![]() La Syracusia immaginata come palazzo galleggiante in un’incisione di Robert von Spalart (1810) | |
| Dati identificativi | |
| Tipo | Nave oneraria colossale (da grano e passeggeri) con apparato militare |
|---|---|
| Nome greco | Συρακοσία (Syrakosia), poi Ἀλεξανδρίς (Alexandris) |
| Varianti | Syrakousia, Syracusia, Siracusia |
| Committente | Ierone II, re di Siracusa |
| Architetto | Archia di Corinto |
| Sovrintendente | Archimede di Siracusa (il «meccanico») |
| Cantiere | Siracusa |
| Cronologia | |
| Costruzione | Verso il 240 a.C. |
| Durata del cantiere | Circa un anno (6 mesi per metà scafo, 6 per il resto) |
| Destino | Donata a Tolomeo III d’Egitto, ribattezzata Alexandris e tirata in secco ad Alessandria |
| Dati tecnici (stime moderne) | |
| Lunghezza | ~55–61,5 m (ricostruzione; nessuna misura nelle fonti antiche) |
| Baglio | ~14–15,4 m (ricostruzione) |
| Ponti | Tre (nave tripárodos) |
| Alberi | Tre |
| Stazza | Carico ~1.940 t (Casson); portata netta ~2.580 t (Nantet); dislocamento ~4.200 t (Turfa & Steinmayer). Cifre dibattute |
| Equipaggio | Non tramandato (lacuna nel testo); citati «600 uomini a prua» |
| Dotazioni di bordo | |
| Armamento | 8 torri, catapulta di Archimede, palizzata e «corvi» di ferro |
| Macchine | Vite di sentina (coclea) e argano di varo, di Archimede |
| Comfort | Ginnasio, giardino, tempio di Afrodite, biblioteca con meridiana, bagno, vivai, stalle, mosaici dell’Iliade |
| Fonte principale | |
| Ateneo di Naucrati, Deipnosofisti V.206d–209e, che cita l’opera perduta di Moschione | |
La Syracusia (in greco Συρακοσία, «la Siracusana»), poi ribattezzata Alexandris (Ἀλεξανδρίς), fu la nave da carico più grande dell’antichità: un colosso di legno fatto costruire a Siracusa dal re Ierone II intorno al 240 a.C., progettato dall’architetto Archia di Corinto con la sovrintendenza tecnica di Archimede. A bordo, accanto a una stiva capace di migliaia di tonnellate di grano, si trovavano un ginnasio, un giardino con pergole di vite, un tempio di Afrodite con il pavimento di agata, una biblioteca, un bagno con vasche di bronzo, vivai per i pesci e stalle per i cavalli: una città galleggiante più che una semplice nave mercantile.
Tutto quello che sappiamo della Syracusia viene da un solo testo: la descrizione che Ateneo di Naucrati, erudito di età romana, inserì nel libro V dei suoi Deipnosofisti copiando l’opera, oggi perduta, di un certo Moschione. Da questa fonte unica derivano sia i dettagli tecnici sia le esagerazioni, ed è proprio la lettura attenta del testo greco a smentire diversi luoghi comuni che ancora circolano in rete (dal numero di «1.942 passeggeri» al nome «Alexandreia», dalle «due catapulte e una balista» alla leggenda del «datemi un punto d’appoggio» riferita a questa nave).
Il nome e la fonte
Il nome originario della nave era Syrakosia, «la Siracusana» (la tradizione manoscritta oscilla tra Συρακοσία e Συρακουσία). Quando Ierone decise di inviarla in dono al re d’Egitto, la ribattezzò Alexandris, «l’Alessandrina» (Ateneo, Deipnosofisti V.208f). La forma «Alexandreia», diffusa in molte pagine divulgative, non corrisponde al testo greco, che ha Ἀλεξανδρίς.
La testimonianza è interamente affidata ad Ateneo, che scrive verso il 200 d.C. e dichiara di citare alla lettera un trattato («syngramma») su questa nave, letto da poco con attenzione, opera di «un certo Moschione» (V.206e). Di Moschione non si sa quasi nulla: gli studiosi lo identificano con il paradossografo catalogato come FGrHist 575, vissuto fra III e II secolo a.C., e il passo della nave è il suo frammento 1. L’epiteto «di Faselide», che compare su Wikipedia e in molte pagine web, non è attestato da nessuna fonte antica e nasce con ogni probabilità dalla confusione con uno degli almeno otto omonimi noti (un poeta tragico, un medico, uno scultore, un cuoco). Va trattato come errore diffuso.
Il passo della Syracusia non cade nella grande lacuna iniziale dei Deipnosofisti: ci è giunto nel testo pieno del codice Marciano (Venetus Marcianus 447, X secolo), non solo nella più breve Epitome. All’interno della descrizione, però, il testo è guasto in qualche punto, e proprio dove Moschione doveva dare il numero complessivo dell’equipaggio si apre una lacuna: il greco recita «la folla (di bordo) non era inferiore a…» e poi il numero manca (V.209a). La celebre cifra di «1.942 passeggeri», ripetuta ovunque, è quindi una congettura moderna applicata a quella lacuna, non un dato della fonte. Restano solo «altri seicento uomini a prua», pronti agli ordini.

