua vita, oltre al nome e al rango, è ricostruzione moderna. L’identificazione con la moglie di Ierone II, il padre Leptine, la maternità dei figli reali sono deduzioni degli studiosi, fondate sull’incrocio fra le monete, l’epigrafe e pochi cenni indiretti di Polibio e Livio, che però non la chiamano mai per nome. Filistide è, in questo senso, una regina senza biografia: la sua importanza si misura sull’argento coniato a suo nome e sul posto d’onore che le epigrafi le riservano accanto al re.

Una regina senza biografia

Il dato di partenza, da non nascondere, è la quasi totale assenza di Filistide dalle fonti scritte. Il suo nome compare soltanto su documenti materiali: le monete, con la leggenda ΒΑΣΙΛΙΣΣΑΣ ΦΙΛΙΣΤΙΔΟΣ («della regina Filistide»), e l’epigrafia siracusana del tempo di Ierone II, a cominciare dall’iscrizione del teatro. Gli storici antichi che raccontano l’età di Ierone II, da Polibio a Livio, non la nominano in alcun passo. La numismatica moderna ha coniato per lei l’immagine della «regina quasi cancellata»: una sovrana la cui monetazione è vasta e magnifica e di cui, nei testi letterari, resta a stento una traccia indiretta.

L’unico aggancio testuale alle sue origini passa per Polibio. Nel raccontare l’ascesa di Ierone (Storie I, 8-9), lo storico riferisce che il futuro re, per consolidare la propria posizione a Siracusa intorno al 275 a.C., si imparentò con Leptine, il cittadino di maggior seguito in città, sposandone la figlia, di cui però non fa il nome. L’equazione fra quella figlia anonima e la basilissa Filistide delle monete è una inferenza degli studiosi, coerente ma non affermata da alcuna fonte. Da qui discende, a catena, anche tutto l’albero genealogico che le viene attribuito.

Conviene perciò tenere distinti due piani. Ciò che è nominato nelle fonti antiche è solo il nome di Filistide con il titolo di regina, e compare unicamente sulle monete e sull’epigrafe teatrale. Ciò che è dedotto dagli studiosi (il matrimonio con Ierone II, il padre Leptine, i figli) è ricostruzione moderna, prevalente e ragionevole, ma costruita incrociando l’evidenza materiale con cenni letterari che parlano della casa reale senza mai citare la regina.

Argento da 16 litrai di Filistide con testa velata al dritto e Nike sulla quadriga al rovescio, British Museum
Un 16 litrai d’argento di Filistide: al dritto la testa velata e diademata della regina, al rovescio la Nike sulla quadriga con la leggenda ΒΑΣΙΛΙΣΣΑΣ ΦΙΛΙΣΤΙΔΟΣ. British Museum, inv. 1946,0101.1544 (foto ArchaiOptix, CC BY-SA 4.0).

Origini e la questione di Leptine

La tradizione erudita fa di Filistide la figlia di Leptine, esponente dell’aristocrazia siracusana di grande influenza popolare. Su questo punto serve una precisazione che le fonti divulgative spesso confondono: il Leptine suocero di Ierone II, vissuto nella prima metà del III secolo a.C., è persona diversa dal più celebre Leptine ammiraglio, fratello di Dionisio I il Vecchio, morto nel 375 a.C., quasi un secolo prima. Le due figure sono separate da varie generazioni e non vanno sovrapposte.

Da questa distinzione discende una conseguenza importante. L’idea, diffusa nella divulgazione, che Filistide servisse a collegare Ierone, «uomo nuovo» di origini non regali, alla vecchia dinastia dionigiana è speculazione, non un dato. Le fonti non legano il suocero Leptine alla casa di Dionisio, e l’ulteriore ipotesi di una discendenza dallo storico siracusano Filisto, partigiano di Dionisio, poggia soltanto sull’assonanza dei nomi (Φιλιστις e Φιλιστος), senza alcun appoggio documentario. Il nome appartiene a una famiglia onomastica aristocratica siceliota ben radicata, il che è coerente con un’origine dalla nobiltà cittadina, ma di per sé non prova alcuna parentela precisa.

Il movente del matrimonio, quello sì, è esplicito in Polibio ed è il dato più solido sul ruolo di Filistide: legandosi a Leptine, l’uomo di maggior seguito popolare, Ierone si assicurava un appoggio decisivo nella città mentre era impegnato nelle campagne militari. Filistide fu, prima di tutto, lo strumento di una alleanza politica interna che rese stabile il potere del marito.

