Giuseppe Maria Capodieci

Aggiornato in data 11 Settembre 2026 da Alessandro Calabrò
Giuseppe Maria Capodieci (Siracusa, 4 giugno 1749; Siracusa, 25 gennaio 1828) è stato un sacerdote, antiquario, epigrafista e annalista siciliano, la figura centrale dell’erudizione siracusana fra Settecento e Ottocento. Sacerdote secolare, regio cappellano curato dello Spedale Militare di San Giacomo, dal 1803 fu segretario e cancelliere dell’ufficio del Regio Custode delle Antichità delle due Valli Demone e Noto, Saverio Landolina Nava. Dal 1770 al 1813 tenne la cronaca continuativa degli scavi siracusani, ai quali prese parte in prima persona, e fu presente al rinvenimento della Venere Landolina il 7 gennaio 1804, di cui redasse il resoconto. È autore degli Antichi monumenti di Siracusa (Siracusa, Francesco M. Pulejo, 1813, seconda edizione 1816), la più ampia descrizione delle antichità della città uscita prima dell’archeologia scientifica, concepita come guida per i viaggiatori, e delle Tavole delle cose più memorabili della storia di Siracusa (Messina, Fiumara, 1821). Lasciò inoltre una massa di volumi manoscritti, cinquantadue dei quali donati con atto notarile il 29 maggio 1810 alla pubblica libreria del Seminario Vescovile e oggi conservati nella Biblioteca Arcivescovile Alagoniana di Siracusa: fra questi i sedici volumi degli Annali di Siracusa, mai stampati, che coprono la storia della città dalla fondazione al 1818. Da quei volumi, e dalle sue trascrizioni di iscrizioni oggi scomparse, dipende una parte consistente di ciò che si sa della Siracusa preunitaria. Donò libri, codici e reperti al museo pubblico del Seminario, il nucleo da cui deriva l’attuale Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi.
Disambiguazione. Da non confondere con Ottavio Garana, studioso siracusano del Novecento, autore di Santa Lucia nella tradizione, nella storia, nell’arte (Siracusa, 1958): alcune bibliografie locali attribuiscono per errore quell’opera a Giuseppe Maria Capodieci. Sono altre persone anche i poeti Salvatore Capodieci, autore di Poesie varie (Siracusa, 1845), e Simone Capodieci (1844). Circolano inoltre, nella letteratura locale, le date spurie 1742-1828 e 1753-1820. La via Capodieci di Ortigia è intitolata all’erudito qui trattato.
PersonaggioGiuseppe Maria Capodieci
Ritratto dipinto di Giuseppe Maria Capodieci conservato nella Biblioteca Alagoniana di SiracusaRitratto conservato nella Biblioteca Alagoniana di Siracusa. Foto di Davide Mauro, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0
NascitaSiracusa, 4 giugno 1749
MorteSiracusa, 25 gennaio 1828
AttivitàSacerdote, antiquario, epigrafista, annalista
Incarico ecclesiasticoRegio cappellano curato proprietario dello Spedale Militare della Real Piazza di Siracusa
Incarico civileSegretario e cancelliere dell’ufficio del Regio Custode delle Antichità delle due Valli Demone e Noto, dal 1803
AccademiePericolanti, poi Peloritana, di Messina; Buon Gusto di Palermo; Arcadi di Roma; Reale Accademia di Storia e Belle Lettere di Napoli; Reale Accademia Ercolanese di Archeologia; Reale Società Borbonica
Opere a stampaAntichi monumenti di Siracusa, 2 tomi, Siracusa, Pulejo, 1813 e 1816; Tavole delle cose più memorabili della storia di Siracusa, Messina, Fiumara, 1821
ManoscrittiBiblioteca Arcivescovile Alagoniana, Siracusa: Annali di Siracusa in 16 volumi e altri volumi in foglio, donati dal 1810
WikidataQ18508247
MemoriaVia Giuseppe Maria Capodieci, Ortigia; ritratto e manoscritti in Biblioteca Alagoniana

Nome, titoli e date: che cosa dicono le fonti coeve

Su Capodieci circolano date discordanti e qualifiche che non gli appartengono. La ricostruzione va fatta partendo dalle stampe che uscirono mentre era vivo, e in particolare da tre volumi che pubblicò lui stesso: il Catalogo ragionato de’ cinquanta volumi in foglio manoscritti (Siracusa, Pulejo, 1810), il Catalogo ragionato de’ sessanta volumi in foglio manoscritti (Catania, 1819) e i Reali dispacci (Catania, 1822), dove riprodusse atti notarili, dispacci regi e lettere ricevute.

La nascita: 4 giugno 1749

La prova più solida è un documento coevo. Nel 1810, dopo la donazione dei suoi manoscritti, il vescovo Filippo Maria Trigona fece collocare nella pubblica Libreria del Seminario un ritratto dipinto di Capodieci, con un’iscrizione redatta dal bibliotecario Ignazio Avolio. Capodieci la riprodusse due volte nelle proprie stampe, e il quadro con quel cartiglio si conserva ancora in Biblioteca Alagoniana. Del testo esistono tre testimoni, che concordano sul dato e differiscono nelle abbreviazioni: il cartiglio dipinto, che va in forma contratta, e le due trascrizioni sciolte che Capodieci stesso ne stampò nel Catalogo ragionato del 1819 e nei Reali dispacci del 1822. In quest’ultima l’iscrizione suona: Ioseph Maria Capodieci regius cappellanus curatus natus Syracusis die IV Iunii MDCCXLIX ob plures libros suosque codices ac vetusta rudera donata de bibliotheca deque patrio museo benemerentissimus. È un documento redatto in vita, a Siracusa, da chi lo conosceva, e fissa la nascita al 4 giugno 1749. Le date 1742 e 1753 che compaiono in alcune bibliografie locali non hanno riscontro documentario.

La morte: 25 gennaio 1828

Le fonti locali concordano sul 25 gennaio 1828, a settantotto anni compiuti; Arturo Messina aggiunge che morì improvvisamente. Il 28 gennaio che compare in Wikidata deriva da un’importazione automatica priva di fonte bibliografica ed è con ogni probabilità un refuso. Il record di autorità della Library of Congress registra 1749-1828, coerente. L’ultima opera nota, la Memoria delle opere sacre e profane date in diversi tempi alla luce, è del 1826.

Che cosa non fu

Tre qualifiche gli vengono attribuite abitualmente e nessuna regge alle fonti coeve. Non fu canonico, e non fu monsignore: nei documenti è sempre e soltanto sacerdote secolare, «il Rev. Sacerdote D. Giuseppe Maria Capodieci», con il titolo funzionale di regio cappellano curato. Il titolo di canonico compare solo nella comunicazione locale contemporanea, compresa quella della prima edizione del Festival Capodieci del marzo 2026. Non fu Regio Custode delle Antichità: fu segretario e cancelliere dell’ufficio del Custode, che era Saverio Landolina Nava, e alla morte di quest’ultimo la carica passò al figlio Mario Landolina, già vicecustode dal 1804. Sulla data del passaggio le fonti non concordano: la letteratura locale dà la morte di Saverio Landolina al 1814, uno studio recente al 1813, e c’è chi anticipa al 1809 il subentro effettivo del figlio. Infine non fu allievo di Landolina in senso proprio: era già stimato e impiegato dalle Scuole Normali quando, nel 1803, il rapporto di segretariato ebbe inizio.

La Siracusa in cui visse

La città in cui Capodieci nasce nel 1749 conta fra i dieci e i quindicimila abitanti, chiusa dentro Ortigia e dentro le fortificazioni. Nel Cinquecento era stata fra le città maggiori dell’isola, e nel 1578 contava ancora oltre tredicimila anime; il declino è anteriore al terremoto del 1693, che colpisce una città già scesa a ventiduemila anime secondo la numerazione del Senato del 1690, e si compie con le pestilenze, le carestie e le guerre del secolo successivo, che la riducono a piazzaforte militare senza industria e senza commercio di rilievo.I viaggiatori del Grand Tour arrivano attratti dal nome antico e restano delusi dal presente. Patrick Brydone nel 1770 scrive che di tutti i luoghi squallidi incontrati fino ad allora Siracusa è di gran lunga il più squallido; Johann von Riedesel, nel 1767, che nulla nella Siracusa attuale corrisponde alle idee che se n’era fatto. È lo scarto in cui si colloca tutta l’opera di Capodieci: documentare una grandezza che si vede solo scavando, in una città che agli occhi dei contemporanei non la mostra più.Sul piano politico gli anni centrali della sua vita sono quelli della corte borbonica rifugiata a Palermo e dell’occupazione inglese dell’isola, fra il 1806 e il 1815. Siracusa è base militare: nel settembre del 1805 da qui salpa una flotta anglo-russa di circa ventimila uomini diretta a Napoli, e su quell’episodio Capodieci scrive a Landolina, lontano dalla città, una relazione che finirà letta nei salotti palermitani. La guarnigione britannica resta poi in città per un decennio, e molti dei corrispondenti che Capodieci raccoglierà nei Reali dispacci sono ufficiali inglesi. Nell’aprile del 1806 Ferdinando IV visita la città, e la visita si intreccia con la sua biografia: la lapide murata sulla facciata di Palazzo Beneventano del Bosco, in piazza Duomo, ne fissa la data al 27 aprile.Sul piano culturale, i due poli sono il Seminario vescovile e la Biblioteca fondata intorno al 1780 dal vescovo Giovanni Battista Alagona, la più antica della città. Dentro quel Seminario nascerà, fra il 1809 e il 1811, il primo museo pubblico siracusano.

Profilo biografico

Famiglia, formazione, sacerdozio

Secondo Arturo Messina, che non dichiara le proprie fonti, nacque da Antonino Capodieci e Maria Genovese, in una famiglia modesta: la condizione economica non agiata è confermata dal tenore dei documenti, che lo mostrano per tutta la vita in cerca di benefici ecclesiastici e di sussidi. Fu avviato al seminario, dove si formò in filosofia e in matematica, e fu ordinato sacerdote nel 1773, a ventiquattro anni. Non risulta mai titolato dottore, a differenza di altri ecclesiastici citati negli stessi documenti.Il suo beneficio stabile fu la cappellania curata dello Spedale Militare di San Giacomo, nella piazzaforte di Siracusa, che gli fu conferita dal sovrano: secondo la ricostruzione di Martina Enggron, la nomina seguì la visita di Ferdinando IV del 1806, durante la quale Capodieci accompagnò il re fra i monumenti della città. Fu inoltre cappellano della basilica dello Spirito Santo, di cui raccolse tutta la documentazione in dodici volumi manoscritti, e presso la quale, secondo la stessa fonte, sarebbe sepolto.

Il motto e i maestri

Sui frontespizi dei due cataloghi dei manoscritti, quello del 1810 e quello del 1819, Capodieci fece stampare il proprio motto, Patriae et posteritati, alla patria e ai posteri, accompagnato da una citazione di Plinio il Giovane: quatenus nobis denegatur diu vivere, relinquamus aliquid, quo nos vixisse testemur, poiché ci è negato vivere a lungo, lasciamo qualcosa che attesti che siamo vissuti. È la formula che spiega tutta la sua attività, e ritorna quasi alla lettera nel congedo del 1810: «noi, dopo morte, non dobbiamo morire, ma le nostre opere debbono conservarci in vita».Dallo stesso catalogo del 1819 vengono i nomi dei suoi maestri, che le biografie correnti danno per ignoti. Presentando un manoscritto giovanile di architettura militare, scrive di averlo composto dopo il corso di matematica seguito nel Seminario sotto il prete Antonino Genovese, e la parte pratica con il padre Luigi Danontier e con il colonnello Portelli. Il primo nome porta il cognome della madre.

Il maestro di calligrafia

Prima ancora che antiquario, Capodieci fu insegnante. Nel 1782 insegnava grammatica nel Real Collegio; dal 1786 al 1797 fu maestro di calligrafia nel Seminario Vescovile. Nel 1794 pubblicò a Siracusa La calligrafia storico-critico-teoretico-pratica, che il direttore generale delle Regie Scuole Normali si impegnò a diffondere in tutta la Sicilia e che fu recensita nel 1796 dalle Effemeridi enciclopediche di Napoli. La sua scrittura, chiara e ornata, gli portò allievi privati e, soprattutto, gli permise di copiare per quarant’anni documenti d’archivio: le due cose sono legate.Alla fine degli anni ottanta il suo nome circola negli ambienti dell’istruzione pubblica siciliana. Nel 1786 il canonico de Cosmis, direttore generale delle Regie Scuole Normali, ne loda a Landolina «la capacità, saviezza, ed applicazione»; nel 1789 il cassinese Salvatore Maria Di Blasi scrive al parroco Logoteta che «il vostro Capodieci si fa gran credito presso il Canonico de’ Cosmis, e se non fosse necessario per le Scuole Normali di Siracusa, forse resterebbe impiegato qui». A Siracusa la scuola normale, aperta intorno al 1790 per estendere l’istruzione anche alle classi povere, ebbe vita breve.

L’archivista

La competenza che spiega tutto il resto è quella archivistica. Riordinò l’archivio del Senato di Siracusa nel 1794 e quello del Comando della Real Piazza nel 1801, e dopo quel lavoro fu assunto come segretario dal nuovo governatore Marcello De Gregorio. Mise mano alle carte della Delegazione delle Regie Stampe, della Real Custodia delle Antichità, della Corte Capitanale di Giustizia, di notai defunti e di famiglie nobili. Parte delle carte che salvò è oggi all’Archivio di Stato di Siracusa. Le sue opere nascono da quel lavoro: copiava per mestiere, e quello che copiava lo trascriveva anche per sé.

