Giovanni Antonio Capobianco

Vescovo di Siracusa dal 1649 al 1673, giurista e committente di Agostino Scilla.
Aggiornato in data 4 Novembre 2026 da Alessandro Calabrò
Per la successione episcopale, vedi Elenco dei Vescovi di Siracusa.
PersonaggioGiovanni Antonio Capobianco
Varianti del nomeCapoblanco, Capiblanco; in latino Capoblancus e Capiblancus
NascitaFrancavilla Fontana, anno incerto
MorteSiracusa, 19 maggio 1673
FormazioneDottore in diritto civile e canonico
MinisteroVescovo di Siracusa, 1649-1673
Designazione regia13 settembre 1648
Provvisione pontificia22 marzo 1649, Innocenzo X
ConsacrazioneRoma, 5 aprile 1649 secondo Gauchat; 6 aprile secondo la Sicilia sacra
ConsacranteCardinale Alfonso de la Cueva
Ingresso solenneSiracusa, 24 giugno 1649
PredecessoreFrancesco d’Elia e Rossi
SuccessoreFrancesco Maria Rini
Altre responsabilitàVicario generale e comandante del Val di Noto nel 1655
Sinodo4 ottobre 1651, atti stampati a Catania
MemoriaMonumento del 1701, oggi nella cappella del Crocifisso del Duomo

Giovanni Antonio Capobianco, ricordato anche come Capoblanco e Capiblanco (Francavilla Fontana, anno di nascita incerto – Siracusa, 19 maggio 1673), fu vescovo di Siracusa dal 1649 alla morte. Sacerdote e giurista, prima dell’episcopato operò al servizio della monarchia spagnola durante la rivolta napoletana del 1647-1648. A Siracusa celebrò il sinodo del 1651, visitò le comunità della diocesi, intervenne nell’organizzazione del clero e promosse importanti cantieri. Il suo nome è legato al completamento della cappella del Santissimo Sacramento e alla commissione degli affreschi ad Agostino Scilla, ai rapporti con l’architetto Francesco Buonamici e alla ricostruzione della chiesa della Concezione. Il governo diocesano fu segnato anche da conflitti di competenza e da un lungo soggiorno romano fra il 1662 e il 1667.[1][2][3]

Origini, famiglia e formazione

La localizzazione della nascita presenta una tradizione discordante. Patrice Gauchat, nella Hierarchia catholica, registra il luogo come terra «Franca», identificandolo con Francavilla Fontana nella diocesi di Oria; il riferimento è al processo concistoriale per la provvista episcopale. Questa ricostruzione ha una base documentaria più precisa delle alternative offerte dalla storiografia erudita. Nell’edizione del 1733 della Sicilia sacra, curata e continuata da Antonino Mongitore, si leggono infatti due possibilità: Oria nel Regno di Napoli oppure Francavilla nell’Abruzzo citeriore.[2][1]

Una comunicazione dell’Arcidiocesi di Siracusa del 2020 adotta Francavilla Fontana e il 1616; il repertorio Catholic-Hierarchy indica invece il 1617 dichiarandolo incerto. La Sicilia sacra riferisce il trentesimo anno d’età al momento della designazione del 1648 e il cinquantacinquesimo alla morte del 1673. Le formule e il computo delle età non consentono di fissare con sicurezza un anno anagrafico. L’origine da Francavilla in area messinese, presente in un moderno studio locale, contrasta invece con l’indicazione della diocesi pugliese di Oria contenuta nel repertorio fondato sul processo vaticano.[4][5][1][2][6]

Anche la condizione della famiglia è rappresentata in modi diversi. La cronaca ecclesiastica lo dice nato da famiglia illustre; Francesco Capecelatro, testimone delle vicende napoletane, lo qualifica invece di umilissima condizione. Il contrasto risente delle differenti prospettive dei narratori e rimane aperto in mancanza di una documentazione familiare più completa. Una parentela certa è quella con Oronzo Salinari di Lecce, ricordato nell’epigrafe funeraria del 1701 come cugino e promotore del monumento.[1][7]

Gauchat lo qualifica sacerdote e dottore in utroque iure, cioè in diritto civile e canonico. La formazione giuridica è coerente con le successive responsabilità ecclesiastiche e con la sua attività nei rapporti fra corona, autorità locali e istituzioni della Chiesa. Le fonti qui considerate non precisano con uguale sicurezza la data dell’ordinazione sacerdotale e gli anni del corso di studi.[2]

