| Geronimo | |
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| Il ritratto del giovane re Geronimo su un argento siracusano. British Museum, inv. 1868,0316.15 (foto ArchaiOptix, CC BY-SA 4.0). | |
| Nome greco | Ιερωνυμος (Geronimo, Ieronimo) |
| Titolo | Re di Siracusa (l’ultimo) |
| Regno | Circa 215-214 a.C. (circa 13 mesi) |
| Nascita | Circa 231 a.C. |
| Morte | 214 a.C., Leontini (assassinato) |
| Casa | Dinastia di Ierone II |
| Nonno | Ierone II |
| Genitori | Gelone II e Nereide d’Epiro |
| Sorella | Armonia |
Geronimo (in greco Ιερωνυμος, anche Ieronimo) fu l’ultimo re di Siracusa. Nipote di Ierone II e figlio di Gelone II e della principessa epirota Nereide, salì al trono appena quindicenne, alla morte del nonno, intorno al 215 a.C. Il suo regno durò appena tredici mesi: rovesciò la lunga alleanza con Roma per passare a Cartagine, e fu assassinato a Leontini nel 214 a.C. Con lui finì la dinastia che per oltre mezzo secolo aveva dato a Siracusa pace e prosperità, e la città precipitò verso l’assedio romano e la catastrofe del 212 a.C.
Sulla sua figura le fonti antiche tramandano due ritratti opposti: quello, ostile, del giovane tiranno crudele e dissoluto, costruito dalla tradizione filo-romana, e quello, assai più misurato, di Polibio, che invita apertamente a diffidare delle esagerazioni. La scheda li terrà distinti, perché è proprio in questo scarto che si misura la difficoltà di giudicare un sovrano durato poco più di un anno.
L’ascesa a quindici anni
Quando Ierone II morì vecchissimo, fra il 216 e il 215 a.C., il figlio ed erede Gelone era già scomparso da pochi mesi. La corona saltò così una generazione e cadde su Geronimo, un ragazzo di circa quindici anni. Consapevole della fragilità della situazione, il vecchio re aveva predisposto un consiglio di quindici tutori che affiancasse il nipote. Secondo una tradizione riferita da Livio, Ierone avrebbe perfino voluto restituire a Siracusa la libertà repubblicana, ma le figlie, decise a conservare il potere reale attraverso i mariti, lo dissuasero. Morendo, il vecchio re aveva raccomandato ai tutori di tenere fede all’alleanza con Roma e di crescere il nipote sulle proprie orme e su quelle del padre: raccomandazioni che sarebbero state tutte tradite.
Il consiglio di reggenza durò pochissimo. A indirizzare la corte furono due dei tutori, i mariti delle figlie di Ierone: Andranodoro, marito di Damarata, e Zoippo, marito di Eraclia. Andranodoro convinse il giovane re ad assumere subito il pieno potere e, deposta per primo la propria carica, fece sciogliere la tutela concentrando di fatto il controllo nelle proprie mani. Una prima congiura fu soffocata nel sangue: un certo Callone denunciò il complotto, ma sotto tortura Teodoto coprì i veri congiurati e accusò falsamente Trasone, l’uomo che incarnava il legame con Roma, che fu giustiziato. Con lui si recise l’ultimo filo che teneva Siracusa all’alleanza romana.
La rottura con Roma
Il regno di Geronimo cadde nel momento più drammatico della Seconda Guerra Punica. Dopo la disfatta romana di Canne (216 a.C.), che parve segnare la fine di Roma, il giovane re fu spinto a capovolgere la politica del nonno. A manovrarlo furono gli zii filo-cartaginesi Andranodoro e Zoippo e due agenti di Annibale, i fratelli Ippocrate ed Epicide, siracusani di origine ma nati a Cartagine, dove il loro nonno si era rifugiato in esilio, che lo lusingavano richiamando la memoria di Ierone e del bisnonno materno Pirro.
Le trattative con Cartagine procedettero per gradi e con pretese sempre più alte. In un primo accordo il confine fra la sfera cartaginese e quella siracusana fu fissato al fiume Himera; poco dopo Geronimo arrivò a rivendicare per sé l’intera Sicilia (Polibio, Storie, VII, 4-5; Livio, Ab Urbe condita, XXIV, 6). Agli ambasciatori romani, venuti a ricordargli l’alleanza che era stata del nonno, rispose con arroganza, rinfacciando loro la sconfitta di Canne, e arrivò a porre condizioni inaccettabili: la restituzione dell’oro e dei doni che Ierone aveva inviato a Roma e il riconoscimento a Siracusa di tutta la Sicilia a oriente dell’Himera. La scelta definitiva maturò in un consiglio in cui i consiglieri greci, da Aristomaco di Corinto a Damippo di Sparta, lo spingevano a restare fedele a Roma, mentre il solo Andranodoro perorava la causa cartaginese, che prevalse. La rottura era consumata, e la Sicilia tornava a essere un fronte della guerra fra Roma e Cartagine.