Le accademie

L’elenco più attendibile è quello che rivendica nel frontespizio del Catalogo ragionato del 1819: socio della Reale Accademia dei Pericolanti di Messina, poi Peloritana; dell’Accademia del Buon Gusto di Palermo; accademico di numero degli Arcadi di Roma, dove risulta già nel 1781; socio corrispondente nazionale della Reale Accademia di Storia e Belle Lettere di Napoli, della Reale Accademia Ercolanese di Archeologia, e socio corrispondente della Reale Società Borbonica, grado che diventerà nazionale con il decreto del 12 aprile 1821. La nomina ercolanese venne per decreto sovrano del 25 settembre 1817, pubblicato nel Giornale del Regno delle Due Sicilie insieme alla lista completa dei soci, dove fra i corrispondenti esteri figurano Heeren, Buttmann e Münter, e fra gli onorari Ennio Quirino Visconti e Silvestre de Sacy. Capodieci ci teneva a ricordare di essere stato l’unico del Regno nominato corrispondente nazionale di quell’accademia. Non risulta invece membro delle accademie dei Sicani, Gioenia o Etnea, che gli vengono talvolta attribuite; l’appartenenza alle due accademie siracusane degli Aretusei e degli Anapei è affermata solo da Messina.Nel 1817 il re gli assegnò una pensione di quaranta once annue sul terzo pensionabile dell’arcivescovado di Palermo, dopo anni di suppliche in cui chiedeva «compenso delle di lui fatiche letterarie». Non ebbe mai titoli cavallereschi.

La Regia Custodia e il ruolo di segretario

La tutela delle antichità nel Regno di Sicilia si organizza fra il 1778 e il 1779 con l’istituzione della Regia Custodia, affidata per il Val Demone e il Val di Noto a Ignazio Paternò Castello principe di Biscari e per il Val di Mazara a Gabriele Lancillotto Castelli principe di Torremuzza: i loro due piani del 1779 sono l’atto di nascita della tutela monumentale siciliana. Alla morte di Biscari, nel 1786, la custodia passa al figlio Giovan Francesco, e nell’aprile del 1803 a Saverio Landolina Nava.È in quel momento che entra Capodieci. Landolina, appena nominato, lo sceglie come segretario e cancelliere dell’ufficio: la formula ricorre nei documenti coevi e nei frontespizi delle sue opere, «segretario delle Regie Antichità delle due Valli Demone e Noto», «segretario dell’ufficio del Regio Custode delle Antichità». Nel 1806 l’avvocato Francesco di Paola Avoliof=”https://aretusapedia.it/scheda/corrado-avolio/”>Avolio lo descrive dall’esterno con precisione: «Capodieci è il Segretario del suddetto Custode delle due Valli Demone e Noto. Non tralasciando egli circostanza alcuna nelle cariche che gli s’indossano di adoprarvisi con attività e con interezza, ha disposto in buon ordine una Raccolta di tutti i Dispacci del Re, dei viglietti viceregii e degli ordini della real Camera appartenenti alla conservazione delle Antichità». Mario Landolina, scrivendo al viceré nel 1805, lo chiama «Prete D. Giuseppe Capodieci, Cancelliere delle Regie Antichità».

Gli anni in cui lavorò da solo, 1804-1807

Il passaggio decisivo della sua carriera coincide con un’assenza. Dal giugno 1804 alla primavera del 1807 Saverio Landolina è lontano da Siracusa, trattenuto fra Napoli, Roma e Palermo: lo documenta il suo diario, studiato da Lavinia Gazzè. In quegli anni il lavoro sul terreno resta a Capodieci e al giovane Mario Landolina. Giulio Emanuele Rizzo, che un secolo dopo studiò il Teatro greco, ne trasse la conseguenza che conta: «nella sua qualità di R. Segretario delle Antichità, continuò fra il 1804 e il 1807 gli scavi iniziati dal Cav. Landolina, scavi che furono i primi eseguiti nel teatro, ma dei quali disgraziatamente null’altro ci rimane che gli accenni contenuti nel libro del Capodieci».In quegli anni il lavoro non fu informale. Capodieci scrive che per il periodo che va dal 1804 «sino ai 27 Gennajo 1807», cioè fino al ritorno del Custode, «fu dato a me, quale Antiquario e Segretario delle dette Antichità, l’incarico dal di lui figlio Cav. Mario Regio Custode Sostituto di seguitar gli scavi». Il primo scavo del Teatro greco di Siracusa è dunque documentato soltanto dai suoi appunti.

L’antiquario sul campo: quarant’anni di scavi

Il profilo di Capodieci come uomo di scavo si ricostruisce quasi per intero dalle sue stesse pagine. Negli Antichi monumenti registra in prima persona, con data e luogo, le operazioni a cui prese parte o che condusse: è la sola cronaca continuativa dell’attività archeologica siracusana fra il 1770 e il 1813, e precede di oltre un secolo lo scavo scientifico.

Gli esordi: San Giuliano e i Cappuccini (1770-1782)

La prima campagna che dichiara risale al 1770, quando scava «con alcuni maestri nel centro della vigna del predio detto di S. Giuliano», nella parte bassa di Acradina, «per iscovrire anticaglie»: rinviene numerosi sepolcri già violati e, nella terra, una diota con ceneri e ossa bruciate, che riconosce come pagana. Nel 1780 si introduce «per un buco» nei sepolcri sotterranei dello stesso predio, dove trova vestigia di pagani e di cristiani, e nello stesso anno entra nella grotta del Romito, dove l’acqua è divisa in due piccole sorgenti fra due grandi stanze. Nel 1781 tenta di riaprire il braccio di catacombe che, secondo Vincenzo Mirabella, comunicava con quelle di San Giovanni presso gli Scogli dei Cappuccini: le trova ostruite da grossi massi e annota che occorrerebbe il piccone. Nel 1782, nella strada che conduce al convento dei Cappuccini, di fronte alla vigna di San Giuliano, fa uno scavo a proprie spese e recupera tre iscrizioni sepolcrali greche incise in marmo, che accompagna con la propria traduzione latina, che nel 1811 donerà al museo cittadino.

L’Ara di Ierone II (22 aprile 1780)

La scoperta di gran lunga più importante che rivendica, dopo il lavoro sul Teatro, riguarda il monumento che oggi si chiama Ara di Ierone II, il grande altare lungo uno stadio che Diodoro attribuisce al re. Il 22 aprile 1780, nell’orto detto di Renanti, dietro gli archi dell’acqua, «furon da me ritrovati i vestigj di cinque gradini d’un tal tempio, incavati nella viva pietra, larghi palmo uno e once 9, e altrettanto alti, in lunghezza di palmi 50, con un intonacato grosso once 2 e mezza». Gli scavi proseguirono con Mario Landolina, «Regio Custode Sostituto dell’Antichità», che «curò in mia unione di scoprir meglio un sì interessante Monumento»: i gradini risultarono estendersi per circa seicento palmi siciliani, misura che si avvicina allo stadio della fonte antica. Il duca di Serradifalco, negli scavi del 1839, riteneva di avere individuato lui per primo l’altare.

La Fonte Aretusa osservata da dentro (1793 e 1813)

Il 17 luglio 1793, dopo alcune alluvioni, le acque della Fonte Aretusa cominciano a scorrere «di color terraceo, o sia giallo» per tre giorni. Capodieci le assaggia «alla presenza di molti nobili cittadini» e le trova dolci. Cinque giorni dopo la fonte si prosciuga per un’ora intera, e lui approfitta di quell’ora per entrare nella grotta con un lume e misurarla: lunga 50 palmi, larga 11, scavata nel duro macigno, chiusa in fondo da un’apertura con grata di ferro, dalla quale l’acqua proveniva. L’osservazione si ripete nel gennaio del 1813: dopo le continue piogge dei primi giorni dell’anno, il 9 le acque compaiono di colore giallo, lui le assaggia il giorno dopo, le trova «dolcissime» e ne ricava che lungo il percorso sotterraneo esista una comunicazione con le acque che scendono dai monti. È un ragionamento idrologico corretto nella sostanza, condotto con l’unico strumento che aveva a disposizione, cioè l’osservazione diretta ripetuta nel tempo.

Il ritrovamento della Venere (7 gennaio 1804)

L’episodio più noto a cui partecipò è il rinvenimento della statua oggi chiamata Venere Landolina. Capodieci lo racconta due volte nel primo tomo, e le due versioni non coincidono. Nel paragrafo dedicato alla statua scrive che il Regio Custode delle Antichità Saverio Landolina Nava, scavando «in mia unione» nell’orto detto della Bonavia, ritrovò «a 7 gennajo 1804 numero 32 avanzi di colonne di diverso diametro, basi e capitelli di marmi stranieri, e nel mezzo di questi la Statua di Venere», che identifica con la Venere Callipigia venerata a Siracusa; la descrive alta sette palmi, di marmo pario, nuda, «in atto d’uscir del mare», priva della testa e del braccio destro, con il sinistro rotto in due pezzi, e la dice conservata «nel nuovo Patrio Museo del Seminario Vescovile». Nel paragrafo sul tempio di Giove Olimpico scrive invece che «nell’anno 1803 furon dal Cav. Landolina e da me ritrovate in tal luogo, o sia nell’orto chiamato della Bonavia, gli avanzi di 27 colonne, basi e capitelli di marmo con la statua di Venere e quella di Esculapio». Anno diverso, numero di colonne diverso e, nella seconda versione, un ruolo attivo che nella prima non si attribuisce. La spiegazione più probabile della discordanza è che nel secondo passo abbia riunito due ritrovamenti distinti avvenuti nello stesso orto: la statua di Esculapio, venuta alla luce il 7 dicembre 1803, e la Venere, il 7 gennaio successivo. Sono le due date che risultano dai resoconti che lui stesso redasse negli Annali, al tomo quindicesimo, e che gli studi moderni sul medagliere e sulle raccolte siracusane assumono come fonte primaria della scoperta. La data del 7 gennaio 1804 è quella che ripete anche nel secondo tomo, a proposito del culto di Venere Callipigia.Il punto che di solito sfugge è proprio questo: il verbale del ritrovamento della statua più celebre del museo di Siracusa lo scrisse Capodieci, ed è nei suoi manoscritti.

Il Teatro greco: i sedili, le iscrizioni, la misura della cavea

Al Teatro greco Capodieci lavorò per anni accanto a Landolina, e proprio lì rivendica le sue scoperte più tecniche. Nell’agosto del 1804 individua l’iscrizione del quarto cuneo; nello stesso anno assiste al ritrovamento, da parte di Landolina «in mia unione», dell’iscrizione del secondo cuneo con il nome della regina Nereide, mentre quella del terzo cuneo con il nome di Filistide era stata scoperta nel 1756 dal conte Cesare Gaetani. Nel 1804 trova un sedile incrostato di marmo «non prima d’ora publicato» e nel 1805 il sesto dei sedili inferiori, dopo i cinque già individuati da Landolina: sostiene che quei sei posti, più bassi e lavorati diversamente dagli altri, fossero rivestiti di marmo perché destinati ai personaggi di riguardo. Nel dicembre del 1804 arriva alla misura che considera la sua scoperta maggiore: la cavea «avanza più del semicerchio canne 4», cioè si sviluppa oltre il semicerchio. Precisa che la verifica «venne approvata dagli Architetti ed Ingegneri reali, che sopra la faccia del luogo si portarono, e alla mia presenza riconobbero una tal verità». Alla stessa stagione appartengono le sue osservazioni sulle strutture. Nell’ottobre del 1804 individua sotto il quinto sedile superiore un canale scavato nella roccia «non fatto publico ancora agli Antiquarj». Il 7 agosto 1805, nell’esercizio dell’incarico ricevuto da Mario Landolina, trova quella che considera la sua scoperta migliore nel monumento: «un Canale che gira in direzion circolare per tutti i Cunei», scavato nella viva pietra sotto il sesto sedile. Nel 1810, accanto alle scalette sopra la precinzione, riconosce «gli anelli ove si attaccavano le corde delle tende», e misura i buchi dei travi che le sostenevano, distanti sedici palmi e mezzo l’uno dall’altro.La misura della cavea è corretta: nei teatri greci la cavea supera regolarmente il semicerchio, e nel 1804 la constatazione andava contro le piante allora in circolazione, comprese quella del canonico Logoteta e quella pubblicata dal principe di Biscari nel suo Viaggio, di cui scrive che «tutti gli Antiquarj stranieri e nazionali, e particolarmente il Principe del Biscari» hanno «in maggior parte errato nel prender le misure e formar del gran Teatro Siracusano la pianta, come ancor nel rapportar le Greche Iscrizioni ivi incise».

L’anfiteatro romano

L’anfiteatro accompagna tutta la sua vita di scavatore. Nel 1789 vi lavora insieme a Saverio Landolina, che ne sostiene le spese; nel 1805 fa ripulire e riportare «nella sua primiera veduta» il corridoio anulare interno; nel 1809 ne scopre un secondo sul lato opposto, con ingresso diverso; sgombera l’acquedotto che «portava le acque piovane fuori dell’Anfiteatro, passando sotterraneamente per la città di Napoli e di Acradina, andando poi a terminare in uno de’ due porti»; nel 1819 completa gli scavi.Da quel lavoro ricava un argomento di datazione che nel 1813 vale molto più della media dell’erudizione locale, perché non si appoggia a un testo antico ma alla tecnica costruttiva: «per confermar la mia opinione d’essere il nostro Anfiteatro opera Romana, mi basta far sapere ai dotti Antiquarj che il corridore da me nel 1809 scoverto e ben conservato è di fabbrica reticolare Romana».

Gli scavi con Landolina fuori città (1806-1811)

Nel 1806 sovrintende personalmente al restauro dell’ingresso di un altro bagno antico, quello scoperto per caso mentre si puliva una cisterna nella casa del signor Bianca, nel vicolo di Bonavia in Ortigia: i lavori si fanno «a spese del re e con la mia assistenza, per trovarsi il regio Custode delle Antichità Cav. Landolina in Roma». Nell’ottobre del 1807 scava con Landolina nel predio dei Lagattelli, sull’altura di San Pietro de Buffali, dove tornano alla luce una cisterna con porzione di vasca incrostata di marmo bianco, un pozzo e un pavimento di mattoni. Nel 1810 scava di nuovo con lui presso il casino di campagna del Custode, dietro il convento degli Osservanti di San Francesco, trovando sepolcri divisi in più stanze, vasi cinerari di creta e una piccola testa fittile. Nel dicembre 1810 percorre e osserva sistematicamente tutte le latomie di Acradina e di Napoli, notando che sulla sommità di alcune si aprono sepolcri inaccessibili, e ne ricava un argomento cronologico: se sono così in alto e irraggiungibili, furono scavati prima che la latomia fosse approfondita. Nel dicembre 1811, presente agli scavi condotti da Landolina, rinviene un avanzo di cimitero a piano terra con cinque lapidi sepolcrali di marmo.

