| Gelone II | |
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| La testa diademata di Gelone II al dritto di un didramma d’argento. Bibliothèque nationale de France (pubblico dominio). | |
| Nome greco | Γελων (Gelone II, Gelo II) |
| Titolo | Re (basileus) coreggente di Siracusa |
| Epoca | III secolo a.C. (morto nel 216 a.C.) |
| Casa | Dinastia di Ierone II |
| Padre | Ierone II |
| Madre | Filistide (attribuzione ricostruita) |
| Coniuge | Nereide d’Epiro, figlia di Pirro II |
| Figli | Geronimo, ultimo re di Siracusa; Armonia |
| Documentato da | Le sue monete (ΣΥΡΑΚΟΣΙΟΙ ΓΕΛΩΝΟΣ), l’iscrizione del teatro e la dedica dell’Arenario di Archimede |
Gelone II (in greco Γελων), figlio primogenito ed erede di Ierone II, fu coreggente del regno di Siracusa per circa venticinque anni, dagli anni Quaranta del III secolo a.C. fino alla morte nel 216 a.C. Portò il titolo e il diadema di re (basileus) accanto al padre, ma non regnò mai da solo: morì poco prima del vecchio Ierone, lasciando la corona al figlio quindicenne Geronimo. La sua figura, come quella della madre Filistide, è documentata quasi soltanto da fonti materiali, le sue monete d’argento e l’iscrizione del Teatro Greco di Siracusa, con un’eccezione preziosa: proprio a «re Gelone» Archimede dedicò una delle sue opere più celebri, l’Arenario.
Va distinto con cura dall’omonimo Gelone I, il tiranno vincitore di Imera (480 a.C.), vissuto quasi tre secoli prima: le monete del tiranno, con la quadriga e la testa di Aretusa, non hanno nulla a che vedere con quelle del coreggente ellenistico. Di Gelone II le fonti antiche tramandano due ritratti opposti, uno di figlio leale e uno di figlio ribelle, che la scheda terrà distinti.
Il principe coreggente
Ierone II, salito al potere come «uomo nuovo» di origini non regali, costruì attorno a sé una monarchia di tipo ellenistico e ne preparò con cura la continuità. Associò al trono il figlio Gelone, dandogli il titolo di re e il diadema, intorno al 240 a.C.: una coreggenza che durò circa un quarto di secolo. Sul piano formale, padre e figlio furono entrambi basileis, e accanto a loro la regina Filistide completava il quadro della casa regnante. Questa rappresentazione dinastica a tre, padre, madre e figlio erede, è il messaggio che la corte siracusana proiettò sulle proprie monete e sui propri monumenti, sul modello delle grandi monarchie d’Oriente.
La coreggenza di Gelone, però, restò sempre subordinata e in larga parte nominale. Polibio lo ricorda come un figlio che fece dell’obbedienza al padre la regola della propria vita, vissuto oltre i cinquant’anni (quindi nato prima del 266 a.C. circa) e morto prima di Ierone, senza mai esercitare un potere autonomo. Le poche azioni che le fonti gli attribuiscono lo mostrano sempre al fianco del padre, mai in proprio.
Il re a cui Archimede dedicò l’Arenario

Il documento che dà a Gelone un volto diverso da quello della moneta è la dedica di un’opera di Archimede. L’Arenario (in greco Psammites, «il computo della sabbia») si apre rivolgendosi direttamente a lui: «Vi sono alcuni, re Gelone, che ritengono il numero dei granelli di sabbia infinito». Archimede si propone di dimostrare il contrario, calcolando quanti granelli di sabbia servirebbero a riempire non solo Siracusa o la Sicilia, ma l’intero universo.
Per farlo, lo scienziato costruisce un sistema capace di esprimere numeri enormi, ben oltre i limiti della numerazione greca corrente, basato sulle «miriadi di miriadi» (diecimila per diecimila). È in questa stessa opera che Archimede, per stabilire le dimensioni del cosmo da riempire, riferisce l’ipotesi astronomica di Aristarco di Samo, che poneva il Sole al centro e la Terra in movimento attorno a esso: una delle pochissime testimonianze antiche superstiti dell’eliocentrismo aristarchico. Che un trattato di questa portata sia indirizzato a Gelone dice qualcosa del clima culturale della corte siracusana e del rango del coreggente, anche se nulla ci dice dei suoi interessi personali.
La monetazione
La fonte più abbondante su Gelone restano le sue monete, che fanno parte della monetazione «regale» coordinata di Ierone II. Nel catalogo di riferimento (Caccamo Caltabiano, Carroccio e Oteri, Siracusa ellenistica, 1997) le emissioni a suo nome sono circa 299: 197 didrammi e 102 dramme, prodotti con 43 conii di dritto e 48 di rovescio. È un volume più contenuto di quello della madre Filistide, ma sufficiente a fissarne con sicurezza i tipi.