La famiglia reale

L’albero genealogico di Filistide è interamente ricostruito, perché nessuna fonte antica la dice madre di qualcuno: le fonti parlano dei figli e delle figlie di Ierone, e l’attribuzione a Filistide deriva dall’averla identificata come la moglie del re. Con questa avvertenza, lo schema accolto dagli studiosi è il seguente.

  • Marito: Ierone II di Siracusa, re per oltre mezzo secolo (regno circa 270-215 a.C.).
  • Figlio ed erede: Gelone II, associato al trono dal padre come coreggente intorno al 240 a.C. e morto prima di lui, nel 216 a.C. Gelone sposò Nereide (Nereis), principessa epirota figlia di Pirro II, anch’essa insignita del titolo di basilissa.
  • Figlie: Damarata, moglie di Adranodoro, ed Eraclia, moglie di Zoippo. Sono attestate da Livio come figlie di Ierone e furono uccise nel massacro della famiglia reale del 214 a.C.
  • Nipoti (figli di Gelone II e Nereide): Geronimo, che successe a Ierone come ultimo re di Siracusa, e Armonia, moglie di Temisto. Di entrambi Filistide sarebbe la nonna.

L’accostamento epigrafico fra Filistide e la nuora Nereide, che compaiono insieme nelle iscrizioni del teatro, è anche uno degli appigli usati dagli studiosi per datare la monetazione della regina, perché il matrimonio di Gelone con Nereide si colloca intorno al 233 a.C.

La monetazione: l’argento di una regina

La fonte principale, quasi unica, su Filistide sono le sue monete. Furono coniate a Siracusa durante il regno del marito, nell’ambito della cosiddetta monetazione «regale» che porta i nomi di Ierone II, di Filistide e del figlio Gelone. Il catalogo scientifico di riferimento, lo studio di Maria Caccamo Caltabiano, Benedetto Carroccio ed Ernesto Oteri (Siracusa ellenistica, 1997), censisce 1.414 esemplari di questa serie: di essi ben 977 sono a nome di Filistide (838 tetradrammi e 139 dramme), contro la trentina a nome del solo Ierone II e i circa 300 di Gelone, distribuiti in circa 330 serie. In proporzione, l’argento della regina supera in numero quello coniato a nome del re suo marito, che pure batté in proprio pezzi d’argento da 32, 16 e 8 litrai e tagli d’oro con la testa di Persefone: il ritratto della regina resta però riservato all’argento. È un dato che da solo segnala il rilievo simbolico ed economico legato al suo nome.

Rovescio di una moneta di Filistide con Nike sulla quadriga e la leggenda della regina
Il rovescio di un 16 litrai: la Nike alata guida la quadriga al passo verso destra; sopra una stella, in esergo il nome della regina al genitivo. Bibliothèque nationale de France, collezione Luynes (pubblico dominio).

A nome di Filistide si conoscono due sole denominazioni, entrambe in argento: il pezzo da 16 litrai, equivalente a un tetradramma, di gran lunga il più comune, e quello minore da 5 litrai, pari a una dramma. Non risultano emissioni in oro né in bronzo a suo nome. Il sistema poggiava sulla litra, l’antica unità d’argento siciliana del peso di circa 0,86 grammi: il 16 litrai pesa in media intorno ai 13,5 grammi (con esemplari compresi fra circa 12,7 e 14,6 grammi), il 5 litrai intorno ai 4,5 grammi. La natura esatta del piede ponderale è discussa fra chi vi vede un adeguamento al sistema tolemaico e chi una valuta locale fondata sulla litra siciliana. Tanto questa moneta era diffusa e riconoscibile che le viene attribuito in antichità un nome proprio, il philistideion.

Il dritto mostra sempre la testa della regina rivolta a sinistra, velata e cinta del diadema reale, con un simbolo di controllo variabile dietro la nuca (una stella, un serto, una torcia, un ramo di palma, un tirso). Il rovescio riprende il tipo siracusano classico per eccellenza, la quadriga: una Nike guida il carro a quattro cavalli verso destra, al passo o al galoppo, mentre sui pezzi da 5 litrai compare talora una biga. Intorno corre la leggenda ΒΑΣΙΛΙΣΣΑΣ ΦΙΛΙΣΤΙΔΟΣ, con ΒΑΣΙΛΙΣΣΑΣ in alto e il nome in esergo, sotto i cavalli.