Al servizio della monarchia durante la rivolta di Napoli

La carriera di Capobianco si intrecciò con i tumulti napoletani del 1647-1648 e con il ristabilimento dell’autorità spagnola. La Sicilia sacra gli attribuisce un ruolo attivo per ricondurre la popolazione all’obbedienza regia, esercitato per incarico di Giovanni d’Austria. A sostegno della notizia richiama una lettera datata Napoli, 9 febbraio 1648, che gli avrebbe conferito ampi poteri. Il racconto mette in primo piano il servizio alla monarchia e presenta l’ascesa ecclesiastica come riconoscimento di quelle prestazioni.[1]

Terminata la fase dei tumulti, secondo la stessa fonte fu inviato in Spagna a riferire a Filippo IV. La corona lo aveva dapprima designato per il vescovato di Cassano, per poi destinarlo alla sede siracusana. La designazione per Cassano appartiene alla carriera regia del personaggio: le testimonianze disponibili non documentano un suo effettivo governo canonico di quella diocesi. La scelta della corona precedette la successiva provvisione pontificia per Siracusa.[1]

Capecelatro ricorda il conferimento del vescovato di Siracusa fra le ricompense concesse a quanti avevano servito fedelmente il re. La sua testimonianza conferma il collegamento politico della nomina, pur offrendo una rappresentazione sociale assai diversa da quella della cronaca ecclesiastica. Il confronto fra i due racconti permette di riconoscere un nucleo comune, il servizio alla monarchia, senza assumere come descrizione neutra né l’elogio dell’uno né il giudizio sulla condizione personale dell’altro.[7][1]

Nomina, consacrazione e ingresso a Siracusa

La designazione regia per Siracusa è datata 13 settembre 1648 dalla Sicilia sacra. Innocenzo X provvide alla sede il 22 marzo 1649: la data corrisponde all’undicesimo giorno prima delle calende di aprile indicato dal testo latino ed è confermata dalla Hierarchia catholica. La diversa datazione, 1648 oppure 1649, che ricorre nelle sintesi biografiche dipende dunque anche dal momento dell’iter che viene preso in considerazione.[1][2]

Per la consacrazione episcopale Gauchat indica Roma, 5 aprile 1649, per mano del cardinale Alfonso de la Cueva, citando il relativo registro vaticano. La Sicilia sacra riporta invece il 6 aprile. Il giorno 5 è preferibile per la specifica base archivistica del repertorio, conservando la variante del 6 come dato della tradizione erudita. Entrambe le fonti collocano la consacrazione a Roma.[2][1]

Le lettere esecutorie furono emanate a Messina il 26 aprile 1649 e il possesso della diocesi venne preso per procuratori il 30 aprile. Capobianco raggiunse poi la Sicilia: il 2 giugno fu ricevuto a Messina dal Senato, dall’arcivescovo, da consiglieri regi e da Giovanni d’Austria; il 13 giugno passò da Catania e il giorno successivo arrivò a Siracusa. L’ingresso solenne avvenne il 24 giugno 1649. La successione dei passaggi distingue la presa di possesso giuridica dall’arrivo personale e dalla cerimonia pubblica.[1]

Subentrava a Francesco d’Elia e Rossi e raccoglieva anche cantieri e questioni istituzionali avviati dai predecessori. Il suo episcopato durò fino al 19 maggio 1673; dopo una fase di vacanza la sede passò a Francesco Maria Rini. [1][8]

Visite pastorali e disciplina del culto

Capobianco affidò il vicariato generale ecclesiastico al nipote Giuseppe Capoblanco. La cronaca ricorda la visita della Chiesa siracusana e della diocesi, associandovi un breve di Innocenzo X del 10 aprile 1649 per indulgenze ai fedeli che, confessati e comunicati, visitassero le chiese designate. L’esercizio del governo comprendeva quindi sia la presenza personale del vescovo nelle comunità sia l’azione dei vicari e dei delegati.[1]

Santa Croce nel 1651 e nel 1655

Un verbale della visita a Santa Croce, pubblicato in fotografia e trascrizione da Gaetano Cascone, documenta l’arrivo di Capobianco il 2 febbraio 1651, dopo la visita a Comiso. Nel margine sono registrate 250 anime; in calce risultano cento confermazioni. Le cifre appartengono a quel verbale e descrivono il passaggio del vescovo nella comunità, senza costituire una statistica generale della diocesi.[6]