A nome di Gelone si conoscono due denominazioni in argento: il didramma, pari a 8 litrai (intorno ai 7 grammi), e la dramma, pari a 4 litrai (intorno ai 3,4 grammi). Non risultano emissioni in oro, e i bronzi talvolta attribuiti a Gelone recano in realtà il nome di Ierone II. Il dritto porta sempre la testa diademata del coreggente, talora con una clava dietro la nuca, allusione a Eracle e alla genealogia mitica della dinastia. Il rovescio presenta due tipi: una Nike che guida una biga (al galoppo o al passo) e un’aquila stante sul fulmine, i simboli di Zeus, il dio protettore della casa reale.

La leggenda corrente è ΣΥΡΑΚΟΣΙΟΙ ΓΕΛΩΝΟΣ, «dei Siracusani, di Gelone»: un’espressione che presenta la moneta come emissione della città a nome del coreggente. Accanto al tipo compare spesso la sigla ΒΑ, la cui interpretazione resta discussa fra abbreviazione del titolo regale, formula per «argento regio» e semplice marchio di zecca. Da segnalare una differenza che evita le confusioni: mentre la madre Filistide è nominata sulla moneta con il titolo di regina (basilissa) e una quadriga al rovescio, Gelone usa l’etnico cittadino con una biga; il suo titolo di re, ben presente nell’epigrafia, sulla moneta resta affidato al solo diadema.
Il dettaglio storicamente più significativo è tecnico. I simboli e le lettere di controllo delle monete di Gelone sono gli stessi usati per le emissioni di Ierone II e di Filistide, e gli studiosi hanno individuato perfino un conio di dritto fisicamente condiviso fra le serie. La prova è solida: le tre monetazioni furono coniate nella stessa officina, negli stessi anni (intorno al 218-214 a.C.), come tre nomi di un’unica monetazione dinastica. Gli autori del catalogo hanno anche ipotizzato che, mentre per il re e la regina il metallo provenisse dal tesoro reale, per Gelone fosse fornito dai Siracusani, in coerenza con la leggenda della moneta.
Il dono ai Rodii
L’unica iniziativa di Gelone documentata da una fonte letteraria lo mostra agire al fianco del padre con pari dignità regale. Polibio (Storie, V, 88) racconta che, dopo il terremoto che devastò Rodi intorno al 227 a.C. abbattendone anche il celebre Colosso, Ierone e Gelone insieme inviarono alla città aiuti generosi: circa settantacinque talenti d’argento per il rifornimento d’olio del ginnasio, grandi calderoni d’argento con i loro sostegni, altri dieci talenti per i sacrifici e dieci per attrarre nuovi cittadini (fino a un totale dichiarato di cento talenti), l’esenzione doganale per i mercanti rodii, cinquanta catapulte di tre cubiti, e un gruppo statuario destinato al porto, raffigurante il Popolo di Rodi incoronato dal Popolo di Siracusa. Il medesimo episodio è ricordato anche da Diodoro Siculo (XXVI, 8).
Il dono, fatto a nome di entrambi i sovrani, rientra nella «generosità competitiva» con cui le corti ellenistiche affermavano il proprio prestigio, la stessa logica che pochi anni dopo avrebbe spinto Ierone a costruire e a inviare in dono ai Tolomei d’Egitto la colossale nave Syracusia. Per Gelone è l’unico atto pubblico che le fonti gli riconoscano accanto al padre.
Il matrimonio epirota con Nereide
La diplomazia dinastica di Ierone II non guardava solo a oriente, verso l’Egitto tolemaico, ma anche all’Epiro. Gelone sposò Nereide (Nereis), figlia di Pirro II d’Epiro e discendente della casa degli Eacidi, intorno al 233 a.C. Lo riferiscono Pausania (VI, 12, 3), per il quale Ierone strinse l’alleanza con la casa di Pirro suggellandola con queste nozze, e Giustino (XXVIII, 3), che conferma il matrimonio pur confondendo i rapporti di parentela. La formula di Pausania («figlia di Pirro figlio di Eacide») ha a lungo fatto discutere se il padre fosse Pirro I o, come oggi prevale, Pirro II. Nereide apparteneva a un ramo al tramonto: la sorella Deidamia fu l’ultima sovrana della casa eacide, e Nereide le inviò ottocento mercenari galli in un estremo, vano soccorso. Il matrimonio inseriva Siracusa nella rete delle grandi dinastie greche e affiancava all’asse con Alessandria un legame con la Grecia continentale.
Anche Nereide portò il titolo di regina, ma in modo diverso dalla suocera: il suo nome compare nell’iscrizione del Teatro Greco di Siracusa, sul secondo cuneo del diazoma, accanto a quello di Filistide, mentre sulle monete Nereide non figura mai. Dal matrimonio nacquero Geronimo, che sarebbe stato l’ultimo re di Siracusa, e Armonia, sposa di Temisto: entrambi i figli avrebbero avuto un ruolo, e una fine, nella tragedia che travolse la dinastia.