Il committente: Ierone II di Siracusa
Ierone II (vissuto oltre novant’anni, morto verso il 215 a.C.) governò Siracusa per circa cinquantaquattro anni, dal 270 circa fino alla morte. Polibio ne traccia un ritratto ammirato: conquistò la corona «senza uccidere, esiliare o danneggiare un solo cittadino», mantenne il regno in pace e sfuggì alle congiure (Polibio VII.8). Dopo un’iniziale alleanza con Cartagine, dal trattato del 263 a.C. fu per mezzo secolo alleato fedele di Roma, che riforniva regolarmente di grano, denaro, macchine e truppe.
La ricchezza del regno poggiava sul frumento. Il sistema fiscale di Ierone, la Lex Hieronica, prelevava una decima sul raccolto con regole eque, tanto che Roma lo conservò dopo l’annessione dell’isola (Cicerone, In Verrem). Questa abbondanza granaria spiega la nave: la Syracusia era insieme un’ostentazione di prestigio, uno strumento di diplomazia e una gigantesca nave da grano. La stessa logica del dono ritorna in altre occasioni della politica di Ierone, dai soccorsi a Roma dopo il Trasimeno (217 a.C.) ai cento talenti, alle esenzioni e alle cinquanta catapulte inviati a Rodi dopo il terremoto del 226 a.C. (Polibio V.88).

32 litri d’argento col ritratto di Ierone II, committente della nave (269–216 a.C.). Münzkabinett, Berlino. Foto: ArchaiOptix, CC BY-SA 4.0.