Un dettaglio tecnico ha un peso storico notevole: i simboli e le lettere di controllo (le sigle che identificavano serie ed emissioni) sono condivisi fra le monete di Ierone II, di Filistide e di Gelone. Questo dimostra che le tre monetazioni furono prodotte nello stesso arco di tempo e facevano parte di un’unica struttura monetaria coordinata: l’argento della regina è il fulcro di una serie dinastica. Lo studio dei conii lo conferma sul piano quantitativo: per i soli tetradrammi di Filistide si contano circa 78 conii di dritto e 165 di rovescio, numeri che indicano una produzione massiccia e prolungata.

Il ritratto: la regina velata

Tetradramma di Filistide con busto velato della regina e quadriga al rovescio
Tetradramma di Filistide: il busto velato della regina, di stile finissimo, e al rovescio la quadriga guidata dalla Nike.

Il volto di Filistide è uno dei più belli dell’intera monetazione siceliota, ma chi lo guarda non vede un ritratto fisionomico individuale. Gli studiosi lo leggono come una immagine regale idealizzata, costruita sul modello delle regine tolemaiche d’Egitto e deliberatamente vicina alla dea Demetra: il velo evoca la sfera matronale e sacra, il ciclo agrario, la maternità della terra. A Siracusa quel volto velato poté essere percepito anche come una «nuova Aretusa», la ninfa-fontana patrona della città, il che ne spiega la presa sui cittadini. Ciò che àncora l’effigie alla sfera reale e politica è il diadema che si scorge sotto il velo, insieme alla leggenda con il nome e il titolo: sono questi a qualificarla come sovrana in carne e ossa.

Il confronto più stringente, indicato dagli specialisti, è con Berenice II d’Egitto, che sulle proprie monete porta diadema e velo, mostra una cornucopia dietro il capo (elemento che gli studiosi ritrovano anche in emissioni di Filistide) e si identifica al rovescio con il titolo di basilissa, esattamente come Filistide. Sullo sfondo c’è il modello di Arsinoe II, la prima grande regina tolemaica effigiata. Un contro-esempio aiuta a misurare la scelta siracusana: gli Attalidi di Pergamo non ritraevano le loro regine viventi sulle monete, continuando a usare il volto del capostipite Filetero. Mettere il volto della regina vivente sull’argento di Stato era, dunque, una scelta specificamente tolemaica.

Sul significato dell’effigie conviene restare prudenti. La somiglianza con le regine divinizzate dell’Oriente ellenistico è reale e voluta, ma un culto formale di Filistide come dea non è documentato, a differenza di quanto accadde per Arsinoe II, deificata e venerata in Egitto. L’intento divinizzante resta perciò una lettura iconologica plausibile, non un fatto attestato. Va aggiunto che le emissioni, pur così pregevoli, sono opera di incisori rimasti anonimi: per Filistide non si conserva alcun nome di maestro, a differenza della grande stagione classica siracusana firmata da Eveneto e Kimon.

La prima donna sulla moneta siciliana

Il British Museum definisce Filistide «il primo esempio di una donna reale raffigurata su una moneta siciliana», in contrapposizione a dee e personificazioni. La formula è esatta, a patto di intenderne la portata. Prima dell’età ellenistica, sulle monete greche, e siciliane in particolare, le teste femminili erano sempre divinità: Aretusa, Persefone, Demetra, la Nike. La rottura ellenistica consiste proprio nel mettere sulla moneta, per la prima volta, una sovrana storica con il suo nome e il suo titolo. In Oriente questa svolta è incarnata dalle regine tolemaiche Arsinoe II e Berenice II; nella Sicilia greca da Filistide.

Moneta d'argento da 16 litrai con la regina Filistide e la quadriga, Altes Museum di Berlino
Dritto e rovescio di un 16 litrai di Filistide affiancati. Altes Museum, Berlino (foto Sailko, CC BY 3.0).

La portata del primato va però circoscritta. Sul piano siciliano e dell’Occidente greco la rivendicazione regge; il primato assoluto fra tutte le regine ellenistiche è invece materia dibattuta fra gli studiosi, che chiamano in causa Amastris, Arsinoe II e le Berenici, con la complicazione delle emissioni postume. Anche il celebre Demareteion, il decadramma siracusano di età dinomenide, non costituisce un’eccezione: la testa che vi compare è quella della ninfa Aretusa, riconoscibile dai quattro delfini, e il legame con la regina Demarete, tramandato da Diodoro quattro secoli e mezzo dopo i fatti, è oggi messo in dubbio e riguarda semmai il nome della moneta, non un suo ritratto. Filistide resta perciò la prima donna reale effettivamente effigiata e nominata sull’argento siracusano.