Il nome nel teatro
Come gli altri membri della casa reale, Gelone compare nelle iscrizioni incise lungo il diazoma del Teatro Greco di Siracusa, dove i nove cunei della cavea recano i nomi della dinastia accostati alle divinità. A Gelone spetta il primo cuneo, con la formula βασιλεως Γελωνος, «del re Gelone». Va detto con onestà che questo nome, a differenza di quelli di Filistide e Nereide, non è conservato sulla pietra: il blocco è gravemente danneggiato, e la lettura è una integrazione proposta dagli editori sulla base del programma simmetrico dell’iscrizione. Resta comunque la testimonianza, insieme alle monete, del suo rango regale ufficiale, che le fonti letterarie non gli attribuiscono mai a chiare lettere. Il titolo di re è confermato, oltre che dal teatro, da altre testimonianze epigrafiche siracusane di età ieroniana, tra cui una dedica a Zeus Hellanios.
La morte controversa del 216 a.C.
Sulla fine di Gelone le fonti antiche divergono in modo netto, e la scheda deve riportarle entrambe senza scegliere arbitrariamente. Per Polibio, la fonte più antica e vicina ai fatti, Gelone fu fino all’ultimo un figlio leale e morì semplicemente prima del padre, in tarda età. Per Livio (Ab Urbe condita, XXIII, 30), invece, poco prima di morire Gelone avrebbe rovesciato la politica paterna: dopo la disfatta romana di Canne (216 a.C.) avrebbe abbandonato l’alleanza con Roma per passare a Cartagine, e stava già armando il popolo e sobillando gli alleati quando una morte, «tanto opportuna da macchiare di sospetto anche il padre», lo stroncò.
Su questo passo conviene essere precisi. Livio non parla mai di veleno: dice soltanto «morte opportuna», e il sospetto che adombra ricade proprio su Ierone, il vecchio re rimasto fedele a Roma, che dalla scomparsa del figlio ribelle traeva il maggior vantaggio. La storiografia moderna tende a dare poco credito alla versione liviana, in contrasto con il ritratto polibiano: già il Dictionary di William Smith osservava che la defezione e l’insinuazione di omicidio «meritano probabilmente poco credito». È utile anche notare che il riassunto antico dello stesso Livio non menziona affatto Gelone, e attribuisce la rottura con Roma al nipote Geronimo.
La conseguenza, su cui le fonti concordano, è di fatto la più importante. La morte di Gelone fece saltare una generazione: quando Ierone II si spense, fra il 216 e il 215 a.C., la corona non passò a un figlio ormai morto, ma al nipote quindicenne Geronimo. E fu Geronimo, non Gelone, a compiere davvero la svolta filo-cartaginese, rompendo con Roma e spingendo Siracusa verso l’assedio di Marcello e la catastrofe del 212 a.C.
Le fonti
Anche per Gelone II la documentazione è soprattutto materiale. Le fonti che lo nominano direttamente sono le monete, con la leggenda ΣΥΡΑΚΟΣΙΟΙ ΓΕΛΩΝΟΣ, l’iscrizione del teatro (per quanto integrata) e, caso unico, la dedica dell’Arenario di Archimede, che gli si rivolge come «re Gelone». Le fonti letterarie che lo raccontano sono poche e in tensione fra loro: Polibio (V, 88, il dono ai Rodii; VII, 8, l’elogio della lealtà e la premorienza al padre), Livio (XXIII, 30, la presunta defezione e la morte sospetta) e Pausania (VI, 12, 3, il matrimonio con Nereide). Su gran parte della sua vita, comprese le date precise di nascita e di morte e il nome della madre, gli studiosi procedono per ricostruzione.
Voci collegate
- Ierone II, padre di Gelone e re di Siracusa
- Filistide, regina e madre attribuita di Gelone
- Archimede, che dedicò a Gelone l’Arenario
- Syracusia, la nave colossale della corte di Ierone II
- Teatro Greco di Siracusa, con il nome di Gelone sul primo cuneo
Fonti e bibliografia
- Polibio, Storie, V, 88 (dono ai Rodii) e VII, 8 (la casa di Ierone II).
- Livio, Ab Urbe condita, XXIII, 30 (la morte di Gelone) e XXIV (la successione di Geronimo).
- Pausania, Periegesi della Grecia, VI, 12, 3 (il matrimonio con Nereide).
- Archimede, Arenario (Psammites), dedica a re Gelone.
- Maria Caccamo Caltabiano, Benedetto Carroccio, Ernesto Oteri, Siracusa ellenistica. Le monete «regali» di Ierone II, della sua famiglia e dei Siracusani, Pelorias 2, Università di Messina, 1997.
- Alessia Dimartino, «Iscrizioni del teatro di Siracusa», Axon 1, 1 (2017), pp. 267-276.
- Giacinta De Sensi Sestito, Gerone II. Un monarca ellenistico in Sicilia, Palermo, 1977.
- Voce Gelone II su Wikidata (Q1073680).
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