16 litri d’argento con la regina Filistide, moglie di Ierone II (274–216 a.C.). Altes Museum, Berlino. Foto: Sailko, CC BY 3.0.
Il cantiere: Archia di Corinto e Archimede
Per costruire la nave Ierone radunò materiali da mezzo Mediterraneo. Il legname venne tagliato sull’Etna in quantità sufficiente, dice la fonte, per sessanta «quadriremi» (il greco tetrerikòn; alcune traduzioni rendono erroneamente «triremi»). Chiodi, ordinate e paramezzali arrivarono dall’Italia e dalla Sicilia, il cordame dall’Iberia, la canapa e la pece dal fiume Rodano (e non dal «Reno», errore di una vecchia traduzione inglese). A capo di tutto, come architetto, Ierone pose Archia di Corinto: la scelta di un corinzio non era casuale, perché Corinto vantava la più antica tradizione cantieristica della Grecia (Tucidide I.13).
Vi lavorarono circa trecento artigiani specializzati, oltre ai loro aiutanti, e il re sovrintendeva di persona ogni giorno. Metà dello scafo fu completata in sei mesi, rivestita via via di lastre di piombo, e le parti restanti in altri sei: circa un anno in tutto. Lo scafo era assemblato con la tecnica «a fasciame portante» (mortase e tenoni), chiodato con grossi chiodi di bronzo (il più pesante di dieci mine) e protetto sotto la linea di galleggiamento da un fasciame di piombo steso su tele impeciate, difesa contro le teredini che corrodono il legno.
Un episodio dà la misura del cantiere: dei tre alberi, il maestro fu trovato a fatica nei monti del Bruzio da un porcaro, e fu l’ingegnere Fileas di Tauromenio (Taormina) a portarlo fino al mare. Il ruolo di Archimede, che Ateneo chiama «il meccanico» e «sovrintendente geometra», riguardò soprattutto le soluzioni ingegneristiche e il varo, mentre la responsabilità del progetto restava di Archia.
Le macchine di Archimede

Il legame tra Archimede e la Syracusia passa per tre congegni distinti, che la divulgazione tende a confondere: l’argano del varo, la vite per la sentina e la grande catapulta.
Il varo
Terminata sullo scalo la parte inferiore dello scafo, già appesantita dal piombo, non si riusciva a calarla in acqua. Dopo molte discussioni, racconta Ateneo, «Archimede il meccanico la trascinò da solo con pochi uomini», avendo costruito un helix, e «fu il primo a inventare la costruzione di questo congegno» (V.207a-b). Il termine greco ἕλιξ indica una spirale o vite, e i traduttori lo rendono di solito con «argano» (verricello): la ricostruzione ingegneristica prevalente immagina un argano collegato a un sistema di carrucole multiple fissato allo scafo, che moltiplicava la forza di un solo operatore.
È bene chiarire un equivoco molto diffuso. Il celebre motto «datemi un punto d’appoggio e solleverò il mondo» non è riferito dalle fonti antiche alla Syracusia. Plutarco (Vita di Marcello 14) lo collega a una dimostrazione diversa: Archimede, per provare a Ierone il principio della leva, trasse a sé con un paranco composto (polyspaston) una nave mercantile a tre alberi della flotta reale, tirata a secco e carica di merci e passeggeri, restando seduto a distanza. La fusione dei due episodi (il varo della Syracusia e il traino della nave del «punto d’appoggio») è un errore moderno.

La vite per la sentina
La sentina della nave, «per quanto profonda», era prosciugata da un solo uomo per mezzo della cochlias (κοχλίας, «la chiocciola»), «congegno ideato da Archimede» (V.208f). È la celebre vite di Archimede: un cilindro avvolto da una superficie a elica che, ruotando inclinata, solleva l’acqua di camera in camera. Vitruvio ne descrive in dettaglio la costruzione (De architectura X.6), e Diodoro Siculo la collega al drenaggio dei campi del Nilo e delle miniere iberiche, attribuendone l’invenzione ad Archimede durante un soggiorno in Egitto (Diodoro I.34 e V.37). Sul piano tecnico la macchina spiega perché bastasse un uomo: a basso angolo solleva grandi volumi per ogni giro, non richiede una tenuta perfetta e non si intasa. Gli studiosi moderni avvertono però che una sola vite difficilmente avrebbe vuotato una sentina tanto profonda, e ipotizzano più viti o più stadi successivi.

La vite di Archimede in sezione: l’acqua resta intrappolata fra le spire e sale lungo il cilindro inclinato (enciclopedia del 1908).