Nella matrice dell’Esaltazione della Santa Croce furono esaminati il Sacramento, il fonte battesimale, gli oli sacri, gli altari e il patrimonio della chiesa. Le prescrizioni riguardavano inventari, suppellettili, adeguamenti e scadenze, accompagnati da pene pecuniarie. Le carte successive trattano anche Sant’Antonio Abate e Santa Maria dell’Itria, con l’interdizione degli altari finché fossero state adeguate le pietre sacre. [6]

La visita dell’8 marzo 1655 fu invece compiuta da delegati: Antonio de Micheli e il padre maestro Gerardo di Caltagirone. Fra gli ordini riportati figura l’insegnamento domenicale della dottrina ai fanciulli e la verifica della conoscenza religiosa in vista del matrimonio. La distinzione fra i due verbali consente di seguire nel tempo l’attività della curia senza attribuire al vescovo una presenza personale in ogni ispezione.[6]

La dimensione territoriale

Le iniziative a Scicli, Lentini, Modica, Ragusa e Spaccaforno appartengono al governo della grande diocesi siracusana del Seicento. Il suo territorio comprendeva comunità oggi inserite in circoscrizioni ecclesiastiche diverse. Nella Sicilia sacra le visite, le collegiate, i sodalizi e i nuovi insediamenti religiosi compongono perciò una trama territoriale ampia, che supera la sola città sede della cattedrale.[1]

Per le parrocchie cittadine, il Dizionario topografico di Vito Amico, nella traduzione annotata di Gioacchino Di Marzo, attribuisce a Capobianco l’unione della parrocchia di San Niccolò a quella di San Paolo. La notizia non reca la data del provvedimento.[19]

Per Spaccaforno, l’odierna Ispica, la parrocchia della Santissima Annunziata riferisce a Capobianco il privilegio del 13 febbraio 1651 che regolava l’erezione del sodalizio e ne riconosceva la precedente esistenza. Le notizie delle visite a San Giuseppe nel 1661 e nel 1669, pubblicate da Melchiorre Trigilia, documentano inoltre controlli su clausura, arredi e amministrazione. [9][10]

Il sinodo del 1651 e il clero della cattedrale

Il 4 ottobre 1651 celebrò un sinodo diocesano, i cui atti furono stampati a Catania da Vincenzo Petronio nello stesso anno. Il titolo latino, Synodus dioecesana Syracusana prima, reca il nome di Giovanni Antonio Capiblanco, il suo titolo di vescovo e consigliere regio e l’indicazione del terzo anno di episcopato. La parola prima riguarda il sinodo del presule e non l’inizio della storia sinodale della diocesi, che aveva precedenti ben più antichi.[1][11]

L’edizione è censita dalla Soprintendenza di Ragusa fra le raccolte antiche delle biblioteche della provincia, con un esemplare nella Biblioteca civica Salvatore Quasimodo di Modica. Studi sulla vita religiosa femminile richiamano le pagine 240-241 per la disciplina monastica e l’abbandono di titoli mondani. Il sinodo appartiene quindi alle testimonianze normative del governo di Capobianco e ai testi attraverso cui la curia regolava comportamenti e istituzioni della diocesi.[11][12]

Gli atti del sinodo prevedevano una pena di sei onze per i clamori e i canti notturni davanti alle case delle vedove passate a seconde nozze. Nella parte I, capitolo V, prescrivevano inoltre ai parroci di vigilare contro sortilegi e pratiche di chiromanzia. Questi articoli sono stati ripresi da Sebastiano Rizza negli studi sul costume sociale e sulla religiosità popolare.[11][18]

Un altro intervento nell’organizzazione del culto è ricordato nella visita regia di Giovanni Angelo De Ciocchis del 1743, pubblicata nell’Ottocento. Il visitatore registra quattro mansionari soprannumerari istituiti da Capobianco, addetti al servizio di suddiaconi, e associa al loro mantenimento sei onze annue dalla cattedrale. Il passo attesta l’esistenza dell’istituzione ancora nel secolo successivo; non ne precisa la data di fondazione.[13]