Le catacombe

Le catacombe sono la parte dei suoi scavi che ha lasciato la traccia più duratura. Nel 1777 individua un ramo presso San Giovanni, dove «si scende dalla bocca d’un pozzo», e nel 1810 lo fa mettere «in miglior veduta a spese delle regie Antichità e per commission del regio Custode». Nel 1780 smura un secondo ingresso nel muro a sinistra dello scalone della chiesa del Sepolcro di Santa Lucia e vi osserva «molti sepolcri ben conservati ma scoverti, bellissime pitture, e una strada la quale arriva fin sotto la croce del piano di S. Lucia», oltre ad altre vie più corte. Il 25 novembre 1809, con i frati Riformati di San Francesco come testimoni, «feci io aprire una strada murata da più secoli, della quale non ne potei trovare il termine per la vastità e tortuosità d’altre strade, la maggior parte piene di pietre, e i sepolcri devastati; trovai però un piccol vestigio di pittura cristiana». Di quelle gallerie disegnò anche le piante, conservate fra i suoi manoscritti.Sono le pagine su cui, un secolo dopo, si giocherà il confronto con Paolo Orsi.

Le mura, l’Orecchio di Dionisio, Cassibile

Nel settembre del 1810 intraprende «un giro di tutte le mura di Ortigia e di Acradina, osservandole di passo in passo con tutti i luoghi che oggi conservano le antiche denominazioni, le quali da me si rapportano per esser noti a coloro che l’ignorano, e per restare alla memoria de’ posteri». Il risultato è una ricognizione topografica sistematica, con un’osservazione tecnica che regge: le mura delle due città non erano costruite tutte in muratura di grossi blocchi dal livello del mare in su, ma in buona parte ricavate tagliando la roccia.Nello stesso anno scava dentro l’Orecchio di Dionisio, «in entrare a sinistra accanto la muraglia», e ne ricava che la cavità va più a fondo di quanto si veda; ne dà le misure, sessantasei palmi a metà, venti al termine, cinquecentotrentasei di giro, oltre ottanta di altezza, e conclude che «il Piconati e l’Houël errarono nel prenderne le misure». Nel 1812 individua nella stessa grotta una piccola stanza che interpreta come posto di guardia.Della grotta che chiama «il Carcere e l’Orecchio di Dionisio» separa inoltre il nome popolare dalla cronologia: nelle Tavole la assegna agli anni del governo di Dionisio il Vecchio, fra il 405 e il 367 avanti Cristo, «e non mai nel tempo di Archimede, come crede il volgo, perché allora non era nato», e contesta l’idea corrente che la casa del tiranno stesse sopra la prigione. Sulla stessa linea respinge, appoggiandosi a Diodoro e a Plutarco, l’ipotesi che la rocca dionigiana occupasse la punta estrema di Ortigia.Il 10 luglio 1811 firma l’unica scoperta extraurbana che rivendica: «Ignoravasi dagli Antiquarj il luogo topografico dell’antichissimo Castello di Cassibile. Dopo molte ricerche da me fatte, ebbi io la sorte di ritrovar gli avanzi delle mura diroccate e de’ gran massi il dì 10 Luglio 1811 nel feudo chiamato dello Straticò e sopra l’alta montagna detta il Cugno della Mola».A questi si aggiungono i quindici gradini intagliati nella roccia presso i massi della Torre di Dionisio, scoperti nel 1796 e integrati nel 1805; la sepoltura ripulita nel settembre del 1809, dove fece rimuovere le ossa e aprire una finestra murata; le terme scavate nella roccia presso il luogo del ritrovamento dell’Esculapio, con una scala di trentatré gradini e camerette con pavimenti a mosaico; e il battistero individuato in San Nicolò, che riconosce come tale sulla base dell’uso liturgico antico dei fonti scavati in terra, appoggiandosi a Giovanni Crisostomo, Ambrogio e Isidoro.

Piazza San Giuseppe e la chiesa di San Giuliano (1810)

Il 6 febbraio 1810, scavando «nel piano, prima detto di S. Fantino, e ora di S. Giuseppe», trova due sepolcri interi coperti su ogni lato da lastre di terracotta, e li fa trasportare nel museo cittadino in piazza San Giuseppe. Il 10 ottobre dello stesso anno, dentro un giardino, scopre gli avanzi dell’antichissima chiesa dedicata al martire siracusano san Giuliano, di cui cita la data del martirio secondo il calendario dei santi siracusani.

La tutela

Il tema che tiene insieme la sua vita pubblica è la conservazione materiale dei monumenti, e comincia molto prima delle cariche.Nel 1784, quando era ancora soltanto maestro di calligrafia, ottenne un provvedimento di salvaguardia per il tramite di un amico, l’ingegnere della piazzaforte: «Nel 1784 venne ordine di serrarsi tutte le grotte sotto le muraglie, fuorché gli antichi pozzi, che restarono come avanzi della grandezza e potenza Siracusana, per cooperazione usata da me presso l’ingegniere della Piazza Guilliers, mio amico». Nello stesso passo tiene la cronaca datata dei lavori militari che stavano trasformando la città, dalle demolizioni del 1740 presso il Maniace all’arretramento della cortina di San Giovannello nel 1742, dal rifacimento della porta di mare nel 1762 alla scogliera del 1784-1785, per la quale annota il conto esatto: tremilacentosessantasette massi gettati entro il settembre e circa dodicimila once erogate.La pagina più dura è quella sui mulini costruiti dentro la cavea del Teatro greco, che Giulio Emanuele Rizzo avrebbe poi ripreso come «commosse parole di cittadino»:
Nella cavea del Teatro vi son fabbricati sin dall’anno 1576 due molini, e sopra i sedili, i quali vennero con vergogna tagliati, per cedere il luogo e somministrare il materiale a tali mostruosi edifici, testimoni dell’ignoranza e dell’indolenza, di cui ci accusano e si lagnano i dotti Viaggiatori; e quel ch’è peggio, le venerande celebri Iscrizioni, che il tempo stesso per migliaia d’anni le ha rispettosamente conservato, si vedon tutto giorno con orrore destruggere dalle acque del molino, che si fanno cadere senza necessità sopra le medesime.
Nello stesso luogo ricorda, sulla scorta del regio storiografo Mario Arezzi, che le pietre della scena del Teatro erano servite ad alzare i bastioni di San Filippo e di Santa Lucia al tempo di Carlo V. La denuncia si affianca alla battaglia che negli stessi anni Landolina conduceva contro i proprietari dei mulini.Di questa stessa materia fa parte il volume manoscritto che intitolò Codice legislativo intorno alla conservazione delle Antichità siciliane dal 1779 al 1818, novecentoquarantadue pagine in foglio: la raccolta, formata dal segretario dell’ufficio che quella tutela amministrava, di tutti i dispacci, i biglietti e gli ordini emanati nei primi quarant’anni della Regia Custodia. Insieme al registro delle rappresentanze e delle lettere della custodia, è una delle fonti primarie sulla nascita della tutela monumentale in Sicilia.

Il patrio Museo e le donazioni

Il museo di cui Capodieci parla in continuazione, chiamandolo «patrio Museo» o «pubblico Museo del Seminario Vescovile», è la prima raccolta pubblica della città: nasce dalla collezione del vescovo Giovanni Battista Alagona, cresce con le donazioni e viene aperta nel Seminario nell’aprile del 1811, per iniziativa del vescovo Filippo Maria Trigona insieme a Saverio Landolina e allo stesso Capodieci. È il nucleo da cui deriverà, attraverso il Museo Civico e poi il Museo Nazionale, l’attuale Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi. Capodieci ne documenta la formazione dall’interno, registrando chi dona che cosa: nel 1781 un bassorilievo con due figure senza testa donato dal signor Scandurra, nel 1790 le statue cedute dal conte Gregorio Danieli, che le conservava nella casa un tempo abitata dall’antiquario Mirabella di fronte alla parrocchia di San Tommaso Apostolo.Vi contribuisce anche di persona, e lo dice. Al museo dona l’iscrizione greca trovata il 5 novembre 1804 in fondo alla Grotta della Spedaliera, dietro il Teatro; le tre iscrizioni sepolcrali dello scavo del 1782, donate nel 1811; il bassorilievo con Bacco coronato di serpi trovato in città nello stesso 1811; le maschere fittili, rotte in più pezzi, venute dallo scavo del 1810. Il 2 ottobre 1810 fa trasportare al museo la testa marmorea colossale che si conservava dentro il Castello Maniace, ritenuta un Giove Liberatore. E soprattutto vi porta otto tavolette dipinte: «Nel publico Museo del Seminario Vescovile otto quadretti in tavola di greco pennello di otto Apostoli, che tutto dimostra d’esser pittura del secolo VII, e la più antica e pregevole che vi sia in Siracusa: dono fatto da me gratuitamente al detto patrio Museo».Questa attività di donatore è il motivo per cui gli fu dedicato il ritratto conservato in Biblioteca Alagoniana, il cui cartiglio la ricorda esplicitamente.Il nucleo iniziale non nasce solo dalle raccolte del vescovo: comprende anche la collezione di anticaglie del canonico Giuseppe Logoteta, acquistata a caro prezzo dal vescovo Filippo Maria Trigona dopo la morte dell’erudito. Il museo di Capodieci si forma dunque in parte sui reperti del suo avversario di sempre. L’inaugurazione ufficiale è del 20 aprile 1811. Sul ruolo che vi ebbe negli anni successivi la ricerca recente avanza con cautela un’ipotesi: che il primo custode o conservatore della raccolta sia stato lui, fino alla morte nel 1828.Un precedente della clausola dell’armadio a due chiavi si trova già nel Real Viglietto del 7 luglio 1804, che disponeva la custodia dei suoi volumi in un armadio a due chiavi nell’Archivio del Senato: la preoccupazione per la sorte materiale delle proprie carte lo accompagnò per tutta la vita.

Il «piccolo Museo di mia casa»

Accanto alla raccolta pubblica, Capodieci teneva una collezione privata, che nei due tomi chiama sempre «il piccolo Museo di mia casa» e distingue con cura dal museo del Seminario. Vi conservava due statue a bassorilievo, una testa e una statuetta di marmo, e una testa di Ercole in marmo con la spoglia del leone, alta un palmo, «come si vede nelle medaglie Siracusane: opera greca, e di fino lavoro». La distinzione fra quello che teneva in casa e quello che regalava al museo pubblico attraversa tutta l’opera ed è uno dei tratti che la rendono utilizzabile ancora oggi come inventario: per molti pezzi il suo è il primo, e talvolta l’unico, luogo di registrazione.La raccolta non era di sole sculture. Nei due tomi affiorano, sempre con la formula «si conserva da me», una serie di pergamene originali, fra cui un atto rogato dal notaio Bartolomeo Altavilla l’8 aprile 1421; un antico manoscritto in cui «si descrivon le distanze tutte delle isole del continente»; una grande iscrizione greca sepolcrale e quella del Giuramento, mostrata nel 1813 ai due inglesi di Cambridge; e una collezione di vetri paleocristiani, fra cui due ampolline intere «tinte in fondo di color sanguigno, che si conservano da me fra gli avanzi de’ vetri più rari di antichità Cristiana». A proposito di quelle ampolline elenca i criteri con cui le giudica, citando Fabretti, Boldetti, Lupi, Mabillon e Papebroch e un decreto della Sacra Congregazione: è la prova che conosceva e applicava la letteratura dell’archeologia cristiana romana e bollandista, e non soltanto i classici greci e latini. Possedeva anche un giardino presso il Castello Maniace, dove aveva trovato un dolio di terracotta con cifre.