L’adozione di un linguaggio figurativo tolemaico non è casuale. Ierone II coltivò per tutto il regno un rapporto privilegiato con l’Egitto dei Tolomei: le emissioni bronzee «siculo-tolemaiche» degli anni Settanta del III secolo suggeriscono perfino un sostegno iniziale di Tolomeo II alla sua ascesa, e intorno al 240 a.C. il re siracusano fece costruire e inviò in dono a Tolomeo III la colossale nave Syracusia, carica di grano, ribattezzata Alexandria una volta giunta a destinazione. La regina velata e nominata sulla moneta è parte di questo allineamento culturale e diplomatico con Alessandria.

L’iscrizione del teatro di Siracusa

La seconda testimonianza materiale su Filistide, dopo le monete, sono i blocchi incisi del Teatro Greco di Siracusa. Lungo il diazoma, il corridoio mediano che taglia la cavea, i nove settori a cuneo recano incisi a grandi lettere, al genitivo, i nomi della casa regnante accostati ad alcune divinità. Sul terzo cuneo si legge βασιλισσας Φιλιστιδος, «della regina Filistide».

Secondo l’edizione critica di Alessia Dimartino (2017), il programma dei nove cunei è tripartito e simmetrico. A sinistra i quattro membri della dinastia: Gelone (integrato dagli editori), la regina Nereide, la regina Filistide e il re Ierone. Al centro Zeus Olimpio, la divinità suprema cui era dedicata l’edificazione del teatro. A destra divinità ed eroi, di cui resta leggibile solo Eracle Kraterophron. Le coppie reali fanno così da pendant alle coppie divine. Il documento è frammentario, con i cunei laterali in parte perduti o danneggiati, ma il nome di Filistide è tra i meglio conservati, con lettere alte fra i 10 e i 18 centimetri.

Il valore di questa epigrafe è duplice. Da un lato conferma il titolo ufficiale di basilissa già noto dalle monete; dall’altro colloca il nome della regina sul monumento civico più affollato di Siracusa, il teatro, che non era solo luogo di spettacolo ma sede concreta dell’assemblea popolare. Migliaia di cittadini vedevano quel nome ogni volta che salivano in cavea: una visibilità pubblica eccezionale per una donna nel mondo greco d’Occidente. Significativo il confronto interno alla stessa epigrafe: la nuora Nereide è detta regina solo qui, mentre Filistide è confermata sia dall’iscrizione sia da una monetazione vastissima, segno di uno status ancora più consolidato. L’iscrizione si data, su base paleografica, alla seconda metà del III secolo a.C., dopo la coreggenza di Gelone e il suo matrimonio con Nereide, e quindi plausibilmente dopo il 227 a.C.

Va sciolto un equivoco diffuso. Parte della letteratura più antica e diverse voci divulgative collocano l’iscrizione di Filistide nel teatro di Taormina. La filologia recente ha chiarito che si tratta di due dossier distinti: la formula «della regina Filistide» appartiene al teatro di Siracusa (corpus Inscriptiones Graecae XIV 3), mentre i blocchi del teatro di Taormina (IG XIV 437) recano il genitivo Φιλιστους, un altro nome, accanto a un riferimento alle sacerdotesse, e si datano al II secolo a.C. L’attribuzione taorminese del nome della regina è quindi un errore tradizionale, da non riprodurre.

La fine della dinastia e la sorte ignota

Della morte di Filistide non si sa nulla. Nessuna fonte la racconta, e la regina non compare in alcun episodio della crisi che travolse la sua casa. Poiché le sue emissioni cessano con la fine del regno e il suo nome non torna più, gli studiosi ritengono probabile che fosse già morta prima della catastrofe dinastica, forse intorno alla scomparsa del marito; ma è una congettura fondata sul silenzio delle fonti, non un dato accertato.