Collegiate, sodalizi e comunità religiose

La Sicilia sacra assegna al 14 luglio 1650 l’elevazione a collegiata della chiesa maggiore di San Matteo a Scicli, su istanza di Vittorio de Michele. Per Lentini ricorda la ricostituzione del collegio dei canonici di Santa Maria della Cava con decreto del 24 ottobre 1653. Il 25 novembre 1660 il vescovo intervenne per comporre controversie fra le collegiate di Scicli. Questi atti riguardano l’assetto istituzionale e le precedenze delle chiese maggiori, oltre alla vita liturgica delle comunità.[1]

Il 6 agosto 1651 fondò presso Sant’Andrea dei Teatini un sodalizio di nobili sotto il titolo dello Spirito Santo, promosso dal preposito Francesco Maria Maggio. Filippo IV lo confermò con lettere del 1° agosto 1652. Un distinto sodalizio sacerdotale, dedicato all’Immacolata Vergine della Misericordia, ricevette l’approvazione delle costituzioni il 4 gennaio 1653 e ulteriori disposizioni il 1° febbraio 1666. [1]

La cronaca registra la posa della prima pietra della nuova chiesa e del monastero di Santa Teresa dei Carmelitani scalzi il 6 novembre 1650, alla presenza del Capitolo, del Senato, dei nobili e del popolo. La stessa cronaca registra l’arrivo di quattro monache da Comiso il 30 novembre 1660 e fondazioni analoghe a Modica e Ragusa nel 1661.[1]

Giurisdizione ecclesiastica e rapporti con le autorità

Il Sant’Uffizio, il Capitolo e il Senato

Secondo la Sicilia sacra, nel 1650 alcuni ministri del Sant’Uffizio operanti nella diocesi pretendevano esenzioni da diritti episcopali. Capobianco ricorse agli inquisitori e ottenne lettere datate Palermo, 23 luglio, che imponevano il pagamento del diritto cattedratico e di quanto dovuto alla mensa. Un successivo provvedimento del 2 settembre delimitava l’immunità rivendicata da chi si rifugiava nelle case dei familiari dell’Inquisizione. La fonte descrive così un conflitto concreto fra prerogative concorrenti, all’interno dell’ordinamento ecclesiastico e monarchico.[1]

Un altro terreno di mediazione fu la controversia cerimoniale fra il Capitolo della cattedrale e il Senato di Siracusa. La cronaca ricorda capitoli di composizione formulati il 19 dicembre 1655. Nella società cittadina le forme delle cerimonie pubbliche e delle precedenze esprimevano anche rapporti di autorità: l’intervento del vescovo si collocava quindi nel governo dei rapporti fra istituzioni, oltre che nella disciplina dei riti.[1]

Le accuse politiche e la Congregazione della Colomba

Salvatore Pistone Nascone, sulla base degli studi di Francesca Fausta Gallo, riferisce una denuncia del 27 settembre 1651 sulla Congregazione della Colomba presso i Teatini. Capobianco era accusato di partecipare a incontri ostili alla corona; replicò richiamando le licenze regia e pontificia del sodalizio. La fonte documenta l’accusa e la difesa, senza provare una cospirazione.[14]

Il Val di Noto, le difese e l’assistenza

Nel 1655 il viceré gli affidò la responsabilità di vicario generale e comandante del Val di Noto durante la minaccia della flotta francese. Il titolo riguarda un incarico civile e militare conferito al vescovo; è distinto dal vicariato ecclesiastico esercitato dal nipote Giuseppe. La Sicilia sacra collega a Capobianco lavori alle mura e alle attrezzature militari negli anni 1652 e 1655.[1]

Una notizia più circoscritta si trova in Capodieci: nel 1655 il vescovo restaurò a proprie spese la muraglia della piazza della Turba. È un intervento localizzato nella difesa urbana, che lo scrittore ricorda nella descrizione topografica della città. [8]

Per il 1654 la cronaca ecclesiastica riferisce inoltre aiuti distribuiti agli operai rimasti senza possibilità di lavoro dopo piogge e allagamenti. Il racconto inserisce il soccorso agli operai agricoli in un profilo elogiativo della generosità del presule.[1]

Le committenze nel Duomo

La cappella del Santissimo Sacramento

Il cantiere più strettamente legato al suo nome è quello della cappella del Santissimo Sacramento nel Duomo. La fondazione e la dotazione iniziali appartenevano a Juan de Torres Osorio. Capodieci riferisce a Capobianco il compimento della cappella nel 1650 e la commissione a Scilla delle pitture del tetto. La documentazione del cantiere ripresa dagli studi di Giuseppe Agnello registra tuttavia pagamenti per la fabbrica fino al luglio 1653. Il completamento architettonico e la successiva decorazione pittorica appartengono a fasi diverse.[8][14]