I viaggiatori

Gli Antichi monumenti sono dedicati ai viaggiatori, e i viaggiatori entrano nel libro con nome e data. Va distinta però la generazione del Grand Tour classico da quella successiva. Quando Riedesel, Brydone, Houël e Denon passarono da Siracusa, fra il 1767 e il 1786, Capodieci aveva poco più di vent’anni e le guide accertate di quel giro furono il conte Cesare Gaetani e Saverio Landolina. A partire dagli anni ottanta, invece, le testimonianze lo riguardano direttamente, e alcune sono nei suoi stessi volumi.Nel 1787 accompagna nelle catacombe il viaggiatore inglese Richard Phelps con il suo architetto Henry Mylne, che ne resta colpito e le chiama «la Reggia de’ morti». Il caso più notevole è quello di Charles Robert Cockerell, l’architetto e archeologo inglese che aveva appena scoperto i marmi di Egina e il fregio di Bassae e che si trovava in Sicilia dall’agosto del 1812: Capodieci scrive che quanto ha riportato sul tempio di Minerva, cioè l’Athenaion greco inglobato nella cattedrale, che gli eruditi chiamavano con il nome latino della dea sulla scorta di Cicerone, «cioè delle misure architettoniche, della scoverta dell’altra colonna, del termine de’ pilastri della cella, de’ supposti zoccoli delle colonne, e di tutt’altro su tale assunto è stato autorizzato dal Signor Roberto Cockerell di Londra, virtuoso Architetto, e diligentissimo indagatore dei vetusti Monumenti, ritrovandosi in Siracusa in Dicembre 1812 e Gennajo 1813», e aggiunge che Cockerell «ha determinatamente osservato che tutti gli Architetti e Antiquarj nazionali e forestieri han preso degli abbagli nel formar la pianta di un tal Tempio». Lo cita di nuovo nel secondo tomo per le porte delle mura, osservate nel febbraio 1813.Nel maggio e nel giugno del 1813 riceve in casa propria due membri del St John’s College di Cambridge, John Fiott e Thomas Smart Hughes, per mostrare loro un’iscrizione greca che Torremuzza aveva sospettato apocrifa non avendone visto l’originale: «il Sig. Fiott, Inglese, venuto in Siracusa per lo giro degli antichi Monumenti, vide in mia casa il giorno 24 Maggio del 1813 la detta Iscrizione, e pe’ lumi che avea ricavato nella Grecia […] disse d’essere un’opera greca, la più rara, pregiabile e d’un ottimo stile, come venne ancora a 13 Giugno dello stesso anno commendata dall’altro viaggiatore Sig. Hughes». Hughes se ne trascrisse il testo per mandarlo all’accademia di Cambridge, Fiott ne disegnò i caratteri e la forma del marmo spezzato.Che facesse da guida lo dice lui stesso, senza mezzi termini: della grotta sepolcrale sopra i Cappuccini scrive che «un tal Monumento è stato molto ammirato da’ dotti Viaggiatori, da me ivi condotti»; delle latomie, che le mostrava «sul gusto medesimo che ho fatto osservare ai Viaggiatori»; delle mura degli Epipoli, che «molti intendenti Viaggiatori mi hanno assicurato che questi avanzi sono i più rispettabili ch’esistono in tutta l’Europa». Nel 1806 la stessa cosa vale per il sovrano: a proposito del Teatro scrive di averlo fatto osservare con attenzione «alla Maestà del nostro Sovrano».Le testimonianze raccolte nei Reali dispacci vengono dagli anni successivi. Il generale inglese George Cockburn, a Siracusa nel 1810-1811, ne lasciò il ritratto più vivo e insieme più ironico: «Il Brigadier Maggiore mi portò da un Antiquario Signor Capodieci, uomo dabbene, ma la troppo letteratura lo avea fatto uscir fuor di sé. In prova di ciò egli ha scritto sopra Siracusa 50 volumi. […] Il Barone Valdausen […] ebbe la bontà di assistermi durante la mia dimora in Siracusa con introdurmi dal Signor Capodieci, il quale ha un piccolo Museo di anticaglie e curiosità propriamente da sé raccolte». Che Capodieci abbia scelto di tradurre e stampare un giudizio in cui lo si dà per uscito di senno si spiega con quello che gli premeva: la prova di essere stato visitato e citato all’estero.Il tedesco August Wilhelm Kephalides, professore a Breslavia, nel resoconto pubblicato a Lipsia nel 1818 scrive di avere avuto l’onore di conoscere «il Signor Don Giuseppe Maria Capodieci, ch’è il primo Antiquario della Città di Siracusa», e aggiunge una notazione precisa: il libro a stampa «dovrebbe essere un estratto di un’Opera voluminosa, che ha disposto e conservasi nella pubblica Libreria». Il francese Joseph-Antoine de Gourbillon, autore del Voyage critique à l’Etna, gli scrisse da Napoli nel 1820 di avere comprato la sua opera passando da Siracusa e di volerla far conoscere in Francia.

La rete dei corrispondenti

I Reali dispacci del 1822 sono una selezione a stampa dei due volumi manoscritti di Carteggio letterario e restituiscono una rete più larga di quanto ci si aspetterebbe da un sacerdote di una città di quattordicimila abitanti.Sul versante antiquario compaiono il principe di Torremuzza e il principe di Biscari già dal 1773, il barone Gabriele Judica di Palazzolo, cioè lo scavatore di Akrai, Giuseppe Alessi di Catania, con cui intrattiene un fitto scambio sulle ghiande missili di piombo e sulle palle da balista iscritte, che Alessi segnalò all’Accademia delle Scienze di Baviera, e Domenico Scinà, raccomandatogli nel 1811 in occasione di una visita a Siracusa. Sul versante istituzionale ci sono l’arcivescovo Alfonso Airoldi, regio cappellano maggiore, il Senato di Siracusa, Michele Arditi, direttore dei musei reali, il gesuita Giovanni Andrés, segretario perpetuo dell’Accademia di Storia e Belle Lettere di Napoli, e Pietro Pisani, il futuro riformatore della Real Casa dei Matti di Palermo. Dal 1778 tiene un carteggio pluriennale con il patriarca di Venezia sul corpo di santa Lucia. Nel 1814 gli scrive il marchese di Castel Lentini, titolo di Tommaso Gargallo: «Si pensa a darle qualche guiderdone alle sue applaudite fatiche».Il decennio dell’occupazione porta poi in casa sua una lunga fila di ufficiali e funzionari britannici, dal console generale Fegan al generale Sir John Stuart, conte di Maida, dal quartiermastro generale Donkin al commissario Arthur Barron.Si occuparono di lui anche i periodici: le Effemeridi enciclopediche di Napoli recensirono ampiamente la Calligrafia nel 1796, la Gazzetta Britannica e il Giornale Politico Letterario di Palermo lo citarono nel 1811, e L’Imparziale Siciliano di Messina gli dedicò fra il 1820 e il 1821 più articoli, con il titolo Varietà intorno a tre Opere dell’Antiquario Siracusano.

«Antichi monumenti di Siracusa» (1813-1816)

Il frontespizio e i titoli dell’autore

Il frontespizio dei due tomi è la fonte più attendibile sulla posizione ufficiale di Capodieci, perché è l’unico documento in cui si presenta lui stesso, in vita, con i titoli che gli venivano riconosciuti. Recita: Antichi monumenti di Siracusa illustrati dall’antiquario Giuseppe Maria Capodieci, Accademico Peloritano, del Buon Gusto, degli Arcadi di Roma, Segretario delle Regie Antichità delle Due Valli Demone e Noto, e Regio Cappellano Curato Proprietario dello Spedale Militare della Real Piazza di Siracusa. In calce: «In Siracusa l’Anno 1813 della Nascita di G. C., il 2589 dell’Olimpiade, o il 2 della 648 Olimpiade. Presso D. Francesco M. Pulejo Impressore Vescovile e Senatorio».Da qui si ricavano quattro dati che le citazioni correnti quasi sempre omettono. Primo, che si definisce antiquario e non storico. Secondo, che nel 1813 rivendicava tre accademie: la Peloritana di Messina, quella del Buon Gusto e l’Arcadia romana, alle quali negli anni successivi se ne aggiungeranno altre tre. Terzo, che la sua carica nell’amministrazione delle antichità era di segretario delle Regie Antichità per le due valli, cioè al fianco del Regio Custode Saverio Landolina e non al suo posto. Quarto, che il suo beneficio ecclesiastico era la cappellania curata dello Spedale Militare della piazzaforte di Siracusa, un incarico di cura d’anime presso i militari, distinto sia dal canonicato sia dalla parrocchia. La doppia datazione, cristiana e olimpica, dichiara in una riga il programma del libro.

La dedica ai viaggiatori

I due tomi non sono dedicati a un sovrano o a un mecenate, come voleva l’uso, ma «agl’illustri e dotti viaggiatori». È una scelta che colloca l’opera dentro la stagione del Grand Tour, quando Siracusa era tappa obbligata dei viaggiatori del Nord Europa e la richiesta di una guida attendibile era concreta. L’autore lo dice apertamente: «Ecco la Guida, o nobili Viaggiatori, che vi condurrà a osservar con diligenza i venerandi avanzi delle Antichità di Siracusa, mia Patria, da me illustrati; della più grande un tempo, più bella, più nobile, potente, inespugnabile e dotta Città del Mondo, come la decantano tanti greci e latini Scrittori. Voi non più terrete via nel bujo, come per l’addietro, non più urterete in molti abbagli, ne’ quali caduti siete con non pochi altri Antiquarj nazionali». Segue il passo più citato dell’opera, che è anche una dichiarazione di orgoglio civico: «Voi non troverete, è vero, quei grandi Monumenti che si osservano nella città dei Sette Colli; quei però che a Voi si presentano in Siracusa si rendon più venerandi, perché esistevan nel tempo in cui Roma non era Roma».

Struttura dei due tomi

L’impianto segue la partizione antica della città in quattro quartieri, quella che Cicerone descrive nelle Verrine. Il primo tomo si apre con un Articolo cronologico dei dominanti di Siracusa dalla sua fondazione fino al giorno presente, poi definisce fondazione e confini di Ortigia, Acradina, Tica e Napoli e il territorio antico e moderno; seguono, dal sesto all’ottantunesimo e ultimo paragrafo, i monumenti di Ortigia e di Acradina, dal tempio di Minerva, cioè l’Athenaion divenuto cattedrale, alla Fonte Aretusa, dai bagni agli acquedotti, dal castello Maniace alle catacombe di San Giovanni, di Santa Lucia, di San Diego e dei Cappuccini. Il secondo tomo copre Tica, Napoli, gli Epipoli e il territorio: il Teatro con le sue iscrizioni occupa da solo nove paragrafi, seguono l’anfiteatro «detto il Coliseo», le strade sepolcrali, il sepolcro di Archimede, la grotta detta il Carcere e l’Orecchio di Dionisio, le latomie, gli acquedotti, il Labdalo, l’Esapilo e il castello Eurialo, poi le statue, i templi e i castelli del territorio fino a Cassibile e al Plemmirio.

Una fotografia della città del 1813

Nel primo paragrafo del primo tomo, discutendo con l’agronomo Paolo Balsamo, che a suo giudizio aveva osservato Siracusa «correndo incessantemente», Capodieci inserisce un quadro statistico della città contemporanea che è diventato una fonte a sé. Ricorda i novemila morti dell’anno «Aerile» del Seicento e la peste che lo aveva preceduto, la numerazione del Senato del 1690 che dava ventiduemila anime «come ricavasi dagli atti della Cancelleria», gli oltre quattromila morti del terremoto del 1693, l’esodo che nel secolo successivo spinse metà dei cittadini fuori dalle mura e molte famiglie nobili a Palermo. Poi conta il presente: il circuito di Ortigia supera le tre miglia, gli abitanti non arrivano a quattordicimila, le parrocchie sono sette compresa la cattedrale, dieci i conventi di frati con i tre di mendicanti fuori le mura, sette i monasteri femminili, due i ritiri per orfane povere; ci sono un collegio di San Carlo tenuto dai preti, un collegio di regi studi pubblici e le scuole del Seminario Vescovile con diverse cattedre; le chiese sono cinquantadue in città e undici fuori, le confraternite sette col sacco e dodici senza, i sacerdoti secolari centosettantotto, i regolari cinquantadue, le monache professe centotré.

La questione delle date: 1813, 1816 o 1813-1816

Entrambi i tomi portano sul frontespizio la data 1813, ed è quella la data della prima edizione. Tre anni dopo l’opera fu ristampata: lo dice l’autore stesso nella Verità in prospetto del 1818, dove ricorda di avere dato alle stampe nel 1813 i due volumi in quarto e di essere stato costretto a farne una seconda edizione «sotto lo stesso torchio» nel 1816, perché le copie erano esaurite. Da qui l’oscillazione delle citazioni fra 1813, 1816 e 1813-1816, che indicano in realtà due edizioni della stessa opera. La tavola incisa premessa al secondo tomo, che reca la data 1816 e la firma di Capodieci come autore del disegno della pianta, compare anche in esemplari con frontespizio 1813 e non basta da sola a provare una data di uscita diversa. Il nome dello stampatore oscilla poi fra Pulejo e Puleio: la grafia del frontespizio è Pulejo.

Le altre opere a stampa

Gli Antichi monumenti sono la sua opera maggiore, ma non l’unica. I repertori ottocenteschi, in particolare la Bibliografia siciliana di Giuseppe Maria Mira e la Bibliografia sicola sistematica di Alessio Narbone, registrano una ventina di titoli, in gran parte opuscoli di argomento religioso, didattico o polemico, molti dei quali oggi non digitalizzati.I principali, in ordine cronologico: Calendario lunario del nuovo anno 1787 con tavole astronomiche ed ecclesiastiche (Siracusa, Pulejo); La calligrafia storico-critico-teoretico-pratica (Siracusa, 1794); Relazione de’ doveri inverso Dio e il Monarca praticati in Siracusa nella festa del Corpo del Signore l’anno 1796 (Siracusa, 1796); Ragguaglio storico-critico sopra lo stato antico e presente di Militello (Siracusa, Pulejo), che è in realtà la cura di un testo postumo; Origine e progressi dell’orazione delle Quarantore per le chiese di Siracusa (Siracusa, 1801); Saggio storico-critico sopra l’antichissimo culto della santissima Vergine e particolarmente sotto il titolo de’ Sette Dolori (Siracusa, 1803); Memoria della fondazione della basilica di Santa Maria de’ Miracoli (Siracusa, 1810); Catalogo ragionato de’ cinquanta volumi in foglio manoscritti (Siracusa, Pulejo, 1810); Vita del beato Andrea Xueres domenicano (1811); Catalogo ragionato de’ sessanta volumi in foglio manoscritti, seconda edizione accresciuta (Catania, tipografia dell’Intendenza presso La Magna, 1819); Dizionario delle antichità esistenti in Sicilia (Siracusa, dal Palazzo Vescovile presso le stampe di Francesco Maria Pulejo, 1820); Tavole delle cose più memorabili della storia di Siracusa avanti Gesù Cristo (Messina, Giuseppe Fiumara, 1821); Reali dispacci, capitoli di lettere d’uomini illustri e saggi letterarj delle reali accademie (Catania, nelle stampe dei Regi Studi, 1822); Memoria delle opere sacre e profane date in diversi tempi alla luce (Messina, 1826), che è la sua autobibliografia e l’ultimo titolo noto.Due precisazioni servono a evitare errori ricorrenti. La prima riguarda gli Antichi monumenti: entrambi i tomi uscirono nel 1813 e furono ristampati nel 1816, come dichiara lui stesso nella Verità in prospetto, dove scrive di essere stato costretto a una seconda edizione «sotto lo stesso torchio» perché le copie erano esaurite. Nel Dizionario del 1820 ne dà la consistenza esatta: trecentoquattro pagine e ottantuno paragrafi il primo tomo, trecentosessantasei pagine e centoquaranta paragrafi il secondo, ciascuno con una carta topografica ripiegata. La seconda riguarda il titolo delle Tavole: la parola «cronologiche», che compare in molte citazioni, è un’aggiunta dei repertori e non si legge sul frontespizio.Restano da segnalare alcuni titoli che le bibliografie registrano e che completano il quadro: i tre libretti a stampa dei pubblici esami delle Regie Scuole Normali, tenuti nel 1790 nella casa senatoria, nel 1791 nella cappella del palazzo vescovile e nel 1793 nella chiesa di San Domenico; una raccolta di Poesie di autori siracusani in sei volumi (Siracusa, 1818), la cui natura editoriale resta da chiarire; un miscellaneo di calendari, lunari astronomici e notiziari di Siracusa; e le due lettere del 1823, quella all’abate Giuseppe Bertini, estensore del Giornale di scienze lettere ed arti per la Sicilia, e la Lettera di ragguaglio stampata a Napoli, il cui frontespizio la dà scritta «da don Fabrizio De Corneidis al suo amico Alcimo Titanio»: un secondo pseudonimo che entra nella stessa controversia.Anche la materialità delle due edizioni degli Antichi monumenti merita una nota. Nel frontespizio del 1816 Capodieci aggiunge la qualifica di «Pastore Arcadeo» e i titoli accademici acquisiti dopo il 1813, e la dedica cambia destinatario: non più i viaggiatori, ma «gli amatori delle antichità». L’antiporta del secondo tomo è una pianta di Ortigia con legenda latina di quarantuno voci, firmata dall’autore e incisa da Salvatore Aloisi. Il catalogo del 1819 si chiude con un sonetto di Giuseppe Politi «all’eruditissimo antiquario D. Giuseppe Maria Capodieci Regio Curato».