Il crollo fu rapido e sanguinoso. Alla morte di Ierone II, in tardissima età, intorno al 215 a.C., e poiché il figlio Gelone era già morto, il trono passò al nipote quindicenne Geronimo. Dopo la disfatta romana di Canne il giovane re abbandonò l’alleanza con Roma per trattare con Cartagine, e fu assassinato a Leontini da una congiura dopo soli tredici mesi di regno. A Siracusa seguì una rivoluzione, e con essa lo sterminio della famiglia reale: l’assemblea decretò che nessuno del sangue regio restasse in vita. Le figlie di Ierone, Damarata ed Eraclia, e la nipote Armonia furono massacrate dalla folla; Livio descrive Eraclia trascinata via dal sacrario domestico con le due figlie ancora fanciulle, mentre un contrordine di clemenza giungeva troppo tardi. Pochi anni dopo, l’assedio del console Marcello, reso celebre dalle macchine di Archimede, segnò la fine dell’indipendenza siracusana.

In questa tragedia Filistide non figura, e i personaggi vanno tenuti distinti: le vittime del 214 a.C. sono le figlie di Ierone, non la regina sua moglie. La sorte personale di Filistide resta una delle tante cose che di lei non sapremo mai.

Le fonti

Il caso di Filistide è esemplare del modo in cui la storia antica si ricostruisce quando la letteratura tace. Le uniche fonti che la nominano sono materiali: le monete, con la leggenda ΒΑΣΙΛΙΣΣΑΣ ΦΙΛΙΣΤΙΔΟΣ, e l’iscrizione del teatro di Siracusa (IG XIV 3); il nome riaffiora anche in calce a una lettera ufficiale di Ierone II incisa su pietra (IG XIV 7). Le fonti letterarie la sfiorano soltanto in modo indiretto e anonimo: Polibio (I, 9) parla della figlia di Leptine sposata da Ierone, senza nome; Livio (libro XXIV) racconta la fine delle figlie della casa reale, ancora senza nominare la madre. Nessun passo antico dice mai «Filistide fece» o «Filistide disse».

Per questo lo studio di Filistide è soprattutto opera di numismatici ed epigrafisti. Il catalogo di Maria Caccamo Caltabiano, Benedetto Carroccio ed Ernesto Oteri (Siracusa ellenistica. Le monete «regali» di Ierone II, della sua famiglia e dei Siracusani, 1997) resta il punto di riferimento per la monetazione, mentre le edizioni epigrafiche di Alessia Dimartino (2009 per Taormina, 2017 per Siracusa) hanno rimesso ordine fra le due iscrizioni teatrali. Già un opuscolo del 1769 osservava che Filistide, regina di Siracusa, «è stata passata sotto silenzio da tutti gli scrittori antichi»: tre secoli di erudizione non hanno cambiato questa condizione di fondo, ma hanno fatto parlare le sue monete.

Tavola fotografica ottocentesca con monete di Filistide del Museo Archeologico di Siracusa
Una tavola di Carlo Brogi dell’ultimo quarto dell’Ottocento, intitolata «Filistide moglie di Jerone II»: trenta sue monete conservate al Museo Archeologico di Siracusa, oggi «Paolo Orsi». (Pubblico dominio.)

Raccolte fin dall’Ottocento nelle grandi collezioni museali, da Siracusa a Parigi, Londra e Berlino, quelle monete restano la voce più eloquente di una regina che i libri antichi hanno dimenticato.

Voci collegate

Fonti e bibliografia

  • Maria Caccamo Caltabiano, Benedetto Carroccio, Ernesto Oteri, Siracusa ellenistica. Le monete «regali» di Ierone II, della sua famiglia e dei Siracusani, Pelorias 2, Università di Messina, 1997.
  • Alessia Dimartino, «Iscrizioni del teatro di Siracusa», Axon 1, 1 (2017), pp. 267-276.
  • Alessia Dimartino, «Ierone II, Filistide e il teatro greco di Taormina: note in margine a IG XIV, 437», Scuola Normale Superiore di Pisa, 2009.
  • Alessia Dimartino, «L’epistola di Ierone II e l’orkion boulas (IG XIV, 7)», Epigraphica LXXVII (2015), pp. 39-65.
  • Oliver D. Hoover, Handbook of the Coins of Sicily (HGC 2), Classical Numismatic Group, 2011.
  • Robert Ross Holloway, The Coinage of Syracuse, 1969.
  • Christopher de Lisle, Agathokles of Syracuse: Sicilian Tyrant and Hellenistic King, Oxford University Press, 2021.
  • Sandra Péré-Noguès, «Sur les traces de Philistis, “reine” de Syracuse», Archimède 5 (2018).
  • Polibio, Storie, I, 8-9 e VII; Livio, Ab Urbe condita, libro XXIV.
  • Voce Filistide su Wikidata (Q7185568).

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