La vite d’acqua descritta da Vitruvio, in una xilografia dell’edizione veneziana di Fra Giocondo (1511).
La catapulta
Sopra la nave correva un muro merlato, montato su sostegni, e su di esso stava una sola grande macchina lanciapietre (lithobolos), «opera di Archimede», capace di scagliare con la propria forza una pietra di tre talenti oppure un dardo di dodici cubiti alla distanza di uno stadio (Ateneo V.208c). Tradotte dalla Loeb, queste misure diventano una pietra di circa 180 libbre (80 kg circa), un dardo di 18 piedi (5,4 m circa) e una gittata di 600 piedi (185 m circa): conversioni del traduttore, perché il greco dà solo le unità antiche, e la massa effettiva del proiettile varia secondo lo standard di talento adottato. La fonte parla di un’unica catapulta: la divulgazione che descrive «due catapulte e una balista» non ha riscontro nel testo.
La stessa competenza tornò, amplificata, nella difesa di Siracusa contro l’assedio romano del 213–212 a.C., quando le macchine di Archimede tennero a bada la flotta di Marcello con pietre fino a dieci talenti e con la «mano di ferro» che sollevava e rovesciava le navi. Polibio annota il nesso: Ierone aveva fornito i materiali, Archimede aveva progettato le macchine (Polibio VIII.7).

La struttura e i ponti
Ateneo definisce la nave eikosoros e tripárodos: dotata di tre corridoi o ponti sovrapposti. Il più basso scendeva alla stiva attraverso scale fitte, il mediano portava alle cabine, il superiore agli uomini in armi. Tutt’intorno allo scafo, all’esterno, correva una fila di atlanti (telamoni) alti sei cubiti (circa 2,7 metri) che reggevano la struttura superiore e il fregio, l’unica misura lineare «certa» da cui gli studiosi partono per ricostruire le proporzioni della nave. Le quattro ancore di legno e le otto di ferro completavano l’equipaggiamento.

Un palazzo galleggiante: i lussi di bordo
La parte più sorprendente del racconto riguarda gli interni, degni di una residenza reale. Sul ponte mediano si aprivano trenta cabine da quattro letti per i passeggeri, oltre a una sala armatoriale da quindici letti con tre camere da pranzo e una cucina a poppa. I pavimenti erano a mosaico, con tessere di pietre colorate che raffiguravano l’intera Iliade, ripresa anche sui soffitti e sulle porte.
Sul ponte superiore c’erano un ginnasio e passeggiate coperte, con giardini di ogni specie irrigati attraverso tegole di piombo nascoste, e pergole di edera e di vite le cui radici affondavano in grandi vasi di terracotta pieni di terra. Vi si trovava un tempio di Afrodite con il pavimento di agata e di pietre dell’isola, le pareti e il soffitto di cipresso, le porte d’avorio e di tuia. Accanto, una sala di lettura (scholasterion) con una biblioteca e, sul soffitto, una meridiana concava copiata dal celebre orologio solare del quartiere siracusano di Acradina. Il bagno aveva tre vasche di bronzo e un lavabo da cinque metretai ricavato in un solo blocco di marmo di Tauromenio (Taormina).
Non mancava nulla per un lungo viaggio: stalle per i cavalli (dieci per lato), una grande cisterna d’acqua dolce a prua da circa duemila metretai, un vivaio foderato di piombo e colmo d’acqua di mare per tenere vivi i pesci, e poi forni, mulini, cucine e legnaie lungo le fiancate. A bordo era persino istituito un tribunale, composto dall’armatore, dal timoniere e dal prodiere, che giudicava i reati secondo le leggi di Siracusa (Ateneo V.207c–209a).