Tiranno o ragazzo manovrato? Il giudizio di Polibio

La tradizione ostile, di parte romana e raccolta soprattutto da Livio (XXIV, 5), fa di Geronimo il tiranno per eccellenza. Dove Ierone e Gelone non si distinguevano in nulla dai cittadini, il ragazzo avrebbe assunto «la porpora, il diadema e una guardia armata», uscendo dal palazzo su una quadriga di cavalli bianchi «alla maniera del tiranno Dionisio»; e ancora disprezzo per tutti, parole ingiuriose, udienze negate, lussurie smodate e una crudeltà disumana, al punto che alcuni dei tutori si tolsero la vita o fuggirono per sottrarsi alla tortura. Sono i tratti classici del tiranno della tradizione greca e latina, costruiti per opposizione al buon re che lo aveva preceduto.
A questo ritratto Polibio (Storie, VII, 7) oppone una pagina di rara lucidità critica. Gli storici che hanno raccontato la caduta di Geronimo, osserva, ne hanno fatto un mostro «peggiore di Falaride e di Apollodoro», i due tiranni-simbolo della crudeltà antica. Ma, fa notare, «era un semplice ragazzo quando giunse al potere, e visse solo tredici mesi»: in così poco tempo è possibile che uno o due uomini siano stati torturati o messi a morte, «ma è improbabile che la sua tirannide sia stata smodatamente malvagia». Polibio non assolve il personaggio, di cui riconosce l’indole avventata e priva di scrupoli, ma rifiuta le esagerazioni e ne spiega la ragione: chi scrive monografie su episodi ristretti è «costretto dalla povertà di materia a ingigantire incidenti insignificanti». Quello spazio, conclude, sarebbe stato meglio dedicarlo a Ierone e a Gelone, «senza nominare affatto Geronimo».
Tra i due ritratti, il lettore resta con un quadro verosimile più sobrio: un sovrano giovanissimo, inesperto e impulsivo, manovrato dagli zii e dagli agenti di Annibale, responsabile di qualche esecuzione nella repressione delle congiure, ma lontano dal mostro della leggenda nera. La fastosa regalità ellenistica che gli si rimprovera era, in fondo, quella stessa della corte in cui era cresciuto.
La monetazione del re-ragazzo
Nonostante un regno di poco più di un anno, Geronimo lasciò una monetazione d’argento a ritratto, fatto notevole per un sovrano effimero. Il taglio più diffuso è il 10 litrai, di circa otto grammi e mezzo, con la testa diademata del giovane re al dritto e, al rovescio, un fulmine alato, simbolo di Zeus, accompagnato dalla leggenda ΒΑΣΙΛΕΟΣ ΙΕΡΩΝΥΜΟΥ, «del re Geronimo» (con la variante grafica ΒΑΣΙΛΕΩΣ). Accanto al 10 litrai si conoscono frazioni minori d’argento, come l’8 litrai, e sui rovesci compaiono piccole sigle di officina, ΚΙ, ΜΙ, ΦΙ, usate per il controllo delle emissioni. Vi sono anche bronzi e rarissime monete d’oro, in tutto una decina di esemplari noti, fra cui un grande nominale che potrebbe essere stato coniato come medaglia inaugurale del regno.

Il ritratto monetale è uno dei pochi dell’antichità a raffigurare un sovrano adolescente. Lo studioso Robert Ross Holloway, in uno studio dedicato proprio a questa «monetazione dei tredici mesi», vi ha distinto due fasi: un primo ritratto idealizzato, in continuità con quelli del nonno e del padre, e un secondo più realistico e indurito, con un’acconciatura che è stata interpretata come ispirata alle immagini di Annibale, a segnare la nuova alleanza con Cartagine. È una lettura, non un dato certo, ma dice quanto la moneta riflettesse il rovesciamento politico del breve regno. Dopo la morte di Geronimo, la Siracusa tornata repubblicana avrebbe battuto una propria monetazione anonima, con tipi di Zeus, Atena ed Eracle, da non confondere con quella regale.