Gli scritti polemici

Una parte cospicua della sua produzione a stampa nasce da controversie. Nel 1818 pubblica a Messina, presso Pappalardo e Nobolo, La verità in prospetto sopra gli abbagli presi dal Principe del Biscari e dal Parroco Logoteta scrivendo delle antichità di Siracusa: il titolo dichiara i due bersagli, il maggiore antiquario siciliano del secolo precedente e il parroco Giuseppe Logoteta.La controversia più aspra è però quella con Francesco di Paola Avolio, avvocato siracusano che negli anni precedenti lo aveva ringraziato pubblicamente per le notizie fornite. Nel 1816 escono a Palermo, per la tipografia di Lorenzo Dato, le Lettere di ragguaglio sopra l’opera intitolata Antichi monumenti di Siracusa, firmate con lo pseudonimo arcadico Alcimo Titanio. Capodieci risponde con l’Apologia stampata a Napoli nel 1823, il cui frontespizio attribuisce le lettere a un «signor F. A.» e il cui testo attacca ripetutamente e per nome l’avvocato Avolio. Nel 1821 aveva già pubblicato a Messina un Avviso letterario contro una Guida per le antichità di Siracusa uscita sotto lo pseudonimo di Bongiovanni, dietro cui Mira indica ancora Avolio.Gli stessi Reali dispacci del 1822 sono uno strumento di quella battaglia. La Protesta al pubblico premessa al volume dichiara che l’obiettivo è «confondere il fiero orgoglio di Alcimo Titanio anonimo Scrittore»: Capodieci raccoglie e stampa quasi mezzo secolo di lettere ricevute da sovrani, ministri, accademie, baroni e generali per dimostrare, con le firme altrui, di essere quello che dice di essere. Un corrispondente, l’avvocato La Giura di Rosolini, lo definì con efficacia «il vostro Cannone a mitraglia».

L’agiografo e l’uomo di chiesa

Metà della sua produzione è di argomento religioso, e viene prima dell’antiquaria. Esordisce nel 1781, l’anno in cui entra in Arcadia, con un dramma sacro, Il trionfo della Fede e della Costanza nel glorioso martirio di Santa Lucia, stampato a Siracusa da Pulejo e ristampato nel 1793 e nel 1808. Seguono l’opuscolo sull’origine e i progressi dell’orazione delle Quarantore nelle chiese di Siracusa, il saggio sul culto della Vergine dei Sette Dolori, la memoria sulla fondazione della basilica di Santa Maria dei Miracoli, la vita del beato Andrea Xueres, la relazione sulla festa del Corpus Domini del 1796.Sul versante manoscritto la materia religiosa pesa ancora di più: undici o dodici volumi, secondo il catalogo, sulla basilica e arciconfraternita dello Spirito Santo, di cui era cappellano, che coprono la storia dell’istituzione dal VI secolo al 1810 e registrano il ruolo dei confratelli a partire dal 1328; le seicentocinquantatré pagine delle Memorie su santa Lucia; le tavole cronologiche sacro-profane. A questo si aggiunge un opuscolo del 1793 sulle cerimonie della Settimana Santa siracusana, che secondo la tradizione locale fu ritrovato dopo la sua morte presso un rigattiere della Giudecca.

I manoscritti dell’Alagoniana

La donazione del 29 maggio 1810

Con atto rogato dal notaio Antonino Avolio, Capodieci donò alla pubblica Libreria e al nuovo museo del Seminario Vescovile la propria biblioteca, le proprie antichità e cinquantadue volumi in foglio manoscritti. La donazione era stata autorizzata da due dispacci regi, del 19 settembre 1809 e del 21 febbraio 1810. Le clausole dicono molto dell’uomo: l’armadio doveva avere due chiavi, custodite dal bibliotecario pro tempore; il donante si riservava, vita natural durante, la facoltà di «aggiungere, togliere, cassare e correggere» nei propri volumi; l’obbligo di conservazione nello stesso armadio era perpetuo.Il numero dei volumi cresce con gli anni e questo spiega le cifre discordanti che circolano: cinquanta nel catalogo a stampa del 1810, cinquantadue nell’atto di donazione dello stesso anno, sessanta nel catalogo del 1819. La Biblioteca Alagoniana oggi ne dichiara cinquantaquattro; la cifra di cinquantanove che compare in alcune fonti divulgative non ha riscontro. In una nota del secondo tomo l’autore rimanda ai «miei Miscellanei de’ 50 volumi in foglio Manoscritti dentro la publica Libreria del Seminario Vescovile, e di real Ordine ivi situati».

Che cosa contiene il fondo

Dall’atto del 1810 e dai due cataloghi si ricava l’ossatura: gli Annali di Siracusa in sedici volumi in foglio, dalla fondazione della città fino al 1818; due volumi manoscritti dei Monumenti antichi di Siracusa, con carte colorate e piante, che risalgono al 1793 e costituiscono la redazione anteriore dell’opera poi stampata; un volume di iscrizioni lapidarie e sepolcrali, che il catalogo del 1819 dice greche, latine, arabe, italiane, gotiche e siciliane e che secondo il censimento di Enggron raccoglie seicentosessantotto epigrafi; due volumi di tavole cronologiche sacro-profane; un volume sulla vita, il martirio e il culto di santa Lucia; dodici volumi sulla basilica e arciconfraternita dello Spirito Santo, che nel catalogo del 1819 diventano undici; dodici volumi di Miscellanee con documenti originali; due volumi sull’origine e i progressi dello scrivere, delle stampe e delle librerie; un volume di codice diplomatico sull’uso delle stampe; due volumi di cronotassi dei re, dei governatori e dei vescovi; le piante delle catacombe; e materiali minori, fino a un volume di metoposcopia e chiromanzia con figure. Negli anni successivi donò anche due volumi di prediche, due volumi di Carteggio letterario, il registro delle rappresentanze e delle lettere della custodia delle Regie Antichità e il materiale preparatorio degli Antichi monumenti.I due volumi del Carteggio letterario sono la fonte da consultare per ricostruire la sua rete di corrispondenti: i Reali dispacci del 1822 ne sono una selezione a stampa.Il catalogo del 1819 dichiara la consistenza volume per volume, e le cifre danno la misura fisica dell’impresa: i volumi degli Annali vanno dalle cinquecentocinquantatré pagine del primo alle settecentosessantanove dell’ultimo, per un totale che sfiora le novemila pagine in foglio, e il sedicesimo volume arriva al 1818. Il solo materiale preparatorio dell’opera a stampa occupa milleduecentosessanta pagine. Il primo volume degli Annali si apre con «un ragguaglio della vita letteraria dell’Autore», cioè un’autobiografia, di cui il congedo posto in fondo al sedicesimo è il contraltare.Fra i volumi donati c’è anche una cosa che non è sua e che senza di lui sarebbe probabilmente andata perduta: il manoscritto autografo delle antichità di Vincenzo Mirabella, che Capodieci acquistò e consegnò alla Libreria insieme ai propri.

Le Memorie su santa Lucia

Fra gli inediti il più consistente riguarda la patrona della città: Memorie storico-critiche intorno alla vita, martirio e culto di santa Lucia vergine e martire siracusana, un volume in foglio di seicentocinquantatré pagine in ventidue capitoli, mai stampato, nato anche da un carteggio pluriennale con il patriarca di Venezia sul corpo della santa, avviato nel 1778. È la ragione per cui le bibliografie locali gli attribuiscono un’opera su santa Lucia: quell’opera esiste, ma è manoscritta. Il titolo Santa Lucia nella tradizione, nella storia, nell’arte, che alcune bibliografie gli assegnano datandolo al 1813, appartiene in realtà a Ottavio Garana ed è del 1958.

Il congedo del 1810

In chiusura del sedicesimo e ultimo volume degli Annali, alla fine del 1810, Capodieci lasciò un congedo ai concittadini, salvo poi continuare ad accrescere quello stesso volume fino al 1818 che è il testo più personale che abbia scritto, riportato da Arturo Messina:
Cari miei concittadini, molti e rilevanti motivi, e purtroppo giusti, mi obbligano a non più proseguire a scrivere gli annali di nostra patria. L’età mia, sessagenaria il giorno 31 dicembre dell’anno 1810, darà fine a questo volume sedicesimo e ultimo. Gradite le mie intraprese fra lo spazio d’anni 40 circa, non per interesse, anzi con non poco mio dispendio, non per la speranza d’alcun premio, che non ho avuto mai perché ho ignorato l’arte della cabala, dei maneggi e dell’adulazione, ma per l’unico principale oggetto di giovar la nostra patria e porla al livello delle più alte città del mondo. […] Si impegni alcuno a proseguire quest’opera tanto utile e necessaria; l’onore e la gloria siano solamente la vostra riconoscenza. […] Noi, dopo morte, non dobbiamo morire, ma le nostre opere debbono conservarci in vita.

Stato attuale

Il fondo non è digitalizzato e non risulta censito nel catalogo Manus dell’Istituto centrale per il catalogo unico, dove nessuna biblioteca siracusana è presente: gli studiosi lo citano per titolo, volume e carta, senza segnatura. Lo strumento di corredo moderno è il lavoro di Ottavio Garana, imparentato con la famiglia dell’autore, che nel 1959-1960 pubblicò nell’«Archivio Storico Siracusano» i Codici capodieciani della Biblioteca Alagoniana con note bio-bibliografiche, seguiti dagli indici generali delle Miscellanee nel 1961 e 1962. Nel marzo del 2026, in occasione della prima edizione del Festival Capodieci, la Biblioteca Alagoniana ha presentato il restauro dei due volumi manoscritti degli Antichi monumenti.

Il metodo: misure, testi antichi, verifica sul posto

Il modo di procedere di Capodieci combina tre operazioni che nella pratica erudita del suo tempo raramente stavano insieme. La prima è la misurazione diretta: quasi ogni monumento viene dato in palmi e once siciliane, con le dimensioni dei gradini, dei sedili, delle colonne, delle scanalature, della grandezza delle lettere nelle iscrizioni. La seconda è il ricorso sistematico alle fonti antiche, citate in latino e in greco per esteso: Cicerone soprattutto, di cui riporta per intero il passo delle Tusculanae sulla scoperta del sepolcro di Archimede presso le porte Agragiane, e poi Tucidide, Diodoro, Plinio, Plutarco, Ateneo, Pausania, Polluce, insieme ai moderni Cluverio, Fazello, Bonanni, Torremuzza. La terza è il controllo sul posto, che rivendica come argomento decisivo contro chi scrive da lontano: la misura della cavea del Teatro viene fatta verificare da architetti e ingegneri regi, la grotta dell’Aretusa viene percorsa con un lume, l’acqua della fonte viene assaggiata davanti a testimoni.Il risultato è disuguale. Nelle parti in cui misura e osserva, il dato regge alla verifica moderna. Nelle parti in cui ragiona sulle identificazioni topografiche o accumula erudizione mitologica e antiquaria, il testo si allunga in digressioni che al lettore odierno appaiono fuori misura. La qualità dei suoi rilievi e la debolezza delle sue interpretazioni convivono nella stessa pagina, e questo spiega perché la storiografia successiva lo abbia usato e insieme corretto.