La ricostruzione di Luigi Hyerace data gli affreschi di Agostino Scilla fra febbraio e ottobre 1658 e li collega alla committenza di Capobianco. Le storie dell’Antico Testamento sviluppano il tema eucaristico della cappella. Il ritratto del vescovo Torres presente nel ciclo mantiene la memoria del fondatore: la sua presenza nel dipinto va distinta dall’identità di chi affidò a Scilla la decorazione.[3][14]

Capodieci ricorda quattrocento onze. I pagamenti, ripresi da Pistone Nascone dagli studi di Agnello e dagli Annali di Cesare Gaetani, aggiungono quaranta onze finali e vanno dall’inizio del 1657 all’ottobre 1658: documentano i versamenti, mentre Hyerace data l’esecuzione pittorica nel 1658.[8][14][3]

La tribuna e l’organizzazione degli spazi

Capodieci attribuisce a Capobianco nel 1659 una riforma della tribuna, divisa destinandone una parte a cappellone e una ad aula capitolare. La medesima descrizione ricorda che la tribuna era stata iniziata sotto Francesco d’Elia nel 1640 e completata nel 1643. L’intervento del 1659 appartiene dunque alla successiva sistemazione di spazi già oggetto di un cantiere precedente.[8]

Francesco Buonamici, il palazzo vescovile e la Concezione

I rapporti con Malta ebbero un ruolo nei cantieri del vescovo. Denis De Lucca colloca nel 1650 l’invito da parte di Capobianco dell’architetto lucchese Francesco Buonamici e gli attribuisce interventi nella cappella del Sacramento, l’ammodernamento della residenza episcopale e il progetto della chiesa delle monache della Concezione. Il profilo di Werner Oechslin registra permessi concessi dall’Ordine per lavorare presso il vescovo di Siracusa il 10 settembre 1650 e il 10 ottobre 1651.[15][16]

La ricostruzione del palazzo si inseriva in un edificio già trasformato dai predecessori, in particolare nel periodo di Torres. Alla residenza e all’esercizio della giurisdizione episcopale appartengono anche le nuove carceri: la Sicilia sacra trascrive un’iscrizione datata 1651 relativa alla loro costruzione. Le attuali iniziative di valorizzazione diocesana riconducono le celle a Capobianco e ne illustrano il rapporto con la giustizia penale esercitata dal vescovo.[1][17]

Per la chiesa di Santa Maria della Concezione la cronaca ricorda la prima pietra del 29 novembre 1651 e la benedizione del 17 marzo 1658, seguita dalla messa pontificale del giorno successivo. La badessa Cornelia Bonanno e Settimo compare nell’iscrizione di fondazione. Anche in questo caso il cantiere coinvolgeva un’istituzione religiosa con proprie responsabili e risorse, oltre all’autorità episcopale.[1]

L’identificazione del progettista presenta una questione storiografica: Oechslin registra per la Concezione il nome Michelangelo Bonamici, valutandone la possibile identità o parentela con Francesco; De Lucca adotta invece Francesco Buonamici. La differenza riguarda l’identificazione dell’architetto trasmessa dalle fonti, mentre il ruolo di Capobianco nella promozione del cantiere è concordemente riconosciuto. Gli interventi settecenteschi della chiesa appartengono a una fase successiva alla sua morte.[16][15]

Il soggiorno a Roma e il governo del vicario

La Sicilia sacra racconta che, in seguito ad accuse presentate contro di lui presso la Sede romana, Capobianco partì il 9 aprile 1662 su convocazione di Alessandro VII e rimase a Roma per cinque anni, fino al 1667. La cronaca qualifica calunniose le accuse, senza specificarne il contenuto.[1]

Il periodo romano richiese il governo delegato della diocesi. La fonte registra nello stesso arco di anni atti del vicario Giuseppe Capoblanco: la posa della prima pietra della chiesa di Santa Maria di Tutte le Grazie il 1° dicembre 1663, la benedizione del 9 maggio 1665 e interventi al sepolcro di santa Lucia. Queste iniziative appartengono all’amministrazione della diocesi durante l’assenza del presule e conservano il nome dell’autorità che le compì materialmente.[1]

La durata del soggiorno è ricordata anche nell’epigrafe funeraria del 1701 con la formula Romae quinquennio degens. Il richiamo mostra come quella fase fosse entrata nella memoria ufficiale del vescovo. [1]

Morte, sepolture e monumento

Cappella del Crocifisso nel Duomo, con altare in fondo e monumenti lungo le pareti
La cappella del Crocifisso, dove oggi si conserva il monumento di Capobianco. Fotografia di Sailko, 2009, Wikimedia Commons, CC BY 2.5.