L’assassinio a Leontini
La parabola si chiuse nel 214 a.C. a Leontini (l’odierna Lentini), dove il re si era recato a capo di un esercito di circa quindicimila uomini, dopo aver mandato avanti Ippocrate ed Epicide. Una congiura aveva preparato l’agguato occupando una casa che dominava lo stretto vicolo per cui si scendeva al foro. Mentre il corteo reale passava, una delle guardie, Deinomene, fingendo di sciogliere il nodo di un calzare, rallentò la calca e aprì un varco: il re, colto senza scorta armata, fu trafitto da numerose ferite prima che si potesse soccorrerlo. Le fonti divergono sui dettagli, e perfino sul ruolo di Deinomene, che la tradizione vuole capo della congiura mentre Livio gli assegna solo la parte di chi apre il varco, nominando come organizzatori Teodoto e Sosi, che corsero poi a Siracusa sui cavalli del re per annunciare la libertà riconquistata.
La morte del giovane re, dopo tredici mesi di regno, spalancò a Siracusa una stagione di anarchia. Si scatenò la lotta fra i partigiani della repubblica, i filo-romani e i filo-cartaginesi; Andranodoro tentò di impadronirsi del potere e fu ucciso a sua volta.
La fine della dinastia
Alla rivoluzione seguì lo sterminio della casa reale. L’assemblea siracusana decretò che nessuno del sangue regio restasse in vita: le zie di Geronimo, le figlie di Ierone Damarata ed Eraclia, e la sua stessa sorella Armonia furono massacrate dalla folla. La bisnonna paterna, la regina Filistide, era ormai scomparsa da tempo e non figura tra le vittime. Con la dinastia sterminata, Siracusa cadde sotto la guida dei capi filo-cartaginesi Ippocrate ed Epicide e ruppe definitivamente con Roma.
La risposta romana fu l’assedio del console Marco Claudio Marcello, fra il 213 e il 212 a.C., reso celebre dalle macchine difensive di Archimede. La città cadde nel 212, e nel saccheggio lo stesso Archimede trovò la morte. La svolta avventata di un re giovanissimo aveva contribuito a portare Siracusa alla fine della sua indipendenza.
Le fonti
Geronimo è, per fortuna dello storico, meglio documentato della madre e del padre, perché la sua vicenda si intreccia con la grande storia della Seconda Guerra Punica. La fonte principale e più equilibrata è Polibio (Storie, VII, 2-8), che ne racconta l’ascesa, la rottura con Roma e la caduta, e che dedica al personaggio la celebre pagina critica contro gli storici drammatizzanti. Accanto a lui sta Livio (Ab Urbe condita, XXIV, 4-7), più ricco di dettagli ma di parte romana, da cui proviene il ritratto del tiranno. Vi si aggiungono i frammenti di Diodoro Siculo, che conferma la genealogia e dà al regno una durata leggermente diversa, quindici mesi invece dei tredici di Polibio, e un aneddoto di Ateneo sul presunto matrimonio con la cortigiana Peitho, da prendere con cautela come probabile motivo letterario. A queste fonti narrative si affianca la testimonianza diretta delle monete, con il nome e il volto del giovane re.
Voci collegate
- Ierone II, nonno di Geronimo e suo predecessore
- Gelone II, padre di Geronimo, premorto a Ierone II
- Filistide, bisnonna paterna e regina di Siracusa
- Archimede, protagonista della difesa di Siracusa nell’assedio seguito alla caduta di Geronimo
- Syracusia, la nave colossale della corte di Ierone II
Fonti e bibliografia
- Polibio, Storie, VII, 2-8 (l’ascesa, la rottura con Roma, la caduta e la cautela storiografica su Geronimo).
- Livio, Ab Urbe condita, XXIV, 4-7 (il regno, il ritratto del tiranno e l’assassinio).
- Diodoro Siculo, Biblioteca storica, XXVI (frammenti); Ateneo, Deipnosofisti, XIII, 577 (Peitho).
- Robert Ross Holloway, The Thirteen-Months Coinage of Hieronymos of Syracuse, 1969.
- Maria Caccamo Caltabiano, Benedetto Carroccio, Ernesto Oteri, Siracusa ellenistica. Le monete «regali» di Ierone II, della sua famiglia e dei Siracusani, Pelorias 2, Università di Messina, 1997.
- Giacinta De Sensi Sestito, Gerone II. Un monarca ellenistico in Sicilia, Palermo, 1977.
- Voce Geronimo di Siracusa su Wikidata (Q2485987).
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