L’epigrafista

La parte della sua opera che ha resistito meglio al tempo è quella epigrafica. Il volume manoscritto che dedicò alle iscrizioni raccoglie in duecentottantacinque fogli e sette capitoli circa settecento epigrafi greche, latine, arabe, italiane, gotiche e siciliane: è il primo corpus epigrafico siracusano. La materia lo occupava fin dall’inizio, tanto che i suoi due primi corrispondenti illustri, il principe di Torremuzza e il principe di Biscari, gli scrivono già nel 1773 a proposito di iscrizioni arabe e saracene. Il solo elogio pubblico che ricevette dal suo avversario Giuseppe Logoteta riguarda proprio una scoperta epigrafica: nelle latomie di Acradina, scrive Logoteta a stampa, fu ritrovata «dal Sacerdote D. Giuseppe Capodieci, diligente indagatore delle patriottiche antichità» un’iscrizione araba incisa in marmo.Sulle iscrizioni del Teatro il suo lavoro va oltre la trascrizione. Giulio Emanuele Rizzo gli accredita, da solo o con Landolina, le epigrafi di quattro cunei, e per i cunei ottavo e nono, oggi distrutti, le letture di Landolina e Capodieci restano le uniche superstiti. La rivendicazione di priorità che avanza per l’epigrafe del quarto cuneo, quella con il nome del re Ierone, contiene anche un’accusa che spiega l’asprezza della polemica con Logoteta: la scoperta è sua, dice, e fu fatta «in Agosto 1804, essendo in Roma il regio Custode Cav. Landolina, della quale avendone dopo lungo tempo avuto cognizione il Logoteta la publicò nel 1806 con un foglio volante». Alle altre due epigrafi che rivendica, quella di Giove Olimpico nel quinto cuneo e quella di Ercole Benefico nel settimo, aggiunge la data e la difficoltà: la seconda «molto logorata, e scoverta da me in Febbrajo 1806 interamente, senza averne potuto mai gli Antiquarj rilevare il vero significato».Due paragrafi del secondo tomo mostrano un metodo che nella pratica erudita locale era raro. Nel paragrafo sulla grandezza delle lettere greche del Teatro contesta a Logoteta l’uso della parola «cubitali» mettendo a confronto gli impieghi latini dell’espressione in Plauto, in Livio a proposito dell’assedio di Siracusa e in Plinio sulla misura dei fogli di papiro, e conclude che il termine non regge alle misure reali. Nel paragrafo sulla variazione delle lettere collaziona voce per voce la trascrizione che Logoteta aveva dato dell’iscrizione della regina Nereide, elencandone gli errori: una divisione di parola inesistente, l’eta scambiata con l’epsilon, uno iota corroso, un delta indistinguibile, l’omicron reso della stessa altezza delle altre lettere. Da quella stessa lettera, l’omicron minore quasi della metà, ricava una datazione paleografica: un uso «non conosciuto prima de’ tempi di Filippo».È il punto in cui l’antiquario di provincia lavora come un filologo, e non è un caso che le iscrizioni del Teatro abbiano oggi un’edizione critica moderna che considera le sue letture parte della tradizione del testo.

Le polemiche

Giuseppe Logoteta

Il bersaglio principale del secondo tomo è Giuseppe Logoteta, parroco di San Giacomo dal 1781 e canonico della cattedrale dal 1795, morto intorno al 1808, che aveva pubblicato negli anni ottanta del Settecento due opuscoli sul Teatro greco. Capodieci lo cita o lo confuta decine di volte, chiamandolo ora canonico ora parroco, secondo i due titoli che ebbe davvero. I rapporti fra i due non furono sempre polemici: nel 1789 il cassinese Salvatore Maria Di Blasi scriveva a Logoteta di «il vostro Capodieci», e lo stesso Logoteta, in un’opera a stampa, aveva segnalato con lode il ritrovamento di un’iscrizione araba dovuto «al Sacerdote D. Giuseppe Capodieci, diligente indagatore delle patriottiche antichità». La polemica esplode sulle misure del Teatro e non si spegne più, tanto che continua anche dopo la morte di Logoteta. Capodieci contesta «la descrizione che dà il Can. Logoteta d’un tal Teatro ne’ due suoi Opuscoletti del 1786 e 1788, e in un foglio volante impresso in Messina nel 1804, parlando delle Iscrizioni greche di Filistide e di Nereide», che a suo dire «contiene grandi, varj e numerosi errori». L’elenco delle obiezioni è concreto e riguarda quasi sempre misure o parole: che la circonferenza del Teatro fosse di quaranta canne, e che Logoteta chiamasse «diametro ciò che dir dovea raggio»; che avesse scambiato per una cosa sola i sedili e i gradini delle scalette; che avesse immaginato la cavea divisa in tre corridoi e quattro ordini; che collocasse il tempio di Minerva, cioè l’Athenaion inglobato nel Duomo, «nel centro di Ortigia», mentre sorge verso la punta dell’isola; che attribuisse le scanalature doriche a un numero di ventiquattro invece di venti, fraintendendo Vitruvio; che datasse dopo il terremoto del 1693 un muro di sostegno del campanile documentato da un’iscrizione anteriore; che interpretasse male il passo ciceroniano sui diciassette ritratti dei tiranni.

Bonanni, Bonafede, Biscari

La lista dei corretti non si ferma lì. A Giacomo Bonanni e Colonna, duca di Montalbano, autore Dell’antica Siracusa illustrata (Messina, 1624), rimprovera di avere preso «gli stessi abbagli» sulla collocazione delle porte Agragiane e del sepolcro di Archimede. All’abate Appiano Bonafede, che scriveva sotto il nome accademico di Agatopisto Cromaziano, contesta di avere inteso le portae Agragianae di Cicerone come le porte di Agrigento anziché come una porta di Acradina. Al principe di Biscari, il più autorevole degli antiquari siciliani del tempo, imputa errori nella pianta e nelle misure del Teatro. In queste pagine Capodieci difende insieme due cose: l’esattezza dei propri rilievi e il diritto dell’erudito locale, che vive dentro il monumento, a correggere chi lo attraversa da forestiero.

Paolo Balsamo

Con l’economista e agronomo Paolo Balsamo il conto è aperto su due fronti. Nel primo tomo Capodieci ne contesta il quadro demografico e urbano di Siracusa opponendogli il proprio censimento. Nel secondo torna alla carica sul Teatro, dove Balsamo aveva scritto che dell’edificio non restava «che l’abbozzo della figura, ed i sedili formati sul vivo sasso, i quali hanno dell’ignobile»: «il Balsamo in quelle poche ore che dimorò in Siracusa non potea giammai, correndo incessantemente com’egli scrive, osservar con attenzione, come praticar sogliono i dotti Viaggiatori, il più rispettabile avanzo d’antichità». L’argomento è sempre lo stesso, e in fondo è il suo unico argomento: chi guarda di corsa non vede.Nello stesso luogo, replicando alla proposta di Balsamo di irrigare le campagne con le acque dell’Anapo, si lascia andare a un’osservazione che dice molto della città in cui viveva: «sappia però egli che anche molti figli della patria, illustri per natali e per cognizioni, hanno saputo tempo assai prima concepire e dettar progetti meglio di lui, ed espedienti utilissimi al ristoro di Siracusa, che un’infelice impotenza ha indi soppresso e messo in abbandono appena nati».

Che cosa dipende ancora da lui

A due secoli di distanza Capodieci resta una fonte attiva, nel senso che diverse notizie sulla città non hanno altro testimone. La sua opera funziona come un archivio di secondo grado: registra documenti, iscrizioni ed edifici che nel frattempo sono scomparsi.

Le iscrizioni perdute

Nel cappellone della chiesa di San Giuseppe stavano due iscrizioni, fra cui quella del vicario generale che nel 1772 vi aveva preparato il sepolcro di famiglia: erano già scomparse quando iniziarono le catalogazioni moderne e si leggono soltanto nella trascrizione di Capodieci. Nello stesso ambito rientrano l’iscrizione che il Senato fece murare nella chiesa nuova, con la formula Divo Fantino Confessori Syracusano, copiata nel suo manoscritto sulle iscrizioni siracusane, e l’epitaffio del parroco Ambrogio Noto, morto il 22 febbraio 1762, conservato fra i volumi manoscritti dell’Alagoniana. Nel caso della testa colossale conservata dentro il Castello Maniace, l’iscrizione Extinctori Tyrannicae era già stata cancellata nel 1618: Capodieci la riporta sulla scorta di Fazello e di Mario Arezzi, che l’avevano vista, e la sua trascrizione diverge da quella data da Mirabella. Le varianti restano l’unica base per discutere un testo non più verificabile.

Le chiese scomparse

Nel secondo tomo dedica un paragrafo alle «antiche Chiese dentro la Città di Siracusa che più non esistono»: è l’inventario che consente di ricostruire la geografia religiosa perduta dell’isola, dalla chiesa di San Fantino assistita dai greci nel Quattrocento, poi sostituita da quella di San Giuseppe dei maestri falegnami, alle sedi minori inglobate nelle ricostruzioni post-sismiche. Per la chiesa di San Cristoforo la documentazione della fase anteriore al terremoto passa necessariamente dai suoi manoscritti.

Le feste e le tradizioni

Per la festa di santa Lucia il suo resoconto è la fonte continua più antica fino al 1810. Da lui provengono la notizia della deliberazione del 1643 con cui si sarebbe dovuto restituire ai siracusani il corpo della santa, fermata dall’opposizione delle monache che ne avevano la custodia, e il racconto del secondo miracolo del grano, quando il 9 gennaio 1763, durante una carestia, sei navi cariche di frumento raggiunsero il porto: episodio che la tradizione locale collegherà poi alla festa del Patrocinio. Anche la cronaca del miracolo del 1646, che risale al manoscritto secentesco di De Michele, arriva alla storiografia ottocentesca attraverso la sua ripresa.

La cronaca della città

Accanto ai monumenti antichi, i due tomi registrano fatti della storia recente che nessun’altra fonte conserva con lo stesso dettaglio. Della carestia del Seicento che la memoria locale chiamava l’anno Aerile non dà solo il numero dei morti: dice dove finirono e come si conosce la cifra. Nell’anno in cui il raccolto mancò del tutto morirono circa novemila fra cittadini poveri e forestieri, «ed i cadaveri con le carrette vennero condotti nella detta Piscina», la cavità detta la Sepoltura di San Nicolò, mentre «il numero di tali morti si legge inciso nel pilastro della porta della Chiesa».Allo stesso registro appartengono la notte del 5 novembre 1704, quando un fulmine incendiò nel castello di San Giacomo ottocento barili di polvere, facendo saltare il torrione della Campana e la chiesa castrale, con trentatré uomini del presidio spagnolo fra morti e feriti e blocchi scagliati a distanza di miglia; gli scavi per le trincee del 1733, che misero in luce il pavimento a mosaico dei Portici; quelli del 1792 presso il pozzo detto dell’Ingegnere; e la chiesa di San Giorgio, «diroccata nel 1812».

Il papiro e il Ciane

Una notizia che la cultura siracusana ripete da due secoli passa da lui. Descrivendo il corso del Ciane e dell’Anapo, scrive che sulle rive «spunta e germoglia tuttora fin ab antico la pianta del Papiro» e aggiunge il nome e la data di chi per primo la segnalò: «il Sig. Giderfliet Inglese, venuto nell’anno 1764 in Siracusa, fece egli conoscere nel detto fiume una tal pianta». Segue il racconto di come Saverio Landolina, «intendentissimo delle Antichità e dell’uso che se ne facea in quei vetusti tempi», ne riprese la lavorazione per ricavarne carta. Nella vicenda più celebre della cultura siracusana moderna, la riscoperta della carta di papiro, Capodieci è la fonte del dettaglio iniziale.

Il primo inventario del patrimonio artistico

Gli ultimi paragrafi del secondo tomo escono dall’archeologia e passano in rassegna, chiesa per chiesa, le pitture su tavola e su tela e le statue sacre di marmo di Siracusa. Vi si trovano i quadri «di man greca» conservati in cattedrale, a San Martino, allo Spirito Santo e al Carmine, i trittici e i dittici che considerava «il compimento d’una tal Collezione», e poi l’elenco delle sculture per il Duomo, San Domenico, il Collegio dei Gesuiti, il Carmine, il Santissimo Salvatore, San Francesco, il Seminario dei Chierici, Santa Maria di Gesù e il Sepolcro di Santa Lucia, fino ai medaglioni dei vescovi Requesens e Capobianco e dell’arcidiacono Gargallo.Quelle pagine sono il primo censimento del patrimonio artistico ecclesiastico della città, ed è la ragione per cui il lavoro moderno più ampio che gli sia stato dedicato, la tesi di Martina Enggron, consiste in un catalogo di quattrocentosettantacinque opere d’arte medievali e moderne estratte dagli Antichi monumenti. Per un numero consistente di quei pezzi, dispersi o distrutti nell’Ottocento, la sua è la prima e talvolta l’unica registrazione.

Il precedente archeologico

Alcune sue segnalazioni sono state confermate dagli scavi successivi. I due sepolcri trovati il 6 febbraio 1810 nel piano di San Giuseppe anticipano di oltre un secolo lo scavo regolare che Paolo Orsi condusse nella stessa piazza nel 1921, pubblicandolo nelle Notizie degli scavi. La misura della cavea del Teatro oltre il semicerchio è oggi acquisita.

Quello che la ricerca successiva ha corretto

Usare Capodieci come fonte richiede di sapere dove sbaglia, e su alcuni punti la correzione è netta.L’attribuzione a Caravaggio della tela dei Quattro Santi Coronati, che la pubblicistica locale fa risalire a lui, è oggi superata: la critica assegna l’opera al primo quarto del Seicento e ne discute la paternità nell’ambito di Mario Minniti. Va detto però che quell’attribuzione non si legge nelle sue opere a stampa: negli Antichi monumenti, come nelle Tavole del 1821, il quadro è registrato senza nome d’autore, e nei due tomi il nome di Caravaggio ricorre soltanto due volte, per il dipinto di santa Lucia e per l’aneddoto della grotta. Nel secondo tomo registra invece correttamente, nella chiesa di Santa Lucia fuori le mura dei padri Riformati di San Francesco, «un quadro in tela del martirio di detta Santa opera del cav. Michelangelo Caravaggio fatto in Siracusa», cioè il Seppellimento di Santa Lucia, aggiungendo però che il pittore lo eseguì «quando passò in Malta», mentre l’ordine reale del viaggio è inverso, da Malta a Siracusa nell’ottobre del 1608.La tradizione che fa risalire al 363 la fondazione di alcune chiese siracusane, e che passa attraverso di lui prima di essere ripresa da Serafino Privitera, è stata ridimensionata dagli studi recenti di Angela Scandaliato e Nuccio Mulè, che riferiscono la chiesa della tradizione quattrocentesca al sito dell’odierna chiesa di San Filippo Apostolo.Il castello Maniace «rialzato nel 1040 da Maniaci, capitano dell’imperadore di Costantinopoli, sopra le rovine di quello antichissimo d’opera greca», come scrive nelle Tavole, è stato restituito a Federico II dai documenti della cancelleria imperiale: la fabbrica sveva era ancora leggibile come bizantina agli occhi degli eruditi sette e ottocenteschi.Sulla data di apertura al culto della chiesa di San Giuseppe, il 1772 che si ricava da lui e da Cesare Gaetani è contraddetto dalla documentazione, che dà la chiesa ultimata nel 1775 e aperta nei primi giorni del 1776.