Morì a Siracusa il 19 maggio 1673. La Sicilia sacra ricorda una prima sepoltura nella cattedrale e la successiva traslazione, nel 1701, alla chiesa del monastero del Santissimo Salvatore. L’epigrafe riferisce che Oronzo Salinari di Lecce, cugino del presule, fece realizzare a proprie spese il monumento e vi trasferì i resti, ventotto anni dopo la morte.[1][2]

Lo scultore non è identificato dalla dedica. Il monumento celebrava insieme la carriera episcopale e i servizi resi alla monarchia.[1]

Capodieci, nella descrizione delle opere conservate in città, registra ancora nel Santissimo Salvatore un medaglione marmoreo di Capobianco. Il monumento si trova oggi nella cappella del Crocifisso del Duomo; l’Arcidiocesi ne ha presentato il restauro nel giugno 2020. [8][4]

La tradizione della Sicilia sacra

La cronaca dell’episcopato si legge nell’edizione della Sicilia sacra continuata da Antonino Mongitore nel 1733. Rocco Pirri era morto nel 1651: la narrazione degli avvenimenti successivi appartiene alla prosecuzione dell’opera. Il racconto conserva date, iscrizioni e richiami a lettere, insieme a una rappresentazione elogiativa del vescovo, particolarmente evidente nel giudizio sulle accuse romane.[1]

Cronologia essenziale

  • 1647-1648: attività al servizio della monarchia durante i tumulti di Napoli.
  • 13 settembre 1648: designazione regia per Siracusa.
  • 22 marzo 1649: provvisione pontificia; consacrazione a Roma in aprile e ingresso solenne a Siracusa il 24 giugno.
  • 1650: interventi per Scicli, controversia con ministri del Sant’Uffizio e avvio dei rapporti di cantiere con Buonamici.
  • 1651: visita a Santa Croce, sinodo diocesano, carceri vescovili e prima pietra della Concezione.
  • 1653: intervento sulla collegiata di Lentini e approvazione delle costituzioni di un sodalizio sacerdotale.
  • 1654-1655: assistenza durante la crisi dei lavori agricoli, interventi alle difese e incarico vicereale nel Val di Noto.
  • 1657-1658: pagamenti e decorazione della cappella del Sacramento; benedizione della Concezione il 17 marzo 1658.
  • 1659-1661: riforma della tribuna, mediazione a Scicli e insediamenti carmelitani.
  • 1662-1667: soggiorno romano e governo della diocesi attraverso il vicario.
  • 19 maggio 1673: morte a Siracusa.
  • 1701: monumento e traslazione al Santissimo Salvatore per iniziativa del cugino Oronzo Salinari.