L’apparato militare
Pur essendo una nave da carico, la Syracusia era armata come una fortezza. Vi si contavano otto torri proporzionate alla mole (due a poppa, due a prua, le altre a mezzanave), ciascuna presidiata da quattro uomini in armi e due arcieri e fornita di feritoie per far cadere pietre sui nemici sottobordo. Una palizzata di ferro circondava la nave contro i tentativi di abbordaggio, e altrettutto intorno «corvi di ferro» (korakes), azionati da macchine, afferravano gli scafi avversari per esporli ai colpi. I tre alberi portavano antenne lanciapietre da cui calare uncini e masse di piombo; sessanta armati per lato vegliavano sui parapetti, mentre nelle gabbie di combattimento di bronzo, in cima agli alberi, stavano gruppi di tre, due e un uomo, riforniti di pietre e dardi per mezzo di carrucole.
Dimensioni, stazza e capacità di carico
Le fonti antiche non danno alcuna misura dello scafo: tutte le cifre di lunghezza e larghezza che si leggono oggi sono ricostruzioni moderne. L’unico dato quantitativo è il carico del viaggio inaugurale: sessantamila medimni di grano, diecimila giare di pesce salato siciliano, ventimila talenti di lana e altrettanti di altre merci, oltre alle provviste dell’equipaggio. Al seguito la nave rimorchiava imbarcazioni minori, fra cui un cércuro da tremila talenti, tutto a remi.
Su quanto pesasse davvero la nave il dibattito è acceso, perché dipende da quale unità di misura usasse Moschione. La stima «bassa» di Lionel Casson calcola un carico di circa 1.940 tonnellate; Turfa e Steinmayer (1999), ricostruendo lo scafo in circa 61,5 × 15,4 × 10,8 metri, arrivano a un dislocamento a pieno carico superiore alle 4.200 tonnellate; Emmanuel Nantet (2020), adottando unità tolemaiche o siciliane, propone una portata netta di circa 2.580 tonnellate. Le tre cifre non sono direttamente confrontabili (carico, dislocamento e portata netta misurano cose diverse), ma convergono nel collocare la Syracusia su una scala senza confronti per una nave mercantile dell’antichità, quando le onerarie comuni stavano fra le 350 e le 500 tonnellate. Il pescaggio elevato spiega perché nessun porto siciliano potesse accoglierla.

Il viaggio ad Alessandria e il dono a Tolomeo III
La nave si rivelò troppo grande per essere usata: nessun porto siciliano poteva ospitarla in sicurezza. Ierone decise allora di farne un dono al re d’Egitto, Tolomeo III Evergete, e la mandò ad Alessandria carica di grano «perché c’era penuria di frumento in tutto l’Egitto» (Ateneo V.209b). Per l’occasione la ribattezzò Alexandris. La nave raggiunse Alessandria e vi fu tirata in secco: è l’unico viaggio di cui abbiamo notizia, dopo il quale la Syracusia scompare dalle fonti.
Della sua fama resta l’eco di un epigramma del poeta Archimelo, che Ierone ricompensò con mille medimni di grano spediti a sue spese fino al Pireo. I versi paragonavano la nave alle vette dell’Etna per altezza e a un’isola delle Cicladi per larghezza. Lo stesso Ateneo chiude la rassegna osservando che la celebre trireme sacra di Antigono «non valeva neppure un terzo, forse neppure un quarto, della Syrakosia ovvero Alexandris» (V.209e).
Eredità e confronti
La Syracusia è ricordata come la più grande nave da trasporto dell’antichità. La formula va presa con misura: per sola lunghezza era superata già nell’antichità dalla tessaracontera di Tolomeo IV, lunga 280 cubiti e mossa da migliaia di uomini, che però (annota Plutarco, Vita di Demetrio 43) era «fatta per spettacolo, non per servizio», quasi un edificio fisso a terra. Il primato della Syracusia riguarda invece la scala di una nave mercantile davvero operativa, che almeno il viaggio fino ad Alessandria lo compì. Come termine di paragono diretto gli studiosi usano la Isis, la oneraria del grano alessandrina descritta da Luciano (circa 55 metri, 1.200–1.300 tonnellate), mentre per il dislocamento la Syracusia si avvicina ai grandi vascelli di linea lignei del Settecento e ai clipper dell’Ottocento.
Per le sue dotazioni (giardini, bagno, ginnasio, biblioteca, tempio) viene spesso definita «la prima nave da crociera della storia»: una suggestione divulgativa, gradevole ma anacronistica. Va segnalato anche un errore ricorrente in rete, che attribuisce alla Syracusia le misure della tessaracontera (oltre 120 metri): le ricostruzioni attendibili restano intorno ai 55–61 metri.
La nave continua a vivere nelle ricostruzioni. Un modello in scala è esposto al Kotsanas Museum of Ancient Greek Technology di Atene; a Siracusa il Museo di Archimede e Leonardo conserva un modello a catamarano in legno di bosso rifinito a foglia d’oro, opera del medico e modellista siracusano Guido Vallone (1926–1992), donato dal Lions Club Siracusa Host. Il disegno di ricostruzione più citato negli studi è quello di N. Holmes Kantzios, pubblicato nell’articolo di Turfa e Steinmayer del 1999, mentre l’illustrazione storica più nota resta l’incisione di Robert von Spalart del 1810.