Fortuna critica

Il giudizio più favorevole è quello di Serafino Privitera, che nella Storia di Siracusa antica e moderna del 1878-1879 lo paragona al maggiore erudito italiano del Settecento: «Ciò che aveva fatto per l’Italia l’immenso Muratori, lo fece per Siracusa l’infaticabile Capodieci […] Pare incredibile come un sol uomo abbia potuto scrivere, copiare e diligentemente riunire in grossi e numerosi volumi tante carte, che quanto più vetuste si fanno, tanto più preziose divengono». Il confronto con Ludovico Antonio Muratori è calibrato: riguarda il lavoro di raccolta e di copia dei documenti, non l’interpretazione.Il giudizio più severo, e insieme il più preciso, è quello dell’archeologo Giulio Emanuele Rizzo, che studiò il Teatro greco nel primo Novecento: «Questo autentico tipo di dotto provinciale, così superbamente tronfio di sé e della sua erudizione indigesta, amico però e caldissimo de’ monumenti della sua patria, quantunque non troppo della grammatica italiana, non mancava di buone qualità di osservatore; ond’egli, pur tra le scorie delle divagazioni […] dottissime e delle continue logomachie contro il Logoteta e contro altri eruditi, ci dice del teatro alcune cose nuove ed esatte, ce ne dà misurazioni non lontane dal vero». È la formula che la storiografia ha finito per adottare: erudito prolisso e polemico, ma osservatore attendibile quando misura. Lo stesso Rizzo, del resto, arriva a correggersi: dopo avere dubitato delle osservazioni di Capodieci sul rivestimento marmoreo dei sedili del Teatro, dichiara di avere poi trovato le prove che danno «nuovo valore e sicura attendibilità alle osservazioni del Capodieci e del Serradifalco».Francesco Saverio Cavallari e Adolf Holm, nella Topografia archeologica di Siracusa del 1883, tengono un contegno diverso e altrettanto eloquente: lo citano tre volte in tutto, una nella rassegna degli eruditi siracusani, una in bibliografia e una come testimone del prosciugamento della Fonte Aretusa nel 1793, e non lo giudicano mai, mentre a Landolina riservano un paragrafo ammirato. Il duca di Serradifalco, nel quarto volume delle Antichità della Sicilia dedicato a Siracusa, lo cita invece una mezza dozzina di volte come autorità.Il caso più istruttivo riguarda però Paolo Orsi. L’episodio si può oggi documentare parola per parola, perché il testo di Orsi è a stampa. Nella relazione sulla catacomba di Santa Lucia, pubblicata nelle Notizie degli Scavi del 1918, Orsi cita Capodieci due volte, in due note consecutive, e la prima è un riconoscimento: «Il Capodieci che fece vari tentativi nel cimitero di S. Lucia, e deve essere penetrato, ma fugacemente, anche in taluna delle gallerie oggi definitivamente rese accessibili, dice testualmente […] Questo passo parmi recare molta luce anche sulla destinazione dell’ambiente». La seconda è il rifiuto: a proposito della galleria che secondo Capodieci arrivava «fin sotto la croce del piano di S. Lucia», Orsi scrive che la cosa gli pare «poco verosimile, attesa la soverchia distanza», e nel citarlo lo chiama soltanto «un erudito siracusano».Quella galleria c’era. Le regioni meridionali della catacomba riemersero per caso nel 1942, quando vi si scavarono i rifugi antiaerei, e con esse un oratorio bizantino affrescato; chi ne ha curato la pubblicazione moderna riporta la prima conoscenza di quel settore proprio alla pagina degli Antichi monumenti che Orsi aveva respinto. Nessuno studioso scrive per esteso che in quel punto Orsi ebbe torto, e il confronto fra la nota del 1918 e gli scavi del Novecento resta una deduzione: ma è una deduzione documentata, e dice quanto valesse, a distanza di centoquarant’anni, il sopralluogo di un prete che si era fatto smurare un ingresso.Il giudizio degli studi moderni resta comunque a due facce. Enggron parla di materiale «accozzato senza criterio storico, senza discernimento critico», e Arturo Messina scrive che «l’attendibilità del lavoro storico è piuttosto relativa»; Messina aggiunge che «prendeva per buona qualsiasi notizia […] senza operare alcuna selezione critica». Resta però il rovescio della medaglia, riconosciuto anche da chi lo critica: quando misurava e osservava di persona, il dato regge. La formula su cui le fonti convergono è che Capodieci valga come raccoglitore e testimone oculare più che come storico.

Iconografia

Di Capodieci restano almeno tre immagini. La prima è il ritratto inciso premesso al primo tomo degli Antichi monumenti: profilo rivolto a sinistra entro un medaglione ovale, capelli bianchi corti, abito talare scuro, una croce pendente al collo. Sotto il medaglione corrono la didascalia «Gius. Maria Capodieci, Regio Cappellano Curato» e la firma dell’autore: «Giuseppe Politi Siracusano disegnò ed incise nel 1813», lo stesso Politi che nel 1819 firmerà il sonetto in coda al Catalogo ragionato.
Ritratto inciso di profilo di Giuseppe Maria Capodieci entro medaglione ovale, dal frontespizio degli Antichi monumenti di Siracusa
Il ritratto inciso premesso al primo tomo degli Antichi monumenti di Siracusa, 1813. Pubblico dominio
La seconda è il ritratto dipinto conservato nella Biblioteca Alagoniana di Siracusa, che lo mostra a mezza figura in abito nero davanti a uno scaffale di volumi, con la penna d’oca in mano e, sotto l’altra, un volume aperto sul quale si legge il titolo della sua opera manoscritta: Capodieci, Annali di Siracusa. È un ritratto da annalista, costruito per dire che cosa quell’uomo aveva fatto. Sotto la figura corre il cartiglio con l’iscrizione latina, dipinta in forma abbreviata: Ioseph M. Capodieci R. Capp. curatus natus Siracusis die IV Iunii anni MDCCXLIX ob plures libros suosque codices ac vetusta rudera donata de bibliotheca deque patrio museo benemerentissimus. Vale a dire: Giuseppe Maria Capodieci, regio cappellano curato, nato a Siracusa il 4 giugno 1749, benemerentissimo della biblioteca e del patrio museo per i molti libri, i propri codici e le antiche vestigia donate. Il cartiglio è insieme una fonte biografica, perché fissa la data di nascita, e una dichiarazione del motivo per cui la città lo ricordava.
Cartiglio dipinto con iscrizione latina che ricorda la nascita di Capodieci il 4 giugno 1749 e le sue donazioni alla biblioteca e al museo
Il cartiglio dipinto sotto il ritratto della Biblioteca Alagoniana. Foto di Davide Mauro, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0
Ne circola inoltre una riproduzione fotografica di piccolo formato, di autore e data ignoti, che ritrae lo stesso quadro dell’Alagoniana.

Memoria e toponomastica

A Siracusa il nome di Capodieci è rimasto soprattutto in una strada. La via Giuseppe Maria Capodieci taglia il settore meridionale di Ortigia, dal Passeggio Aretusa, a pochi passi dalla Fonte Aretusa, fino all’innesto con la via intitolata a Serafino Privitera, cioè all’altro storico ottocentesco della città. Portava in precedenza il nome di strada Gesù e Maria, dalla chiesa che vi si affaccia; la dedica all’erudito è di età postunitaria. Vi si trovano la chiesa di Gesù e Maria, la chiesa di San Benedetto e, ai civici 14 e 16, il palazzo che ospita la Galleria Regionale di Palazzo Bellomo. Dalla strada ha preso nome anche l’uso corrente di chiamare Capodieci la zona circostante, che nella toponomastica storica corrisponde in parte al rione Turba.Nel marzo del 2026 la Biblioteca Alagoniana, con l’associazione culturale Opera e il sostegno del Comune e di Confcommercio, gli ha dedicato la prima edizione di un festival cittadino, quattro giorni fra manoscritti, conferenze, laboratori e uno spettacolo teatrale. L’occasione era il restauro dei due volumi manoscritti dei Monumenti antichi, illustrato in quella sede da una funzionaria della Soprintendenza. Secondo la cronaca della manifestazione, dal restauro sarebbe emersa la tavola di un tempio con l’annotazione «dove fu inventato l’equinozio»: nelle opere a stampa, però, Capodieci lega la tradizione dell’equinozio al tempio di Minerva, cioè alla cattedrale. Nella comunicazione della manifestazione, come in buona parte della pubblicistica locale, ricorre il titolo di canonico, che i documenti non gli riconoscono.La sua eredità materiale sta altrove: nei volumi manoscritti della Biblioteca Alagoniana, nel ritratto che vi è conservato e nei pezzi che portò al museo del Seminario, confluiti nelle raccolte da cui nascerà il Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi. Non risultano lapidi cittadine a lui dedicate, e la sua immagine pubblica resta legata alla strada più che all’opera.

Cronologia

  • 4 giugno 1749: nascita a Siracusa, secondo l’iscrizione coeva del ritratto conservato in Biblioteca Alagoniana
  • 1770: primo scavo documentato, nella vigna del predio di San Giuliano, nella parte bassa di Acradina
  • 1773: ordinazione sacerdotale, a ventiquattro anni; da quest’anno partono i carteggi che raccoglierà nei Reali dispacci
  • 1777: individua un ramo delle catacombe presso San Giovanni, raggiungibile dalla bocca di un pozzo
  • 22 aprile 1780: nell’orto di Renanti, dietro gli archi dell’acqua, individua i cinque gradini scavati nella roccia dell’Ara di Ierone II; nello stesso anno entra nei sepolcri sotterranei di San Giuliano e nella grotta del Romito
  • 1781: risulta accademico di numero degli Arcadi di Roma; tenta senza esito di riaprire le catacombe presso gli Scogli dei Cappuccini
  • 1782: insegna grammatica nel Real Collegio; scava a proprie spese nella strada dei Cappuccini e recupera tre iscrizioni sepolcrali in marmo
  • 1784: ottiene dall’ingegnere della piazzaforte Guilliers l’ordine di chiudere le grotte sotto le mura risparmiando gli antichi pozzi
  • 1786: è segnalato dal direttore generale delle Regie Scuole Normali; comincia l’insegnamento di calligrafia nel Seminario Vescovile, che terrà fino al 1797
  • 1787: pubblica il Calendario lunario con tavole astronomiche ed ecclesiastiche
  • 1789: scava l’anfiteatro romano insieme a Saverio Landolina, a spese di quest’ultimo; è impiegato nelle Regie Scuole Normali di Siracusa
  • 17 luglio 1793: osserva l’intorbidamento della Fonte Aretusa e ne assaggia l’acqua davanti a testimoni; cinque giorni dopo, approfittando del prosciugamento temporaneo, esplora e misura la grotta; nello stesso anno redige i due volumi manoscritti dei Monumenti antichi di Siracusa
  • 1794: riordina l’archivio del Senato di Siracusa; pubblica La calligrafia storico-critico-teoretico-pratica
  • 1796: scopre quindici gradini intagliati nella roccia presso i massi della Torre di Dionisio
  • 1801: riordina l’archivio del Comando della Real Piazza; è poi assunto come segretario dal governatore Marcello De Gregorio
  • aprile 1803: Saverio Landolina è nominato Regio Custode delle Antichità delle due Valli e sceglie Capodieci come segretario e cancelliere
  • 7 dicembre 1803: nell’orto della Bonavia viene alla luce la statua di Esculapio
  • 7 gennaio 1804: nello stesso orto è rinvenuta la statua di Venere, alla presenza di Capodieci, che ne redige il resoconto negli Annali
  • agosto 1804: scopre l’iscrizione del quarto cuneo del Teatro greco, in assenza di Landolina; in ottobre individua il canale sotto il quinto sedile
  • 10 settembre 1804: scopre il bagno antico dell’orto della Falcona, nella città di Napoli
  • 5 novembre 1804: trova nella Grotta della Spedaliera un’iscrizione greca, che dona al museo del Seminario
  • dicembre 1804: stabilisce che la cavea del Teatro greco supera il semicerchio di quattro canne, con verifica di architetti e ingegneri regi
  • 1805: ripulisce il corridoio anulare dell’anfiteatro; il 7 agosto, su incarico di Mario Landolina, scopre nel Teatro il canale che gira in direzione circolare per tutti i cunei; individua il sesto sedile inferiore; in autunno invia a Landolina, lontano da Siracusa, una relazione sull’arrivo delle truppe russe in città
  • aprile 1806: accompagna Ferdinando IV nella visita ai monumenti; ne segue la nomina a regio cappellano curato dello Spedale Militare di San Giacomo
  • 1806: dirige, in assenza di Landolina, il restauro dell’ingresso del bagno antico trovato sotto la casa del signor Bianca, nel vicolo di Bonavia in Ortigia, a spese regie
  • ottobre 1807: scavi con Landolina nel predio dei Lagattelli, altura di San Pietro de Buffali
  • 1809: scopre un secondo corridoio anulare nell’anfiteatro e ne riconosce la muratura reticolare romana; in settembre fa ripulire una sepoltura murata; il 19 settembre un dispaccio regio autorizza la donazione dei manoscritti, confermato il 21 febbraio 1810
  • 25 novembre 1809: alla presenza dei frati Riformati fa aprire una galleria murata da secoli nelle catacombe di Santa Lucia
  • 6 febbraio 1810: scopre due sepolcri nel piano di San Giuseppe e li fa trasportare al museo
  • 29 maggio 1810: atto notarile di donazione alla pubblica Libreria e al museo del Seminario di cinquantadue volumi manoscritti, della biblioteca e delle antichità
  • settembre 1810: compie il giro sistematico di tutte le mura di Ortigia e Acradina, «per restare alla memoria de’ posteri»; nello stesso anno scava dentro l’Orecchio di Dionisio e ne corregge le misure date da Houël
  • 2 ottobre 1810: trasferisce al museo la testa marmorea colossale che si conservava dentro il Castello Maniace
  • 10 ottobre 1810: individua gli avanzi dell’antica chiesa di San Giuliano
  • dicembre 1810: ricognizione sistematica delle latomie di Acradina e Napoli; individua nel Teatro gli anelli per le corde delle tende
  • 31 dicembre 1810: chiude con un congedo ai concittadini il sedicesimo volume degli Annali, che continuerà tuttavia ad accrescere fino al 1818
  • 10 luglio 1811: ritrova gli avanzi dell’antico castello di Cassibile, nel feudo dello Straticò
  • 1811: dona al museo le tre iscrizioni del 1782 e un bassorilievo con Bacco; in aprile il museo pubblico apre nel Seminario Vescovile; in dicembre partecipa agli scavi di Landolina
  • 1813: escono a Siracusa, presso Francesco M. Pulejo, i due tomi degli Antichi monumenti di Siracusa; il 9 gennaio osserva di nuovo le acque torbide dell’Aretusa e le assaggia il giorno seguente; l’anno prima aveva individuato una stanzetta dentro l’Orecchio di Dionisio
  • 1816: seconda edizione degli Antichi monumenti, resa necessaria dall’esaurimento delle copie; escono a Palermo, sotto lo pseudonimo Alcimo Titanio, le Lettere di ragguaglio contro la sua opera
  • 25 settembre 1817: decreto sovrano che lo nomina socio corrispondente nazionale della Reale Accademia Ercolanese di Archeologia; nello stesso anno ottiene una pensione di quaranta once annue
  • 1818: pubblica La verità in prospetto sopra gli abbagli presi dal Principe del Biscari e dal Parroco Logoteta
  • 1819: pubblica a Catania il Catalogo ragionato de’ sessanta volumi in foglio manoscritti; completa gli scavi dell’anfiteatro
  • 1820: pubblica il Dizionario delle antichità esistenti in Sicilia
  • 1821: pubblica a Messina le Tavole delle cose più memorabili della storia di Siracusa e l’Avviso letterario contro la guida attribuita a Bongiovanni
  • 1822: pubblica a Catania i Reali dispacci, raccolta della corrispondenza ricevuta
  • 1823: pubblica a Napoli l’Apologia contro Alcimo Titanio
  • 1826: Memoria delle opere sacre e profane date in diversi tempi alla luce, ultima opera nota
  • 25 gennaio 1828: morte a Siracusa, a settantotto anni