Fonti e bibliografia

  1. Rocco Pirri, Sicilia sacra disquisitionibus et notitiis illustrata, terza edizione emendata e continuata da Antonino Mongitore, con aggiunte di Vito Maria Amico, tomo I, Palermo, eredi di Pietro Coppola, 1733, pp. 647-649. Cronaca dell’episcopato ed epigrafe del 1701, lette in facsimile.
  2. Patrice Gauchat, Hierarchia catholica medii et recentioris aevi, vol. IV, Münster, 1935, p. 325 e nota 7. Rinvii a Processus Consistoriales, 50, f. 563, per origine e qualifiche; Miscellanea Armaria, XIII, 33, f. 218v, per consacrazione.
  3. Luigi Hyerace, Scilla, Agostino, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 91, 2018. Per committenza e cronologia degli affreschi siracusani.
  4. Arcidiocesi di Siracusa, Si presenta il monumento del vescovo Capobianco, 26 giugno 2020. Per la memoria monumentale e le varianti biografiche della comunicazione moderna.
  5. David M. Cheney, Bishop Giovanni Antonio Capobianco, Catholic-Hierarchy. Il 1617 è dichiarato incerto; il repertorio conferma la consacrazione del 5 aprile 1649.
  6. Gaetano Cascone, Le visite pastorali della seconda metà del 1600 nella Terra di Santa Croce, in Archivio storico, IV, Società Santacrocese di Storia Patria, 2017, pp. 22-47, in particolare fotografie e trascrizioni alle pp. 30-37. Per i verbali del 2 febbraio 1651 e dell’8 marzo 1655.
  7. Francesco Capecelatro, Diario contenente la storia delle cose avvenute nel reame di Napoli negli anni 1647-1650, a cura di Angelo Granito, vol. III, parte II, Napoli, Gaetano Nobile, 1854, p. 510. Testimonianza contemporanea edita postuma.
  8. Giuseppe Maria Capodieci, Antichi monumenti di Siracusa illustrati, Siracusa, Francesco Maria Pulejo, 1813: tomo I, pp. 72-73 e 96; tomo II, p. 366. Facsimile del tomo I e del tomo II.
  9. Parrocchia Santissima Annunziata di Ispica, Arciconfraternita Santissima Annunziata. Per il privilegio del 13 febbraio 1651.
  10. Melchiorre Trigilia, La chiesa di San Giuseppe di Ispica e il suo patrono. Storia. Notizie e traduzioni delle visite del 1661 e del 1669.
  11. Synodus dioecesana Syracusana prima ab illustrissimo et reverendissimo domino Ioanne Antonio Capiblanco, Catania, Vincenzo Petronio, 1651, parte I, cap. V, pp. 14-15; parte II, p. 151. Edizione censita da Vincenzo Fugaldi, Censimento delle edizioni siciliane dei secoli XVI-XVIII possedute dalle biblioteche della provincia di Ragusa, Soprintendenza di Ragusa, 2003, p. 24, n. 267.
  12. Marilena Modica Vasta, Sante vive: Weibliche Heiligkeit zwischen Realität und Fiktion im Sizilien des 17. Jahrhunderts, in L’Homme, 1/1, 1990, pp. 19-36, in particolare p. 23, note 10 e 12, con rinvio al sinodo di Capobianco, pp. 240-241.
  13. Giovanni Angelo De Ciocchis, Sacrae Regiae Visitationis per Siciliam acta decretaque omnia, vol. III, Vallis Neti, Palermo, Tipografia del Diario Letterario, 1836, p. 307. Atti della visita del 1743 per i mansionari soprannumerari.
  14. Salvatore Pistone Nascone, Agostino Scilla. Percorso artistico e contesti, tesi di dottorato, Università di Catania, ciclo XXX, 2017, pp. 178, 184-186, 190 e scheda degli affreschi, pagine PDF 345 e 347. Per i pagamenti a Scilla e il contesto politico, con richiami a Francesca Fausta Gallo, Siracusa barocca (2008), e ai documenti editi da Giuseppe Agnello.
  15. Denis De Lucca, Malta. The Splendour of its Baroque Architecture, in Baroque Routes Newsletter, 11, 2016, pp. 6-15, in particolare pp. 9-10. Per i rapporti con Buonamici e i cantieri siracusani.
  16. Werner Oechslin, Buonamici (Bonamici), Francesco (Vincenzo), in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 15, 1972. Per i permessi del 1650-1651 e la questione Michelangelo/Francesco; rinvio a Malta, Archivio dell’Ordine Gerosolimitano, 471, ff. 254 e 274.
  17. Uffici culturali dell’Arcidiocesi di Siracusa, comunicazione sul percorso nel palazzo vescovile, ripresa in Da vedere: i segreti delle Carceri Vescovili, l’artistica biblioteca alagoniana e la cappella Sveva, SiracusaOggi. Per le celle del 1651 e la documentazione della giustizia episcopale.
  18. Sebastiano Rizza, Quando le chiassate aggredivano le nozze di vedovi e anziani, in Prospettive – Siracusa, dicembre 1993, pp. 58-59, in particolare p. 59; dello stesso autore, Zingari in Sicilia fra magia e religiosità popolare, in Lacio Drom, 31, n. 3, maggio-giugno 1995, pp. 13-16, in particolare p. 14 e nota 3, con richiamo al sinodo, parte I, capitolo V.
  19. Vito Amico, Dizionario topografico della Sicilia, tradotto dal latino e annotato da Gioacchino Di Marzo, vol. II, Palermo, 1856, voce Siracusa, p. 507. Per l’unione di San Niccolò a San Paolo.

Scheda a cura di Alessandro Calabrò, fondatore di Aretusapedia. 4 novembre 2026.

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