Il mosaico di Althiburus in un disegno del 1905: un catalogo illustrato dei tipi di nave antichi, utile a misurare per contrasto la mole della Syracusia.

La morte di Archimede durante l’assedio di Siracusa (212 a.C.), in un mosaico oggi ritenuto copia settecentesca. Liebieghaus, Francoforte.
Le fonti e gli errori da correggere
L’intera conoscenza della Syracusia dipende, come si è detto, da un solo canale: Ateneo che cita Moschione. Lo studio moderno di riferimento, Turfa e Steinmayer (1999), giudica il racconto sorprendentemente accurato sul piano tecnico e lo riconduce a una testimonianza oculare, pur dentro una cornice di intrattenimento erudito. Restano aperti i nodi del tonnellaggio e dell’estensione esatta delle lacune testuali.
Proprio perché la fonte è una sola, questa scheda corregge alcuni errori molto diffusi nelle pagine divulgative: il nome corretto del secondo battesimo è Alexandris e non «Alexandreia»; il numero di «1.942 passeggeri» non è nel testo, dove al suo posto c’è una lacuna; la nave montava una sola grande catapulta, non «due catapulte e una balista»; l’aneddoto del «punto d’appoggio» riguarda un’altra nave; l’epiteto «Moschione di Faselide» non è antico; e il legname era pari a sessanta quadriremi (non triremi), con canapa e pece dal Rodano (non dal Reno).

Fonti e bibliografia
Fonti antiche. Ateneo di Naucrati, Deipnosofisti V.206d–209e (che cita Moschione, FGrHist 575 F 1), testo e traduzioni di C. B. Gulick (Loeb, su LacusCurtius) e C. D. Yonge (su attalus.org); Plutarco, Vita di Marcello 14 e Vita di Demetrio 43; Polibio, Storie V.88, VII.8 e VIII.5–7; Vitruvio, De architectura X.6; Diodoro Siculo, Biblioteca storica I.34 e V.37; Tucidide, I.13; Luciano, Navigium 5; Cicerone, In Verrem (per la Lex Hieronica).
Studi moderni. L. Casson, Ships and Seamanship in the Ancient World (Princeton 1971); J. M. Turfa & A. G. Steinmayer Jr, «The Syracusia as a giant cargo vessel», International Journal of Nautical Archaeology 28.2 (1999), pp. 105–125; E. Nantet, «The Tonnage of the Syracusia: a metrological reconsideration» (2020); F. Meijer & A. Wegener Sleeswyk, «On the construction of the Syracusia (Athenaeus V.207 A-B)», Classical Quarterly 46.2 (1996); R. P. Duncan-Jones, «Giant cargo-ships in antiquity», Classical Quarterly 27 (1977); H. Nowacki, «Archimedes and Ship Design» (Max Planck Institute, Preprint 445, 2013); E. F. Castagnino Berlinghieri, «Archimede alla corte di Ierone II: la Syrakosia», Hesperia 26 (2010).
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