Lacune documentarie

Diversi dati che una biografia completa richiederebbe restano allo stato attuale non verificati, e vanno cercati negli archivi e nelle biblioteche siracusane.L’atto di battesimo non è stato reperito: la data del 4 giugno 1749 poggia sull’iscrizione coeva del ritratto, non su un registro parrocchiale. I nomi dei genitori, Antonino Capodieci e Maria Genovese, provengono da una sola fonte locale che non dichiara la propria documentazione. Il giorno esatto dell’ordinazione sacerdotale, indicato nell’8 giugno 1773, ha la stessa unica fonte.La sepoltura nella basilica dello Spirito Santo è affermata da un solo studio, che ne riferisce anche il contenuto: la formula riportata però coincide quasi parola per parola con l’iscrizione del ritratto della Biblioteca, e c’è il rischio concreto di una sovrapposizione. La lapide va verificata sul posto prima di darne il testo per acquisito.Manca un necrologio coevo. Il periodico dove più probabilmente comparve, il Giornale di scienze, lettere ed arti per la Sicilia, con il cui estensore Capodieci era in rapporto, non risulta digitalizzato.I manoscritti dell’Alagoniana non hanno una segnatura corrente pubblicata e non sono digitalizzati: si citano per titolo, volume e carta. Il conteggio dei volumi oscilla fra cinquanta, cinquantadue, cinquantaquattro e sessanta a seconda dell’anno e della fonte, e solo un riscontro diretto sul fondo può stabilire quanti ne restino oggi e in quale stato.Il repertorio moderno di riferimento sui codici, pubblicato da Ottavio Garana nell’«Archivio Storico Siracusano» fra il 1959 e il 1962, resta il riferimento obbligato per chiunque voglia lavorare sul fondo, non è disponibile in digitale e va richiesto alla Società Siracusana di Storia Patria o alla Biblioteca Alagoniana.Infine, l’identificazione dello pseudonimo Alcimo Titanio con l’avvocato Francesco di Paola Avolio è indicata dagli stessi scritti di Capodieci, il cui frontespizio dell’Apologia attribuisce le lettere a un «signor F. A.», e da Narbone, che registra le Lettere di ragguaglio sotto il nome di Avolio; Mira, per parte sua, scioglie in Avolio lo pseudonimo Bongiovanni. Non è però dichiarata per esteso in nessuna fonte coeva, e resta un’attribuzione probabile.

Voci collegate

Fonti e bibliografia

Opere a stampa di Capodieci consultabili online

  • Antichi monumenti di Siracusa illustrati dall’antiquario Giuseppe Maria Capodieci, tomo primo, Siracusa, presso D. Francesco M. Pulejo impressore vescovile e senatorio, 1813 (Internet Archive)
  • Antichi monumenti di Siracusa, tomo secondo, Siracusa, Pulejo, 1813, con tavola incisa datata 1816 (Internet Archive)
  • Antichi monumenti di Siracusa, seconda edizione, Siracusa, Pulejo, 1816, tomo secondo (Internet Archive)
  • Catalogo ragionato de’ cinquanta volumi in foglio manoscritti, Siracusa, Pulejo, 1810 (Internet Archive)
  • La verità in prospetto sopra gli abbagli presi dal Principe del Biscari e dal Parroco Logoteta scrivendo delle antichità di Siracusa, Messina, Giuseppe Pappalardo e Michelangelo Nobolo soci, 1818 (Internet Archive)
  • Catalogo ragionato de’ sessanta volumi in foglio manoscritti, seconda edizione accresciuta, Catania, dalla tipografia dell’Intendenza presso La Magna, 1819 (Internet Archive)
  • Dizionario delle antichità esistenti in Sicilia, Siracusa, dal Palazzo Vescovile presso le stampe di Francesco Maria Pulejo, 1820 (Internet Archive)
  • Tavole delle cose più memorabili della storia di Siracusa avanti Gesù Cristo, Messina, Giuseppe Fiumara, 1821 (Internet Archive)
  • Reali dispacci, capitoli di lettere d’uomini illustri e saggi letterarj delle reali accademie… diretti al Regio Antiquario Giuseppe Maria Capodieci, Catania, nelle stampe dei Regi Studi, 1822 (Internet Archive)
  • Apologia all’opera dell’antiquario Giuseppe Maria Capodieci intitolata Antichi monumenti di Siracusa illustrati, contro quanto scrisse Alcimo Titanio, Napoli, tipografia di Raffaele Manzi, 1823 (Internet Archive)

Opere a stampa non digitalizzate

  • Il trionfo della Fede e della Costanza nel glorioso martirio di Santa Lucia, dramma sacro, Siracusa, Pulejo, 1781, con ristampe nel 1793 e nel 1808
  • Calendario lunario del nuovo anno 1787 con tavole astronomiche ed ecclesiastiche, Siracusa, Pulejo
  • La calligrafia storico-critico-teoretico-pratica, Siracusa, 1794
  • Relazione de’ doveri inverso Dio e il Monarca praticati in Siracusa nella festa del Corpo del Signore l’anno 1796, Siracusa, 1796
  • Origine e progressi dell’orazione delle Quarantore per le chiese di Siracusa, Siracusa, 1801
  • Saggio storico-critico sopra l’antichissimo culto della santissima Vergine e particolarmente sotto il titolo de’ Sette Dolori, Siracusa, 1803
  • Ragguaglio storico-critico sopra lo stato antico e presente di Militello, Siracusa, Pulejo (curatela di testo postumo)
  • Memoria della fondazione della basilica di Santa Maria de’ Miracoli, Siracusa, 1810
  • Vita del beato Andrea Xueres domenicano, 1811
  • Avviso letterario con annotazioni sopra una Guida per le antichità di Siracusa, Messina, 1821
  • Poesie di autori siracusani, 6 volumi, Siracusa, 1818
  • Lettera di ragguaglio sopra il libricciuolo intitolato Guida per le antichità di Siracusa, Napoli, 1823, il cui frontespizio la dà scritta «da don Fabrizio De Corneidis al suo amico Alcimo Titanio», pseudonimo che Mira scioglie in Capodieci
  • Lettera all’ab. Giuseppe Bertini, estensore del Giornale di scienze lettere ed arti per la Sicilia, Siracusa, 1823
  • I tre libretti dei pubblici esami delle Regie Scuole Normali di Siracusa, 1790, 1791 e 1793
  • Memoria delle opere sacre e profane date in diversi tempi alla luce, Messina, 1826

Manoscritti

  • Annali di Siracusa, 16 volumi in foglio dalla fondazione al 1818, Biblioteca Arcivescovile Alagoniana, Siracusa
  • Monumenti antichi di Siracusa, 2 volumi con piante e carte colorate, 1793, Biblioteca Alagoniana
  • Memorie storico-critiche intorno alla vita, martirio e culto di santa Lucia vergine e martire siracusana, 1 volume in foglio di 653 pagine in 22 capitoli, Biblioteca Alagoniana
  • Ottavio Garana, Santa Lucia nella tradizione, nella storia, nell’arte, Siracusa, 1958: opera di un discendente novecentesco, attribuita per errore in diverse bibliografie locali a Giuseppe Maria Capodieci
  • Miscellanee, 12 volumi; Storia sacro-profana della basilica e arciconfraternita del Santo Spirito, 12 volumi; volume delle iscrizioni in greco, latino, arabo, italiano, gotico e siciliano; Carteggio letterario, 2 volumi; tutti in Biblioteca Alagoniana

Studi e repertori

Nessuna voce gli è dedicata nel Dizionario Biografico degli Italiani.
  • Giuseppe Maria Mira, Bibliografia siciliana ovvero Gran dizionario bibliografico delle opere edite e inedite, vol. I, Palermo, 1875, p. 171, voce Capodieci
  • Alessio Narbone, Bibliografia sicola sistematica, Palermo, 1850-1855
  • Serafino Privitera, Storia di Siracusa antica e moderna, Napoli, Fibreno, 1878-1879
  • Domenico Lo Faso Pietrasanta duca di Serradifalco, Le antichità della Sicilia esposte e illustrate, vol. IV, Palermo, 1840
  • Francesco Saverio Cavallari, Adolf Holm, Topografia archeologica di Siracusa, Palermo, 1883
  • Giulio Emanuele Rizzo, Il teatro greco di Siracusa, Milano-Roma, 1923
  • Ottavio Garana, I codici capodieciani della Biblioteca Alagoniana, con note bio-bibliografiche sul loro autore, in «Archivio Storico Siracusano», V-VI, 1959-1960, pp. 140-147; e Indice generale delle «Miscellanee» di G. M. Capodieci, ivi, 1961 e 1962
  • Giuseppe Agnello, edizione di un inedito capodieciano sulla visita regia del 1806, in «Archivio Storico Siracusano», XIII-XIV, 1967-1968, pp. 65-94
  • Giuseppe Pagnano, Le antichità del Regno di Sicilia. I plani di Biscari e Torremuzza per la Regia Custodia, 1779, Siracusa-Palermo, 2001-2002
  • Mariarita Sgarlata, Un secolo di ricerche sui cimiteri cristiani del suburbio e del territorio di Siracusa, in «Syndesmoi» 3, Università di Catania, 2012, dove le regioni B e C del cimitero di Santa Lucia sono dette già note «agli inizi dell’Ottocento (Capodieci 1813, p. 269)»
  • Giuseppe Guzzetta, studi sul medagliere e sulle raccolte del museo di Siracusa, 2009, dove sono identificati i resoconti capodieciani delle scoperte del 1803 e del 1804
  • Alessia Dimartino, Iscrizioni del teatro di Siracusa, in «Axon», vol. 1, n. 1, giugno 2017, pp. 267-276: edizione critica moderna delle epigrafi dei cunei, che considera le letture di Capodieci e Landolina parte della tradizione del testo
  • Lavinia Gazzè, Il diario del Cavalier Saverio Landolina (1804-1806), in «Archivio Storico Siracusano», serie IV, vol. VI, 2014
  • Martina Ingrid Catarina Enggron, Catalogo delle opere d’arte medievali e moderne presenti negli Antichi monumenti di Siracusa di Giuseppe Maria Capodieci, tesi di laurea, Università degli Studi di Catania, a.a. 2011-2012 (PDF)
  • Arturo Messina, Toponomastica dei personaggi insigni dell’Ottocento siracusano, capitolo su Giuseppe Maria Capodieci
  • Federica Maria Chiara Santagati, Il Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi di Siracusa, in «Il Capitale Culturale», Supplementi 09

Nota alle citazioni

  • I passi degli Antichi monumenti sono citati dalle digitalizzazioni dei due tomi su Internet Archive, normalizzando la s lunga della stampa originale e sciogliendo le abbreviazioni
  • L’iscrizione latina del cartiglio dipinto sotto il ritratto della Biblioteca Alagoniana è letta sulla riproduzione fotografica in Wikimedia Commons e confrontata con le due trascrizioni che l’autore ne diede nelle proprie stampe del 1819 e del 1822

Identificatori e collegamenti esterni

Scheda aggiunta da Alessandro Calabrò il 9 Settembre 2026.

📷 Foto della community

Carico le foto…

Da non perdere a Siracusa

Le voci più cercate di Aretusapedia.